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Sembra la scena di un film: 28 maggio 2013. Esterno notte: Casalpalocco, quartiere residenziale di Roma proteso verso il mare. Cinquanta poliziotti della Digos, quasi tutti in borghese, circondano una villetta, al numero 3. Trenta entrano, venti restano fuori. Cercano un “latitante armato e pericoloso” secondo un cablo dell’Interpol. Trovano sette persone: tre donne, due uomini e due bambine. Sono Alma Shalabayeva, la figlia Alua di sei anni, la sorella di Alma (Venera) con il marito Bolat Seraliev e la figlia (Adiya), oltre a una coppia di domestici ucraini. Nessuno parla italiano. Alma chiede spiegazioni, ma un poliziotto con una grossa catena d’oro al collo le dice sogghignando “Io sono la mafia”. Soltanto molte ore più tardi un altro poliziotto mostrerà distrattamente un tesserino. Alma lo scrive, in un rapporto di diciotto pagine, sul Financial Times. “Ho avuto paura, ho pensato che volessero ucciderci tutti. Non hanno mostrato niente, un mandato di arresto o di perquisizione, non avevamo avvocati, né interpreti. Eravamo completamente disorientati. Avevo sentito rumore dalla parte della casa dove dormivano le bambine allora ho detto ‘children’ chiedendo di farmi andare a vedere ma quel poliziotto che sembrava davvero un mafioso, con una faccia cattivissima, mi ha spinto a forza sulla sedia facendomi quasi cadere”. Cercavano qualcuno, il “pericoloso latitante, in contatto con gruppi terroristici”, cioè Muktar Ablyazov, il marito di Alma. Ma non lo trovano, semplicemente perché non c’è. L’informazione, a quanto si sa, sarebbe stata passata da un’agenzia investigativa israeliana, la “Syra”.
Così dopo quattro ore Alma viene fatta vestire, separata dalla figlia, e portata via insieme al cognato Bolat. La donna non sa descrivere l’edificio, ma probabilmente si tratta della Questura. A questo punto le chiedono il passaporto. Lei ha ancora paura, non vuole dire chi è e mostra un documento della Repubblica Centrafricana. Le dicono che è falso (invece è autentico). Sia a lei che al cognato chiedono di firmare dei fogli con la promessa di rilasciarli. Non sanno cosa c’è scritto e si rifiutano, allora tutti cominciano a urlare che li avrebbero arrestati, gli urlavano in faccia. Bolat ha tentato con “avocat” ma non gli hanno detto retta così ha firmato, aggiungendo in russo “Non so cosa sto firmando”. Lo hanno rilasciato. Alma non mangia dal pomeriggio precedente , vive una fortissima tensione così dopo quindici ore crolla e decide di raccontare finalmente chi è e perché si trova a a Roma. Dice del Kazakistan, di Nazarbayev, del regime, dell’opposizione. “Ho avuto l’impressione – scrive sempre nel rapporto – che il capo del servizio immigrazione (Maurizio Improta: n.d.a.) simpatizzasse con me, ma anche la sensazione che doveva farlo, che insomma stesse subendo pressioni”. Si è fatta ormai sera, ma la portano al Cie (centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria. Alle 22 le viene notificato un decreto di espulsione ottenuto in tempi velocissimi, mai successo. Un avvocato del Cie le consiglia di chiamare l’ambasciata kazaka, ma lei naturalmente non ci pensa nemmeno. (segue)
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Una partita di calcio, la nebbia, i depistaggi. Tante menzogne, poche verità. E una certezza: 140 morti. E’ quanto resta a 23 anni dalla tragedia del Moby Prince, scontratosi con la petroliera Agip Abruzzo al largo di Livorno, la notte del 10 aprile 1991. Non sono bastate due inchieste, l’ultima chiusa nel 2010, a fare chiarezza. La verità giudiziaria parla di un “tragico incidente”, determinato in parte da “errore umano” e in parte da “fattori casuali concomitanti”, a cominciare dall’insorgenza di un “particolare tipo di nebbia”. Tutti assolti. Non ci sono colpevoli per quei 140 morti, in viaggio da Livorno a Olbia, inghiottiti da un rogo che i soccorsi non sono riusciti a domare: la più grande tragedia della Marina mercantile italiana dal dopoguerra. Tutto rimane avvolto nella nebbia, sulla cui effettiva presenza si sono divise le testimonianze, ma che è stata l’ipotesi investigativa su cui è incardinata la “verità giudiziaria”. A diradare le nebbie che ancora avvolgono la storia del Moby Prince ha provato un giovane regista fiorentino, Manfredi Lucibello, che all’epoca della strage aveva solo 7 anni. “Avevo un vago ricordo di quei fatti”, racconta oggi. “Poi, nel 2009, vidi un servizio che mi colpì. Tutto era molto più grave di quanto pensassi e ancora molto confuso, con tante menzogne e poche verità. Mi appassionai alla storia”. L’Espresso
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Ylenia adesso avrebbe 44 anni. Ho seguito la sua vicenda per almeno un anno, guadagnandomi molte polemiche. La mia ricerca della figlia di Albano è descritta comunque in un reportage del Tg1, ma conviene riassumere le varie fasi recuperando questo dossier del 2002. Senza aggiungere niente, se non che ho sempre agito in piena coscienza. VIDEO IL DOSSIER
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L’ultimo caso è sicuramente clamoroso. Riguarda l’omonimo di un grande attore western, ma il Glenn Ford di cui parliamo ha pagato la colpa di essere nero. Dopo trent’anni nel braccio della morte, in Louisiana, lo hanno scarcerato. La sua storia comincia nel 1984 quando viene condannato a morte. Lo riconoscono colpevole dell’omicidio di un gioielliere, Isadore Rozeman, durante una rapina. E’ condannato da una giuria completamente di bianchi malgrado l’arma del delitto non sia mai stata trovata e non vi fossero testimoni oculari dell’assassinio (era stato inizialmente accusato da una donna che aveva poi ritrattato). Ford si dichiara innocente, giura di non essere coinvolto nell’omicidio, dopo il primo verdetto ricorre in appello più volte. Ma non viene ascoltato. Viene trasferito nel braccio della morte nell’estate del 1988. Adesso un giudice della Louisiana lo ha scagionato sulla base di nuove informazioni che confermano la sua versione dei fatti. Il giudice, ha spiegato l’avvocato di Ford, ha riconosciuto che il processo è stato “compromesso da avvocati inesperti e dal fatto che alcune prove sono state dichiarate inammissibili, incluse informazioni fornite da un testimone. Glenn Ford non avrebbe nemmeno mai dovuto essere arrestato: non ha partecipato e non era nemmeno presente durante la rapina”. Adesso Ford ha 64 anni ed è pieno di rancore: “Ho passato metà della mia vita in carcere per qualcosa che non ho fatto. Mio figlio era un bambino quando mi hanno arrestato, adesso è un uomo adulto con dei figli”. Attualmente 83 uomini e due donne sono detenute nel braccio della morte in Louisiana. Secondo la legge statale chi viene incarcerato ingiustamente ha diritto a un risarcimento che complessivamente per Ford arriverà a circa 300 mila dollari, poco meno di 200 mila euro. Ma nessuno gli chiederà scusa né nessuno pagherà per gli errori.
Solo l’anno scorso sono state eseguite negli Stati Uniti 80 condanne a morte, 15 in Texas, il paese del far-west. Rinchiusi nel “death row”, il braccio della morte, attualmente ci sono 3500 detenuti, il 40 per cento sono cittadini afro-americani nonostante che rappresentino soltanto il 12 per cento della popolazione. Mentre montano le polemiche per i metodi di esecuzione, gli ultimi attraverso un cocktail letale che allunga l’agonia anche a un quarto d’ora, una vera tortura. Fra quelli che attendono ci sono anche numerosi disabili mentali, contro ogni convenzione internazionale, e minorenni all’epoca del reato. E quanti, oltretutto, sono innocenti? Un rapporto dettagliato è fornito dal sito “The Innocence List”. Molte associazioni continuano a battersi contro la pena capitale. L’ultimo caso, segnalato da “Nessuno tocchi Caino” è di un italo-americano, di origini siciliane, Anthony Farina da vent’anni nel braccio della morte in Florida per una rapina commessa quando ne aveva diciotto. La Farnesina già si è mossa.
Qualche anno fa il giudice della Corte Suprema Harry Blackmun scrisse: “Mi sento moralmente e intellettualmente obbligato ad ammettere che l’esperimento della pena di morte semplicemente non è riuscito. Quanto tempo dovremmo aspettare prima che la maggioranza dei giudici lo ammetta?”. Già, quanti anni?
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Tra le 16 e le 16.30 – ora indiana – la Enrica Lexie è avvicinata da un’imbarcazione sospetta. Non ricevendo risposta a segnalazioni luminose e acustiche, il team dei fucilieri di marina a bordo spara dei colpi in acqua, mentre l’equipaggio viene fatto riparare nei locali blindati della cosiddetta “cittadella”. L’imbarcazione sospetta cambia rotta e si allontana. Nella circostanza il comandante Vitelli lancia l’allarme SSAS Alert, che avvisa in tempo reale, tra gli altri, anche la Guardia Costiera indiana.
Alle 19.16 il comandante Vitelli invia una mail riferendo l’accaduto allo MSCHOA del Corno d’Africa e all’UKMTO (UK Maritime Trade Operations). La Guardia Costiera indiana riceve copia della mail. Alle 23.20 il peschereccio St Anthony rientra nel porto di Neendankara. A bordo di sono due pescatori uccisi da colpi d’arma da fuoco. Il capitano e armatore Freddy Bosco dichiara alle televisioni che l’incidente di cui sono state vittime è avvenuto intorno alle 21.30. E conferma di aver allertato immediatamente, via radiotelefono la Guardia Costiera indiana.
Alle 21.36 la Guardia Costiera indiana si è messa per la prima volta in contatto con la Enrica Lexie, invitandola a rientrare a Kochi . Con tutta evidenza ha avuto notizia da pochi minuti dei due morti, e ha collegato il fatto con la notizia dell’incidente della Lexie.
Alle 22.20 la nave greca Olympic Flair comunica all’IMO (Organizzazione Marittima Internazionale) di aver subito un attacco da due imbarcazioni pirata, che desistono davanti all’allerta dell’equipaggio. Che non ha subito danni, specifica il messaggio. La Guardia Costiera indiana a questo punto ha sul tavolo tre fatti: un incidente avvenuto alle 16.30 – la Lexie – due pescatori uccisi alle 21.30, un altro incidente avvenuto prima delle 22.20. Ma ha anche a disposizione la Lexie che sta rientrando a Kochi, mentre la nave greca è ben lontana. E si getta sulla prima pista, nonostante una differenza di cinque ore tra i due primi incidenti, e la sovrapposizione degli ultimi due (Attacco alle 21.30 secondo Bosco, allarme Olympic Flair 50 minuti dopo).
Se si sia trattato di errore in buona fede, di accanimento su un teorema investigativo, di presunti colpevoli offerti sul piatto d’argento, di speculazione politica alla vigilia di una campagna elettorale, non sta a noi dirlo qui. Quello che è certo è che l’inchiesta indiana ha peccato da subito di un’omissione di indagini. Ed è altrettanto certo che poi gli orari sono stati piegati a confermare il teorema. Non conosciamo gli atti delle prime indagini, né l’andamento delle indagini in corso da parte della NIA. Ma è probabile che entrambe contengano una ricostruzione dei fatti simile a quella apparsa sulla rivista ufficiale della Guardia Costiera indiana. Che sposta nel tempo (alle 18.25) l’attenzione sulla Lexie (che in realtà come abbiamo visto comunica l’avvenuto alle 19.16). Che dichiara l’avvistamento della Lexie da parte di un aereo della Guardia Costiera alle 19.50, e l’intercettazione del mercantile italiano da parte di una motovedetta alle 20.45. In realtà – lo confermano i documenti in nostro possesso – tale mobilitazione avviene solo dopo le 21.36, dopo aver avuto notizia della morte dei due pescatori. Una tale manipolazione dei dati getta una luce obliqua su molti altri punti dell’inchiesta, dalla perizie balistiche all’analisi dei tracciati radar.
Un’ipotesi che possiamo avanzare è che intorno alle 21.30, in condizioni di oscurità, il mercantile greco venga attaccato da un’imbarcazione pirata. Nei pressi, sfortunatamente, c’è il St Anthony. I greci scambiano le due imbarcazione come parti di un unico attacco pirata. Il St Anthony viene preso nel mezzo (ciò che spiegherebbe la singolar inclinazione dei colpi finiti sul peschereccio, conficcatisi con traiettoria non inclinata, come i colpi che si sparano da una grande petroliera verso un barchino, ma quasi orizzontali). Chi potrebbe aver sparato dall’Olympic Flair ? A fatica i greci hanno ammesso che a bordo c’era un team di una security ellenica, la Diaplous. Secondo fonti greche, un team senza armi. Improbabile, e se fossero stati armati, avrebbero avuto armi con calibro Nato. Fonte 1
Dall’11 maggio del 2012 il governo italiano è in possesso di una “Inchiesta sommaria” sull’incidente della Enrica Lexie che ha visto coinvolti i Marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Il rapporto dettagliato è dell’ammiraglio Alessandro Piroli, allora capo del terzo reparto della Marina, l’ufficiale più alto in grado inviato in India subito dopo l’incidente. Piroli elenca i fatti, le prove, le ipotesi note in quel momento sulla morte dei due pescatori. Un’inchiesta che non accusa, non contesta, ma elenca fatti o perlomeno versioni di fatti. E che riporta, nero su bianco, anche i risultati delle perizie balistiche indiane, secondo cui il calibro dei proiettili ritrovati nei corpi dei pescatori uccisi è il 5,56 Nato, e le armi che hanno sparato non sono quelle di Girone e Latorre, ma quelle di altri due marò che erano a bordo della Lexie. Sono le ore 12 quando “in acque internazionali, a circa 20 miglia dalla costa indiana, secondo quanto riportato dal giornale di bordo di Nave Lexie …. Latorre e il sergente Girone sono stati allertati per la scoperta al radar di una piccola imbarcazione…”. L’avvistamento avviene alle 11,55 (ora indiana 16,25), a sole 2,8 miglia dal mercantile, che fino al momento non si era accorto di nulla. L’equipaggio calcola che il battello sia in rotta di collisione con la petroliera. Quando il peschereccio è ad 800 metri dalla Lexie iniziano le prime segnalazioni luminose. “Latorre ed il sergente Girone si adoperano per effettuare segnalazioni luminose sicuramente visibili dall’esterno – si legge nel rapporto – e mostrano in maniera evidente le armi al di sopra del loro capo”. L’imbarcazione non cambia rotta e procede dritta contro la Enrica Lexie. Raggiungendo i 500 metri di distanza. Il dubbio, dichiareranno poi i due marò, per loro diventa una certezza: sono pirati. Anche il comandante Umberto Vitelli, ne è convinto. “Il comandante della nave attiva l’allarme generale, al quale sono combinati anche i segnali sonori antinebbia (sirene), avvisa via interfono l’equipaggio che si tratta di un attacco pirata”. E’ a quel punto che “Latorre e Girone sparano le prime due raffiche di avvertimento in acqua”. Il natante si avvicina ancora. Il sospetto che si tratti di pirati si fa ancora più concreto quando le due imbarcazioni si trovano a 300 metri l’una dall’altra ed in continuo avvicinamento. A questo punto un evento decisivo: “Girone identifica otticamente tramite binocolo la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla con una postura evidentemente tesa ad effettuare un abbordaggio della nave. Latorre esegue la terza raffica di avvertimento in acqua, costituita da quattro proiettili”. Non ci sono maggiori dettagli né sul tipo di armi che si è ritenuto di individuare, e neppure su cosa sia la “postura tesa ad effettuare l’abbordaggio”. Ma da quel momento in poi chiaramente il Nucleo militare è in massimo allarme. Il peschereccio non accenna a cambiare rotta. Anzi continua ad avvicinarsi fino a raggiungere una distanza di 100 metri, puntando al centro della nave. A quel punto i due marò riferiranno all’ammiraglio Piroli di aver sparato l’ultima raffica, ancora una volta in mare (non sui pescatori-pirati), quando soltanto 50 metri separano la petroliera dal St. Antony. Ed ecco che finalmente il peschereccio sfila verso il mare aperto.
Piroli però riporta poi il racconto dell’unico testimone del St. Anthony, Freddy, il proprietario. Il quale spiega alla polizia del Kerala “di essersi svegliato a seguito di un suono e di aver scoperto il timoniere (Jelestine) già deceduto. Nel mentre, transitava una nave la cui descrizione è coerente con quella della Lexie – riporta l’inchiesta – che apriva il fuoco contro la sua imbarcazione con il “continuous firing” da circa 200 metri di distanza provocando la morte di un secondo membro dell’equipaggio, Aiesh”. A bordo erano presenti 11 pescatori: tutti dormono dopo una notte di pesca, gli unici svegli sono quelli che moriranno, e forse lo stesso timoniere si era assopito. L’unico a testimoniare sarà il proprietario Freddy, svegliato dal suono delle sirene. Quindi la barca avrebbe avanzato senza essere governata fino ad andare in rotta di collisione con la petroliera italiana. Gli inquirenti, concludono: “E’ singolare che, pur avendo diritto di precedenza, una piccola imbarcazione facilmente manovrabile rimanga su rotta di collisione con una petroliera fino a meno di 100 metri, esponendosi ad enormi rischi per la navigazione (…) Tali evidenze hanno fatto valutare come una minaccia il comportamento del natante da parte del personale presente a bordo di E. Lexie”. Fonte 2
La vicenda dei marò italiani arrestati in India comincia a diventare seria. Non perchè i nostri militari abbiano qualcosa da farsi perdonare, ma perchè ormai è chiaro che la questione è squisitamente politica. Cioè: politica interna indiana. Sul piano tecnico-militare sarebbe facile da chiarire: sarebbe bastato chiedere al peschereccio colpito il nome dell’imbacarzione da cui sono partiti i colpi (ce n’erano quattro in quel momento nella rada di Kochi), poi fare l’autopsia dei poveri pescatori uccisi e quindi confrontare i risultati con le perizie balistiche. Di sicuro nelle stesse ore un’altra petroliera di nazionalità greca è stata attaccata dai pirati e dunque i pirati in zona c’erano eccome. Senza considerare che la “Enrica Lexie” navigava in acque internazionali e averla costretta a entrare in porto è stato un abuso. Ma tutto questo non conta. Conta invece che Sonia Ghandi sia la leader del Partito del Congresso e che in questo momento si sia scatenata la battaglia del BJP, il partito nazionalista che si oppone. Basterebbero due tweet provenienti dall’India per capire l’arcano: “la ragazza italiana saprà proteggere i mafiosi italiani” e “la nave italiana portava in Italia le tangenti del Congresso”. Autentiche scemenze (offensive) che però potrebbero costare care a Massimiliano e Salvatore. La risposta italiana a questo punto deve essere molto decisa. Diplomazia sì, ma a muso duro: non c’è trattativa. Riceviamo: “Quel pomeriggio di quel giorno alle 16.50 è stata inviata una segnalazione all’ ICC Commercial Crime service ….da parte di una nave al largo di Kochi …. dove dichiarava di aver subito un tentativo di attacco da parte di 20 pirati dislocati su due barche differenti ….. guarda caso i marò del San Marco dichiarano che la barca con i due indiani morti era diversa da quella che avevavo visto ….. nessuno ha parlato mai di questo … “ Fonte 3
Va spiegato almeno, al di là delle opinioni, che quello indiano è un ricatto in piena regola. Cinque mesi dopo il nostro incidente, da una petroliera americana hanno ugualmente sparato contro un peschereccio uccidendo un pescatore e ferendone altri a raffiche di mitra. Sapete che è successo? L’ambasciatrice statunitense a New Delhi, Nancy Powell, ha telefonato al segretario indiano agli Esteri Ranjan Mathan per porgere le sue condoglianze ed esprimere il rammarico per l’accaduto ma fonti militari americane hanno ribadito di aver fatto fuoco sul peschereccio dopo aver lanciato diversi avvertimenti in base alla procedura prevista in questi casi. Misure di sicurezza che nelle acque del Golfo (dov’è successo) non sono da mettere in relazione solo alla minaccia dei pirati ma al rischio di attacchi suicidi condotti dai barchini dei pasdaran iraniani che adottano la strategia dello “sciame navale” mobilitando un gran numero di piccole imbarcazioni all’apparenza civili e inoffensive contro le navi da guerra statunitensi. Ma non solo. Adesso viene fuori la notizia di un altro incidente mortale. E c’entra stavolta la Germania. Due marittimi tedeschi sono stati infatti arrestati nei giorni scorsi dopo che un loro mercantile avrebbe speronato un peschereccio indiano al largo della città di Chennai, sulla costa orientale, provocando la morte di almeno un pescatore, altri due sono rimasti feriti. La polizia indiana ha accusato il capitano e il primo ufficiale della “Grietje”, nave di una società armatrice di Amburgo, di omicidio colposo e di omesso soccorso aver proseguito la navigazione dopo la collisione. I due sono stati in seguito liberati dietro cauzione ma gli sono stati sequestrati i passaporti e non possono lasciare il porto di Chennai. I due ufficiali tedeschi sostengono che non c’è stato alcuno scontro con la loro nave, come confermerebbero i primi rilievi sullo scafo effettuati dalla polizia che non ha trovato tracce della collisione. Vien da chiedersi a questo punto come sia possibile questa frequenza di incidenti con i pescherecci indiani. Ad essere generosi, si può sostenere che quantomeno non conoscono il codice della navigazione.
Per tornare agli italiani, anche la “Enrica Lexie” fu avvicinata troppo da un peschereccio in acque notoriamente infestate dai pirati che spesso usano le piccole imbarcazioni per abbordare: i fucilieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno dichiarato di aver sparato otto colpi di avvertimento con un’arma leggera. Ma chissà a quale processo vanno incontro visto che tutte le prove sono state cancellate dagli indiani. Il peschereccio è stato affondato, nonostante il risarcimento offerto dall’armatore, spariti i risultati delle autopsie e soprattutto le perizie balistiche (vi risparmio i particolari tecnici). Come si fa a stabilire dunque che sono stati loro a uccidere? Senza considerare l’aspetto più importante: che l’incidente è avvenuto in acque internazionali e che l’equipaggio è stato fatto scendere a terra con l’inganno. Inoltre, come è noto, gli indiani hanno forzato il ritorno dei marò con una presa di posizione vergognosa, togliendo l’immunità al nostro ambasciatore, contro tutte le regole diplomatiche. Una vicenda insomma molto sporca che il nostro atteggiamento ha fatto diventare addirittura una farsa. Fonte 4
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Perché dopo l’eroico magistrato Tarditi (di Asti) nessuno ha voluto continuare a scavare in discarica e tirare fuori gli altri veleni? Perché si vogliono tombare tutte le vasche straccolme di rifiuti, impedendo ora e in futuro di controllare cosa c’è veramente nella collina del disonore e nei suoi tunnel segreti? Perché i politici vogliono sbrigarsi a ripiantare l’erba sullo scempio di Ruffino e farci sopra un campo da golf, dentro la vergogna di Spezia? Perché si vuole dimenticare senza aver visto fino in fondo nei misteri del Levante spezzino e dell’intero territorio provinciale e Lunigiana, ripieno di rifiuti dagli anni ’70? Perché non si sono ascoltati prima i pentiti, i testimoni oculari, gli ambientalisti e il popolo inquinato che protestava per decenni invano? Perché è morto il capitano De Grazia e hanno sfatto il pool investigativo che stava trovando le prove del disastro?Perché ci avete rovinato il futuro? Vogliamo salute e giustizia, nella Terra dei Veleni ligure. [Il Comitato Difesa Ambiente Pitelli La Spezia / Associazione Comitati Spezzini]
La storia I misteri Il processo L’ombra di Ilaria Alpi
ERA IL GOLFO DEI POETI, E’ DIVENTATO IL CROCEVIA DI “MONNEZZA CONNECTION”
L’hanno sempre chiamato il golfo dei poeti. Cantato da Shelley e amato da Wagner. Da quando la collina che domina il porto è stata deturpata, sfregiata alla Spezia, con molta amarezza, lo chiamano ormai il golfo dei veleni. I veleni sono sepolti nella discarica di Pitelli, al centro di un’inchiesta che porta molto lontano, al grande malaffare dei rifiuti tossici. Monnezza connection, migliaia di miliardi, veleni e misteri. Come una piccola nube gialla di cui non si è riusciti ancora a stabilire le origini. Un giorno ha colpito quattro tecnici che sono finiti in ospedale, intossicati. Altri che lavoravano qui sono morti negli anni passati. Sicuramente un operaio e un camionista, colpiti accidentalmente dai gas. Ma si parla anche di un altro morto, forse addirittura sepolto nella stessa discarica. Quanta paura e quanti misteri. Fra i dubbi piu’ allarmanti è che anche i veleni maledetti di Seveso siano sepolti qui e anche quelli dell’Acna di Cengio, citata spesso nelle intercettazioni fra tecnici impegnati a Pitelli com’èdimostrato a pag. 54 dei verbali giudiziari. Qualche pagina prima si parla anche dei prodotti rumeni, una conferma dalle confidenze che abbiamo raccolto fra gli investigatori. Tra i fusti ritrovati ci sarebbero infatti documenti scritti in “varie lingue europee”, anche in cirillico. Dunque l’incubo del nucleare. Quello che nasconde la collina della vergogna lo stabilita’ il collegio di periti nominato dal tribunale ligure. Certamente a Pitelli, la discarica della vergogna, sono gia’ stati rinvenuti piu’ di cento fusti tossici. C’è di tutto, anche una vernice utilizzata esclusivamente per uso militare, per oscurare i radar. Ma c’è soprattutto (lo ha già stabilito un laboratorio di Zurigo) la diossina come confermano il magistrato di Asti che ha aperto l’inchiesta, Luciano Tarditi, e il capo degli investigatori della Forestale che svolgono le indagini, Francesco Dellana del corpo forestale di Brescia. Associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale. Ecco la richiesta di rinvio a giudizio che ha portato a tredici arresti e quaranta indagati. Ci sono dirigenti Usl, geologi della Regione, funzionari civili del ministero della Difesa e due ammiragli. Un’inchiesta amministrativa parallela, condotta dal pm spezzino Massimo Scirocco, ricostruisce contemporaneamente in 113 pagine la storia di concessioni illegittime, firme false, progetti scomparsi e abusi non perseguiti relativi a Pitelli. Sotto accusa Regione e Comune, da studiare le posizioni di quasi tutti i sindaci che si sono succeduti alla Spezia dal 1979 ad oggi. Gli atti sono poi passato sul tavolo di Silvio Franz il magistrato spezzino che ha avuto in eredità l’inchiesta da Asti.
Secondo i verbali delle intercettazioni, i magistrati ipotizzano la presenza di una sorta di comitato d’affari che avrebbe gestito tutti i traffici illeciti. Dentro ci sarebbero faccendieri, esponenti della camorra e della mafia, attraverso legami e sofisticate intersecazioni societarie, come denuncia l’avvocato Roberto Lemma di Legambiente. Nell’agenda di uno degli indagati figurano anche il nome e i numeri di telefono di un personaggio certamente inquietante perche’ al centro di mille affari, “Chicchi” Pacini Battaglia. Sono stati trovati nello studio di Romano Tronci, già sentito dal pool da Mani Pulite nell’ambito dei finanziamenti illeciti ai partiti e stretto collaboratore di Orazio Duvia, l’imprenditore spezzino ritenuto il re delle discariche, salito alla ribalta delle cronache nazionali perche’ un giorno prelevò, attraverso sua figlia, dalla banca davanti all’ufficio tre miliardi e ottocento milioni in contanti, segno di grande liquidita’. Un patrimonio che il gip Diana Brusacà ha sequestrato perchè sospetto frutto di attività illecite, decisione confermata dal Tribunale del riesame. Orazio Duvia, ora in libertà dopo un mese di carcere, ha gestito per anni la discarica di Pitelli.
A Pitelli, in attesa dei risultati delle analisi, gli scavi per ora sono bloccati. La discarica non aprirà più, perche’ il consiglio regionale ne ha deciso per la fine di marzo la chiusura. Ma intanto nel paese la gente ha paura e se la prende con tutti. Una paura che s’infila nei carobi, i vicoli di Pitelli, duemila abitanti, una volta un posto sereno, senza problemi. E se c’è un paese che chiede la chiusura di una discarica, ce n’è un altro che chiede con forza di non aprirla. Da un anno gli abitanti di Aulla, in Toscana ma solo a trenta chilometri dalla Spezia, lottano con un presidio e con una mitragliata di denunce contro l’apertura di Ca’ Gaggino, a ridosso del deposito della marina militare e di un deposito della Nato. Hanno già inviato esposti a quattro procure, fra cui quella militare. Un’altra storia, di cui ci occupiamo poichè c’e’ un aspetto che la lega potenzialmente a Pitelli. Fra le decine di società che direttamente o indirettamente portano al gruppo Duvia ce ne sono alcune lontane, nel sud, ma altre vicine. Tre proprio ad Aulla dove hanno l’appalto per la raccolta dei rifiuti. Non solo. Nel ’95, secondo il comitato, un’azienda di cui era socio uno degli indagati per la discarica di Pitelli avrebbe acquistato i terreni destinati alla discarica del Tuffolo, preferita a quei tempi a Ca’ Gaggino. Evitiamo le complicatissime diatribe tecniche. Superando le polemiche l’assessore all’ambiente della provincia di Massa e Carrara ci presenta il progetto, sicuramente all’avanguardia, di Ca’ Gaggino, e tranquillizza ufficialmente la popolazione sull’uso della discarica, secondo le decisioni prese all’unanimita’ dal consiglio provinciale e accettate dalla conferenza dei sindaci della Lunigiana.
TUTTE LE NAVI DEI VELENI
Torniamo da dove siamo partiti. Dal golfo dei poeti e dalla grande paura. Sono almeno dieci le procure italiane, coordinate dalla procura nazionale antimafia, che stanno indagando su questa zona, la costa a meta’ fra Liguria e Toscana, considerata un vero e proprio crocevia di rifiuti tossici verso i paesi della cooperazione. In un appunto ritrovato dai genitori sul taccuino di Ilaria Alpi c’era scritto “sei navi”. Le navi dei veleni. La giornalista del Tg3, prima di essere uccisa, intervistò il sultano del Bosasa che gestisce quel tratto di costa somala individuato come uno dei dodici siti preferenziali per lo scarico dei rifiuti tossici dalla ditta Comerio. Grandi misteri che s’intrecciano con il traffico di armi che segue spesso le stesse vie. Nei verbali del rinvio a giudizio di Duvia c’è l’intercettazione di una telefonata fra due tecnici di Pitelli, Roberto Cozzani e Luca Galli, che a proposito di triangolazioni citano la Oto Melara. Ma soprattutto agli atti ci sono le prove di un traffico illegale e sistematico di rifiuti secondo le dichiarazioni di tre testi definiti per sicurezza solo A. B e C. Traffico sistematico. Nel gennaio del 1990 un comandante della marina mercantile inglese segnalò a Greenpeace che il molo 7 di La Spezia era ormai conosciuto in tutto il mondo come “the toxic berth” il molo dei veleni, punto di carico di rifiuti tossici diretti verso l’Africa. In un dossier presentato da Legambiente in un’assemblea pubblica sono ricostruite le rotte delle ventitre’ navi dei veleni scomparse nel Mediterraneo. Molte sono passate o addirittura partite dalla Spezia. La storia sciagurata dei veleni comincia esattamente dieci anni fa, nel giugno del 1987 quando alla Spezia sono imbarcate 200 mila tonnellate di rifiuti tossici, destinazione Guinea Equatoriale. Nello stesso periodo la Rigel partita dalla vicinissima Marina di Carrara per l’ultimo viaggio, affonda il 21 settembre davanti alla costa campana. Venti persone sono processate per naufragio doloso. E poi la Radhost, la Latvia, e la “Jolly Nero”, tutte partite tra gennaio e ottobre del 1988 per l’Africa.
Il 18 gennaio del 1989 direttamente da Beirut attracca la “Jolly Rosso” con un carico di 4000 bidoni. Per quattro anni e mezzo il materiale tossico è stoccato alla Spezia poi il 9 luglio del 1993 riparte. Il capitano di corvetta Natale De Grazia, 39 anni, consulente tecnico del pm reggino Francesco Neri, parte il 12 dicembre dell’anno scorso con l’incarico di interrogare proprio l’equipaggio della Jolly Rosso ma alla Spezia non arrivera’ mai. L’ufficiale ha un malore durante il viaggio. L’autopsia, eseguita una settimana dopo il decesso e dietro presioni dei magistrat, non conferma l’ipotesi dell’infarto. Il 5 marzo del 1994 arriva alla Spezia dal Libano la “Jolly Rubino” con materiale ferroso proveniente dall’ex unione sovietica, con destinazione Sudafrica. In otto containers è misurata una radioattivita’ di 600 bequerel. Sessanta di quei fusti tossici andranno poi in Austria dopo il transito in Sudafrica. Il 21 ottobre del 1995 fa breve scalo alla Spezia la Koraline prima di Algeri e Marsiglia. Riparte il 5 novembre con 285 containers. E’ l’ultimo viaggio. La mattina del 7 novembre affonda fra Ustica e Trapani per un falla. Nei containers anche uranio 238. Il 9 dicembre del 1995 la nave russa “Vjacheslav Shishkov” attracca proveniente dalla Tunisia. Riparte il 12 dopo aver sbarcato containers dove sono trovate tracce di Cesio 137, materiale altamente radioattivo. La storia non è finita. Soltanto un mese fa i doganieri spezzini scoprono al porto un vasto traffico con i paesi del terzo mondo di “Algofrene 12”, un gas nesso al nando dall’Onu perchè considerato uno dei principali killer dell’ozono.
L’interrogativo principale che deve sciogliere l’inchiesta è: la discarica di Pitelli era un punto di arrivo o semplicemente un passaggio o addirittura la partenza dei containers con i rifiuti tossici? Certamente da questo stupendo golfo o dai porti della vicina costa toscana sono partite quasi tutte le cosidette navi dei veleni. Pino Scaccia [1999]
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[Si muovevano lentamente, come in una danza, tenevano le armi con tutte e due le mani, davano l’impressione di sapere tutto a memoria e c’era una certa passione in quello che facevano”. I testimoni della strage del Pilastro sono sempre stati d’accordo su un punto: quei killer erano autentici professionisti con il piacere di uccidere. Tre anni dopo, abbiamo messo a raffronto gli identikit diffusi allora e le foto degli accusati di oggi. Almeno due coincidono in modo impressionante. Ma al di là delle responsabilità individuali, che si stanno accertando, ci sono troppi interrogativi inquietanti sugli obiettivi di quella scia infinita di sangue. Quelli della “Uno bianca” non erano semplici banditi. Perché dalle rapine hanno guadagnato solo spiccioli. Perchè i rapinatori evitano i confitti a fuoco con le forze dell’ordine e comunque non sono preparati militarmente com’è stato dimostrato a Castelmaggiore e al Pilastro. Perchè i banditi non hanno certo programmi di pulizia tecnica e dunque non sparano a nomadi, emarginati, extracomunitari e neanche uccidono a sangue freddo i passanti per non essere riconosciuti come a Bologna e a Rimini. Ma soprattutto chi si firma come la “Falange armata”, semina il terrore per anni, almeno dai tempi della “banda delle Coop” nell”87; chi ha contatti con la criminalità internazionale e con i grandi trafficanti d’armi; chi ha rapporti con mafia e servizi segreti non è solo un bandito. Si tratta di terrorismo puro. Il problema è di stabilire al servizio di chi e perché].
Egregio Ministro Cancellieri,
ho atteso la fine di questo anno terribile per esprimerle il mio dissenso più profondo nei confronti del nuovo decreto svuota carceri.- Sono la mamma di un ragazzo ucciso dall’irresponsabilità alla guida altrui.- Un pomeriggio di tre anni fa, Andrea attraversava la strada, a piedi ad un incrocio con il semaforo verde e sulle strisce pedonali (tutto agli atti processuali), noi lo stavamo aspettando ma mio figlio a casa non è mai rientrato. Alta velocità in pieno centro urbano e il non rispetto delle più elementari regole del Codice Stradale hanno posto fine alla sua vita a soli 15 anni. Inutile raccontarle lo strazio quotidiano che ci troviamo a dover vivere, questa vita spezzata che ha distrutto al contempo le esistenze di chi tanto lo amava.. Ciò su cui mi voglio soffermare in questo momento e’ il dissenso misto ad indignazione, verso il decreto svuota carceri da Lei emanato ed approvato pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri. Non posso e non voglio entrare in merito al suddetto decreto, e neppure in merito alle sanzioni della Corte di Strasburgo e alle sollecitazioni continue del Presidente della Repubblica, ciò che mi preme sottolineare è il senso di assoluta ed ulteriore Ingiustizia che emerge leggendo le dichiarazioni al riguardo. “Nessuno tocchi Caino”, e su questo potrei anche concordare, ma sentirvi parlare di diritti dei detenuti quale fosse unica ed essenziale priorità senza MAI aver fatto un solo cenno ai diritti delle Vittime, è totalmente e completamente Ingiusto! [segue]
Elisabetta Cipollone mamma di Andrea De Nando, morto ammazzato il 29/01/2011
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Appena arrivato a Dallas, qualche anno fa, la prima cosa che feci fu di salire al sesto piano della biblioteca della Texas School da dove Oswald avrebbe sparato a Kennedy. Ricordo che c’era la fila e che bisognava pagare il biglietto. La scena, dentro il deposito, era ricostruita con un fucile appoggiato alla finestra. Mi affacciai sulla Dealey plaza e su quella collina erbosa di Grassy Knoll da cui, secondo alcune teorie, sarebbero stati sparati altri colpi. John Kennedy, per tutti quelli della mia generazione, era un mito: l’uomo della nuova frontiera che poteva cambiare il mondo. Lessi avidamente il rapporto Warren che chiudeva la questione troppo in fretta, lasciando molti dubbi a tutt’oggi irrisolti. Sono passati cinquant’anni: il mito resiste nonostante tutti i pettegolezzi sulla vita privata di quel grande presidente anche perchè ha sempre incarnato il carattere del popolo americano, come ha sottolineato Obama nelle celebrazioni. Chissà perchè è stato ucciso. Sicuramente quel giorno, il 22 novembre del 1963, è cambiata la storia degli Stati Uniti e del mondo intero. Ci restano pochi secondi di filmato e un grande ricordo.
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La storia dell’Africa, secondo il modello paleoantropologico dominante, inizia con la Storia dell’umanità stessa: è infatti in questo continente che avviene la comparsa dell’Homo sapiens. Dall’Africa si sono altresì originate e da lì sono poi migrate, in epoche preistoriche e protostoriche, le prime culture umane, come la cultura litica olduvaiana, aree di pertinenza di paleontologia e archeologia. La storiografia basata sui ritrovamenti archeologici con documentazione scritta di varie culture, ci è nota a partire dalla nascita e lo sviluppo della civiltà egizia, del regno nubiano, di altri regni e società e della loro interazione. Dal VII secolo d.C., l’Africa ha ricevuto una forte influenza islamica, sia sulle coste orientali, sia in Egitto, nelle regioni del Maghreb e del Sahel. La tratta degli schiavi, avviata dagli Arabi sin dal X secolo e proseguita con maggiore intensità verso la tratta atlantica gestita dagli Europei dal XVI secolo in poi, ha interessato tutto il continente fino al XIX secolo e preceduto il colonialismo. L’origine africana dell’Homo sapiens è il modello paleoantropologico dominante tra le teorie che tendono a descrivere l’origine e le prime migrazioni umane dell’anatomicamente moderno. L’origine africana dell’uomo moderno è determinata fondamentalmente sulla base di dati genetici e sui ritrovamenti archeologici. Tali dati convergono verso un’unica data e un’unica localizzazione, cioè l’Africa subsahariana 200.000 anni fa. Secondo la paleoantropologia, si ritiene che l’Homo sapiens più antico è l’Uomo di Kibish (o resti Omo I), che si sono stati trovati a Kibish in Africa orientale (fiume Omo, Etiopia), con circa 195 000 anni fa. La distribuzione dei siti di ominidi nel vecchio continente e gli studi di antropologia fisica forniscono anche indizi geografici per l’origine africana dell’uomo moderno. È noto che in Europa il comportamento umano moderno corrisponde al Paleolitico superiore 30.000 anni fa; ma molto prima in Africa, esiste la prova materiale della presenza di esseri umani moderni.
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