| CARVIEW |
DONNE TIMIDE
DONNE TIMIDE
Parlano poco, abbassano lo sguardo,
e camminano senza far rumore,
le donne timide.
Sono tenere, sensibili e silenziose,
arrossiscono spesso
ed hanno sempre paura
di sbagliare e di disturbare.
Sembrano quasi scusarsi di esistere,
vorrebbero essere invisibili come angeli
per poter alleviare con un soffio di luce
le sofferenze degli altri.
Sono silenziose,
eppure avrebbero molto da dire,
ma lo scrivono solo nel loro diario dell’anima.
Perdono molte opportunità,
a causa della loro palpabile insicurezza,
del loro rumoroso silenzio.
Si tengono tutto dentro,
accumulando infiniti sentimenti ed emozioni.
per quella assurda e inspiegabile timidezza.
Eppure basterebbe un sorriso
per aprire le porte dell’anima,
per infrangere il loro fragoroso silenzio,
per vederle delicatamente fiorire.
(Dal Web)
CITTA’ IN FIAMME
CITTÀ IN FIAMME
Non ci si annoia di certo leggendo Don Winslow: quasi ad ogni pagina c’è un colpo di scena, un’azione, un’avventura, in un montaggio serratissimo.
E, infatti, cinema e Tv hanno saccheggiato i suoi libri.
Non fa eccezione Città in fiamme, primo titolo di una trilogia che non deluderà i lettori dello scrittore americano.
Questa volta siamo nel New England, in un territorio dominato da due famiglie: i Murphy, irlandesi, e i Moretti, italiani.
Inizialmente i due gruppi vanno d’accordo, si sono spartiti gli affari (ovviamente illeciti) e hanno costruito un equilibrio, tanto che il romanzo di apre con la scena di una grande festa con i membri dei due clan al completo.
Un equilibrio destinato a spezzarsi quando una ragazza bellissima entra nelle loro vite, scatenando gelosie e rivalità sopite.
Proprio così, accade esattamente come nell’Iliade, non a caso citata negli esergo di ogni parte del romanzo: è una donna – la era Elena, qui è Pam – a scatenare una vera e propria guerra che non risparmierà nessuno.
Esplode l’orgoglio ferito dei due rampolli che si contendono la ragazza, ma è evidente che si tratta di un pretesto: da tempo i Moretti hanno il progetto di allargare la loro sfera di affari e di guadagni, a discapito dei Murphy.
Cominciano dunque gli attracchi, quasi sempre degli omicidi, per prevaricare sul rivale, che sua volta ribatte colpo su colpo, in una catena di crimini efferati e sanguinosi.
Benché la scena sia occupata dalle due famiglie, spicca come protagonista nella narrazione la figura di Danny Ryan, figlio di un boss decaduto, che ha preso in sposa la figlia del capo dei Murphy.
Relegato in un ruolo marginale, nonostante la parentela acquisita, Danny acquisterà via via più autorità nel clan e nello scacchiere del potere, divenendo la guida del suo schieramento.
La nascita di un figlio gli avrebbe suggerito di costruirsi un’esistenza alternativa, lontano dal crimine e dall’illegalità, come lo esorta a fare la anche la ricchissima madre, tornata a farsi viva dopo averlo abbandonato quando era bambino, ma i fatti lo stravolgono e lo porteranno a diventare lo stratega dei Murphy.
Fra un colpo di scena e l’altro, narrati ad un ritmo indiavolato, si affacciano i temi della lealtà, del tradimento, della scelta inevitabile tra il bene ei il male.
(Città in fiamme di Don Winslow ed. Harper Collins)
[Don Winslow, 68 anni, ex investigatore privato, è autore di molti romanzi che lo hanno consacrato come uno dei maestri del crime e del noir.
LA GUERRA
LA GUERRA
La guerra è una cosa seria, sconvolge abitudini e certezze, Lei scandisce il tuo tempo.
La guerra non è una cosa seria, ma che uomini sono quelli che uccidono per poteri e sciocchezze?
La guerra è una cosa seria, coinvolge civili e innocenti, è condotta sulla pelle dei più deboli, lacera famiglie e storie, non risparmia nessuno.
La guerra non è una cosa seria, la nostra vita non può essere un gioco da tavolo dove vince chi è più forte o chi ce l’ha più grande.
La guerra è una cosa seria, si innesca su equilibri sottili, ha ripercussioni devastanti sull’economia dei Paesi.
La guerra non è una cosa seria, un giorno un tizio può svegliarsi e decidere di mettere fine all’esistenza di un popolo, di scolorire il meraviglioso concetto di pace?
La guerra è una cosa seria, è ciclica, si ripresenta, non si impara nulla dagli errori, cattiveria e vendetta sono piatti da gustare freddi.
La guerra non è una cosa seria, la maggioranza è contraria e la maggioranza, in un mondo civile, vince sempre.
La guerra è una cosa seria, è territoriale, poi diventa sempre più violenta e ti ritrovi in un conflitto mondiale.
La guerra non è una cosa seria, non può esserlo, siamo nel 2024, è impossibile che esseri umani ci ricadano e si uccidano ancora.
Ma ci ricadono, sembra inevitabile.
E pertanto è una cosa seria.
DA QUESTI ORDINI MIO PADRE SCAPPÒ
DA QUESTI ORDINI MIO PADRE SCAPPÒ
Testo integrale della circolare Roatta emanata la sera del 26 luglio 1943
Presi gli ordini dal Comando Supremo comunico et dispongo:
I) nella situazione attuale, col nemico che preme, qualunque perturbamento dell’ordine pubblico anche minimo, et di qualsiasi tinta, costituisce tradimento et può condurre ove non represso ai conseguenze gravissime; qualunque pietà et qualunque riguardo nella repressione sarebbe pertanto delitto;
2) poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine;
3) siano assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani quali i cordoni, gli squilli, le intimazioni et la persuasione et non sia tollerato che i civili sostino presso le truppe intorno alle armi in postazione;
4) i reparti devono assumere et mantenere; grinta dura et atteggiamento estremamente risoluto. Quando impiegati in servizio di ordine pubblico, in sosta aut in movimento, abbiano il fucile ai pronti et non a bracciarm;
5) muovendo, contro gruppi di individui che perturbino ordine aut non si attengano prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza, anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato da reparti in posizione contro gruppi di individui avanzanti;
6) non est ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento.
7) massimo rigore nel controllo et attuazione di tutte le misure stabilite da noto manifesto. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermino all’intimazione;
8) i caporioni ed istigatori dei disordini, riconosciuti come tali siano senz’altro fucilati se presi sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente dal Tribunale di guerra sedente in veste di Tribunale straordinario;
9) chiunque, anche isolatamente compia atti di violenza et ribellione contro le forze armate et di polizia aut insulti le stesse e le istituzioni venga passato immediatamente per le armi;.
10) il militare che, impiegato in servizio ordine pubblico compia il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell’ordine, aut si ribelli, aut non obbedisca agli ordini, aut vilipenda superiori et istituzioni, venga immediatamente passato per le armi;
11) il comandante di qualsiasi grado che non si regoli secondo gli ordini di cui sopra, venga immediatamente deferito al Tribunale di guerra competente che siederà e giudicherà nel termine di non oltre ventiquattrore. Confido che i Comandanti ‑consci della gravità dell’ora e che da falsa pietà, lentezza et irresolutezza, potrebbe derivare la rovina della patria ‑‑‑daranno e faranno dare la più ampia esecuzione a quanto sopra disposto. Si tratta di imporsi subito con rigore inflessibile.
Firmato: Roatta
Da questi ordini mio padre scappò.
NOTA
Chi fu Mario Roatta sopranominato “la bestia nera”
Mario Roatta, in qualità di comandante dell’esercito italiano nella provincia di Lubiana, il 1º marzo 1942 emanò la “Circolare 3C“, che equivalse a una dichiarazione di guerra contro la popolazione slovena civile. Le disposizioni del generale Mario Roatta erano del tutto simili a quelle impartite dai comandanti tedeschi, rappresaglie, incendi di case e villaggi, esecuzioni sommarie, raccolta e uccisione di ostaggi, internamenti nel campo di concentramento di Arbe e nel campo di concentramento di Gonars..
Il 20 gennaio 1942 venne nominato comandante della 2ª Armata in Croazia dove ordinò nella guerra partigiana di “…applicare le sue disposizioni senza false pietà“, dando così inizio a una vera e propria azione di terrore contro i civili che davano supporto logistico alle bande partigiane. Applicando la circolare 3C dove si diceva di applicare il criterio della testa per dente, vennero devastati numerosi villaggi.
Il generale Roatta emanò inoltre anche ordini espliciti: “(…) Se necessario, non rifuggire da usare crudeltà. Deve essere una pulizia completa. Abbiamo bisogno di internare tutti gli abitanti e mettere le famiglie italiane al loro posto”, “(…) l’internamento può essere esteso, sino allo sgombero di intere regioni, come ad esempio la Slovenia. In questo caso si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione e di sostituirle in loco con popolazioni italiane.
Per chi volesse seguire tutta la storia di questa bestia nera, la trova ovviamente su Wikipedia. La cattiveria, e la viltà di un generale italiano che ha operato in Jugoslavia per essere chiari.
Poi si furono le FOIRBE come contraccolpo. È ovvio dopo i tutti i crimini commessi dagli italiani al comando di questi generali dall’animo fascio-nazisti, cosa si voleva dai perseguitati: MAZZI DI FIORI?.
PRIMA CHE SIA TROPPO AMARTI
PRIMA CHE SIA TROPPO AMARTI
Ecco un’opera prima deliziosa, appassionante ed anche molto moderna, condotta con sottile eleganza a sviluppi inaspettati con un linguaggio veloce e originale che inserisce, senza sforzo, nella pagina, elementi del k gergo giovanile e perfino un certo frasario della moda pur evitando sciatterie e gratuite volgarità.
La scena si apre su un racconto purtroppo ormai frequente nelle grandi città: una sera, nella periferia di Milano, una ragazza sola che ritorna a casa, rischia di subire violenza. Riesce a rifugiarsi in un bar e là incontra un giovane uomo, solo anche lui, con quale si stabilisce da subito un’intesa psicologica (e presto anche fisica) , che poi prosegue con molta intensità.
Ma si tratta di una relazione asimmetrica, perché è lui a cercarla ogni tanto, e lei di questo sembra accontentarsi, forse in quanto non è del tutto persuasa , benché seriamente attratta e poi davvero innamorata.
Piccoli indizi, come brevi parentesi nel racconto, segnalano però al lettore una doppiezza non celata nel personaggio di lui, Ettore, che non si rivolge in verità tanto contro la giovane Diana, ma affronta la profonda frattura che erode la sua personalità, divisa fra l’intima fragilità e uno spasmodico bisogni di eroina e la necessità di apparire, come il padre modello sognato e mai raggiunto, personaggio brillante, padrone di sé e sicuro del successo.
L’intrecciarsi delle situazioni e delle figure minori sullo sfondo di ambienti diversissimi, presentati con affettuoso ma ironico e spietato realismo; il gioco della sottile ma persistente attrazione che Diana esercita sul compagno, quasi a sua insaputa, forgiato com’è stato il suo carattere da una grave malattia, e infine le dure scelte che lui sarà costretto ad affrontare compongono un affresco colorato e convincente del mondo giovanile dei nostri giorni.
Chi legge si affeziona a questa storia così attuale, alle sue tristezze e ai suoi improvvisi lampi di luce, raccontata con penna decisa, tenere ed efficace, sia nel seguire l’intimo, fulgido coraggio che anima il personaggio di Diana che l’altrettanta coraggiosa battaglia di Ettore un felice ritratto di due eroi contemporanei.
(Prima che sia troppo amarti di Annalisa Teggi Ed Il Timone) 
L’UOMO (Fëdor Dostoevskij)
L’UOMO /Fëdor Dostoevskij)
Si può effettivamente vivere in modo morale e ragionevole.
Ora vi chiedo: che cosa ci si può aspettare dall’uomo, in quanto essere dotato di così strane qualità?
Ricopritelo di tutti i beni della terra, annegatelo nella felicità fino ai capelli, tanto che sulla superficie della felicità affiorino soltanto le bollicine, come sull’acqua; dategli una prosperità economica tale, che ormai non gli resti altro da fare che dormire, mangiare panpepati e adoperarsi per il perpetuarsi della storia universale – ebbene, anche allora lui, l’uomo, anche allora per pura ingratitudine, per pura beffa, vi farà una carognata. Rischierà perfino i panpepati e apposta desidererà la più distruttiva assurdità, la sciocchezza più antieconomica, unicamente per mescolare a tutta quella razionalità positiva il suo distruttivo elemento fantastico.
Desidererà rivendicare proprio i suoi sogni fantastici, la sua più volgare stupidità, unicamente per confermare a se stesso che gli uomini sono sempre uomini, e non tasti di pianoforte: perché se anche a suonarvi saranno le leggi stesse di natura con le loro mani, quella musica minaccia di venire talmente a noia che, calendario a parte, non si avrà più voglia di nulla.
…io penso che la miglior definizione dell’uomo sia questa: “creatura bipede e ingrata”.
Fëdor Dostoevskij
HO L’ETÀ GIUSTA
HO L’ETÀ GIUSTA
Per mandare al diavolo parecchia gente.
Ho eliminato tutto quello che era “superfluo” come:
*Amicizie inesistenti.
*Quei “Ti voglio bene” dalla parte della gente che sapevano di plastica.
*Parole di troppo con chi faceva fatica pure a risponderti, anzi, le ho azzerate.
*Sorrisi di cortesia per falsità d’interesse.
*Le comparse. Che si tengano pure le scomparse.
*Risposte a chi vive nella sua ignoranza, ignoro.
*Spiegazioni a chi non ha mai fatto nemmeno il minimo sforzo di capire.
Insomma, ho l’età giusta per scegliere di viaggiare leggera.
Di “tenermi accanto solo ciò che dimostra”.
Tutto il resto, vada cortesemente, al diavolo.
DOVE
DOVE
E’ una vita che cammino e non ti incontro mai,
è una vita che ti penso eppure non ci sei,
più ti voglio più ti cerco più ti sto perdendo,
tanto che non lo so se esisti davvero o no.
Dimmi tu dov’è che sbaglio allora cambierò,
dimmi tu se c’è da ridere ed io riderò,
io ti prego amore dimmi cosa devo fare,
e quale strada c’è che porta fino a te.
Dove devo cercare, per quali notti,
quali vicoli nel fondo di quale mare
dentro quale mai città segreta,
alla fine di che storia disperata,
dove sei mio grande amore.
Dimmi dove io devo andare,
e che deserto attraversare,
che montagne devo scalare,
e tra quale gente ti confondi,
dietro quale volto mai tu ti nascondi,
dove sei mio grande amore.
Dimmi tu devo volare o rimanere giù,
dimmi se ho parlato troppo che non parlo più,
io ti prego amore dimmi cosa devo fare,
e quale strada c’è che porta fino a te.
Dove devo cercare, ancora quanta solitudine,
e che inferno devo passare, dentro quale squallida stazione,
dietro che maledettissimo portone, dove sei mio grande amore.
Dimmi dove io devo andare, e quale treno devo prendere,
o imbarcarmi su quale nave, e tra quale gente ti confondi,
dietro a quale volto mai tu ti nascondi, dove sei mio grande amore,
dimmi dove devo cercare….
Dove sei mio grande amore, dimmi dove io devo andare…
Dove sei mio grande amore, dimmi dove.
– Eduardo de Crescenzo
[“Essere amati profondamente ci rende forti, amare profondamente ci rende coraggiosi.” – Lao Tze]
Paradiso Canto XXXIII: La preghiera di San Bernardo alla Vergine
Paradiso Canto XXXIII: La preghiera di San Bernardo alla Vergine
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.
E io ch’al fine di tutt’ i disii
appropinquava, sì com’ io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.
Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’ io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:
ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
però che ‘l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;
ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’ io, a me si travagliava.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.
Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
LA SPERANZA
LA SPERANZA
La speranza è quella cosa piumata
che si viene a posare sull’anima
Canta melodie senza parole
e non smette mai
E la senti – dolcissima – nel vento
E dura deve essere la tempesta
capace di intimidire il piccolo uccello
che ha dato calore a tanti
lo l’ho sentito nel paese più gelido
e sui mari più alieni
Eppure mai, nemmeno allo stremo,
ha chiesto una briciola di me.
Emily Dickinson
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LA DONNA
La donna, nel paradiso terrestre, ha morso il frutto dell'albero della conoscenza dieci minuti prima dell'uomo, da allora ha sempre conservato quei dieci minuti di vantaggio. (Alphonse Karr)
Karl Marx
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La Libertà
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Piero Calamandrei
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