Per rilanciare un Quartetto che al cinema ha funzionato poco, viene scelta un’estetica “retrofuturista”, soffusa e vintage, scommettendo sul fatto che quei primi anni Sessanta – ingenui, colorati, fra Happy Days e Mad Men, e un ottimismo impossibile da rinnovare dopo gli spari di Dallas del 22 novembre ‘63 – siano l’epoca ideale per collocarvi certe “meraviglie” supereroistiche. L’idillio si incrina di fronte alla minaccia spaziale (una sorta di entropia viaggiante che risponde al nome di Galactus), e tanti newyorkesi arrivano a soppesare il sacrificio del neonato figlio di Reed Richards e Susan Storm.
Comincia quando la Donna Invisibile (Vanessa Kirby) scopre di essere incinta, suscitando la felicità di Mister Fantastic (Pedro Pascal) e dei due futuri zii, la Torcia Umana (Jospeh Quinn) e la Cosa (Ebon Moss-Bachrach). Ma presto incombe il “divoratore di mondi”, anticipato dal suo araldo (al femminile) sulla splendida asse d’argento.
Raramente in un film Marvel si è tanto insistito sul valore della famiglia. Forse solo a Wakanda e ad Asgard si era data tanta importanza ai legami di sangue. Il coraggio degli sceneggiatori si esaurisce presto, se è vero che in sede di montaggio si sono tagliate le scene con John Malkovich, e che all’ottimo Paul Walter Hauser (esploso grazie a Eastwood – Richard Jewell – e dalla filmografia ormai impressionante) rimangono solo un paio di scene, da simpatico, innocuo Uomo Talpa.
Pesantemente nascosti dal trucco, Ralph Ineson (Galactus) e Julia Garner (Silver Surfer), lanciata da Ozark. Viene confermata la storica incapacità di dare spessore a Ben Grimm, il membro del Quartetto più danneggiato dalle alterazioni del dna provocate dal primo viaggio spaziale: in una scena torna a Yancy Street, e fa il giocherellone con i bambini, la sua sofferenza scivola via, mentre viene riesumato l’antichissimo, infantile grido di guerra: “È tempo di distruzione”.
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