All’ultimo minuto

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12 anni fa andai al cinema a vedere Tutto può cambiare. Avevo capito fin dal trailer che era un film valido, ma non avrei mai creduto di venire travolto da così tanta meraviglia. Non ho mai pianto per un film, né prima né dopo di allora, ma in quell’occasione mi successe per ben 3 volte. Piansi anche mentre tornavo a casa, ripensando a tutte le emozioni che avevo provato durante la visione. E il bello è che Tutto può cambiare non è affatto un film triste: piansi perché ero commosso dalla sua bellezza.
Se quel film è venuto così bene, il merito è anche di una sua attrice di contorno, Hailee Steinfeld. Alla luce di questo, sono STRAFELICE che il suo ultimo film (I peccatori) abbia ottenuto la bellezza di 16 nomination all’Oscar. Tra l’altro si tratta di un record assoluto, ma questo non deve far pensare che l’Oscar al miglior film sia già assegnato: anche Emilia Perez e prima ancora La La Land avevano fatto il pieno di candidature, ma poi nell’intervallo tra l’annuncio delle nomination e le premiazioni furono superati da un altro film. Perché la corsa agli Oscar è un po’ come l’elezione del papa o del presidente della Repubblica: si decide all’ultimo minuto, e spesso i nomi che vengono fatti all’inizio sono proprio quelli che verranno bruciati.
I peccatori deve vedersela con altri 4 film: Una battaglia dietro l’altra, Hamnet, Marty Supreme e Sentimental Value. Anche Frankenstein ha racimolato molte nomination, ma sono meno “pesanti” rispetto agli altri film che ho nominato (perché sono quasi tutte nelle categorie tecniche), quindi non lo considero un vero contendente. 
Se confrontiamo i registi candidati, è evidente che si scontrano 2 visioni opposte del cinema. Da un lato il regista de I peccatori (Ryan Coogler), che ha sempre fatto dei film rivolti al pubblico (penso ad esempio allo splendido Creed); dall’altro Paul Thomas Anderson e Chloe Zhao, che invece hanno sempre fatto dei film rivolti alla critica. Ryan Coogler pensa “Questo film manderà in estasi gli spettatori”, gli altri 2 pensano “Questo film mi frutterà tante recensioni a 5 stelle e qualche premio al festival di Venezia o di Cannes”. Dato che ho sempre detestato i film d’autore per la loro natura intellettualoide e inutilmente cervellotica, la loro raffinatezza ostentata e la loro finta profondità, io ovviamente tiferò per Ryan Coogler. E se proprio deve perdere, spero che almeno non venga sconfitto da Paul Thomas Anderson, perché quest’ultimo è davvero un pessimo regista. Lo si può vedere in particolare da Vizio di forma, che lui ha girato illudendosi che bastasse mettere qualche scena azzeccata all’inizio e alla fine per avere un buon risultato. Peccato che nel mezzo ci sia una parte centrale fatta malissimo, in cui si accumulano a dismisura personaggi su personaggi, dialoghi su dialoghi, situazioni su situazioni, senza che ci sia un filo logico a tenere insieme il tutto. Dato che anche il film precedente di Anderson (The Master) non mi era piaciuto affatto, dopo Vizio di forma decisi che non avrei mai più visto un suo film, e neanche le tante nomination di Una battaglia dietro l’altra mi faranno cambiare idea.
Sugli attori c’è poco da dire: Timothée Chalamet ha già in mano l’Oscar per Marty Supreme, Jessie Buckley ha già in mano l’Oscar per Hamnet.
Per quanto riguarda le altre categorie non posso dire molto, perché tra tutti i film candidati ne ho visto solo uno (Weapons). Peraltro è un film candidato per modo di dire, perché ha preso una sola nomination in una categoria minore. Destino simile per The Smashing Machine: di norma i film sulla boxe e sport simili piacciono molto all’Academy, ma in questo caso ha racimolato la miseria di una nomination… per il miglior trucco. Anziché dargli questo misero contentino, forse sarebbe stato meglio escluderlo del tutto, come è successo al sequel di Wicked e a Norimberga. A mio giudizio se l’Academy ha dato questo schiaffo a The Smashing Machine è stato per un errore micidiale di casting, ovvero scritturare come protagonista Dwayne Johnson. Un attore che viene dal wrestling e ha passato l’intera carriera a girare film d’azione non potrà mai piacere agli snobbissimi giurati dell’Academy, quindi era ovvio che gli avrebbero chiuso la porta in faccia. 
Tirando le somme, tiferò per I peccatori, per Weapons e anche per Song Sung Blue, l’unico tra i film candidati che non ho visto ma ho intenzione di vedere a breve. E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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I 10 film più belli che ho visto nel 2025

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Che anno è stato il 2025 per il cinema? A mio giudizio un anno nostalgico: infatti ogni volta che mi informavo su quali erano i film in cartellone mi accorgevo che erano quasi tutti vecchi film alla seconda distribuzione in sala, e che di novità ce n’erano davvero pochissime. E’ come se il mondo del cinema si fosse rassegnato al fatto che ormai le sale sono frequentate solo dagli anziani, quindi tanto vale lusingarli rispolverando delle anticaglie anziché proporgli un film nuovo di zecca che parla un linguaggio troppo moderno per loro. Davanti a questo vecchiume la mia reazione è stata quella di allontanarmi non solo dalle sale cinematografiche, ma dai film in generale. Nonostante ciò, nel 2025 ho comunque visto 34 film: questi sono i migliori 10.

10) The Fast and Furious: Tokyo Drift: Di norma i film ambientati in Giappone mostrano delle case in legno con le pareti di carta di riso, delle sobrie signore in kimono che bevono il tè su un tavolino basso e degli ampi giardini pieni di ciliegi in fiore. Ecco, prendete tutto ciò che ho detto finora e buttatelo nel cestino, perché questo film ci dimostra che anche in Giappone esistono i tamarri, e porca miseria quanto sono fighi.

9) L’ultimo bacio: All’inizio degli anni 2000 era già cominciata la dissoluzione della famiglia tradizionale, dovuta principalmente alla tendenza delle persone a separarsi con troppa leggerezza, anche quando ci sono dei figli di mezzo. Sarebbe stato ancora possibile fare marcia indietro, ma poi uscì L’ultimo bacio: il film in questione incoraggiò questa tendenza, perché trasmette il messaggio per cui dobbiamo mettere la nostra felicità al primo posto, e se per essere felici dobbiamo sfasciare la nostra famiglia pazienza, non è un delitto. Il successo mondiale avuto da questo film amplificò al massimo questo messaggio diseducativo, e rese irreversibile una degenerazione della società di cui tuttora pagano le conseguenze tanti bambini. Nonostante ciò, devo riconoscere che L’ultimo bacio è un film con un ritmo perfetto e un personaggio secondario che non si dimentica (quello interpretato dall’attrice nella foto, Martina Stella).

8) La lista dei miei desideri: Questo film racconta una grande verità: ognuno di noi ha tanti desideri, e spesso non li concretizza non perché siano irrealizzabili, ma perché ha troppa paura di tutti i cambiamenti che dovrebbe affrontare per inseguire i propri sogni. E’ troppo più comodo restare nella propria comfort zone, anche a costo di lasciare quei sogni in un cassetto. La protagonista di questo film si trova esattamente in questa situazione, finché non succede qualcosa che le dà la spinta di cui aveva bisogno: non vi dico altro per non rovinarvi il piacere della visione. 

7) Il cattivo poeta: Scegliendo questo titolo e mettendo D’Annunzio sulla locandina, quel furbacchione del produttore ha voluto far credere che fosse un film su di lui. In realtà D’Annunzio è solo un personaggio di contorno, e il protagonista è un ragazzo che viene incaricato da Mussolini di tenerlo d’occhio, perché il duce teme che trami qualcosa contro di lui. Il giovane in questione all’inizio è un fascista convinto, poi con il passare del tempo capisce che si è innamorato del partito sbagliato. A quel punto cosa farà? Comincerà a tramare a sua volta contro il duce, oppure si limiterà a sorvegliare D’Annunzio come gli era stato ordinato? Per scoprirlo dovete guardare il film: non ve ne pentirete.

6) Weapons: 20 anni fa andavano di moda i film corali con tante storie parallele, che poi ad un certo punto si incrociavano in maniera davvero geniale (Traffic, Crash – Contatto fisico, The Air I Breathe, Brooklyn’s Finest, Crossing Over e i primi film di Inarritu appartengono tutti a questo filone). Weapons rispolvera questo vecchio schema narrativo e lo applica al genere horror, con risultati davvero fantastici.

5) La casa rossa: Un thriller invecchiato benissimo: è uscito nel 1947, ma ti tiene con il fiato sospeso in maniera più efficace di tanti film moderni. 

4) Caramelo: Un film molto positivo, perché educa al rispetto per gli animali e fa capire l’importanza di non arrendersi mai, neanche nelle circostanze più negative. 

3) La dolce villa: Per i motivi elencati qui.

2) La vita da grandi: Chi ha diretto questo film si è preso un rischio enorme: parlare di disabilità in chiave comica. Se ti viene bene hai fatto un capolavoro, se ti viene male è un disastro, perché oltre alle recensioni negative susciterai anche una profonda indignazione. Per fortuna in questo caso la ciambella è venuta con il buco, anche e soprattutto grazie al bravissimo attore protagonista (che è autistico anche nella vita reale).

1) Nonnas: Per me i migliori ristoranti non sono quelli che ti servono dei piatti sofisticati o che hanno l’ambiente più raffinato, ma quelli che ti fanno sentire a casa. Nonnas è ambientato proprio in un locale di questo tipo, ed è questo che lo rende un film così delizioso.

E voi? Avete visto qualcuno di questi film? E quali sono i film più belli che avete visto nel 2025?

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Buona fortuna Maia

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Qualche mese fa mi è capitato sotto gli occhi un post di un’attrice molto giovane. La ragazza in questione aveva recitato per quasi 200 volte in uno spettacolo teatrale, e aveva pubblicato quel post per annunciare che non l’avrebbe fatto mai più. Mi aspettavo che fosse la classica lamentela di un’attrice scaricata, invece non era niente di tutto questo: al contrario, era un post molto dolce, in cui lei esprimeva la sua malinconia per la fine di una bella avventura, ma allo stesso tempo si sentiva felice e piena di gratitudine per aver avuto l’opportunità di viverla. 
Quel post mi ha colpito non solo per la maturità dimostrata da questa ragazza nell’accettare una decisione che chiaramente non condivideva, ma anche perché anch’io mi sono trovato più volte nella sua stessa situazione. Quando si chiude un ciclo che ci ha dato tante soddisfazioni si provano esattamente le sensazioni che ha descritto lei: da un lato siamo dispiaciuti perché sta finendo qualcosa di bello, ma dall’altro siamo anche contenti, perché solo in quel momento capiamo fino in fondo quanto siamo stati fortunati a poterlo vivere. A me è successo quando ho mollato il mio primo lavoro, perché ne avevo trovato un altro molto più vicino a casa: per me fu straziante abbandonare un ambiente in cui tutti mi stimavano e mi volevano bene, ma mi sentivo anche benedetto, perché era stato un dono del cielo il fatto di aver potuto imparare il mio mestiere in un contesto così favorevole.
L’attrice in questione (Maia Reficco) non è particolarmente famosa, quindi ero convinto che non l’avrei mai più incrociata in vita mia. Invece, siccome il mondo è piccolo, pochi mesi dopo Netflix mi ha consigliato un film in cui lei recitava come protagonista. Ho sorriso quando l’ho riconosciuta, perché ho capito che per lei chiusa una porta si era aperto un portone. Inoltre (seconda coincidenza clamorosa) quel film era stato girato proprio nella mia Toscana: a saperlo prima sarei andato sul set a chiederle l’autografo. 
Il film in cui recita parte da una storia vera, ovvero dalla decisione dello stato italiano di mettere in vendita alcune case a un euro. La protagonista viene a saperlo, e siccome è una giovane ingenuotta non le viene neanche il sospetto che possa esserci sotto qualcosa: di conseguenza, fa le valigie in fretta e furia e vola dall’America in Italia. Solo dopo essersi trasferita nel nostro paese scopre che sì, è vero, la casa costa un euro, ma è un rudere, e lo stato italiano te la vende solo se ti impegni a ristrutturarla a spese tue. Inoltre, anche ponendo che tu abbia i soldi per ristrutturarla, dovrai comunque passare mesi interi a lavorare sulle scartoffie burocratiche. A quel punto chiunque altro avrebbe detto “Grazie per la perdita di tempo” e sarebbe tornato in America; Olivia invece (come tutti i giovani e come tutti gli americani) ha un’anima sognatrice, quindi decide di rimanere, nella convinzione che in qualche modo i soldi si troveranno e gli ostacoli burocratici verranno rimossi. La sua tenacia verrà premiata, oppure finirà per sbattere il muso contro la dura realtà?
Se ho apprezzato così tanto La dolce villa non è solo per l’attrice protagonista e per gli splendidi paesaggi da cartolina, ma anche per la precisione con cui coglie l’essenza degli italiani. Perché è vero che abbiamo una burocrazia infernale e che siamo dei furbetti con il brutto vizio di dire solo una parte della verità, ma siamo anche simpatici e accoglienti, e quindi alla fine gli stranieri ci amano lo stesso. Olivia ci ama così tanto che vorrebbe restare con noi per sempre: ci riuscirà? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere La dolce villa: è un film davvero delizioso.
P.S.: E voi? In quali occasioni avete sperimentato quel misto di gioia e dispiacere che si provano alla fine di una bella esperienza?

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Ti ricordi di Licia?

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Quand’ero bambino, guardavo spesso un cartone animato chiamato Kiss me Licia. Raccontava la storia di una studentessa liceale perdutamente innamorata di un cantante: quest’ultimo non era famoso, si limitava a esibirsi in qualche localino qua e là, ma lei lo vedeva con gli occhi dell’amore, e quindi lo venerava come se fosse la più grande rockstar in circolazione.
Ovviamente la trama si concentrava soprattutto sulla passione di Licia per questo ragazzo, ma in realtà erano i personaggi secondari quelli che mi interessavano di più. Ad esempio, il padre di Licia gestiva da solo un ristorantino alla buona, e al suo interno c’era sempre un simpatico gattone di nome Giuliano. Quel ristorante non serviva i piatti più buoni del mondo e anche come arredamento era molto informale, ma bastava guardarlo per capire che aveva comunque qualcosa di speciale: l’atmosfera. Con Licia a fare i compiti, suo padre a cucinare e il gatto Giuliano a vagare in giro, quando i clienti si accomodavano lì dentro avevano l’impressione di entrare in casa loro anziché in un’attività commerciale, e questo li faceva sentire subito a proprio agio. Anche noi che guardavamo il cartone avevamo quella sensazione, e infatti le scene ambientate in quel locale erano sempre le più belle di tutta la puntata. 
Di recente ho letto un libro palesemente ispirato a Kiss me Licia. Anch’esso è ambientato in un ristorantino alla buona, e anche lì c’è un gatto simpatico a fare da mascotte; inoltre, la protagonista è una bella ragazza della stessa età di Licia, che lavora lì come cameriera. Tra quelle mura sembra che non debba succedere niente di particolare, invece succede di tutto. E’ uno di quei locali in cui, se rimani seduto per mezz’ora, succederà di sicuro qualcosa di divertente. E quando torni a casa lo fai con il sorriso sulle labbra, sentendoti fortunato per aver scoperto un posto così speciale. Se volete scoprire anche voi la magia di quel ristorante, leggete Da Shippo: pasti caldi e gatto ospitale di Yuta Takahashi: mi ringrazierete.
P.S.: Anche voi guardavate Kiss me Licia? E qual era il vostro cartone preferito?

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Lettera d’amore

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Nel fumetto Superman – Il raccolto, Lana Lang scrive questa lettera a Clark Kent:

Volevo una vita accanto a te. Con noi due che trascorrevamo la nostra esistenza isolati dal mondo. Una vita normale, tranquilla, in un bel paesino. Era questo il mio piano… ed era destinato a fallire fin dal principio. Perché tu eri destinato a spiccare il volo ancor prima che ti mettessi gli occhi addosso. Tu appartieni al mondo, Clark. Lo sai anche tu. Per quanto folle e spaventoso possa sembrare. Hanno bisogno di te… noi tutti abbiamo bisogno di te. E tu troverai il modo di aiutarci il più possibile, perché è questo che fai. Ti chiedo solo un favore. Mentre voli in cielo, proteggendolo, cerca di non dimenticarti di me. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi impresa tu riesca a compiere, tu resterai sempre il ragazzo di cui mi sono innamorata. Con eterno affetto, Lana

Ho trovato molto toccanti queste parole, perché ognuno di noi presto o tardi si è trovato nella stessa situazione di Lana Lang, ovvero rendersi conto che un proprio sogno (d’amore o di altro tipo) è destinato a non avverarsi. Spesso la nostra delusione si tramuta in odio nei confronti di chi (più o meno volutamente) ha tarpato le ali al nostro progetto; Lana Lang invece è così piena d’amore che non riesce a odiare Clark Kent per il fatto di non poterlo avere come compagno di vita. Al contrario, lei si augura solo il meglio per lui, e gli dichiara senza mezzi termini che il suo amore per lui non finirà mai. Questa capacità di amare in maniera incondizionata è una qualità molto rara, ed è questo che rende Lana Lang un personaggio monumentale, anche più dello stesso Superman.
Anche ad Amy è capitata una situazione come questa. Frequenta l’università di Columbus (Ohio), e nel suo campus c’è uno studente che spicca su tutti gli altri, esattamente come Superman: Lewis Conley. E’ un fantastico giocatore di basket, è pieno di amici, e ovviamente è anche bello come il sole. Lei invece è appena arrivata lì, non ha uno straccio di amico da quelle parti, e anche esteticamente non può competere con un simile dio greco. Le sembra totalmente al di fuori della sua portata.
Tuttavia, Amy sottovaluta un fattore importante: la fortuna. Quando qualcosa è destinato a succedere, anche se sembra un’eventualità remotissima e praticamente irrealizzabile, allora tutto si incastrerà in maniera tale da poterla favorire. Così un giorno Lewis comincia ad avere problemi con la sua macchina, ed Amy, essendo una studentessa di ingegneria meccanica, ha tutto ciò che serve per aiutarlo. E’ un’occasione unica per farsi notare da lui, e poi chissà, da cosa nasce cosa…
Come avrete notato, Crash Test di C.S. Quill è un romanzo molto realistico. Perché ognuno di noi presto o tardi si è invaghito di qualcuno che ci sembrava irraggiungibile, e quando ci siamo trovati in quella situazione abbiamo sperato con tutto il cuore che si creasse un’occasione per agganciare il nostro oggetto del desiderio, per fare in modo che quantomeno si accorgesse della nostra esistenza. Così, quando vediamo che la distanza abissale tra Amy e Lewis si riduce e lei comincia ad avere una piccola possibilità di conquistarlo, subito cominciamo a fare per lei un tifo sfegatato, e speriamo con tutte le nostre forze che lei riesca finalmente a coronare il suo sogno d’amore. Andrà a finire così? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Crash Test: ne sarete deliziati.
P.S.: E voi? Vi è mai capitato che si avverasse un sogno che vi sembrava irrealizzabile?

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Nel posto giusto al momento giusto

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Una delle chiavi fondamentali per il successo di un’opera d’arte è lo Zeitgeist. Con questa parola tedesca (che significa spirito del tempo) si indica l’abilità che alcuni scrittori hanno di saper descrivere l’epoca in cui vivono, e di saper cogliere ciò che interessa alle persone in quel preciso momento. Ad esempio: negli anni 80 il pubblico andava pazzo per gli uomini muscolosi al massimo e armati fino ai denti, e aveva anche un po’ di paura che potesse scoppiare la guerra fredda. Di conseguenza se un film di Schwarzenegger (Danko) ha avuto così tanto successo è stato anche perché conteneva tutti questi elementi. Se quel film venisse riproposto oggi e io andassi a vederlo al cinema, probabilmente in sala troverei meno di 10 spettatori.
Negli anni 90 invece Dick Wolf creò la serie Law & Order, e quindi lanciò la moda del legal thriller. Lo scrittore John Grisham si trovava nel posto giusto al momento giusto, perché lui scriveva proprio romanzi di questo tipo: di conseguenza dai suoi libri furono tratti ben 7 film nel giro di pochi anni. Erano dei bei libri, certamente, ma il motivo principale per cui esplosero è quello che ho detto all’inizio: John Grisham aveva colto lo spirito del tempo.
Poi negli anni 2000 Law & Order fu soppiantato da C.S.I., e quindi il legal thriller passò di moda. John Grisham ha continuato a scrivere, ma è diventato come le Spice Girls, i Power Rangers e gli attori di Beverly Hills 90210: un simbolo degli anni 90 che può contare solo su un ristretto pubblico di nostalgici. 
Stessa sorte per un altro scrittore di legal thriller, Scott Turow. Non è mai diventato famoso quanto John Grisham, ma anche lui può vantare un film tratto da un suo romanzo, e interpretato da Harrison Ford in persona (Presunto innocente). Il libro in questione parla di un uomo importante (Rusty Sabich) e della sua amante, che ad un certo punto viene uccisa. Il poliziotto a capo delle indagini è un suo amico, quindi Rusty gli chiede di ignorare volutamente tutti gli indizi che potrebbero portare a lui: lo fa non perché abbia realmente ucciso quella donna, ma perché vuole evitare uno scandalo. Il poliziotto lo asseconda, ma purtroppo anche un investigatore privato sta lavorando sul caso, e le prove da lui raccolte sono più che sufficienti per portare Rusty a processo. In più, durante il processo salta fuori che Rusty aveva chiesto al suo amico poliziotto di depistare le indagini, e questo sembra inchiodarlo in maniera definitiva. Tuttavia, Rusty ha un avvocato molto bravo, quindi non è ancora detta l’ultima parola…
Se dovessi definire Presunto innocente con una parola sola, direi che è un romanzo istruttivo. Fa capire che anche le prove più schiaccianti, quelle che a noi sembrano rivelare in maniera oggettiva l’innocenza o la colpevolezza di un imputato, in realtà di oggettivo non hanno proprio niente. Perfino le prove scientifiche, che sono considerate solide come la roccia, in realtà non lo sono affatto, perché le prove scientifiche vanno interpretate, e dato che nessuno è infallibile ci sta benissimo che quell’interpretazione sia sbagliata. In più, Presunto innocente ti fa capire che nessun dettaglio, anche quello in apparenza più compromettente, è di per sé positivo o negativo: infatti per ogni dettaglio l’accusa e la difesa elaborano una storia molto convincente, ed è davvero difficile capire chi dei 2 dice la verità. Come dice lo stesso Scott Turow, entrambe le storie sono da 10, e i giurati si trovano nella scomoda posizione di dover decidere chi merita 10 + e chi invece merita 10 -. Talvolta non riescono a deciderlo, quindi alzano bandiera bianca e ammettono di non poter emettere un verdetto. Con Rusty come andrà a finire? Lo assolveranno, lo condanneranno o rinunceranno a emettere una sentenza? E al di là di questo, chi ha ucciso davvero la sua amante? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Presunto innocente: non ve ne pentirete.
P.S.: Vi vengono in mente altre opere che hanno avuto successo perché coglievano lo spirito del tempo?

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Una ragazza semplice

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Ci sono 2 fattori che più di tutti alzano delle barriere tra le persone: la politica e i soldi. La politica non me la spiego proprio: per me preferire la destra alla sinistra o viceversa è come preferire la vaniglia al cioccolato, sono gusti individuali che non dovrebbero in alcun modo condizionare i rapporti interpersonali. E invece, per motivi a me sconosciuti, appena salta fuori che 2 persone votano per 2 partiti diversi subito cominciano a considerarsi dei nemici giurati, come ai tempi delle lotte medievali tra guelfi e ghibellini.
Che i soldi costituiscano una barriera invece me lo spiego perfettamente, perché i ricchi hanno un atteggiamento molto snob nei confronti di chi non appartiene al loro stesso ceto sociale. Se hai una dote particolare (come la bellezza o la simpatia) può darsi che ti accolgano nel loro mondo, ma soltanto come trofeo da esibire o come giullare di corte, mai come un loro pari. Certo, ci sono delle eccezioni (come la Alessia di cui vi ho già parlato), ma sono molto rare.
Di queste dinamiche Alfonso Crema è pienamente consapevole. Così, sapendo che ai ricchi non piace mescolarsi con i poveri, ha aperto un locale di incontri apposta per loro: il Single. Ci si può entrare soltanto pagando un salatissimo abbonamento, e soltanto se un altro riccone garantisce per te: un doppio ostacolo impossibile da superare per un popolano qualsiasi, ed è esattamente ciò che Alfonso voleva.
Il guaio è che nel giro di poco tempo 3 riccone che frequentavano il Single finiscono ammazzate. E’ evidente che tra i clienti del locale si nasconde un serial killer, quindi la polizia escogita uno stratagemma per stanarlo: prende una poliziotta molto avvenente, la fa socializzare con un’abbonata del Single e fa in modo che quest’ultima la introduca all’interno del locale. Una volta entrata lì dentro Laura potrà scoprire quali sono i frequentatori abituali di quel club, e chi tra loro è abbastanza squilibrato da commettere 3 omicidi l’uno in fila all’altro. Tuttavia, a questo punto si pone il problema di cui parlavo all’inizio: Laura è una bella ragazza, ma non è una riccona e non fa parte di quel mondo, quindi sarà davvero difficile per lei non tradirsi e non far capire all’assassino che in realtà è un’infiltrata…
Come avrete capito, Se la notte ti cerca di Romano De Marco è più di un semplice giallo. Sì, c’è un serial killer e l’indagine che ruota intorno a lui è molto coinvolgente, ma in realtà questo libro è soprattutto una riflessione sui rapporti tra le persone. Ci fa capire che ognuno di noi appartiene ad un determinato ambiente, e se prova ad inserirsi in un altro habitat finirà inevitabilmente per sentirsi un pesce fuor d’acqua. Io stesso ho sperimentato questa sensazione, perché in passato ho frequentato per anni delle persone più ricche di me, ma non sono mai diventato uno di loro. Non solo per una questione di soldi, ma anche perché sono una persona semplice, e quindi non c’entro nulla con gli ambienti sofisticati che piacciono a loro. Anche Laura non c’entra nulla con quegli ambienti, ma è comunque determinata a scoprire l’assassino prima che lui scopra lei: chi vincerà questa partita a scacchi? E soprattutto, chi ha ammazzato quelle 3 donne? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Se la notte ti cerca: non riuscirete a chiuderlo fino all’ultima pagina.

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Essere felici con poco

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Ho sempre pensato che l’ambizione fosse una brutta bestia. Perché chi è divorato dall’ambizione è disposto a passare sopra tutto e tutti per raggiungere i propri obiettivi, senza curarsi dei danni che provoca agli altri e delle leggi morali che calpesta. Inoltre, chi è troppo ambizioso non è mai contento: se ha una casa al mare ne vuole una anche in montagna, se ha la Ferrari vuole anche la Lamborghini, se ha 40 milioni di euro ne vuole 41. E se per ottenere quel milione in più deve rubarlo ai bambini malati di tumore va bene, lo ruberà senza battere ciglio (avrete capito a chi mi riferisco).
Proprio per questo, mi reputo molto fortunato ad essere una persona di poche pretese. Se mi metti davanti un piatto di pasta io son già contento come una Pasqua, e non chiedo nulla di più dalla vita. Forse se fossi stato più ambizioso avrei ottenuto qualcosa in più, ma non avrei saputo cosa farci, perché quel poco che ho mi basta.
Clay Carter non ragiona come me. Si è laureato in giurisprudenza e ha superato l’esame da avvocato, quindi potrebbe essere fiero di se stesso; invece si sente una nullità, perché è uno di quegli avvocati che non riescono a raccattare neanche un cliente, e quindi aspettano che il tribunale gli passi qualche imputato al quale fare da avvocato d’ufficio. La sua fidanzata Rebecca lo ama lo stesso; i genitori di lei invece non sopportano l’idea che la loro unica figlia stia con uno spiantato, quindi la convincono a mollarlo in favore di un riccone.
A quel punto scatta qualcosa dentro Clay. Lui vuole dimostrare ai genitori di Rebecca che hanno fatto male a seminare zizzania tra lui e la sua ex, e che anche lui è in grado di diventare qualcuno. Così si butta nel mondo delle denunce alle case farmaceutiche. Per farla breve: poniamo che una casa farmaceutica sia ansiosa di lanciare un farmaco sul mercato, e quindi comincia a venderlo senza aver prima appurato quali sono gli effetti collaterali. Se salta fuori che quel farmaco provoca tumori o comunque gravi malattie, chiunque l’abbia assunto può trascinare in tribunale la casa farmaceutica che l’ha prodotto. E qua entra in gioco Clay, convincendo coloro che hanno assunto quel farmaco ad accordarsi per un risarcimento senza passare per un processo. Quella che gli viene proposta è una cifra da favola, quindi loro accettano pensando di aver fatto un affarone; in realtà sono stati truffati, perché Clay si prende una grossa percentuale di quei soldi, e soprattutto perché quel risarcimento non basterà minimamente a coprire tutte le spese della chemioterapia.
Tutto va liscio come l’olio fino a quando uno dei truffati si fa intervistare da un giornalista, e gli rivela che sta morendo di tumore perché a suo tempo un avvocato da strapazzo l’aveva convinto ad accettare un maxi – risarcimento del quale poi ha visto soltanto pochi spiccioli. L’articolo arriva sotto gli occhi di una procuratrice distrettuale (Helen Warshaw), e quest’ultima si indigna così tanto che da quel momento in poi rovinare Clay diventa lo scopo principale della sua vita. Non vuole solo farlo radiare dall’ordine degli avvocati: vuole anche costringerlo a risarcire una per una tutte le vittime delle sue truffe.
Come avrete intuito, Il re dei torti di John Grisham è un libro molto originale. Come in tutti i legal thriller, c’è un buono che vuole farla pagare ad un cattivo; tuttavia, l’originalità sta nel fatto che qui è il cattivo ad essere il protagonista della storia, e la buona è un personaggio di contorno che appare solo dopo molte pagine. Ovviamente tifavo per lei, e ho pregato con tutto me stesso che alla fine riuscisse a far pagare a Clay tutte le sue colpe. Tuttavia, chi conosce i libri di John Grisham sa che le sue storie sono come il lancio di una monetina: talvolta vince il buono, talvolta vince il cattivo, e fino all’ultimo non puoi prevedere chi avrà la meglio tra i 2. Stavolta chi vincerà, Clay o Helen? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Il re dei torti: non riuscirete a chiuderlo fino all’ultima pagina.

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Spero di farcela

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Quasi tutti i miei amici li ho conosciuti sul posto di lavoro. Questo dipende da tanti fattori: prima di tutto, lavorando mi capita di conoscere decine di colleghi nuovi ogni anno, e per la legge dei grandi numeri almeno uno interessante c’è sempre. In secondo luogo perché vivo in una zona dove non è così facile fare nuove amicizie. Se io entrassi in un pub o in un bar di Napoli e cominciassi ad attaccare bottone con gente a caso, probabilmente qualcuno che mi dà corda lo troverei: se fai una cosa del genere a Firenze invece il fiorentino medio penserà “O ì che vole questo?”. Noi fiorentini abbiamo la fama di essere simpatici e scherzosi, ma lo siamo con chi vogliamo noi: se non fai parte di una cerchia i fiorentini non si comportano affatto così con te, anzi sono più chiusi che mai.
Per gli atleti vale più o meno lo stesso discorso. Per loro è difficile conoscere qualcuno al di fuori del loro ambiente, perché lo sport che praticano è un impegno così totalizzante da lasciargli pochissimo tempo per incontrare gente nuova. Per loro perfino andare a fare una cena in pizzeria è un problema, perché devono seguire una dieta bilanciata al massimo, quindi mangiare tutti i carboidrati contenuti in una pizza (per di più la sera) manderebbe a rotoli la loro forma fisica, e di riflesso anche le loro prestazioni sportive.
Una delle poche occasioni in cui gli atleti hanno l’opportunità di conoscere tanta gente nuova sono le Olimpiadi. Perché nel villaggio olimpico sono riuniti tutti insieme gli atleti di ogni sport e di ogni nazionalità, e quindi in pratica è un mondo in miniatura. Inoltre, gli atleti convocati per le Olimpiadi hanno tutti le stesse ansie, conducono tutti lo stesso stile di vita e hanno fatto tutti dei grandi sacrifici per arrivare fin lì, quindi gli viene proprio naturale trovare dei punti d’intesa, perché solo loro possono capire fino in fondo cos’hanno passato.
Tuttavia, le Olimpiadi sono anche una fonte di grande stress. Perché nel giro di pochi giorni ognuno di quegli atleti si ritroverà a vivere il momento più bello della sua vita oppure la delusione più cocente, e talvolta non è neanche colpa o merito suo, perché nello sport esistono dei dettagli decisivi che sfuggono al controllo degli atleti. A far sfumare la medaglia può essere un infortunio, può essere un errore arbitrale, se giochi in uno sport di squadra può essere anche un errore di un tuo compagno.
Tutto questo Aidy lo sa bene, perché è stata convocata per le Olimpiadi di Parigi con la Nazionale di pallavolo. E siccome è una gran figa, viene notata da ben 2 nuotatori, Teo e Nico. I 2 non potrebbero essere più diversi: Teo è un ragazzo posato, equilibrato, metodico, che analizza tutto con freddezza e non lascia mai trasparire nessuna emozione; Nico invece è tutto genio e sregolatezza, vive sempre a cento all’ora e mette la sua bruciante passione in tutto quello che fa. Così a seconda del proprio carattere al lettore verrà da tifare per l’uno o per l’altro nuotatore, e quindi a vivere la sfida da un diverso punto di vista. Anzi, le sfide, perché i 2 si contendono non solo il cuore della bella Aidy, ma anche la medaglia d’oro. Chi vincerà le Olimpiadi? E soprattutto, chi vincerà in amore?
La carta vincente di questo libro è la scelta di mischiare 2 argomenti che raramente incontriamo nello stesso romanzo: lo sport e i sentimenti. Senza lo sport sarebbe stato un semplice romanzo rosa, peraltro basato su un cliché piuttosto stantio (il triangolo amoroso); con l’aggiunta dello sport assume tutto un altro sapore, perché così la rivalità tra Teo e Nico diventa ancora più accesa, e la storia diventa molto più trascinante. Mentre la leggevo ho tifato per Teo fin dal primo momento: ho puntato sul cavallo vincente? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Love Games – Chi gioca vince di Joy C. Hazelnut: ne sarete deliziati.
P.S.: E voi per chi avreste tifato?

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Non ti lascerò mai

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Harry è un uomo dalla storia molto particolare. E’ un americano nato e cresciuto in Giappone, felicemente fidanzato con una giapponese e titolare di un pub tra i più frequentati di Tokyo. Insomma, la vita non potrebbe andargli meglio.
Il guaio è che vive nel 1941, e in quell’anno i giapponesi entrarono in guerra contro gli Stati Uniti. E così Harry, che ha sempre vissuto in mezzo a loro senza alcun problema, diventa improvvisamente un gaijin. Se cercate questa parola su Google Traduttore vi darà come risultato “straniero”, ma in realtà questa parola ha un significato ben più forte e dispregiativo: gaijin significa “persona che non è dei nostri”, quindi un intruso, quindi un nemico.
Harry potrebbe rivolgersi all’ambasciata americana, e i suoi connazionali gli troverebbero in quattro e quattr’otto un aereo pronto a decollare per gli Stati Uniti. Ma questo significherebbe lasciare tutto quello che ha, dal pub alla sua fidanzata. Harry decide quindi eroicamente di rimanere in Giappone, e di provare a difendere ciò che ha costruito in tanti anni di sacrifici. Ce la farà, oppure la guerra finirà per travolgere tutto?
Uno dei motivi per cui ho amato così tanto Tokyo Station di Martin Cruz Smith è che ognuno di noi può identificarsi con ciò che è successo a Harry. Perché ognuno di noi 5 anni fa aveva una vita normale, dei progetti per il futuro, in molti casi nessun problema serio all’orizzonte, e poi di punto in bianco è arrivato il maledetto covid a travolgere tutto dall’oggi al domani. Anzi, noi eravamo messi pure peggio di Harry, perché lui una via d’uscita avrebbe potuto imboccarla, noi invece no, perché non c’era un solo luogo al mondo che fosse immune alla pandemia. E quindi anche noi come Harry abbiamo dovuto rimboccarci le maniche, e trovare un modo per sopravvivere in mezzo alla tempesta. Anzi, Harry non si limita a sopravvivere: cerca di fare in modo che anche in mezzo a mille difficoltà ci sia sempre un motivo per sperare e per sorridere, perché è consapevole che anche in una situazione come la sua la vita è proprio bella. E allora tu, vedendo con quanto ottimismo e con quanta forza d’animo Harry affronta il futuro, ti viene da fare per lui un tifo sfegatato, e speri con tutto te stesso che per lui vada tutto a finir bene. Andrà così? Non posso dirvelo, chiaramente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Tokyo Station: ne sarete deliziati.

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