And a happy new year

Come ogni anno, questi sono i giorni dei bilanci, sempre e da sempre. 
Tutti lì, con la nostra ansietta da chissà cosa mi aspetta domani, chissà cosa quest’anno nuovo porterà con sé, chissà se diventerò più ricca/o, più magra/o, più bella/o, se troverò l’amore, se quel progetto si realizzerà, se cambierà qualcosa, senza pensare che domani è la somma di oggi e dei 364 giorni precedenti e di tutto ciò che viene prima. Un susseguirsi di giorni che non cambia semplicemente perché cambia un numero. Sembra che ogni anno ce ne dimentichiamo, presi come siamo dalla frenesia di qualcosa di nuovo che dovrebbe magicamente accadere, presi come siamo dai mille buoni propositi da scrivere da qualche parte e che dimenticheremo già a metà gennaio. Non amo fare bilanci l’ultimo dell’anno, preferisco aprire la valigia dei ricordi e ripercorrere quello che è stato, stringere tra le mani quello che mi voglio portare dietro. E augurarmi tante cose, che gli auguri fanno sempre bene.

Mi auguro un altro anno di sogni che attraversano la testa e la voglia e la forza di portarli avanti nonostante tutto.
Mi auguro un anno di parole, piene e rotonde, un anno di parole da leggere e da scrivere, un anno di parole che mi facciano da mantello, come è sempre stato finora.
Mi auguro un anno di camminate e di pensieri, di domande e risposte e ancora domande, di decisioni e consapevolezze, di faccia tosta, che quella ancora non è arrivata e non so se arriverà semplicemente augurandomela.
Mi auguro un anno di viaggi, pochi ma scelti, di volti che ritornano ad essere reali, di città e di sapori che ancora non conosco, di scoperte e riscoperte.
Mi auguro un anno di sorrisi e di lacrime, di malinconia e di occhi limpidi, di abbracci e pacche sulle spalle.
Mi auguro un anno di buon cibo, di buon vino e di buoni amici con cui condividerlo, di dolci da preparare e nuove cose da sperimentare.
Mi auguro un anno di progetti che si realizzano, che di anni di buoni propositi mai realizzati ne abbiamo fin troppi alle spalle.
Mi auguro un anno di bellezza per il cuore, la mente e per l’anima.
Mi auguro un anno di novità, che le mie conferme (speciali ed importanti) me le tengo già strette.

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Quando è solo un abbraccio.

E’ una lunga storia di abbracci quella di oggi. Di abbracci diversi, dati da persone diverse, con intensità diverse, ma in qualche modo tutti complementari. Di abbracci forti, segnali di mancanze, pezzetti che si ricompongono, un passato che non fa più male. Di aspettative e ricordi, di rimpianti, di come poteva essere e di come, invece, è stato. Di sentimenti non espressi perchè non è il caso e fa male e non si è più bambini ed un abbraccio, da “grandi”, assume tutto un altro significato. Di voglia di condividere ancora la stessa strada, gli stessi pezzetti di cammino. Un giorno di pochi abbracci, intensi e importanti. Un abbraccio è una cosa intima e sottovalutata, un gesto che riduce le distanze socialmente ed emotivamente imposte tra le persone, che dice molto più delle semplici parole, spesso molto di più che un bacio. Non sono una persona facile agli abbracci, perché mi rendono vulnerabile, lasciano esposta la parte più fragile di me e per una che ha passato una vita a costruirsi una corazza, lasciare anche solo un angolino alla mercé di qualcuno è un atto che necessita di grande coraggio, ma soprattutto di grande fiducia. Per questo non mi piace essere abbracciata da chi conosco poco o non è in sintonia con me. Per questo regalo pochissimi abbracci, perchè mi sembra di svilirli, di renderli poco più che un toccare il corpo, mentre per me è un toccare l’anima, una vicinanza talmente forte che non puoi condividere con chiunque. 

Per questo gli abbracci non sono per tutti, gli abbracci non sono da tutti.

 

 

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Una musica può fare…

Succede che la musica ha sempre avuto un ascendente enorme su di me. Riesce a veicolare, in maniera semplice e diretta, emozioni, ricordi, sentimenti, molto più istintivamente e visceralmente di odori o sapori, in maniera quasi violenta. Posso piangere a dirotto o scoppiare a ridere appena partono le prime note di una canzone,  sorridere o farmi prendere da una duratura malinconia solo se sento per caso una di quelle dieci canzoni fondamentali nella mia vita. Così, per periodi più o meno lunghi, la musica diventa colonna sonora costante di qualsiasi passo, di qualsiasi decisione, di ogni respiro. Non faccio musica, non ne sarei capace, semplicemente la interiorizzo, come se non potesse esistere un Io diverso da quello che sono non appena partono le note giuste. Di solito non ho tempo per cercarne di nuova e mi rifugio in quella che conosco da sempre, nelle musiche di cui conosco perfettamente cambi di intensità e di intonazioni, nelle canzoni di cui conosco ogni parola ed ognuna arriva dritta e puntuale a toccare un nervo scoperto, un angolo dell’anima, un minuscolo puntino che mi fa sobbalzare. E’ confortante, quasi come se ci fosse un’altra persona che ti ascolta, che ti lascia sfogare, che si prende cura di te. E’ distruttivo, perchè pensi di saperla fronteggiare e invece no, ti coglie impreparato, arriva quando meno te lo aspetti, non aspetta convenevoli o lasciapassare. Arriva e basta e tu non puoi far altro che spogliarti e lasciarla entrare.  La musica accarezza, scandaglia, rovescia, accompagna, abbraccia, culla, schiaffeggia, ti porta in una dimensione diversa, da cui non puoi fuggire. Ti intrappola e non hai voglia di scappare, semplicemente lasci che ti trascini via. Non è un viaggio controllato, non può esserlo. Segui il flusso… è quello che ti serve. 

Domani parto, qualche giorno di vacanza per staccare la testa. Ho già pronte tre raccolte di canzoni che mi accompagneranno. Alla fine, non è un viaggio se non c’è una colonna sonora ad accompagnarti. E chissà che vecchie canzoni, non assumano un significato del tutto nuovo. O rimangano lì, tali e quali, a dare un sapore diverso ai tuoi nuovi percorsi.

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Volevo scrivere di elefanti viola.

E così ho ceduto alla voglia di tornare a scrivere, ora, dopo anni. Ho ceduto solo perché ho letto un post con delle parole bellissime e non perché esprimesse concetti particolarmente profondi o usasse parole altisonanti, ma perché era uno di quei post in cui tutte le parole erano incasellate al posto giusto, perfettamente inanellate tra di loro, uno di quei post che leggi incuriosita e che, spesso, ti strappano un sorriso. Ho sempre avuto un profondo rispetto ed un’ammirazione smisurata per chi è capace di giocare abilmente con le parole. Scrivere è un mestiere difficile perché non hai l’aiuto del pubblico e saper costruire qualcosa che susciti un’emozione o evochi un ricordo senza usare colori o immagini è complicato (che poi è complicato anche usando le immagini, ma è un’altra storia, come sempre). Fin da piccola sentivo che le parole avrebbero fatto molto per me, non mi era chiaro il come o il perché, ma sapevo che sarebbero state fondamentali. Mi divertivo a leggerle, a cercarle in ogni angolo, a scriverle nei diari, me le cucivo addosso per farne un mantello che mi proteggesse, le usavo come arma e come scudo, come forbici e come disinfettante, le respiravo. Sapevo che sarebbero state la mia via di fuga. E lo sono state, molti anni dopo. Mi hanno salvata da me stessa. 

Per questo continuo a cercarle, incessantemente, perché facciano da sottofondo costante ai miei passi. Per questo continuo a giocarci, anche quando non dovrei. Per questo è amore a prima vista per chi riesce davvero a farle proprie, per chi riesce a crearci storie, ricordi, legami. Per chi le ama, perché le parole devi amarle per saperle usare e non si fanno amare così facilmente. Sono infide, ci si ritorcono contro, non si fanno ammaestrare. Eppure rimangono lí, quasi sospese, finché non arrivano alle dita o sulle labbra, nascoste sotto le unghie o nella piega della bocca quando sorridi o piangi. E lí sta il vero talento di chi riesce a catturarle. 

Volevo scrivere di elefanti viola, ma non credo di riuscirci. 

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È la memoria che ti frega.

Mia nonna ha sempre lavorato con l’uncinetto. Credo di non aver passato un solo giorno della mia vita senza vederla con quel bastoncino di metallo in mano. Così, quando arrivano i primi freddi e con loro arriva il momento di stendere sul letto una delle tantissime coperte di lana che ha sfornato con le sue mani frenetiche, per me arriva il momento di ricordarla in maniera più nitida. Da brava nonna ha assemblato le coperte per tutti i lettini dei nipoti e quando abbiamo cominciato a diventare grandi, lei ha cominciato a confezionare quelle matrimoniali. Mi viene in mente facilmente, seduta sul divano, gli occhiali sul naso, il suo chignon intrecciato bloccato dal fermaglio marrone (quello stesso chignon che anni più tardi, in maniera maldestra, le avrei fermato io sul capo), una ventina di gomitoli di lana colorati intorno, il telecomando accanto e la televisione accesa su una qualsiasi telenovela che lei ovviamente non seguiva perché troppo concentrata a lavorare, ma che non poteva mancare come sottofondo pomeridiano. Ho provato qualche volta a farmi insegnare, ma io, mancina, non riuscivo a seguirla e facevo sempre pasticci. Anche mia nonna era mancina, ma aveva dovuto imparare ad usare la mano destra a suon di schiaffi, perché nel 1920 era vietato usare la mano sinistra e se ci provavi, ti facevano passare la voglia di farlo. E lei si era dovuta adattare, reprimendo tutto ciò che naturalmente avrebbe fatto con la mano “sbagliata”.  Non era affettuosa mia nonna, aveva fatto la guerra e lì non c’era il tempo di lasciarsi andare alle effusioni, soprattutto quando ti sfollavano lontano da casa e l’unica cosa che riuscivi a sentire era la paura, fredda, che ti strisciava lungo la schiena come un brivido. Gli unici baci che ho ricevuto da lei erano per le feste comandate o per il compleanno, non uno di più, non uno di meno. Rideva poco, mia nonna, era troppo pratica per lasciarsi andare alle frivolezze, anche se negli ultimi anni la vecchiaia aveva scalfito un po’ la sua rigidità. Era una matrona, mia nonna, la classica donna sarda a capo della famiglia che controlla tutto dall’alto, a cui non puoi nascondere niente perché ti legge dentro solo con lo sguardo. Era fatta di pasta dura, mia nonna, aveva lavorato un po’ ovunque da quando si era trasferita da Mandas a Cagliari, per poi, come ogni brava moglie dall’epoca, lasciare a mio nonno il compito di portare il pane a casa mentre lei si occupava di tutto il resto e di amministrare quel pane. Decideva tutto, mia nonna, niente si faceva se non aveva la sua approvazione. Era severa, mia nonna, aveva una sola risposta e quella ti dovevi far bastare. Ha viaggiato molto, mia nonna, fino a quando non è morto nonno ed ogni tanto venivano fuori degli aneddoti strani dei posti che aveva visitato. Era tutto il contrario delle nonne che viziano i nipoti, che gli fanno continui regali e che diventano delle seconde mamme più morbide, più malleabili, più dolci. Era una seconda mamma molto più severa della prima. Era, forse, una di quelle nonne a cui hai difficoltà ad affezionarti. 

E invece no. Più passa il tempo e più mi manca, più mi guardo allo specchio e più scopro quanto mi ha lasciato dentro, più ne parlo più ho bisogno di parlarne. 

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Settembre

Settembre è da sempre il mese dei buoni propositi, forse perché è un inizio molto più veloce ed immediato di gennaio. Ritornano le sere dove la canotta non basta più e devi mettere le maniche lunghe perché hai i brividi di freddo, il sole non è più così caldo, le giornate si accorciano, arriva la pioggia e quell’odore forte di terra bagnata, stare a casa sul divano a leggere o a guardare un telefilm con in mano una tazza di tisana bollente non sembra più così lontano e la notte puoi tirare su il lenzuolo senza temere di sembrare una pazza. Ti prende quel senso di nostalgia da fine estate, cominci a perdere l’abbronzatura faticosamente conquistata in mesi di spiaggiamento al sole anche se tenti tenacemente di goderti gli ultimi scampoli di quel sole, le ferie sono solo un lontano ricordo e cerchi di rimetterti alla pari un po’ con tutto: la dieta, lo studio, la casa che è un casino, l’armadio in cui è passato un ciclone, la palestra, tutte quelle cose che lentamente e inesorabilmente ricominciano. 

Sarò stana, ma a me settembre piace. Ha il sapore dei nuovi inizi, quel gusto dolceamaro dei frammenti di vita che ricominciano. E’ il mese dei devo e dei farò, dei bilanci e delle riflessioni, il mese dello stallo prima della ripartenza, della boccata d’aria prima di reimmergerti, è il mese dei buoni propositi, appunto. Per una, come me, che fa costantemente buoni propositi realizzandone la metà della metà, settembre è il mese per farne di nuovi, per stilare nuove liste e riprendere in mano quelle vecchie, per guardarmi indietro e programmare nuovi obiettivi. Lasciarmi cullare un pochino dalle infinite possibilità che i nuovi inizi portano con sé. Chissà che, stavolta, le liste non servano a qualcosa…

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Un nuovo inizio… semplice, no?

Ho sempre avuto difficoltà con i titoli, da tempo immemorabile. Mi sembra sempre di non riuscire a spiegare tutto quello che vorrei con una frase che debba avere un  numero limitato di parole per spiegare il contenuto, forse è per questo che io e Twitter non andiamo d’accordo (ma questa è un’altra storia). 

Torno qui dopo anni e sembra un po’ come tornare a frugare nella mia camera dopo essere andata via di casa, come riaprire i cassetti e trovarci dentro le mie vecchie magliette, i vecchi cd, i diari e le lettere, gli oggetti che hanno scandito ogni piccolo passaggio, ogni istante. Torno qui in punta di piedi perchè si impongono scelte importanti e quando arrivano questi momenti ho sempre bisogno di mettere nero su bianco le emozioni, perchè non riesco a raccontarmi con le parole se non le scrivo, neppure con me stessa. Ho pensato di scrivere in un posto nuovo, di aprire nuove pagine dove raccontarmi nuovamente, dove cercare nuovamente di capirmi, ma ho casa mia, perchè dovrei cercarne un’altra?

E’ strano pensare che a 36 anni sia arrivato il momento della fatidica domanda “Cosa vuoi fare da grande?”. Solitamente a quest’età uno ha una pur vaga idea di quello che farà, di quello che sogna, di quello che ha lasciato nel cammino per arrivare da qualche parte e di quello che ha guadagnato. Ed io di strada un po’ ne ho fatta, non sempre in discesa, non sempre in maniera semplice, spesso evitando di perdermi in così tante parole e ragionamenti e buttandomi, perchè quando voglio so essere tremendamente complicata e riesco ad aprire così tante parentesi da non capire più quale è la prima da cui ho cominciato. Ora mi attende un altro passo, non so se esattamente più complicato, sicuramente nuovo e sono spaventata e disorientata e paranoica. Perchè il nuovo mi eccita e mi stimola e dare di più, ma fondamentalmente sono una di quelle persone che pensa sempre alle difficoltà, a cosa perderò, una di quelle che quando è in vacanza non riesce a fare a meno di contare i giorni che mancano alla fine, spesso a discapito dei momenti, una di quelle che ha sempre una nuova paranoia in agguato a rovinare tutto. Vedo il bicchiere sempre mezzo vuoto, almeno finchè quell’acqua non la bevo. Catastrofista a momenti alterni.

Per questo ho bisogno di scrivere, di buttare giù parole, che probabilmente non sono necessarie, ma liberano i pensieri dalle cose futili. E, forse, mi lasciano lo spazio per pensare a quelle serie, di cose.

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Marzo generalmente è un mese che mi piace. Le giornate che si allungano, il sole che comincia a farsi più caldo, la sensazione che l’estate stia lentamente cominciando ad avvicinarsi, i compleanni speciali…

Quattro anni ed è come se tutto fosse cominciato ieri. Quattro anni di fatica, di rinunce, di montagne russe, di corse, di impegni sempre più fitti, di lacrime e di denti stretti.  Ma anche quattro anni di risate, di sogni sempre più intensi, di mani che si stringono ed abbracci che ti tolgono il fiato, di conferme che arrivano proprio quando ne hai bisogno, di stanchezza bella perché dà un senso a tutto quello che hai fatto. E’ faticoso, a volte è davvero faticoso.  Ma poi mi ritorno indietro nel tempo e penso a quando tutto è cominciato, a quando ancora non sapevo come muovermi, a quando ancora confrontarmi con un mondo diverso mi spaventava, a quando ancora non sapevo quanta pienezza di vita mi attendeva dall’altro lato del muro. E non è stato un caso, era destino. Era destino che camminassi su quel sentiero, era destino che la mia vita incrociasse quella di tante altre persone che camminavano nella mia stessa (inconsapevole) direzione, era destino che mi perdessi nella bellezza dei loro occhi, dei loro volti, dei loro sorrisi, ma soprattutto nella bellezza della loro anima. Ho ancora tanto da fare, tanto da imparare, tanto da capire. Ma sono fortunata, perché vivo ancora le stesse emozioni, ora forse più consapevoli e mature e quindi più speciali.

Non ho alcun dubbio. E’ stata la mia scelta migliore. 

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Pubblicato il da Vaffy | Lascia un commento

La domanda è: perché lo fai?

Alzarti presto la mattina, correre a prepararti se la sveglia non è suonata all’ora giusta o se ti sei detto “ancora cinque minuti” e quei minuti sono diventati quindici, saltare la colazione dicendoti “tanto mangio dopo” quando sai benissimo che quel dopo non ci sarà ed arriverai a pranzo con i crampi allo stomaco dalla fame, arrivare in un posto buio e silenzioso, in cui trascorrerai il tempo con persone che non ti piacciono oppure in un posto luminoso e rumoroso in cui trascorrerai il tempo con persone che adori, mangiare di corsa un panino e sbrigare le mille commissioni che ti attendono oppure sederti a tavola con calma e poi dedicarti al resto, tornare a casa a sera sfatto e addormentarti sul divano davanti ad una trasmissione pallosissima oppure tornare a casa a sera sfatto e addormentarti sul divano davanti ad una trasmissione favolosa.

Crescere, prendere un diploma, una laurea forse, cercare un lavoro che ti dia uno stipendio [non importa quale], trovare una compagnia [non importa quale], sposarti, avere dei figli, adeguarti a degli schemi e replicarli giorno per giorno in una continua routine che ti sfianca o ti rassicura.

Crescere, prendere un diploma, una laurea forse, cercare un lavoro, cercarne un altro e un altro ancora, decidere di puntare tutto su quello che sei e quello che ami, ritrovarti senza una compagnia [o forse si], senza un lavoro [o forse si], senza figli,  mentre tutti intorno a te non vedono l’ora di fare i grandi e tu pensi che, ancora per un po’, puoi rimanere piccolo.

Crescere, prendere un diploma, una laurea forse [se vuoi], trovare un lavoro o inventartelo, una compagnia oppure no, farti una famiglia oppure no, dei figli oppure no, avere delle passioni che ti assorbono completamente o delle passioni noiosissime, decidere SE seguire le regole, COME seguire le regole, decidere.

Sostentamento, famiglia, aspettative, futuro, consapevolezza, maturità… sono solo alibi. Ti sei mai chiesto, davvero, perché lo fai? 

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Riflettendo a voce alta…

Tutti, chi più chi meno, abbiamo attraversato quella fase adolescenziale della vita in cui devi a tutti i costi trovarti un gruppo di appartenenza, un colore che ti contraddistingua, un ideale da seguire fino alla morte, che mai deve essere messo in discussione. E poi, quando cresci, ti rendi conto che il gruppo non è poi così accogliente come credevi, che quel colore lo odi con tutto te stesso e che quell’ideale non era poi così importante da perderci la vita. Cambiano le priorità e le prospettive e tutto assume contorni diversi, persino i tuoi percorsi mentali. La mia chiave di svolta è arrivata tardi, un po’ perché in quella fase mi ci sono cullata, convinta che crescere fosse una cosa che potevo fare in un secondo momento, un po’ perché la mia vita, per una larga parte di essa, ha seguito un percorso abbastanza regolare e non ho avuto bisogno di perdermi dietro lunghe elucubrazioni mentali (cosa che, evidentemente, faccio ora). Tardi ho preso consapevolezza del mio valore, tardi ho capito che il gruppo non sempre ti aiuta ad esprimere la tua individualità, tardi mi sono decisa ad allacciarmi le scarpe per iniziare a percorrere il sentiero che volevo percorrere.

Arrivano i 33 e mi sembra di aver fatto solo pochi passi rispetto a quelli che avrei voluto fare, ma poi mi guardo indietro e vedo che la strada che ho fatto finora non è così poca e che, alla fine, non importa quanti passi ho fatto, quante volte mi sono fermata, quante volte sono caduta e quante volte ho pensato che non ce l’avrei fatta. Sono arrivata fin qui… è un bel traguardo, no? 

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