Via casilina, numero 900. Ci ritroviamo nel piazzale antistante il noto campo nomadi “casilino 900”, appunto. Se non fosse per il mio modo di essere curiosa, di documentarmi, di arrivare sempre il meno possibile impreparata alle cose, sarei rimasta scioccata. Vedere con i propri occhi c’ho che in molti tentano di denunciare attraverso qualsiasi mezzo di informazione non è proprio una cazzata…e infatti le ore passate in quello che oserei definire molto simile – nel mio immaginario almeno – ad una favela, non sono state proprio una passeggiata di piacere; ma ne eravamo consapevoli, nessuno ce l’ha ordinato…in fin dei conti !
Najo ci aspetta con un bel sorriso, tipico di chi è disposto ad accogliere tutti con estrema disponibilità; ci porta in giro a farci conoscere gli abitanti del “posto”, sua suocera, ci offre il caffe, ci fa entrare dentro “casa” sua … risponde senza esitazione a tutte le nostre domande, ci scruta … e ci spiega che dobbiamo prima farci conoscere per poter fare un lavoro fotografico ben fatto – e noi rispettiamo quelle che sono le leggi del campo. Najo è un tipo in gamba, colto … è il capoccia, come si dice da queste parti, e come tale ci fa da cicerone. E’ Montenegrino, vive da 17 anni in quello che è il campo nomadi più antico d’Europa. Con lui vivono altre 799 persone – in tutto 135 famiglie – di cui 135 bambini.
Ci sarebbe tanto da dire, ma al di là dei dati raccolti e di tante ovvietà sono le sensazioni che ti porti a casa a lasciarti il segno. Sono le urla dei bambini, irrequieti, sporchi, ma troppo bisognosi di attenzioni… sono i loro occhi…i loro sguardi poco disincantati ma pur sempre infantili… le loro pretese assurde… I loro modi di fare che non conoscono incertezza, mezzi termini … sono diretti… fanno male cazzo! Sono loro i protagonisti di questa nostra prima esperienza, perché sono colorati, non hanno problemi a dimostrarti se per loro sei ok o meno, e poi è domenica e non si va a scuola…
Ce ne andiamo via non senza aver fatto prima un giro nel parco, preceduto da un cumulo di rifiuti di ogni genere. In macchina è palpabile la scarica di tensione che lasciamo andare…una risata semi-isterica esplode appena giriamo l’incrocio, ripensando all’ultima scena: i bambini che come se niente fosse salgono e saltano sulla nostra macchina
siamo inermi; la loro disinvoltura è disarmante…ma riusciamo a far arrivare il concetto di macchina, a fargli capire che non è proprio un materasso.
Di certo sarebbe stato diverso guardare tutto attraverso un obiettivo – le lenti hanno in se il potere di tenerti ad un certo distacco da quello che ritrai…ma forse per una volta è stato corretto procedere così, piano, rispettando la volontà di coloro che per certi versi si sentono ( e in realtà sono) un fenomeno mediatico.
Questa è l’occasione della mia vita, finalmente posso mettere in pratica quello per cui ho studiato, quello che mi sta a cuore. La fotografia non è solo passione, è dedizione – Ci si deve credere davvero, altrimenti si rischia di far solo del male. Punto. Basta.
Domenica ci aspetterà di nuovo Najo stesso posto stessa ora stesso sorriso largo
“La diversità è la ricchezza
di tutti i popoli.
L’unità, e non l’uniformità,
è il futuro del mondo.”






