Con gli occhi di una donna è un libro di 17 anni fa: 8 marzo 1997. La copertina porta i segni del tempo e anche un po’ dell’incuria. E’ la prima cosa che salta all’occhio. Ma certi segni in un libro, pur non raccontando niente di speciale, hanno anch’essi una storia: una piega all’angolo di una pagina, un nome scritto dentro, una goccia d’acqua che poi, asciugata, ha lasciato il segno sulla copertina, in controluce.
Neanche le pagine sono più così bianche, ma con la stessa attenzione ne riascolto le voci.
E’ un libro di racconti, scritti Con gli occhi di una donna, “nel traffico di carrelli e sconti, nei calcoli, nei conti, fra le etichette del supermercato”; persino la prefazione del libro è un racconto altrettanto bello. “Andare a casa, tornare, come sempre si torna dopo aver fatto la spesa, ma tornare per mettersi a scrivere, è tutto un altro tornare”.
Oggi, 8 marzo 2014, ho voglia di prenderne uno e di leggerlo qui, su questa panchina. Poi magari un giorno passerà l’autrice di qui, per caso, e vorrà riprenderselo. Ché se avesse voluto vederlo in rete, o su una panchina, magari ce l’avrebbe messo da sola, un po’ di tempo fa. Ma oggi ci sono tante cose che trovo in questo racconto. Compreso un fiume che per me non è soltanto un fiume, ma un cuore che batte.
Conobbi Irene quando frequentavo l’ultimo anno della maturità, all’epoca avevo ancora i migliori ideali e le più rosee speranze.
Fu una sera di ottobre, camminavo lungo il fiume in uno dei miei consueti vagabondaggi. L’autunno allungava le sue luci dorate sulla campagna, regalando a tutte le cose quell’aria un po’ malinconica tipica del tardo pomeriggio autunnale; lei stava lì, seduta sul ciglio del sentiero guardando verso l’acqua, lo sguardo perso nelle volute del fiume.
Costituiva un ben singolare spettacolo: portava degli abiti dimessi e fin troppo ampi che nascondevano la sua figura, i suoi capelli lunghi e ricci, scendevano sulle spalle in maniera del tutto casuale, ma ciò che colpiva di più, erano i suoi compagni: un grosso gatto nero che le stava appollaiato su una spalla come un gufo, a cui aveva dato nome Spiridione, e un robusto cagnone dalla razza indefinibile che lei chiamava Rufus, la seguiva dovunque andasse; lei ci parlava come se fossero due persone.
Cercai di passare di lì ostentando indifferenza, ma lei dovette percepire la mia curiosità, e si voltò per invitarmi a sedere. Mi colpì il suo sguardo intenso: aveva la dolcezza selvatica e la fierezza di un felino, pareva poter radiografare il mio intero apparato cerebrale.
“Piacere: Irene” “Ciao, io sono Anna”. Parlammo del fiume: “La gente non lo ascolta” diceva Irene “è per questo che non ne ha cura, non hanno tempo e si sono dimenticati che ha una vita anche lui”.
Irene parlava come se raccontasse una favola, ma ciò che diceva aveva il sapore della verità.
Io le raccontai di me, dei miei sogni e, con un po’ d’amaro in cuore, delle mie delusioni che mi avevano portato ad abbandonare certe speranze e certi propositi…
“Non avresti dovuto farlo” mi disse con un tono di rimprovero. “Mah… perché no?” dissi con sufficienza.
I suoi occhi si adombrarono e immediatamente si riaccesero di un altro fuoco: “Per amore delle tue ali” mi rispose, poi si alzò, mi sorrise, agitò la mano in un cenno di saluto e si incamminò verso la strada.
Io rimasi lì, con la sua voce nelle orecchie e quelle parole incise a fuoco nel cuore. Quella sera, tornando a casa, e per tutta la notte, non potei far altro che ripensare a quell’incontro particolare.
La sera successiva, e così per molto tempo, tornai al fiume… diventammo amiche. Io parlavo con lei di qualsiasi pensiero e lei pareva leggermi l’anima come un libro aperto, ma quando parlava di sé era come guardarsi allo specchio. Certe volte mi faceva ridere come una bambina: “Grattami la schiena per favore” chiedeva “Ma cos’hai, le pulci di Rufus?” le dicevo.
“No, sono le ali, non stanno mai ferme… mi fanno il solletico”.
Irene era uno spirito libero: il suo lavoro, la sua casa, i suoi amici, tutto attorno a lei parlava della sua libertà e della sua intensa voglia di vivere.
Pareva essere la gioia in persona seppure, in fondo al cuore nascondeva un qualche grande dolore.
“La vita è adesso e continua come il fiume che scorre, non c’è tempo per permettersi di non viverla” mi diceva quando mi capitava di dimenticarmi di affrontare la mia esistenza.
“Non lasciare che ti taglino le ali, Anna, non permetterlo a nessuno.”
Irene mi prendeva il cuore per mano per insegnargli a camminare, aveva pochi anni più di me, ma sembrava aver vissuto per secoli e negli anni a venire potei avvalorare questa impressione.
Tutto in lei era speciale e a me è sempre sembrata bellissima anche se non curava molto la sua immagine.
Poteva avere qualche chilo di troppo ma si muoveva con la leggerezza di un folletto. Irene amava profondamente la vita e il genere umano, si ricordava sempre di scusare tutti, ma non permetteva a nessuno di “legare le sue ali”; così non mi stupì quando una mattina alzandomi, trovai sulla porta di casa un biglietto di Irene che diceva: “Faccio un viaggio, non so quando torno, ti voglio bene. Arrivederci, Irene”.
Insieme al biglietto c’era una piuma bianca, sapevo cosa voleva dire: “Ricorda di non farti mai legare.. fallo per amore delle tue ali”.
…A pensarci mi prude la schiena.
Isabella Barreca
Montespertoli – Firenze

…buon 8 marzo, a chi c’è sempre e a chi passava di qui…