Trentaseiesimo giorno Arca o Pino – Santiago 20 Km
Com’era prevedibile il fermento è grande e già alle cinque comincia l’agitazione collegiale, alle sei siamo in strada, una pesante foschia avvolge tutto e in alto occhieggia una luna quasi piena. Trovato anche un bar mattiniero per la colazione ci immergiamo ancora nei boschi di eucalipti. 
La comparsa del sole e una serie di saliscendi ci regala dei magnifici colpi d’occhio su panorami resi fiabeschi dalle ultime foschie ancorate nel fondovalle, o riempie di luminosi brillanti gli steli d’erba che sfiorano le nostre scarpe.
Costeggiamo l’aeroporto di Santiago, primo riaggancio alla dimenticata vita “normale”. Una sosta a Lavacolla dove tradizionalmente gli antichi pellegrini sostavano per ripulirsi dopo gli innumerevoli disagi del viaggio e presentarsi in cattedrale in condizioni un po’ meno disastrose… noi ci limitiamo ad una birra e ripigliamo il cammino alla caccia del monte do Gozo da cui si dovrebbe poter ammirare in distanza la cattedrale. Ma la strada, asfaltata, continua ad arrampicarsi sotto il sole e di curva in curva il caldo si fa più pesante. L’ambiente non è molto stimolante grandi capannoni degli studi televisivi spagnoli, officine, campeggi e sole sulla testa. Finalmente compare un discutibile monumento a ricordo della visita di papa Giovanni Paolo II, parte in inox e parte in ferro rugginoso, è il monte do Gozo, un piccolo chiosco per bibite è stracolmo e torniamo sui nostri passi fino ad un fresco anonimo baretto. Mentre gustiamo l’ennesima birra della giornata davanti a noi un giardiniere dilettante sta scolpendo la siepe davanti a casa ricavandone figure di personaggi forse storici si capiscono ampi collari seicenteschi e copricapo elaborati, il resto è affidato alla fantasia ma l’artista pareva molto soddisfatto. Ritorniamo sulla cima ma la ricerca della cattedrale è vana, un mare di edifici, ponti, raccordi autostradali, impossibile individuare la città vecchia e le sue torri. Ripidi giù per la discesa, scontata foto col cartello stradale “SANTIAGO” sullo sfondo, poi affrontiamo
la periferia della città, il traffico fastidioso, l’ovvia scarsità delle indispensabili frecce gialle che ci hanno guidato tanti giorni. Finalmente la città vecchia, i pedoni ritornano padroni delle stradine,
la cattedrale non si presenta come un corpo unico isolato dalla città, si affaccia su diverse piazze e ognuna di esse presenta scorci diversi. Lo sguardo si perde su un imprevedibile ammasso architettonico di pietre secolari colorate dai muschi e con un illogica congerie di punte, pinnacoli, vuoti statue. Ogni piazza presenta un diverso aspetto della cattedrale, fino alla celebre facciata, ricca e imponente, con il colore e la severità di una parete di roccia… le cime di Lavaredo, altrettanto segnata dal tempo.
Commozione profonda che però dura poco. L’ambiente si preoccupa subito di smontare qualsiasi sentimentalismo, nel giro di pochi minuti veniamo avvicinati da tre persone che offrono sistemazioni per la notte, non certo a prezzi da pellegrino. Nella piazza le solite statue umane immobili in panni angelici e in quelli di S. Giacomo, un barbuto in saio e bastone da pellegrino si offre per foto con i turisti, non è certo per questo che abbiamo camminato tanti giorni.
Una mezz’ora di coda per ottenere la “Compostela” documento redatto in latino attestante che “Dominum Ioannem Carolum hoc sanctissimum templum pietatis causa devote visitasse”
Raggiungiamo poi il Seminario Menor dove pernotteremo
per tre giorni in attesa del volo di ritorno, ci sistemiamo e io lotto per quasi un’ora per sradicare, come promesso a Giannina, la barba che mi accompagna ormai da 35 giorni. Siamo inquieti, ci sentiamo attratti dalla cattedrale e solo gironzolando nei suoi dintorni
troviamo pace. Una messa con una durissima omelia che ci colpisce: il sacerdote accusa il governo spagnolo e la comunità europea di essere anticristiani ed anticattolici…perplessi.