I Fantastici 4: gli inizi [Fantastic Four: First Steps] – Matt Shakman, 2025 – 6

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Per rilanciare un Quartetto che al cinema ha funzionato poco, viene scelta un’estetica “retrofuturista”, soffusa e vintage, scommettendo sul fatto che quei primi anni Sessanta – ingenui, colorati, fra Happy Days e Mad Men, e un ottimismo impossibile da rinnovare dopo gli spari di Dallas del 22 novembre ‘63 – siano l’epoca ideale per collocarvi certe “meraviglie” supereroistiche. L’idillio si incrina di fronte alla minaccia spaziale (una sorta di entropia viaggiante che risponde al nome di Galactus), e tanti newyorkesi arrivano a soppesare il sacrificio del neonato figlio di Reed Richards e Susan Storm.

Comincia quando la Donna Invisibile (Vanessa Kirby) scopre di essere incinta, suscitando la felicità di Mister Fantastic (Pedro Pascal) e dei due futuri zii, la Torcia Umana (Jospeh Quinn) e la Cosa (Ebon Moss-Bachrach). Ma presto incombe il “divoratore di mondi”, anticipato dal suo araldo (al femminile) sulla splendida asse d’argento.

Raramente in un film Marvel si è tanto insistito sul valore della famiglia. Forse solo a Wakanda e ad Asgard si era data tanta importanza ai legami di sangue. Il coraggio degli sceneggiatori si esaurisce presto, se è vero che in sede di montaggio si sono tagliate le scene con John Malkovich, e che all’ottimo Paul Walter Hauser (esploso grazie a Eastwood – Richard Jewell – e dalla filmografia ormai impressionante) rimangono solo un paio di scene, da simpatico, innocuo Uomo Talpa.

Pesantemente nascosti dal trucco, Ralph Ineson (Galactus) e Julia Garner (Silver Surfer), lanciata da Ozark. Viene confermata la storica incapacità di dare spessore a Ben Grimm, il membro del Quartetto più danneggiato dalle alterazioni del dna provocate dal primo viaggio spaziale: in una scena torna a Yancy Street, e fa il giocherellone con i bambini, la sua sofferenza scivola via, mentre viene riesumato l’antichissimo, infantile grido di guerra: “È tempo di distruzione”.

I Fantastici Quattro (2005) / I Fantastici Quattro e Silver Surfer (2007) / L’anticomunismo nei F4 / Ancora sull’anticomunismo nei F4 /

5.121, mi ricordo

Mi ricordo molti democristiani che a suo tempo ci sembrarono “servi” degli americani, ma non si avvicinavano al livello di servilismo raggiunto da certi moderni “patrioti” e “sovranisti”, la cui unica bussola è non disturbare i sonni di Donald.

In video, il punto sul campionato (13)

ECCOMI

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Le squadre più in forma e quelle in grave difficoltà /// L’originalità del Milan e cosa succede al Napoli? /// Cosa ci si aspetta cambiando allenatore “in corsa” /// Il “caso” Verona, fabbrica di plusvalenze /// La strana sopravvivenza della stampa sportiva /// Il decisivo mercoledì di Champions.

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Le puntate precedenti

L’assassino abita al 21 (L’Assassin habite… au 21) – Henri-Georges Clouzot, 1942 – 7

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La locandina di questo film compare in Inglourious Basterds, di Tarantino.

Dal romanzo omonimo del belga Stanislas-André Steeman, che collaborò alla sceneggiatura, è l’esordio nel lungometraggio di Clouzot, con una storia alla Agatha Christie, una caccia all’assassino virata in commedia, con momenti persino farseschi.

Un serial killer terrorizza Parigi, accumulando delitti firmati “Monsieur Durand”. Le vittime non hanno niente in comune, il modus operandi pare ogni volta diverso. La pellicola comincia una notte: appena uscito da un bar, un clochard stranamente pieno di soldi, diventa la quinta vittima.

Protagonista è il commissario Wens (Pierre Fresnay: La grande illusione, Il Corvo), ma non meno incisiva è la caratterizzazione della sua fidanzata Mila (Suzy Delair), cantante lirica alla disperata ricerca di un ingaggio. Tipo impulsivo, geloso, impiccione, incapace di tenere un segreto, Mila si caccia nei guai, ma non ha mai paura.

Una traccia porta Wens alla pensione Mimosa: è pressoché certo che l’assassino abiti lì. Travestito da uomo di chiesa, il poliziotto comincia a studiare una serie di individui bizzarri e strani, forse è sul punto di acciuffare il colpevole, quando alla pensione si presenta Mila, gli strizza l’occhio: anche lei vuole una camera.

Mentre i giorni passano, il ministro pretende le dimissioni del prefetto, che le pretende del direttore della polizia, che a sua volta le pretende dai commissari. Ed ecco che un nuovo delitto, compiuto proprio all’interno della pensione Mimosa, si aggiunge agli altri: la copertura di Wens cade, ognuno degli ospiti, a turno, viene inutilmente arrestato.

La firma nasconde una verità che sarà Mila, sorridente e inconsapevole, a suggerire al commissario.

Il film venne prodotto dalla Continental-Films, una casa di produzione francese controllata dai nazisti, che occupavano Parigi: attori e maestranze ebbero notevoli difficoltà a lavorare, a guerra finita.

Henri-Georges Clouzot

5.120, mi ricordo

Mi ricordo Sam Beukema dal Bologna, Lorenzo Lucca dall’Udinese, Noa Lang dal PSV Eindhoven, Miguel Gutierrez dal Girona, Vanja Milinković-Savić dal Torino, Luca Marianucci dall’Empoli, Rasmus Højlund dal Manchester United, Eljif Elmas dal Lipsia, Kevin De Bruyne svincolato dal Manchester City.

Juve-Napoli e Roma-Milan: pronostico e speranze

Per le sorti dell’Inter, i risultati migliori a me sembrano le vittorie casalinghe, a seguire i pareggi. Sarebbero, invece, pessimi i trionfi esterni di Milan e Napoli, le squadre più attrezzate per la caccia allo scudetto (la Roma ha già 7 sconfitte, la Juve è da tempo fuori gioco).

A logica, uscirà solo un pareggio e lo vedo più probabile all’Olimpico (la Roma ha ancora lo zero sul segno “X”).

Fra Juve e Napoli, considero favoriti i bianconeri, anche se la squadra con lo scudetto sulle maglie è più forte, ma sembra attraversata da convulsioni isteriche: i “prestiti” di Lang e Lucca sembrano fatti al solo scopo di toglierli dalla vista di Conte.

Dico pari all’Olimpico, perché il Milan ha mostrato una straordinaria resilienza, restando imbattuto da fine agosto. A Roma, l’Inter vinse grazie a un contropiede nei primi minuti, i giallorossi sbagliarono un paio di occasioni, ma nel frattempo Gasperini sembra avere preso le redini della squadra. A centrocampo voleranno scintille, con tanta forza fisica. La partita dell’andata fu stranissima, dominata a turno, e chiusa dal rigore sbagliato da Dybala.

Per la Juve, seccamente sconfitta all’andata da una doppietta di Hojlund, è la partita spartiacque. In assoluto, oggi è la squadra bianconera che rischia di più. Il Como sta risalendo a passo di carica, la Zona Champions si fa stretta, e le vicende del mercato non stanno aiutando Spalletti a raggiungere l’obiettivo definito “vitale”. Mentre il Milan aggiunge Fullkrug, la Roma Malen, il Napoli Giovane, la Juve sta per essere beffata anche su En-Nesyri, che certo non era la prima e forse nemmeno la seconda scelta, e se virasse su Siviglia produrrebbe tanta delusione, in chi si è già visto sfuggire Kolo Muani, Chiesa e Mateta.

Dico solo questo: se fosse sconfitta stasera, la Juve si ritroverebbe sesta in classifica, a meno 13 dall’Inter e ad almeno 4 punti (ma potrebbero essere 6) dalla Zona Champions.

Passione criminale [Crimes of Passion] – Richard Roy, 2005 – 3

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Tentato stupro e molestie sessuali: ecco le accuse che la riccioluta, attraente Rebecca rivolge contro il collega Jerry. Entrambi sono dirigenti di una multinazionale con sede a Boston, in lizza per una lucrosa promozione. Il grande capo teme lo scandalo, decide di credere alla donna e offre a Jerry una sola via d’uscita: o si dimette o verrà umiliato pubblicamente e perderà tutto.

Ancora ferita da una relazione adulterina dell’anno precedente, nemmeno la moglie Shannon sembra credere a Jerry. Impone al marito di uscire di casa finché la vicenda non sarà chiarita.

Jerry continua a dirsi innocente, ha lavorato dieci anni in quell’azienda e sa che lo scandalo lo renderebbe indigesto per qualunque altro lavoro. Si affida a un bravo avvocato ed ecco il primo colpo di scena: già in passato Rebecca aveva intentato (e vinto) una causa per molestie sessuali.

Gli avvocati si incontrano ripetutamente, è ovvio che preferiscano evitare il processo e, infine, trovano un accordo milionario, un patteggiamento da dieci milioni di dollari per mettere tutto a tacere. A questo punto, anche lo spettatore più ingenuo avrà già annusato la truffa.

Ma questo è il meno. Comincia una catena di ricatti, basati su prove fotografiche della pre-esistente relazione fra Rebecca e Jerry, che nel frattempo firma per il divorzio. La sceneggiatura deraglia, diventa frenetica, prevedibile, sconclusionata, la pochezza degli attori si fa irrecuperabile. Si potrà restare sorpresi su chi metterà le mani sui milioni di dollari, ma è una soluzione gratuita, pressoché immotivata.

Dina Meyer (Wild Things) è Rebecca, Jonathan Higgins è l’insipido Jerry, la moglie Shannon è Amy Sloan, John Brenna fa il detective privato. Del regista, non ho mai sentito parlare e pare abbia messo la firma solo su un altro insuccesso.

La scena migliore? Quella sui titoli di testa, nella quale ci viene mostrata la sensuale vestizione di Rebecca, mentre si prepara ad andare in ufficio.

Sette canzoni per domenica 25 gennaio

You Can’t Hurry Love (The Supremes), Normandia (Fiorella Mannoia), Ironic (Alanis Morissette), Iris (The Goo Goo Dolls), Smells Like Teen Spirit (Nirvana), Under the Bridge (Red Hot Chili Peppers), Senza parole (Vasco Rossi).

5.119, mi ricordo

Mi ricordo di aver scovato nella libreria due libretti che è venuto il momento di riaprire: Sull’utilità e il danno della storia per la vita e L’imperialismo come fase suprema del capitalismo, 1874 e 1916, temo che dopo non si sia cercato abbastanza.

Un caldo corpo di femmina [La Comtesse noire] – Jesús Franco, 1974 – 6

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Ho letto tanti fumetti di Vampirella e ricordo Christopher Lee e Frank Langella interpretare vampiri ad alto tasso di erotismo. Nuda sotto un trasparente mantello nero, la contessa Irina von Karlstein è prosperosa, ha lunghi capelli neri, uno sguardo ipnotico e un rossetto infuocato. Può esporsi alla luce del giorno (quando predilige un abito traforato bianco), è muta, come il suo fedele servitore. Vive sull’isola di Madeira, dove va a caccia, trascinata dalla sua maledizione. Ultima discendente di una stirpe di vampiri, Irina è necrofila, le piace fare sesso con il cadavere ancora caldo. Non di sangue si ciba, ma della “linfa vitale” che deriva dall’orgasmo del partner, uomo o donna che sia.

Coproduzione franco-belga per un regista spagnolo ancora bloccato dalla dittatura. Jesús “Jess” Franco dispone di mezzi limitatissimi, abusa dello zoom, firma anche soggetto, sceneggiatura, fotografia e montaggio, ritagliandosi anche un piccolo ruolo da attore: il medico incaricato delle autopsie. Nei succinti panni di Irina, sta Lina Romay, pseudonimo di Rosa Maria Almirall Martínez (1954-2012), attrice catalana in oltre cento film, molti dei quali diretti da Franco, del quale fu compagna per quarant’anni.

Impossibile ricapitolare tutti i titoli (Female Vampire, La contessa nera, Erotikill, Les Avaleuses, The Loves of Irina…)  con cui questa pellicola ha circolato, in versioni più o meno scorciate dalle scene più pornografiche. Altrettanto inutile ricapitolare la trama o dare un senso al ruolo della polizia, che indaga sui delitti senza cavare un ragno dal buco, o di personaggi come Orloff, medico cieco e sensitivo, o Jack, l’ultimo amante di Irina, colui che la spingerà a non fare altre vittime, ponendo fine alla sua esistenza.

Il valore della pellicola sta tutto nelle atmosfere liriche e oniriche, morbose e visionarie, le nebbie che avvolgono l’isola, le luci iperrealiste che divampano in certe scene.

L’azzurro intorno, Morena Betti e Michela Turra, 1987

Ferrara, settembre: Gabriele, quarantacinquenne professore di filosofia, sposato con Anna e con tre figli, scrive a Stefano, ventiduenne conosciuto un paio di mesi prima, nei viaggi da pendolari fra Rovigo e Padova.

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Da Padova, Stefano gli risponde. Ospite da un amico, è senza soldi ma sta cercando casa. Esce con due coetanee, Francesca e Teresa, senza esserne innamorato; “meno mi concedo agli altri, più essi mi cercano”. Sempre spettinato, scrive racconti, gli manca solo la tesi. Troverà lavoro alle Poste e dovrà occuparsi di un gattino tigrato, che l’amico Norberto, aperto un libro a caso, ha chiamato “Premessa”.

Gabriele e Stefano si trasmettono pensieri, ricordi, ondate di affetto, gentilezze, tenerezze, premure. Una volta, Stefano aveva preso la mano di Gabriele e gli aveva detto: “Mi piacerebbe averla come padre, professore”. I dialoghi sono inframezzati da citazioni colte: innanzitutto Breton, poi Prévert, Chopin, Sartre e Shakespeare… L’introspezione posata sul foglio spinge alla presa di coscienza della reciproca attrazione: Gabriele e Stefano si sono scoperti affini, provano qualcosa di mai provato prima.

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Nove canzoni per sabato 24 gennaio

Don’t Let It Bring You Down (Annie Lennox), Daddy Cool (Boney M), Tears In Heaven (Eric Clapton), Help the Aged (Pulp), Hail Hail Rock ’n’ Roll (Garland Jeffreys), Sono come tu mi vuoi (Irene Grandi), Je t’aime tant (Julie Delpy), Dimmelo tu cos’è (Antonello Venditti), Il mio canto libero (Lucio Battisti).

Pagelle di Inter-Pisa

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Sommer 4 (non aver perso punti stasera, dopo un errore “alla Radu”, ha un valore inestimabile, domani stesso ingaggerei Scuffet), Bisseck 6, De Vrji 6,5, Bastoni 6,5, Luis Henrique 5, Carlos Augusto 6, Zielinski 7,5, Sucic 5, Mkhitaryan 6 (segna da 20 centimetri, da mezzo metro avrebbe tirato alto), Esposito 7,5, Lautaro 7.

Dimarco 9 (non ricordo un cambio che stravolge una partita in modo così lampante), Barella 6, Thuram 6, Bonny 6,5, Akanji 6.

Chivu 7 (brucia Luis Henrique, ma capisce prima di tutti che chiudere il primo tempo sotto sarebbe stato fatale; pura follia continuare a difendere a zona sui corner).

Quarta maglia: peggio di Sommer.

Trentunesima partita, arriva il Pisa di Durosinmi

A differenza dei tifosi contabili, malati di aziendalismo, considero Inter-Pisa più importante di Inter-Arsenal, e mi incuriosisce questo nigeriano appena sbarcato a Pisa e venuto da Plzen, la capitale della birra ceca. Fingendo di passare di palo in frasca, vorrei suggerire a Chivu che, sulla corsia destra, Darmian in sedia a rotelle non può fare peggio di Diouf.

Immagino che l’Aston Villa di Unai Emery vincerebbe la Serie A, eppure non fa nemmeno parte della pattuglia di 6 (sei) squadre di Premier League che dominano la Champions, 5 (cinque) stanno tra le prime 8 (otto), indiziate per passare direttamente agli Ottavi, la sesta è il City di Haaland e Guardiola, distratti e travolti in Norvegia. Ci hanno magnificato il rifiuto dell’indigeribile Superlega, ma queste classi dirigenti – da Platini a Ceferin, da Blatter a Infantino – meriterebbero un calcio nel culo per come hanno ridotto il calcio. Sono stati questi onnipotenti burocrati – con l’ottusa complicità dei Gravina e predecessori (Tavecchio, Carraro, Petrucci…) – a scavare un solco incolmabile fra la Premier e il resto del mondo, Serve un drastico cambio di rotta nelle regole finanziarie per ritrovare un minimo di equilibrio competitivo: copiare dalla NBA non è un reato.

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La guerra dei Roses [War of the Roses] – Danny DeVito, 1989 – 7

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Avvocato divorzista usa un mozzicone di sigaretta per accendersene un’altra: da anni aveva smesso di fumare, ma ora che si trova di fronte un cliente che spinge per divorziare, non può fare a meno di raccontargli come questa procedura possa diventare distruttiva. Era amico di Oliver e Barbara Rose.

Commedia sulfurea, con scene ancora incisive, rinnovò la coppia campione di incassi in due avventure esotiche (All’inseguimento della pietra verde e Il gioiello del Nilo).

Tratto dall’omonimo romanzo di Warren Adler, quella di Oliver e Barbara comincia come una classica storia d’amore, romanticissima all’inizio (studente universitario lui, ginnasta lei), quando sono poveri e spensierati. Verranno una ventina d’anni di matrimonio, due figli ormai adolescenti, e una crisi rovinosa, divampata per aver sottovalutato alcuni indizi.

Nella pratica per il divorzio, “la guerra” scoppia per il possesso della magnifica casa e di ciò che contiene. In attesa della sentenza, stipulano un accordo di convivenza e si dividono gli spazi, innescando un conflitto di trincea, in cui ogni centimetro quadrato, ogni soprammobile, ogni ricordo diventa una posta in palio. Ebbe ragione DeVito a imporre che il finale non venisse edulcorato.

Autonomia dell’individuo e investimento affettivo sulle cose accumulate costituiscono le polarità della trama. Ogni spettatore focalizzerà l’attenzione sulle ragioni e sui torti, sulla fondatezza dei motivi che attizzano il rancore. Spaventa la labilità del confine fra amore e odio, la facilità con cui si architettano vendette.

Ancora bellissima, Kathleen Turner (1954) mi sembra più convincente di Michael Douglas (1944), tanto improbabile da studente. DeVito si ritaglia un paio di scene da sciupafemmine: la seduzione edonistica parrebbe il miglior riparo alla progettualità matrimoniale, ma l’avvocato non smette di fumare, la sorte di Oliver e Barbara l’ha spinto a costruire una relazione stabile.

5.117, mi ricordo

Mi ricordo che a Trump dovrebbero consegnare il Nobel per la Geografia, per aver costretto i TG a mostrare la Carta di Peters anziché quella di Mercatore, tanto distorta e risalente al 1569, quando gli USA, per nostra fortuna, nemmeno esistevano.

Destinazione Utopia, 1988

“Dopo un po’ che leggevamo fumetti, ci accorgemmo dell’esistenza delle porte. Ce n’erano dappertutto. Di chiuse, di aperte, di spalancate, di socchiuse… E iniziammo, prima timidamente, poi con sicurezza, poi ancora con sfrontatezza, ad aprire quelle chiuse, e ad entrare in quelle aperte”.

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In Italia, a cambiare gli orizzonti dell’avventura disegnata sono stati un marinaio (Corto Maltese, dal 1967), un pilota d’aerei (Mister No, dal 1975) e uno scout (Ken Parker, dal 1977), personaggi romantici, inquieti, perennemente in bilico tra un’illusione e un’evasione, una fuga e una diserzione.

A loro è dedicato questo libro, scritto da tre appassionati del fumetto che hanno riscontrato qualcosa di simile nei tre personaggi. La loro non è un’analisi “(non sono campioni di sangue, né sequenze di numeri)”, ma un colloquio: quei tre “come sono, come abbiamo creduto che siano, come abbiamo voluto che siano”.

A scriverlo, Luigi Bernardi (1953-2013), Luca Boschi (1956-2020) e Graziano Frediani (1957). Edito da Eleuthera nel 1988.

Oaktree, o chi per loro

Capire qualcosa di calcio sarebbe utile per chi pretende di gestire una squadra di calcio.

Aver studiato marketing e finanza non basta, presto scopriranno che senza vittorie sportive anche i loro ricchi bonus si assottigliano.

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Piccoli crimini coniugali – Alex Infascelli, 2017 – 6

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Adattando la pièce omonima del belga Éric-Emmanuel Schmitt (2003), il regista (anche montatore, sceneggiatore e musicista) reinterpreta un materiale di alto livello, in cui ognuno dei tre elementi del titolo riverbera la sua ambiguità.

Assistiamo alle convulsioni di una coppia alto-borghese sui quarantacinque, sposata da venti, che cerca di affrontare un trauma: lui ha perso la memoria, un vistoso cerotto sulla nuca mostra l’antefatto, solo più tardi sapremo cos’è davvero successo.

Non ricordare, può essere spaventoso. Uscito dall’ospedale, l’uomo torna a casa con la moglie, si guarda intorno. Fa domande. Riceve risposte insoddisfacenti, la moglie cerca di aiutarlo a far riaffiorare il loro comune passato (gli mostra i gialli che ha scritto, uno dei quali porta il titolo del film), ma lui continua a sembrare spaesato e non pare uscire dal buio. In realtà sta recitando, e anche questo movente verrà spiegato in seguito.

Stanno davvero rivangando il passato o cercano di reinventarlo? Lo spettatore intuisce che è in atto una sorta di duello, e quando i vari livelli di menzogna saranno tutti depositati, si capirà che il nucleo dell’amnesia sta nel momento dell’incidente domestico. Di cosa si trattò, dunque?

Nell’escalation di verità sottaciute, i due si rinfacciano debolezze, meschinità, prevaricazioni, menzogne, fino a una sensazione di nausea, troppi capovolgimenti, troppe confessioni irrecuperabili. Troppo dolore.

Infascelli ha talento nell’uso degli ambienti domestici, trasfigurati dalle luci e dalle musiche (notevole il riuso di I Feel Love, Donna Summer). Ma a mio parere è sbagliata la scelta degli interpreti: Margherita Buy e Sergio Castellitto. Non discuto la loro bravura, quanto la loro credibilità. Entrambi si portano dietro tutti i ruoli già recitati, la pesantezza di una lunga carriera, inciampano in parole e nevrosi di altre coppie già viste. Sarei curioso di vedere questo soggetto affidato a due sconosciuti.

Lo spadaccino, Ivan Turgheniev, 1847

Tradotto nel 1980 per Sellerio da Maria Karklina, questo romanzo breve comincia descrivendo un reggimento di corazzieri dello zar accampato nel villaggio di Kirilovo, nella Russia meridionale, primavera del 1829. Fra gli ufficiali, spicca la figura di Avdjev Ivanovic Luckov, il quale “godeva della fama di spadaccino”: un tipo rissoso, ignorante, tutti avevano paura di lui, delle sue esplosioni d’ira.

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Giunge al reggimento un giovane alfiere, Fjodor Fjodorovic Kister, amante di Schiller e Goethe, bonario, modesto, cordiale, piace subito ai nuovi compagni. Fa eccezione Luckov… Lo spadaccino provoca l’alfiere, si battono a duello, Luckov prevale, ferendo leggermente il rivale. Pare incredibile, ma divennero amici.

A dieci verste dal villaggio di Kirilovo, c’era la grande casa del latifondista (“400 anime”, servi della gleba): i Perekatov avevano una figlia diciottenne da maritare. Ingenua, infantile, senza alcuna esperienza sentimentale, Mascegnka, detta Masa, aveva sentito parlare di Luckov, e ne era incuriosita. Venne la sera in cui i Perekatov diedero un ballo. Brutto, non più giovane, incapace di ballare, accompagnato da quella pessima fama, lo spadaccino è gratificato dall’interesse che suscita nella figlia del padrone di casa. Ma la trova “grassoccia”, non sa fare conversazione e ha sempre tenuto le donne a distanza, arrivando a disprezzare “ciò che il destino gli aveva negato”.

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China Moon – Luna di sangue [China Moon] – John Bailey, 1994 – 6

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Meglio dirlo subito: Madeleine Stowe, a trentacinque anni, era una meraviglia, si può discutere delle sue qualità interpretative, spesso ingabbiate in ruoli stereotipati, ma è innegabile che emanasse un fascino in grado di rinnovare gli antichi fasti delle dark ladies.

Mi hanno sempre stato attratto queste storie torbide, nelle quali la donna manipola l’uomo e gli fa fare quel che vuole. Immancabili gli occhiali scuri, per nascondere la verità dell’anima che potrebbe sfuggire dallo sguardo. Questo sottogenere del noir punta sull’inganno, sulla finta debolezza, sull’uomo che crede di correre in aiuto della povera vittima e si trova incastrato in un piano accuratamente progettato. La libido maschile è molto esposta a questa seduzioni, praticate da femmes fatales capaci di maneggiare l’ambiguità.

Stavolta, ci casca un detective dall’ottimo curriculum: il suo nome è Kyle Bodine, lo interpreta Ed Harris, il suo partner si chiama Lamar Dickey ed è affidato a un giovane, impomatato Benicio Del Toro. La trama si svolge nell’umidissima Florida; fa caldo, si può fare il bagno nudi di notte, oppure sorseggiare un drink in locali con patio. Irresistibile la postura, a gambe accavallate, di quella donna dallo sguardo triste, che scoprirà chiamarsi Rachel Munro: Kyle la avvicina, l’esca ha fatto presa, esplode una passione che sembra salvifica, anziché mortifera.

Rachel è sposata con un uomo violento, arrogante e insopportabile, un banchiere straricco, che la tradisce con una bionda e riccioluta segretaria: Charles Dance pare specializzato in ruoli in cui ti auguri che lo ammazzino. Dopo che il marito l’ha picchiata, Rachel si procura una pistola. Ma il piano prevede che l’arma del delitto sia proprio quella del detective…

L’intreccio si complica, diventa tortuoso, macchinoso, qualche indizio svanisce (che ruolo aveva la bionda riccioluta?), ma le prove raccolte da Lamar convergono implacabili su Kyle, immolato a salvare quella donna indifesa e tanto seducente.