O poeti, custodi delle fenditure dell’anima,
voi che udite il passo segreto della luce
mentre scivola tra le foglie,
voi che fate del silenzio un varco,
ditemi: è qui il mio sangue,
è qui la soglia dove l’invisibile prende fiato?
Piango sul corpo che porto,
su questa materia che mi regge e mi frena,
sulle ferite — nude, di carne —
alcune chiuse in un pallore di luna,
altre ancora vive, come sillabe che bruciano.
Le tocco: sanno di tempo,
di ciò che non torna e pure resta.
Corpo cucito, inciso, ricomposto,
tu non sei difetto né guasto,
ma archivio che pulsa,
pagina dove la vita ha inciso il suo passo.
Mi hai dato occhi per l’invisibile,
lacrime per l’Amore,
risa leggere come vento d’estate,
e la fragile ostinazione
di restare umano.
Ora ti ascolto:
ogni cicatrice è un nome,
ogni limite un’apertura,
ogni dolore un segnale che indica altrove.
La voce che oggi mi attraversa
non nasce da te,
ma senza di te non avrebbe terra.
È un altrove che prende corpo,
che si fa carne soltanto passandoti.
Per questo ti contemplo, corpo mio:
sei peso e rivelazione,
sei la mia storia che respira,
sei il punto dove il visibile si incrina
e lascia filtrare la luce.
In te si toccano la ferita e il chiarore,
la carne e la parola.
E in quell’istante sospeso
io prendo forma.