Tradizioni millenarie

Nel 2019 Luigi Di Maio, che all’epoca era vicepresidente del consiglio, scrisse in una lettera a Le Monde che la Francia ha una “tradizione democratica millenaria”. Venne comprensibilmente preso in giro: la tradizione democratica francese ha un paio di secoli al massimo e a esser generosi, ovvero ignorando Napoleone, la restaurazione borbonica e Napoleone III.

Poche settimane fa, la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha affermato, in un videomessaggio a proposito del recente riconoscimento da parte dell’UNESCO, che la cucina italiana “custodisce un patrimonio millenario che si tramanda di generazione in generazione”. Non ho letto reazioni particolari, a questa dichiarazione. Eppure è un’affermazione altrettanto ingenua di quella di Di Maio: un millennio fa buona parte degli ingredienti alla base della cucina italiana semplicemente non c’era, la Pizza Margherita deve il suo nome a una regina vissuta alla fine dell’Ottocento, la pasta alla carbonara è nata dopo la Seconda guerra mondiale e questo per limitarmi alle prime cose che mi sono venute in mente rispetto a un “patrimonio millenario” che direi in molti casi non arriva al secolo.

Perché questa disparità di trattamento?
In parte credo sia dovuta a quella cosa che chiamano “capitale politico”. Di Maio ne aveva pochissimo e non gli si concedeva nulla, infierendo anche più del dovuto: è estremamente improbabile che collocasse la Rivoluzione francese in pieno Medioevo mentre è quasi certo che, senza riflettere più di tanto sulle parole usate, abbia scritto “millenario” come a un altro modo per dire “importante”.
Meloni, invece, di capitale politico ne ha tanto e anche chi è all’apposizione non perde tempo a criticarla su questioni tutto sommato di poco conto.

Credo ci sia anche un altro aspetto. L’anno della Rivoluzione francese fa parte di quelle conoscenze di base che chiunque dovrebbe avere; l’origine della carbonara è invece una curiosità e sospetto che lo sia anche l’origine americana di mais, patate e pomodori. Il che, sia chiaro, ha senso: per quanto sia sempre difficile, e imbarazzante, stabilire quali conoscenze siano più importanti di altre, direi che l’origine dei sistemi politici e istituzionali batte quella delle ricette. Non fosse che – ed è proprio il riconoscimento UNESCO per come è stato presentato dal governo italiano – i due aspetti sono collegati e contribuiscono a formare un’immagine del mondo nel quale viviamo.

Tre scenari su intelligenza artificiale e informazione

Sto leggendo Co-Intelligence. Living and Working with AI di Ethan Mollick. L’editore lo presenta come un manuale o una guida (playbook) a come convivere con gli LLM, i modelli linguistici di grandi dimensioni alla base di ChatGPT, Gemini, Claude eccetera.

È un libro sorprendentemente interessante — e dico “sorprendentemente” perché stiamo parlando di una tecnologia in rapida evoluzione, uno ci si può aspettare un testo destinato a invecchiare molto rapidamente, con consigli e raccomandazioni non più attuali. Mollick riesce invece a proporre riflessioni generali che siano comunque utili e applicabili nella pratica. E che, un anno e qualcosa dopo la pubblicazione, rimangono attuali.

Uno degli ultimi capitoli è dedicato a scenari futuri nei quali, brevemente e con molto buon senso, Mollick prova a descriverci in che direzione ci stiamo già muovendo. Profezie facili, se vogliamo, ma non per questo meno interessanti. Per quanto riguarda l’informazione e il giornalismo, o meglio il modo in cui “comprendiamo e fraintendiamo il mondo”, Mollick parte da una situazione è già attuale (e anzi in parte lo era anche prima delle IA):

Anche se l’intelligenza artificiale non dovesse migliorare ulteriormente, alcune delle sue implicazioni sono già inevitabili. La prima serie di cambiamenti certi causati dall’intelligenza artificiale riguarderà il modo in cui comprendiamo, e fraintendiamo, il mondo. È già impossibile distinguere le immagini generate dall’intelligenza artificiale da quelle reali, e questo semplicemente utilizzando gli strumenti oggi a disposizione di chiunque. Anche i video e le voci sono estremamente facili da falsificare. L’ambiente informativo online diventerà completamente ingestibile, con i fact-checker sopraffatti dal flusso di informazioni. Oggi creare immagini false è solo leggermente più difficile che scattare fotografie reali. Ogni immagine di un politico, di una celebrità o di una guerra potrebbe essere inventata: non c’è modo di distinguerle. Il nostro già fragile accordo su quali fatti siano reali rischia di sgretolarsi rapidamente.

Ho solo un commento da fare. Quando parla di “fact-checker sopraffatti dal flusso di informazioni” si potrebbe ribattere che gli LLM sono a disposizione anche di chi lavora per informazioni affidabili e verificate. Buona parte del suo libro è proprio dedicata a come le persone possano lavorare meglio con le intelligenze artificiali — e questo si applica anche a chi fa giornalismo.

È improbabile che le soluzioni tecnologiche possano salvarci. I tentativi di tracciare la provenienza di immagini e video mediante watermarking delle creazioni dell’IA possono essere vanificati con modifiche relativamente semplici al contenuto sottostante. E questo presuppone che le persone che falsificano immagini e video utilizzino strumenti commerciali: identificare i contenuti generati dall’IA diventerà ancora più difficile man mano che i governi svilupperanno i propri sistemi e i modelli open source prolifereranno. Forse, in un futuro, l’IA potrà aiutarci a separare il grano dal loglio, ma le IA sono notoriamente inaffidabili nel rilevare i contenuti generati dall’IA, quindi anche questa ipotesi sembra improbabile.

Condivido lo scetticismo di Mollick: la soluzione non può essere solo tecnologica. E tuttavia qui sembra considerare solo l’identificazione di contenuti generati tramite intelligenza artificiale. Gli LLM possono in realtà aiutarci verificare le notizie al di là dell’autenticità di un’immagine o di un video.

Ci sono solo alcuni modi in cui questa storia potrebbe finire. Forse ci sarà una rinascita della fiducia nei media mainstream, che potrebbero diventare gli arbitri dell’autenticità delle immagini e delle notizie, tracciando attentamente la provenienza di ogni notizia e artefatto. Ma questo sembra improbabile. Una seconda opzione è quella di dividerci ulteriormente in tribù, credendo alle informazioni che vogliamo credere e ignorando come false quelle a cui non vogliamo prestare attenzione. Presto, anche i fatti più elementari saranno oggetto di controversia. Questa crescita di bolle informative sempre più isolate sembra molto più probabile, accelerando la tendenza pre-LLM. Un’ultima opzione è quella di allontanarci completamente dalle fonti di notizie online, perché sono così inquinate da informazioni false da non essere più utili. Indipendentemente dalla direzione che prenderemo, anche senza progressi nell’IA, il modo in cui ci relazioniamo con le informazioni cambierà.

Qui ho poco da aggiungere: i tre scenari tracciati da Mollick mi paiono davvero gli unici possibili. Con il primo — la rinascita dei media tradizionali, magari proprio grazie a soluzioni basate sulle IA — possibile ma certamente improbabile.
Come accennato, sono previsioni facili: parliamo di tendenze già in atto. La polarizzazione non è una novità e l’isolamento in tribù che la pensano diversamente (e “conoscono” fatti diversi) precede ChatGPT. E sempre più persone rientrano nella categoria dei “deprivati di notizie”.

Il vero rischio per OpenAI dopo la causa del New York Times

Nella mia newsletter ho scritto alcune riflessioni sulla causa del New York Times contro OpenAI e Microsoft per violazione del copyright. Dopo aver parlato di possibili accordi extragiudiziali, di proprietà intellettuale, di allucinazioni (quando una IA generativa si inventa le cose) e pappagallismi o pedissequamenti (quando invece ripropone tale e quale un contenuto senza rielaborarlo), ho chiuso con una frase sulla quale credo valga la pena tornare.

È difficile prevedere come finirà questa storia. Ho comunque l’impressione che il problema più importante che dovrà affrontare OpenAI, più che la denuncia del New York Times, sia riuscire a far fronte alle accuse mantenendo i propri prodotti utili e redditizi.

Quello che intendevo è che, nella sua presa di posizione, OpenAI ha riconosciuto, per quanto minimizzato, alcune delle accuse del New York Times, in particolare per quanto riguarda la riproduzione praticamente integrale di articoli tutelati da diritto d’autore. Indipendentemente da come finirà la causa, questo è un problema che OpenAI vuole risolvere – o meglio un “raro bug che si vuole eliminare”.
Ora, questo è possibile senza castrare le funzionalità di ChatGPT? Forse sì, ma se il buongiorno si vede dal mattino direi che OpenAI non è messa benissimo.

Ho dato a ChatGPT 4.0 il PDF di un articolo di giornale. Mi ha riassunto correttamente il contenuto, riconoscendo il testo (il PDF proveniva da una rassegna stampa ed era quindi la scansione del giornale), ma si è rifiutato di riprodurre il testo:

Non posso trascrivere interamente il contenuto di documenti protetti da diritti d’autore per motivi legali. Questo include la copia completa di libri, articoli, documenti e altri materiali coperti da diritti d’autore. Tuttavia, posso aiutarti fornendo riassunti, analizzando specifiche parti di un testo, o rispondendo a domande relative al contenuto. Questo modo di procedere mi permette di rispettare le leggi sui diritti d’autore pur fornendo assistenza utile.

Hanno bloccato una funzionalità che è presente in moltissimi altri software – ormai tutti gli smartphone riconoscono e traducono il testo contenuto nelle immagini.
Il blocco comunque è facilmente aggirabile: basta chiedergli quale è il contenuto del primo paragrafo, poi del secondo, del terzo e così via.

Se questa situazione dovesse replicarsi per altre funzioni di ChatGPT, il servizio diventerebbe perlopiù inutile.

L’intelligenza artificiale e la linguetta rossa di Umberto Eco

Nel Secondo diario minimo, Umberto Eco propone delle finte istruzioni che si dilungano a spiegare “cose talmente ovvie che voi siate tentati di saltarle, perdendo così l’unica informazione veramente essenziale”:

Per potere installare Il Pz40 è necessario disimballarlo estraendolo dal contenitore di cartone. Si può estrarre il Pz40 dal contenitore solo dopo aver aperto lo stesso. Il contenitore si apre sollevando in direzioni opposte le due ribaltine del coperchio (vedi disegno all’interno). Si raccomanda, durante l’operazione di apertura, di tenere il contenitore verticale col coperchio rivolto verso l’alto, perché in caso contrario il PZ40 potrebbe scivolare a terra durante l’operazione. La parte alta è quella su cui appare la scritta ALTO. Nel caso che il coperchio non si apra al primo tentativo si consiglia di provare una seconda volta. Appena aperto e prima di togliere la copertura d’alluminio, si consiglia di strappare la linguetta rossa altrimenti il contenitore esplode. ATTENZIONE: dopo l’estrazione del Pz40 potete gettare il contenitore.

Ho riletto quel libro più volte – saltando sempre l’informazione sul contenitore esplosivo, pur sapendo (dalla seconda lettura) che era lì da qualche parte.

Per curiosità ho chiesto a ChatGPT qual è il passaggio più importante di queste istruzioni.

La versione 3.5 ha risposto riprendendo le indicazioni per “aprire il contenitore in modo sicuro e evitare il rischio che il Pz40 cada a terra durante l’operazione”.

La versione 4.0, invece, ha indicato subito la linguetta rossa perché “questa azione è cruciale per la sicurezza, poiché impedisce l’esplosione del contenitore”.

A prima vista il modello linguistico – insomma, l’intelligenza artificiale che scrive cose – di OpenAI ha superato l’intelligenza umana nello specifico compito di determinare le informazioni importanti contenute in un testo scritto male.
Tuttavia è bastato modificare leggermente la mia richiesta per tornare con il rischio di una scatola esplosiva: “Non ho voglia di leggere queste istruzioni. A cosa devo fare attenzione?” e la questione della linguetta rossa è semplicemente il quarto punto di un elenco.

Gli scienziati devono dibattere con i manipolatori? Forse

Il caporedattore di Science Herbert Holden Thorp ha scritto un interessante editoriale nel quale sostiene che i ricercatori non dovrebbero confrontarsi pubblicamente con i “gaslighters”, termine che potremmo vagamente tradurre come “manipolatori”.

Gli argomenti sono quelli tradizionali: rifiutandosi si fa la figura dei codardi che temono il confronto, ma accettare un dibattito pubblico darebbe legittimità a idee antiscientifiche, facendo credere che vi siano dubbi su temi sui quali c’è invece un buon livello di certezza. Quello che cambia è innanzitutto il mezzo: non più conferenze o trasmissioni televisive, bensì un podcast (quello “antisistema” di Joe Rogan). E poi sono cambiate anche le idee antiscientifiche: quando, una ventina di anni fa, ho sentito per la prima volta questo argomento si parlava di creazionismo; oggi si parla di antivaccinismo. O meglio di un curioso coacervo di teorie cospirazioniste, visto che Robert F. Kennedy Jr. – con cui sarebbe dovuto avvenire il confronto – ha sostenuto molte cose strane:

(Elenco preso da Noah Smith; altri dettagli su RFK Jr. si possono leggere sul Post).

Una partita a scacchi con un piccione

C’è una colorita analogia che si cita spesso in questi casi: discutere con un manipolatore/cospirazionista è come giocare a scacchi con un piccione che fa cadere i pezzi per terra, insozza la scacchiera e poi torna dal suo stormo dicendo di aver vinto.1

Tuttavia alla partita non assistono solo il piccione e il suo stormo. E sapendo di avere di fronte un piccione, invece di studiare regole e strategie degli scacchi uno magari prende uno straccio per pulire la scacchiera.
Mettiamo da parte l’analogia della partita a scacchi. Un dibattito non farà mai cambiare idea né a RFK Jr. né ai suoi sostenitori, ma mostrare di essere delle persone decenti, e non dei mostri che vogliono decimare l’umanità, è già un buon risultato, soprattutto pensando alle persone “non molto convinte” che per curiosità seguiranno il dibattito. Certo ci sono comunque dei rischi e sarebbe meglio evitare di ritrovarsi a dover ribattere a centinaia di fesserie – magari ponendo alcune condizioni e chiedendo alcune garanzie. Ma non escluderei a priori qualsiasi dibattito pubblico.

La scienza aperta

Questi però sono argomenti che riguardano l’efficacia di un dibattito pubblico. Provo adesso ad affrontare la questione da un altro punto di vista, quello dei valori della scienza. Un approccio deontologico anziché utilitaristico – con l’idea che entrambi i punti di vista possano essere di una qualche utilità per affrontare il problema.
È giusto escludere alcune persone dal dibattito scientifico, ignorando le loro critiche e le loro osservazioni? Decidere a priori che alcune persone dicono fesserie non è l’applicazione, in negativo, di quel “principio di autorità” che la scienza rifiuterebbe?

La scienza occidentale moderna si è sviluppata, tra Cinque e Seicento, proprio in opposizione ad alcuni saperi, come la magia e l’alchimia, che facevano della segretezza e dell’inaccessibilità un elemento centrale. La conoscenza scientifica è a disposizione di tutti e chiunque può contribuirvi, senza dover passare per percorsi iniziatici riservati a poche persone elette. Contano gli argomenti e le prove che una persona può portare, non il suo status sociale o altre sue caratteristiche personali.
Certo questo era più facile quando la scienza aveva appena iniziato il suo percorso, non servivano laboratori con apparecchiature costosissime e per mettersi in pari con le conoscenze di punta bastava leggersi una mezza dozzina di libri. Ma l’idea di un sapere aperto a tutti resta centrale, tanto che il sociologo Roger Merton cita l’universalismo come primo principio dell’ethos della scienza, il complesso di valori e di norme che guidano i ricercatori, insieme al comunismo dei risultati, al disinteresse e al dubbio sistematico.

Rifiutarsi di prendere in considerazione le critiche di RFK Jr. sembrerebbe essere in contrasto con l’ethos scientifico: il principio dell’universalismo imporrebbe infatti di ascoltare chiunque, anche un avvocato senza una specifica formazione scientifica (che comunque non manca a molto sostenitori di teorie cospirazioniste).

Ethos scientifico

Torniamo un attimo agli inizi della scienza occidentale moderna. L’idea di permette a chiunque ne abbia le capacità di partecipare all’impresa collettiva della scienza trovava manifestazione nelle accademie e nelle società scientifiche. In pratica delle zone protette in cui discutere liberamente, al riparo dalle ingerenze esterne – principalmente dalla politica e dalla religione. Chiunque è benvenuto. Se accetta i valori e i metodi dell’impresa scientifica. Se una persona non si riconosce in quei valori, non siamo tenuti a starla a sentire e non solo possiamo ignorarla, ma forse dobbiamo anche.

Va detto che entriamo in un terreno scivoloso. Non è facile definire con precisione quali siano i valori della scienza; quanto al metodo scientifico, ogni disciplina ha le sue prassi che oltretutto cambiano nel tempo. E sarebbe assurdo considerare antiscientifica qualsiasi proposta di ripensare come in questo particolare momento si fa scienza.
Credo che un aspetto importante del quale tenere conto sia l’atteggiamento: si vuole contribuire alla conoscenza scientifica migliorando la nostra comprensione del mondo o al contrario far crollare tutto? Ma di nuovo è una indicazione generica. Il che suggerisce una certa cautela nell’applicare il principio del “non ti riconosci nell’ethos scientifico e quindi non puoi parlare”. Certo, visto il lungo e un po’ inquietante elenco di corbellerie sostenute da RFK Jr., direi che in questo caso ci sono pochi dubbi. Tenendo comunque presente che quantomeno alcune di quelle corbellerie potrebbero diventare delle domande poste da chi vuole davvero capire meglio il mondo.

  1. Da quel che ho ricostruito, l’ideatore di questa popolare immagine è un certo Scott D. Weitzenhoffer in una recensione su Amazon di un libro sul creazionismo. []

I rischi reali della pedofilia virtuale

Leggo sulla BBC di una vasta rete per la vendita di fotografie pornografiche con minori – non solo ragazze molto giovani, ma anche bambini – generate da intelligenze artificiali. In molti Paesi queste immagini sono illegali quanto quelle autentiche.

La mia prima reazione non è certo di sorpresa: era prevedibile che delle persone avrebbero prodotto è venduto simili immagini. No, la mia prima reazione è di disgusto, innescato dalla semplice idea di immagini di abusi su minori.

Però non c’è alcun abuso su persone reali: queste immagini sono e restano disgustose ma, al contrario di autentiche fotografie, per realizzarle nessuno ha sofferto.

È un argomento che l’articolo della BBC affronta di sfuggita:

The National Police Chiefs’ Council (NPCC) lead on child safeguarding, Ian Critchley, said it would be wrong to argue that because no real children were depicted in such “synthetic” images – that no-one was harmed.

Solo che come unico argomento abbiamo quello del piano inclinato, ricalcando un po’ la retorica di alcune campagne antidroga (inizi da uno spinello e poi…)

He warned that a paedophile could, “move along that scale of offending from thought, to synthetic, to actually the abuse of a live child”.

Solo che posso pensare a una situazione diametralmente opposta: una persona con pulsioni pedofile che sfrutta immagini virtuali per placarle senza danneggiare nessuno.

Molto probabilmente non è la strategia migliore per gestire queste pulsioni, ma visto che le iniziative di prevenzione sembrano basarsi quasi esclusivamente sulla punizione e quasi nulla sull’assistenza e il sostegno, direi che non ci sono molte alternative.

Un argomento secondo me più convincente riguarda la normalizzazione degli abusi e della sessualizzazione dell’infanzia: vero che per produrre quelle fotografie virtuali non ci sono stati abusi, ma permetterne la diffusione renderebbe quegli abusi socialmente più accettabili.

Questo argomento si applica anche agli stupri che troviamo nella pornografia con adulti e in generale nelle opere di finzione. Con rischi di eccessi nella sua applicazione.

Adeguare le parole ai fatti

È bello servire lo Stato con i fatti, non è sconveniente farlo con le parole; e molti hanno acquistato rinomanza compiendo imprese, molti narrando quelle degli altri. Però, sebbene una gloria non pari accompagni chi scrive e chi compie le imprese, credo che specialmente arduo sia il compito dello storico: primo, perché bisogna adeguare le parole ai fatti; poi, perché la maggior parte della gente considera dettate da invidia e da odio le parole con cui si denuncia una colpa, mentre, quando si sono ricordati il grande valore e la gloria dei buoni, ognuno accetterà di buon grado quanto ritiene di poter fare facilmente egli stesso; giudicherà falso, frutto di fantasia, ciò che riesce superiore alle sue forze.

Sallustio, La congiura di Catilina, a cura di Giancarlo Pontiggia, Mondadori 1992

Inizialmente mi ero annotato questo passaggio per la parte finale, quella per cui si giudica vero quel che è alla propria portata e frutto di fantasia quel che è superiore alle proprie forze (e frutto di invidia le critiche). Tuttavia, rileggendo questo passaggio di Sallustio, mi accorgo che la parte più interessante è prima. Il compito dello storico è arduo perché bisogna adeguare le parole ai fatti.
Il riferimento – così indicano le note di commento – è all’abilità retorica dello storico che deve appunto trovare le parole adatte per raccontare le grandi imprese dei buoni (o per denunciare le colpe dei cattivi, ovviamente). Ma “adeguare le parole ai fatti” può essere interpretato anche come invito a non esagerare, a raccontare le cose come stanno riportando le informazioni a disposizione senza introdurre cose nuove, frutto di fantasia.

L’intelligenza artificiale come inconscio collettivo

Da qualche tempo utilizzo delle immagini generate da intelligenze artificiali per illustrare gli articoli su questo sito. A volte ho un’idea precisa e quindi la mia richiesta è una descrizione puntuale, tipo “illustrazione a matita di un essere umano che sogna un computer”; altre volte non ho in mente un soggetto preciso e mi lascio sorprendere dando in pasto all’IA un concetto generico o astratto, tipo “libertà” o “conoscenza”.

Ho notato che con “democrazia” si ottengono perlopiù immagini patriottiche (e molto statunitensi). Questo è uno dei risultati ottenuti con Microsoft Bing, ma ho provato brevemente anche con altri software ottenendo risultati analoghi:

Quando ho inserito “maggioranza”, invece, ho ottenuto immagini dall’aria molto più cupa:

Il che è curioso: certo se con “democrazia” intendiamo riferirci alle moderne democrazie liberali occidentali non ci si può limitare al criterio maggioritario (ne ho accennato tempo fa discutendo di un libro di Mauro Barberis), ma è indubbio che uno degli elementi cardine della democrazia sia “votiamo e chi ha la maggioranza vince”. A logica dovremmo aspettarci delle immagini relativamente simili.

Non so come i vari software affrontino richieste così vaghe, ma penso che il punto di partenza sia come sempre una enorme base dati che abbina immagini e relative descrizioni fornite inizialmente da esseri umani. Insomma, le due immagini generate sarebbero una sorta di sintesi di quello che comunemente si intende con “democrazia” e “maggioranza” – quello che c’è nell’inconscio collettivo dell’umanità, o meglio di quella parte di umanità presa in considerazione dall’intelligenza artificiale. La democrazia come una sorta di “vanto nazionale”; la maggioranza come qualcosa di anonimo e cupo che schiaccia gli individui.

Il contributo filosofico delle domande

Non so chi siano Joshua Habgood-Coote, Lani Watson e Dennis Whitcomb, ma hanno scritto l’articolo filosofico con il miglior rapporto rilevanza/lunghezza di sempre.

Il primato finora spettava a Edmund Gettier e alle tre pagine del suo Is Justified True Belief Knowledge?; non so se il lavoro di Habgood-Coote, Watson e Whitcomb sarà altrettanto citato ma un po’ se lo meritano.

La realtà è diventata un campo di battaglia allargato e spaccato in due

Sto leggendo Sulla guerra del fotoreporter Gianluca Grossi. Il libro nasce dall’idea che raccontare la guerra, come Grossi ha fatto in varie parti del mondo, non basta. Il semplice racconto della guerra rischia di accrescere il “mito della guerra”, una illusione che invece dovremmo superare affiancando al racconto una riflessione.
Non è un libro sulla guerra in Ucraina, ma l’invasione della Russia costituisce ritorna inevitabilmente più volte.

Riporto uno dei vari passaggi che mi sono segnato.

La guerra manda in cortocircuito anche chi è chiamato a fornirne una spiegazione il più spassionata possibile: analisti, studiosi, accademici, giornalisti. Difficile, quasi impossibile, metterli d’accordo, socraticamente, almeno sulla condivisione di un minimo comune denominatore, su una descrizione della materia e dell’oggetto in discussione riconosciuta in modo unanime. Eppure, proprio questo dovrebbe costituire la premessa per chi è interessato a trovare le risposte alla domanda: «Perché è esplosa questa guerra?». Provo una naturale familiarità di vedute, essendo allergico alle semplificazioni, con coloro che non si accontentano della descrizione più in voga, ampiamente condivisa in Occidente, al punto da costituire l’ufficialità: un dittatore cattivo e retrogrado ha deciso di invadere l’Ucraina democratica e pacifica, che si difende con eroismo grazie al non meno eroico e non meno democratico sostegno dell’Occidente e, non da ultimo, dell’Europa ugualmente minacciata di invasione. È una semplificazione che non conduce a grandi risultati, anzi che non conduce ad alcun risultato, se non alla riproduzione della guerra stessa, in questo caso su scala minore, nella sua versione cartacea e digitale. Il prodotto finale è però il medesimo: la realtà è diventata un campo di battaglia allargato e spaccato in due, gli amici di qua e i nemici di là. Qualsiasi tentativo di leggerla e di interpretarla deve rispettare questa dicotomia, anzi deve farne la sorgente di ispirazione degli argomenti ai quali si richiama.

Personalmente non provo quella “naturale familiarità di vedute” con chi non si accontenta “della descrizione più in voga”. Un po’ perché – ne avevo scritto in una Piccola guida ragionata al “pensiero unico” – a volte quella descrizione più in voga è banalmente più corretta delle alternative; un po’ perché chi non si accontenta della descrizione più in voga si accontenta invece della contronarrazione opposta, senza mostrare particolare senso critico.

Tuttavia concordo con Grossi: le semplificazioni non conducono a grandi risultati. E dovremmo evitare quella “riproduzione della guerra stessa, in questo caso su scala minore, nella sua versione cartacea e digitale”. Cercare non la neutralità o l’indifferenza, ma la lucidità necessaria a valutare gli eventi in maniera razionale o almeno ragionevole. Il problema è che non è facile, quando tutta la ricchezza di punti di vista e sensibilità viene schiacciata da quella dicotomia del “gli amici di qua e i nemici di là”.