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Racconto di Natale

L’uomo con la barba folta e bianca sorseggiava il suo solito tè caldo, seduto al solito posto in quel bar della stazione della sua città che ormai era solito frequentare aspettando. Ma in attesa di cosa?  Domanda che si poneva da ormai tre mesi la ragazza che lavorava in quel bar. Bar di una stazione significa scontrarsi con tante vite; passato, presente e futuro di chi viaggia verso mete ignote, luoghi mai visitati e terre di origine che con la voce pregna di nostalgia ti richiamano al luogo che ti ha visto nascere, crescere e partire mentre l’attenzione della ragazza per tutti quei mesi era sempre rivolta verso un signore silenzioso con in mano la sua tazza di tè e attento a non perdersi i dettagli dei passanti che osservava correre da una direzione all’altra. Da contratto non si sarebbe mai potuta permettere di ficcare il naso nelle vite altrui ma la curiosità ardeva dentro lei come fuoco. In un pomeriggio di metà ottobre, all’incirca alle quattro e mezza del pomeriggio quando ormai per il sole bisognava aspettare un nuovo giorno, il signore seduto al solito posto stringendo tra le mani la tazza calda e lo sguardo fisso su chi di fretta prendeva il treno o correva tra le braccia di chi amava, la ragazza pronta per iniziare un nuovo pomeriggio di lavoro colse subito l’occasione di puntare l’occhio sulla sedia puntualmente occupata dal signore silenzioso. Passarono i giorni e il bar si dipinse dei colori del Natale con canzoni americane di sottofondo e le decorazioni che abbracciavano il locale. Vestiti più pesanti, mani fredde e nervosismo per il periodo più impegnativo dell’anno ma il signore continuava a stare lì; stessa bevanda, stesso sguardo attento e senza battere ciglio non trapelava nessun cambiamento nella sua espressione. Jingle Bell in sottofondo, i bambini con occhi brillanti che stringevano le mani dei loro genitori con la tensione di chi ha qualcosa di importante che lo aspetta; beati loro che vivono con l’ingenuità di chi aspetta di ricevere il proprio dono dall’uomo più amato del mondo. La ragazza del bar sotto tensione delle centinaia di persone che incontrava in ora e ora ma con la voglia di staccare e tornarsene a casa dalla propria famiglia. Un anno difficile, tra perdite e arrivi ma consapevole che la vita è un po’ come la stazione che la cullava con la sua frenesia. Musica natalizia continuava a suonare di sottofondo e il bar che iniziava a calmarsi con l’avvicinarsi della veglia della vigilia ma rimase colta di sorpresa quando vide arrivare il signore del tè che prendeva posto ma non il suo solito dato che era stato occupato da una coppia di giovani innamorati. Trovandosi da sola nel locale colse l’occasione non solo di portare il tè ma anche di offrire dei pasticcini all’uomo con la barba che ormai era diventato un po’ come suo nonno Domenico che riempiva il suo cuore di gioia quando lo vedeva sulla sua amata poltrona a fumare la pipa. L’uomo accolse la ragazza che teneva in mano il vassoio con uno sguardo pieno di sorpresa di chi non si sarebbe mai aspettato di essere servito con la sua bevanda preferita senza dover prima ordinare.

<<Se posso permettermi, questo lo offre la casa>> disse la ragazza timidamente abbassando lo sguardo per l’imbarazzo con la paura di essere fraintesa. L’uomo non smetteva di fissare la tanta bontà che si trovava sul vassoio nero per poi passare a osservare la ragazza davanti a lui. Il suo cuore si strinse forte e i suoi occhi colmi di amore verso un gesto tanto gentile da una perfetta sconosciuta.

<<Grazie. Sono piacevolmente sorpreso e grato di tanta gentilezza>> disse l’uomo con fare delicato. La ragazza colse l’occasione di chiedergli di più della sua vita, del perché era così tanto legato a quel bar da andare lì ogni pomeriggio dalle 16 alle 18 per assaporare un tè che alla fine si poteva gustare in un qualsiasi altro bar della città. Il signore con un gesto della mano invitò la ragazza a sedersi con lui e lei all’inizio titubante ma dopo aver controllato la situazione del locale decise per qualche minuto di sedersi e finalmente conoscere di più del signore che da cinque mesi a questa parte riempiva i suoi pensieri durante i suoi pomeriggi di lavoro.

<<Deve sapere signorina che in questa stazione mi sono innamorato di mia moglie. Binario diciotto, treno direzione Torino, orario della partenza sette di sera di un nove dicembre. Ci siamo conosciuti precisamente in questo bar mentre lei sorseggiava tè caldo e io bevevo il mio amato caffè. Vuole sapere la verità? A me il sapore del tè non mi piace per niente, come anche passare i pomeriggi dentro un bar ma tutto questo mi ricorda il sapore delle sue labbra, i suoi occhi brillanti al racconto delle mie avventure quando ero in viaggio con la mia squadra di lavoro e le sue mani che toccavano delicatamente le mie promettendomi di continuare a esserci nonostante la distanza. Vuole sapere che fine ha fatto? non lo so neanche io. Un giorno ha deciso che non era più tempo per noi e mi ha lasciato solo su questa sua amata terra. Vuole sapere la verità?  A me la vita mi è sempre stata stretta e per questo vivevo per lavorare e non lavoravo per vivere. Ironia della sorte? Adesso aspetto che finisca la mia giornata lavorativa per rifugiarmi tra le mura di questo caldissimo bar e lasciare che le vita degli altri mi cullino nella speranza che amori come il nostro abbiano un finale migliore. Signorina, lei è innamorata?>> la ragazza rimase spiazzata ancora con la speranza di metabolizzare presto quel racconto colmo di rimpianto che l’uomo finalmente era pronto a lasciare andare per godersi finalmente la vita e non lasciando che il tempo che è stato si divorasse ciò che non è stato.

<<Non lo so. Mi fa paura l’amore>>

<<Lei ha paura di respirare? No. Vuole sapere il perché? Perché non è possibile vivere senza come non è possibile vivere senza amore. Si fida di me, è il motore che muove il mondo, questo bar, il suo gesto verso di me, la mia sincerità verso lei. Cosa sarebbe questa stazione senza persone che amano? Probabilmente un luogo privo di emozioni da morire come una pianta senza acqua per molto tempo. Lei coltivi la passione, si nutra del dolore e non lasci appassire la speranza che tiene il peso di questo mondo stanco. Signorina, non si senta triste per un uomo come me che ha perso tempo dietro ciò che è materiale ma stasera torni dalla sua famiglia, chiami la sua persona e passi un bel Natale>>

<<Signore, come passerà il suo Natale>>

<<Gustandomi del buon tè insieme a mia moglie che vive dentro ogni giorno dentro me. Non abbia paura di morire quando non c’è neanche più tempo per vivere>>

Buon Natale 🙂

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Uno scorcio tra i pensieri

Giorni come questi desidero tanto spesso non averli più, mi illudo sia possibile essere sempre felice, prendere in giro me stessa è il mio talento più grande

Mi soffermo a osservare questa foto fatta ieri, tre amiche costrette a scherzare e ridere in macchina, ma noi va bene così, l’adattamento è ciò che più è rimasto dentro in quest’anno appena passato e a noi va bene così. Il finestrino è sintomo di un gelo fuori ma a me questo freddo non fa paura, anzi! correre più veloce mi fa sentire viva, andare contro il freddo mi fa venire il batticuore in quest’apatia che ormai è parte di me. Una domenica mattina violenta che mi ha messo di fronte a tante piccole verità che cerco di nascondere, tante paure che mi immobilizzano più di come fa quest’inverno e mi domando: perché non sono coraggiosa? perché il salto nel vuoto mi fa così paura? La paura di fallire che mi porta paradossalmente proprio a questo, a non mettermi in gioco, ad accontentarmi della versione di me che meno mi rappresenta. In una domenica mattina, ti svegli tardi e ti accorgi che il tempo non è quello reale ma quello che coltivi ogni giorno, dove due ore vissute secondo per secondo valgono più di giorni buttati all’aria. Perché ho così paura di vivere l’attimo preferendo non vivere? Troppe domande senza risposta, i pensieri intrusivi che non mi lasciano e non so controllare.

Il controllo, ah il mio caro amico! ma perché continuo a fidarmi di lui? so che non vuole il mio meglio ma continuo a stargli accanto, a parlarci e promettergli che non mi allontanerò mai da lui. Sono brava a voltare le spalle ma perché con lui è così difficile? Mi ricordo ancora il giorno che ci siamo incontrati: solare, espansivo e sorridente mentre io ero lì all’angolino a piangere-io odio versare una sola lacrima anche per uno stupido film d’amore quindi potete immaginare-si è avvicinato, mi ha teso la mano e mi ha chiesto cordialmente con il suo sorriso splendido di fidarmi di lui che sarebbe andato tutto bene. Mi sono fidata e adesso sono vittima del suo braccia forti che non vogliono lasciarmi andare. Anche se, in realtà, spesso mi domando se senza di lui sarei davvero la stessa persona che sono ora. Insomma, sarei davvero felice?

Ti ritrovi in una domenica mattina, Davanti a quello specchio Dove mostri le tue fragilità Dove mostri il tuo corpo che Odi troppo spesso Ami troppo poco Davanti uno specchio dove Troppe volte hai nascosto un sorriso Perché ti ripetevi che non era niente di che
Ma cos’è la bellezza? Se non ogni piccola debolezza Se non un corpo che vive Se non un’anima come la tua


Una domenica mattina Ti specchi e Ritrovi la bellezza nascosta In ogni insicurezza In chi ti tende una mano Perché è bello fidarsi di chi Ti ripete che Nonostante tutto

“Andrà tutto bene”

Tutte le pandemie vengono al pattine

Ci siamo noi fortunati, privilegiati che non hanno dovuto scontrarsi direttamente con la malattia provocata da questo virus e con la perdita di persone care. Siamo stati noi i fortunati studenti e non che da marzo 2020 non sono stati costretti a mettere in pericolo la propria vita per lavoro e poter preservare la salute propria e quella delle persone accanto. Ma purtroppo tutti i nodi vengono al pettine e una grande fortuna molto spesso può trasformarsi un una grande disgrazia se non si riesce a gestirla. ì Febbraio 2020, Periodo particolarmente stressante con la prima sessione a filosofia e tante esperienze nuove accompagnate anche dalla voglia d’intraprendere una nuova strada cercando un lavoro part time. La mia vita prima del covid mi è sempre sembrata noiosa, senza stimoli e molto povero. Col senno di poi mi sono resa conto che è la vita che più mi manca. Durante il lockdown ricordo di aver scritto un articolo nel quale raccontavo quante nuove passioni nate grazie al periodo dentro casa, il tempo recuperato da uno stop dalla mia vita frenetica e quanto alla fine non mi pesava vivere in quello stato. La mia personalità è sempre stata una sorta di yin e yang: la mia parte bianca intraprendente, tenace e con la voglia di vivere nonostante i momenti no e le difficoltà, la nera dello yin è quella che invece in questo periodo sta prevaricando sulla Sara che conoscevo fino a due anni fa. La pandemia silenziosamente ha colpito anche me, attenta alla salute, all’igiene ma che alla fine è riuscita a rendermi vittima allo stesso modo ma colpendomi in una zona diversa del corpo: la mia testa. Non ricordo più cosa vuol dire non tirarsi indietro, continuare il proprio percorso che si è scelto consapevolmente. Non so più cosa vuol dire avere tempo se resto tutto il giorno a casa per studiare ma poi mi perdo dentro paure razionali e non. Non so più distinguere problemi reali da quelli fittizi. Non so più cosa voglia dire svegliarsi, uscire e provare nuovi posti per studiare piuttosto che passare un’estate in casa per non sprecare tempo che paradossalmente ho perso. Ho visto tante film, ho sperimentato nuove tipologie di allenamento ma ho completamento dimenticato come si vive fuori dalle mura di casa.

Penso alla me del passato, osservo quella che sono; invece di maturare con gli anni sento di aver fato passi da formica. Mi chiedo quanto sarà il mio momento, quando sarò in grado di prendere davvero in mano la mia vita invece di restare a osservare quelle degli altri che sogno essere un po’ anche le mie. Nel mentre aspetto, lascio scorrere una laurea che forse non prenderò più, sogni che rimangono nei cassetti e passioni che mi aiutano a non mollare del tutto la presa.

La paura del fuori corso è essa stessa il fuori corso?

Dall’ultimo articolo ho smesso di pubblicare, qualche verso sui social ma niente d’impegnativo; dall’ultimo articolo sembrano essere passati secoli ma in realtà sono soltanto pochi mesi. Il mio psicologo mi ripete sempre che fino a trent’anni un mese te ne sembra di viverne due, due anni te ne sembra di viverne quattro, fino a quando non ti svegli un giorno rendendoti conto quanto tempo hai corso dietro un traguardo del quale non hai il sentiero tracciato e del quale le strade sono tutte uguali.

Da fine sessione invernale che mi ritrovo seduta su una sedia di legno a domandarmi quando sarà il mio momento; non della laurea, di una serie di squat con un peso impegnativo sul corpo, di una persona con la quale possa sentirmi a casa ma allo stesso tempo con il cuore all’impazzata come accade appena si esce dalla propria zona di comfort. Sono mesi in cui mi sono trovata spesso a farmi scorrere mattinate intere a cercare di capire quando sarà il momento di rompere queste regnatele che mi ritrovo in questa testa: orgoglio e rabbia provo verso di essa. Perché spesso mi viene ripetuto che ho una bella testa da far invidia, ma hanno mai provato la sensazione d’inerzia e indifferenza verso l’unica cosa che è davvero mia ovverosia la vita? Perché io potrei restare ferma con la testa sui libri anche dieci ore, andare ogni giorno meccanicamente in palestra, uscire ma restare con la testa a cosa devo fare, cosa non ho fatto e continuare così: ma fino a quando avrò la forza di resistere in questo stato? Fino a quando non avrò il coraggio di uscire dalla mia zona di comfort? Perché le paure, ansie, angosce che ogni giorni vengono accolte dalla mia mente appena tocco un libro o appena semplicemente decido di essere qui e ora, sono un tarlo che in me ha trovato il suo posto nel mondo, essendo consapevole che questa sua pace andrà a discapito della mia. Ma io non sono furba e lascio che sia accolto dai miei pensieri razionali che si trasformano in irrazionalità e mi portano a vedere il reale in qualcosa che invece non esiste o che non riguarda me nel momento presente; quindi mi ritrovo in sessione estiva del mio ultimo anno nella stessa situazione di quella invernale e con ancora cinque esami da dare. Rabbia, frustrazione, sensi di colpa e rassegnazione non riesco a smettere di provare pensando a quanto avrei potuto fare e quanti in molti hanno fatto a differenza mia. Perché in questo momento storico essendo tutti interconnessi, spesso la vita propria diventa una bilancia sulla quale metterci il peso dei propri fallimenti e il peso dei successi altrui creando un disequilibrio tale che la realtà viene storpiata.

Il problema non è chi condivide i propri successi ma io come vivo le mie difficoltà, le mie paure e i miei punti deboli. Perché io di una cosa sono certa: il successo non è il raggiungere un obiettivo senza ostacoli ma superarli con le mani che tremano e gli occhi semi chiusi per paura di cadere. Io sono caduta tantissime volte in questo percorso universitario e continuerò a farlo ma quanto sarà bello arrivare alla fine con le gambe sbucciate ma il cuore che prova qualcosa di nuovo? Come quando vivo una delle mie tante giornate in montagna con il sollievo di avercela fatta anche questa volta e io sono sicura che se sto percorrendo questo percorso è perché in fondo conosco la strada da fare.

Margherita

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C’era una volta una volta una bambina dai capelli corvini, dal corpo gracile, un sorriso da latte come ogni bambino. C’era una volta una bambina che amava contare; uno, due, tre…non amava contare fino all’impossibile ma solo fino ai primi quattro numeri, la tranquillizzavano, riuscivano a farla smettere di avere pensieri nella sua piccola testa che era solita ad associare al colore nero. Durante le visite con il dottore barbuto come lo chiamava lei, era solita a fare lo stesso disegno ovvero i quattro numeri colorati con lo stesso colore, il nero. Margherita era conosciuta come la bambina solare, con la famiglia felice composta solo da brave persone. Margherita era la bambina solare con un migliore amico definito bizzarro con tanti capelli ricci; conobbe Filippo a soli sei anni e da lì il loro rapporto si rafforzò ogni giorno di più. In Paese la loro amicizia era vista di buon…

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Margherita

C’era una volta una volta una bambina dai capelli corvini, dal corpo gracile, un sorriso da latte come ogni bambino. C’era una volta una bambina che amava contare; uno, due, tre…non amava contare fino all’impossibile ma solo fino ai primi quattro numeri, la tranquillizzavano, riuscivano a farla smettere di avere pensieri nella sua piccola testa che era solita ad associare al colore nero. Durante le visite con il dottore barbuto come lo chiamava lei, era solita a fare lo stesso disegno ovvero i quattro numeri colorati con lo stesso colore, il nero. Margherita era conosciuta come la bambina solare, con la famiglia felice composta solo da brave persone. Margherita era la bambina solare con un migliore amico definito bizzarro con tanti capelli ricci; conobbe Filippo a soli sei anni e da lì il loro rapporto si rafforzò ogni giorno di più. In Paese la loro amicizia era vista di buon occhio, senza malizia e spesso erano causa anche di invidia da parte di ragazzini meno fortunati caduti sotto le grinfie di gruppi popolari che avevano come interesse solo apparire piuttosto che essere.  Ma come è quel detto? Non è oro tutto ciò che luccica! Era cosi anche per questi due ragazzi cresciuti insieme. Margherita come una buon amica che si rispetti aveva imparato ad accettare anche i difetti del suo amico riccio ma spesso non si rendeva conto di passare sopra ad atteggiamenti che non erano per il suo bene come venivano definiti dal ragazzo; fin dalla tenera età Filippo non si risparmiava a giudicare le scelte della sua cara amica che le riteneva sempre sbagliate, sciocche, pericolose. Pericolose era questa la sensazione che Margherita provava in continuazione. Si sentiva spesso in pericolo di aver recato danno agli altri, a se stessa o semplicemente alla sua comfort zone.

Uno, due, tre, quattro…contava per non ascoltare le parole taglienti di chi doveva confortarla.

“Perché non mi lasci in pace? Tanto sai solo dirmi parole brutte?” ripeteva spesso la bambina piangendo ma il suo amico non provava pena, credeva di essere nella ragione, lui aveva sempre ragione. Margherita crollava piangendo tra le braccia di sua madre per cercare un po’ di pace da quelle parole del suo migliore amico. “Filippo mi vuole proteggere, lui è il mio amichetto del cuore” ripeteva sempre ai suoi genitori premurosi con la loro unica figlia ancora troppo piccola per comprendere che non sempre ciò che viene detto da chi ci vuole bene è la cosa più giusta da seguire. Margherita era una bambina che amava contare: 1,2,3,4….nella sua testa ripeteva i numeri come se fossero una poesia da dover ripetere in classe, come la lista della spesa per non dimenticarsi l’ingrediente fondamentale per una torta.  Margherita oggi ha sedici anni, nella piena adolescenza, la scoperta di se è il punto focale del capitolo del libro della sua vita e i rapporti sociali sono i protagonisti di questa storia. I suoi capelli corvini e il suo essere solare sono le caratteristiche che la contraddistinguono dalle altre sue quattro amiche conosciute in primo liceo e con cui ha instaurato un legame forte. Forse vi starete chiedendo: ma Filippo? Il piccolo bastardo è ancora nella vita della nostra, non più tanto piccola, amica Margherita che con il suo gran cuore accoglie ogni sconosciuto bisognoso d’attenzione.

Il bambino con i bei ricci adesso è il ragazzo sempre più presente nella vita della giovane che non aveva mai smesso di essere il suo confidente, il suo punto di riferimento, il suo grillo parlante. Ebbene si, l’abitudine di tenere a freno la lingua biforcuta non era una caratteristica del giovane che non faceva altro di usare il linguaggio per insidiare ansie nella ragazza dai capelli corvini.                                                      

“In ogni decisione, in ogni dubbio, io sono te, tu sei me e devi pensare solo a ciò che farei io e vedrai che non prenderai mai decisione sbagliata.” Questa frase era solito ripetere il ragazzo mentre accarezzava dolcemente i capelli della sua amica, l’unica persona importante per lui. Non si conosce molto della vita del giovane; delle sue passioni, del suo passato, del suo presente e di come vive le sue giornate se non dell’affetto che prova verso la sua amica. Un rapporto nato da un gioco del destino, di carte prese dal mazzo, da un lancio di dadi da una vita che non ti fa scegliere nulla dall’inizio ma solo durante la corsa. Margherita, la bambina solare adesso era la ragazza in disparte che giorno dopo giorno si allontanava sempre più dalla realtà per vivere con il suo amico.

“Ti prometto che se verrai con me, se passerai sempre più tempo con me non prenderai mai più scelte sbagliate, farai tutto giusto, ci sarà un per sempre felici e contenti ma con me, chiaro?”

1,2,3,4….fidati, calma, fidati, calma.

Le lacrime continuavano a scendere sul suo vivo delicato mentre stringeva le mani di chi le aveva promesso una felicità utopistica per un mondo troppo reale da non affrontare, da non vivere ma Margherita aveva smesso di fidarsi di lei per donarsi totalmente a un rapporto che non le dava fiducia, non le dava speranza ma che la faceva sentire una peccatrice, una stronza, un verme. Margherita piangeva, contava, urlava in silenzio nella sua testa stretta fra le braccia da chi le prometteva di proteggerla ma che in realtà non faceva altro che distruggerla ogni giorno di più. Margherita ogni giorno di più veniva consumata dai sensi di colpa che le addossava il suo dolce amico: colpa di scegliere, colpa di sbagliare, colpa di fallire e colpa di essere felice. La ragazza dai capelli corvini, cupa, con il viso stanco, si chiedeva spesso il motivo che la spingesse a vivere quel rapporto, quel macigno nel petto che spingeva così forte da consumare tutto il suo gracile corpo fino a trasformarlo in polvere.

“Non piangere. Marghe, perché piangi? Ti senti in colpa per aver seguito la tua strada? Il tuo istinto? Beh, hai sbagliato. Ma ora fidati di ciò che ti dico di fare e vivrai felice e contenta.”

1,2,3,4….Filippo lasciami stare, respira, calma, ti prego Filippo allontanati che non riesco a dirtelo, non riesco a farti sparire dalla mia vita.

Margherita era una bambina solare, Margherita era una ragazza gentile, disponibile con tutti ma Margherita era anche Filippo, due mondi paralleli che finirono per allinearsi in un unico globo. Doveva prendere una decisione o continuare a vivere insieme a lui o morire ma liberarsi del bambino riccio una volta per tutte e Margherita scelte la libertà.

“Vivrò felice e contenta ma lontana da te, non hai più controllo su di me perché non esisto più, non esistiamo più. Addio Filippo, Addio Margherita.”

Metro

Cari lettrici e lettori,

Tempo fa avevo espresso il desiderio di voler condividere con voi dei racconti frutto della mia troppa immaginazione, oggi per qualche minuto vi terrà compagnia il primo tra-spero-tanti piccoli strappi di sogni, vita, doppia me.

Metro

I suoi capelli pronti a ribellarsi come un qualunque giorno della sua monotona vita, il laccio tra le mani per cercare in tutti i modi possibili a rendersi un minimo apprezzabile per non andare a correre con il solito aspetto trasandato di chi ha poco tempo e voglia di regalarsi qualche secondo in più della propria giornata frenetica. Al ritorno dei suoi soliti sei km di corsa, scarsi per una qualsiasi persona atletica o sicuramente di più della trent’enne con i capelli biondi, un orologio incorporato dentro la sua testa e una vita incasinata di chi non fa in tempo a buttarsi sul divano per procrastinare che deve subito uscire per una seconda volta a prendere il suo adorato ma tanto dispettoso figlio. Arrivata alla stazione della metro si mise ad aspettare sulla banchina cercando di riscaldare le sue mani fredde di un gennaio poco gentile; persa nei suoi pensieri non si accorse subito di avere fisso lo sguardo su una donna che aspettava dietro la linea gialla e che voltandosi si accorse di non essere così sola come credeva. Ultimo paio di sneaker appena uscito e uno stile molto giovanile che tradiva il volto di chi in realtà ha già sulle spalle molti anni di gioie, dolori, avventure, amori. Si risvegliò dai suoi sogni per il rumore della metro. Casualmente, dopo essere entrata, si accorse di essere capitata seduta proprio vicina alla donna complice dei loro sguardi di qualche minuto prima e si lasciò inebriare dal profumo di vaniglia che trasportò la sua mente a…

Il solito noioso lunedì per la ragazza dalle tante lentiggini e da lunghi capelli biondi che si stava dirigendo verso la fermata della navetta per andare a scuola; il viaggio di andata fin da quando ne aveva memoria era sempre stato la sua parte preferita, per ogni viaggio ma quando andava a scuola ancor di più per via della sua popolarità che la rendeva speciale agli occhi dei molti. Come di routine appena salita sul mezzo si mise accanto alla sua amica, come da due anni a questa parte era seduta al suo solito posto ascoltando musica a tutto volume. Le due ragazze si conobbero in terzo liceo, ovviamente la bionda grazie al suo fascino causato da una bellezza insolita e una solarità contagiosa, era impossibile non notarla, soprattutto quando passava per i corridoi con tutto il suo gruppo, al contrario della sua amica che essendo timida e riservata le era difficile stringere amicizia. Infatti, se ne restava in disparte ad osservare i suoi compagni ridere e scherzare. Ma la sua difficoltà nel costruire rapporti era anche dovuta al trasferimento da una grande metropoli come Roma a un paesino sperduto nella Toscana, dove si ritrovò immersa in una realtà ricca di pregiudizi e di sguardi, addirittura si può dire maligni. Si trasferii in questo piccolo paesino per andare a vivere con la madre dopo la perdita’ di suo padre; veniva da tutti etichettata strana per il suo look insolito ma non solo, si ritrovò a subire discriminazioni per essere lesbica.      In una realtà così piccola è difficile accettare una persona apparentemente diversa, anche se la giovane era consapevole di non avere niente di diverso dai suoi coetanei. Soleil, la giovane popolare, al contrario di molti suoi amici che trovavano bizzarra Serena, la nuova, rimase colpita da quel modo di porsi, di gesticolare, di parlare o semplicemente di ragionare; perché sì, nonostante fosse cresciuta in una famiglia cattolica, contro ogni forma di amore, per lei ogni persona meritava rispetto e non vedeva differenze ma solo tante diverse forme di amore; proprio per questo spesso si ritrovò a essere l’unica ad andare contro amici, professori, bidelli o chiunque provasse solamente a bullizzare la nuova. Non aveva coltivato solo un senso di protezione nei suoi confronti nonostante non la conoscesse ma proprio le piaceva durante l’intervallo restare ad ammirare quella chioma rossa gironzolare con la schiena curva e le spalle basse per il corridoio. Fu proprio in uno di quei momenti che le venne voglia di andare da lei, conoscerla, scoprire i suoi interessi, passioni, il suo passato e tutto quello che aveva voglia di condividere con lei.

 Dopo quei giorni, passata ad osservarla, riuscii nel suo intento e le ragazze divennero inseparabili; il loro legame fin dall’inizio era sempre stato visto come qualcosa di più di una semplice amicizia: non si potevano biasimare, tra quelle ragazze, c’era quel qualcosa in più.  A loro non interessavano le voci o almeno per l’amica era sempre stato così ma andando avanti la bionda stava prendendo coscienza di quello che sentiva per la rossa. Iniziava a capirlo da quella sua voglia di perdersi nel suo sguardo, dalla gelosia che provava verso le diverse ragazze con cui usciva insieme e soprattutto dal non voler uscire più con nessun ragazzo. Ne aveva letti di libri sull’amore, davvero tanti e il suo sogno era sempre stato quello d’incontrare il ragazzo che le avrebbe rapito il cuore. Può sembrare banale ma per una ragazza di diciotto anni non lo è, si ha quella voglia matta di voler provare qualcosa quasi da stare male, quel qualcosa che ti fa sentire grande ma allo stesso tempo infinitamente piccolo e se non si riesce a provare così tanto, ci si sente inferiore a qualcosa, qualcuno o semplicemente alla grandezza del mondo che ci circonda, l’amore descritto nei suoi romanzi preferiti, dalle sue amiche, dai suoi genitori. Ma alla fine anche la nostra amica popolare riuscì a conoscere quello strano sentimento ma che si ritrovò alla fine a rifiutare a tutti costì. Quando cresci con un’idea distorta dell’amore, separarsi dalle radici diventa difficile, anche con tutta la volontà del mondo. Una delle ragioni che la portarono a maturare quella scelta fu la sicura non approvazione di un padre troppo chiuso nel suo ipocrita mondo che non avrebbe mai e poi mai aver potuto accettare una figlia lesbica, per la loro famiglia veniva prima lo status sociale e poi l’affetto e la felicità.                                                                    

 Una cosa nella vita ci teniamo vicino che non possiamo possedere ed è il tempo: se ne accorse tardi la nostra compagna di avventure, se ne accorse quando oramai il rapporto tra le due subì un brusco cambio di rotta; quando tiri troppo la corda prima o poi si spezza, quando due fili non sono più uniti non c’è rimedio che tenga. Due vite così unite che diventarono due rette parallele che non si incontrarono più fino a….

Un martedì senza ore

Il tempo è relativo,

Ripeto questa frase al mio interlocutore, la persona che si trova dietro uno schermo come me, solo e abbandonato in un periodo che ci costringe alla distanza nonostante mi abbia sempre messo un po’ in difficoltà il calore umano. Rifletto sul martedì, sul dopodomani ma soprattutto su cosa sia il tempo per una persona come me, che si dimentica troppo spesso di viverlo.

Avete presente il plank? l’esercizio fisico temuto da tanti? quante volte è stato ripetuto che un minuto di plank sembra infinito? il tempo è relativo, dato che ci vogliono dieci minuti per assaporare un frozen yogurt ma sembra sempre sia passato pochissimo. Il mio rapporto con esso è ancora più complesso; passo dall’odiarlo ad amarlo infinitamente, momenti che vivo attimo per attimo e altri che mi trasporto mentalmente in un “prima o poi” non considerando il fatto che quel “prima e poi” è il frutto del “qui e ora.”

Ci sono giorni che mi perdo tra le agende, gli impegni e la mia paura di far fuggire tutto dalla mia illusione di riuscire a controllare tutto. Ogni tanto sorrido pensando al bianco coniglio, il suo ripetere che è tardi correndo avanti e indietro, mi sento proprio così. Ci sono giorni che resto ferma sul mio letto, guardo il vuoto e penso che ho poco tempo quando nel mentre faccio tutto tranne che viverlo.

Non è il tempo a non esserci

E’ la mia mente a non voler essere disposto a esserci pronto per lui.

Tic tac,

Non smette di rimbombare nella mia testa questo suono

Che mi culla dolcemente

O mi terrorizza?

Una melodia che mi ricorda

La paura, l’ansia, l’odio

Sussurrami di non preoccuparmi

Rimproverami quando mi volto indietro

Urlami di aprire gli occhi

E invece mi lasci così sola

Tra un sorriso e una beffa

Mi pugnali allo stomaco

Mentre mi stringi con il tuo caldo braccio

Come posso odiarti se mi rendi così viva?

Come posso fingere che non esisti?

Riempi le mie giornate

Mi nutri di speranze

Uccidi i miei sentimenti

Annulli il mio amore

Per qualche sporco giochetto

Non ricordo chi sono

Per aver passato le mie giornate

A ripetermi che

Non ho più te che

Fuggi sempre dalle mie mani

Ma ricorderò di te

Quando imparerò che

Sei tu a volere me

E io non te

Tra riso e involtino

Ora siete voi al comando” inchiostro su carta bianca mi parla, un biscotto della fortuna che mi risveglia da questo stato di apatia verso tutto ciò che ho attorno.

Sono ben tre mesi dal mio ultimo articolo, dalla promessa fatta a me stessa e mai mantenuta; mi son ripetuta mille volte che era l’estate giusta per guardarmi indietro, non ripetere gli stessi errori, vivere il qui e ora e non proiettarmi nell’abisso di un futuro ignoto. Non tutto va sempre come dovrebbe; anche per questo che in una calda serata di fine agosto mi son finalmente decisa di guardarmi dentro, smetterla di evadere da me, uscire dalla mia comfort zone e tentare di prendere in mano la mia vita per il cento per cento. Statica, apatica e ansiosa: solo così posso definire il mio atteggiamento assunto per troppi anni persi dietro a questo mio modo di guardare il mondo. In apparenza sono la persona più tenace, iperattiva e cazzuta di questo mondo ma poi perdo tempo a fissare il soffitto, a lasciar che la giornata mi scorra davanti agli occhi e vivere dentro la mia testa. Credo in una fine che non esiste, nella centunesima possibilità e in un destino che ci costruiamo noi ogni giorno con la fatica di chi ha deciso finalmente di sudare. Ho incontrato il mio riflesso, mi ha sorriso timidamente, però mi ha anche rimproverata, mi ha detto di dover agire per non lasciare che questa mia costante passività prenda il controllo di quello che ho.

Cazzo quanto odio la passività! Essere passivi è uno dei più grandi mali che possiate fare a voi stessi, imparate da me! Io son l’essere più passivo sul pianeta terra; ho lasciato fluire il corso delle mie relazioni, sentire fin dentro le ossa quelle che sono le mie paure e prendersi gioco di me, farmi perdere occasioni, amici e far marcire delle passioni per paura di vivere, solo così posso definire quello che ho passato fino a ora. Ci pensate mai quanto è bello il presente? Assaporare un caffè senza pensare a cosa preparare per la cena, confidarsi con un amico e vedere i suoi occhi riempirsi di gioia per sentirsi speciale, coltivare la gentilezza con gli sconosciuti, amare senza paura, conoscere e informarsi. Io non voglio più essere passiva, sento il bisogno di essere Maria Sara ma in questo istante non nel momento precedente o in quello dopo.

Con questo piccolo articolo, oltre ad aprirmi a questi miei rari lettori- ma quando mi dicono che sono felice di leggermi, rendono piena di gioia anche me- volevo rendervi partecipi di questo mio piccolo nuovo “progetto” ovvero di coltivare questo mio spazio anche con dei brevi racconti di vite che non ho mai vissuto e che ho intenzione di abitare attraverso personaggi immaginari.  Pubblicherò nei prossimi giorni i primi due racconti che ho creato all’incirca due anni fa e a cui tengo in particolar modo. Spero che vi piacciano ma ancora di più di riuscire a portare a termine quello che mi sono giurata di fare.

La vostra, Sara

Quasi estate

Immagina di ritrovarti in pieno pomeriggio dentro una macchina, non una delle più confortevoli e moderne del mercato ma ti trovi  in una macchina; il cielo non promette bene e l’afa è l’unica cosa che ti ricorda dell’estate alle porte, visto che, con la mascherina e guanti, l’estate ti pare solo un miraggio.

Insomma, ti ritrovi dentro questa macchina in un pomeriggio primaverile, pochi rumori in strada e sei pronto a fare il punto della situazione dopo un mese. Hai presente la prima abitudine abbracciata dopo due mesi di assenza? Ecco, probabilmente è cambiato poco ma sono le sensazioni che non riconosci più; dopo un mese quindi ti trovi in questa macchina, con una mascherina e le cuffie nelle orecchie e sei pronto a riabbracciare di nuovo le tue emozioni dopo trenta giorni.Il tuo psicologo, probabilmente con taccuino e penna nella mano destra-ormai di mancini siamo rimasti io e io-e ti elenca gli aspetti che avevate visto il mese scorso.  Sei pronto a parlare male di te, a regalarti le parole più brutte che potessero uscire da una bocca e a ritenerti un fallito; in questa vettura colorata d’oro, ti viene posta una domanda sulla tua infanzia e con la tua mente, molto contorta, viaggi indietro nel tempo e ti ritrovi accanto alla tua compagna di classe Chiara.

A Chiara piacevano i numeri, le formule e forse anche la storia; a te invece proprio non andavano giù quei segni strani e mentre Chiara risolveva problemi, tu immaginavi mondi diversi. La tua compagna di banco però non digeriva di prendere un otto invece di un dieci, anche se però a te i numeri stavano antipatici e non avevi nulla contro l’otto, ti dispiaceva che lei potesse soffrire per quel piccolo segno. Allora istintivamente cosa hai deciso di fare? Di consolarla e le ripetevi che è umano  sbagliare; ma alla tua maestra non le interessava consolare Chiara, però voleva ricordarti che a tutti era lecito sbagliare, ma non valeva per te che ancora non sapevi le tabelline mentre i tuoi compagni si.

Pensa un po’! Ti sei così tanto legato a questa frase che te la sei poggiata sulla schiena tenendotela stretta per paura che potesse cadere da un momento all’altro, dato che pesa quanto un macigno.

 Vuoi sapere una cosa? Ti stai illudendo perché quella frase non ha un peso di un macigno ma di una piuma, se apri bene gli occhi e ti volti, puoi notare come sei stato preso in giro in tutti questi anni. Devo dirti ancora però un’altra cosa, forse in fondo non ti è mai dispiaciuto continuare a camminare senza scoprire cosa ti stessi portando sulle spalle, hai preferito pensare che potesse essere un macigno senza far affidamento a quello che sapevi tu.

Sai la cosa che amo più di tutto di quando si cresce? Si diventa consapevoli e si smette di lasciare agli altri attribuire il peso di quello che vogliamo metterci sulle spalle. Ti diranno che dovrai portare tanti libri, molte buste, casse d’acqua ma sta a te decidere se continuare a guardarle come macigni o come piume.