Erano passati diversi anni da quando decisi di andar via dal mio villaggio per esplorare il mondo. Non potrò mai dimenticare il giorno della mia partenza. La sera prima del fatidico giorno tutti i miei cari si riunirono nella mia capanna, banchettammo fino a notte fonda in un clima di piacevole allegria e amore, erano felici per me, erano felici che avessi preso la mia strada anche se, su i loro volti, specialmente su quello di mia madre e di mia moglie, si leggeva la preoccupazione che aleggiava nei loro cuori. La notte passò e il giorno della mia partenza arrivò inesorabilmente, come un boia arriva sul patibolo durante un esecuzione. Lasciare i miei cari per qualche anno mi distruggeva interiormente ma dovevo farlo, dovevo vedere il resto del mondo. Così partii dal villaggio di Nbok e mi diressi oltre le montagne del Mpyr, al di là delle quali si trovavano le grandi città di Oris e Cambeca, prime due mete del viaggio. Alla calar del sole feci il mio ingresso nella città di Cambeca. Fui abbagliato dal suo splendore. Non era una città grande ma era curata in ogni suo più remoto angolo. Le case svettavano maestose verso la luna che le illuminava coi suoi raggi argentati facendole risplendere, le strade erano perfette senza deformazioni e su entrambi i lati erano ornate con alberi dal colore vivace e acceso. I lampioni che illuminava la città erano pochi, per lo più era il chiarore della luna a conferire lucentezza e splendore alla città. Se la città mi aveva rapito con la sua bellezza, altrettanto non era per i suoi abitanti. Esseri capricciosi e vanitosi, non vedevano di buon occhio nessun passante e forestiero, erano convinti di essere superiori a tutti. Feci fatica a trovare una stanza per la notte, la maggior parte dei locandieri mi cacciava per via del mio aspetto da povero. Fortunatamente trovai ospitalità in una piccola tavernetta, il proprietario era un omino tarchiato e pienotto con due chiazze rosse sulle guance. Fu l’unico abitante di Cambeca a rivolgersi a me con modi garbati e gentili scusandosi per il comportamento dei suoi concittadini. Così trovai una camera per la notte ma non sarei rimasto in quella città, nonostante la sua grandissima bellezza non potevo soffrire il carattere dei suoi cittadini, così decisi che al sorgere del sole sarei partito. La notte passò tranquilla ma al mio risveglio mi attendeva una spiacevole sorpresa. La sera prima m’ero addormentato su un soffice letto, in una piccola taverna al centro della città, ma, al mattino, mi ritrovai con pochi stracci addosso, adagiato su un cumulo di spazzatura fuori le mura di Cambeca. Gente rozza con evidenti complessi di onnipotenza, non meritavano di vivere in una così splendida città. Imprecai per un’oretta buona fuori le mura della città, minacciando di morte tutti i suoi abitanti, ma, poco dopo, mi calmai e con amarezza e delusione mi incamminai verso la mia seconda meta, la città di Oris.
Per mia fortuna ad Oris incontrai una mia vecchia conoscenza, Sain. Sain era un mio vecchio amico d’infanzia, lui e la sua famiglia abitavano nel villagio di Nbok. Suo padre era un commerciante e si trasferì, per lavoro, con la sua famiglia a Oris. La gioia nel vederlo fu immensa. Mi offrì ospitalità nella sua casa, mi diede anche un po’ di abiti. Quando gli raccontai della mia disavventura a Cambeca non ne fu sorpreso. Mi disse che erano fatti che capitavano spesso e che tutte le città nei paragi evitavano i suoi abitanti. Purtroppo quelle voci non erano mai giunte al mio villaggio. Rimasi nella città di Oris un mese, ospite dal mio amico Sain. Ebbi modo di visitare tutta la città. Rispetto a Cambeca, Oris, era decisamente più grande anche se meno affascinante. Le case erano tutte molto piccole e di diversi colori, alcune abbandonate e non curate, altre molto sfarzose ed eleganti, le strade non erano curate come quelle viste a Cambeca anche se molto più ampie e illuminate. La cosa che più mi affascinò di Oris fu un antico museo. Lì si trovavano tutti i manoscritti antichi risalenti alla fondazione della città. Ebbi modo di leggere dei primi abitanti che si stabilirono in quelle terre, delle guerre che combatterono contro la vicina città di Cambeca e di come pian piano quel piccolo villaggio si trasformò in una delle città mercantili più grandi dei giorni nostri. I giorni passarono piacevolmente con la compagnia del mio vecchio amico e giunto il giorno della mia partenza volle farmi un ultimo regalo organizzando una grande festa in piazza. Bevemmo e mangiammo tutta la notte e giunto il giorno ci salutammo con la promessa di rivederci al più presto. La terza meta del mio viaggio era la cittadina costiera di Ushut, distante qualche giorno di marcia. Feci il pieno di provviste e partii.
Il viaggio fu abbastanza faticoso anche se fortunatamente non ebbi nessun imprevisto nel tragitto. Arrivato alle porte della città ne fui incantato. Arrivai in pieno giorno, quando il sole splendendo nelle acque del mare irradiava di una bellezza indescrivibile il porto e le piccole case rustiche vicine. Le strade si districavano in un groviglio di marmi e pietruzze marine, nell’aria aleggiava un profumo di mare e salsedine. Al centro della cittadini un antico faro svettava su tutte le case e intorno ad esso vi era un giardino pensile dai mille colori e profumi. Rimasi in quella cittadina per diversi mesi e nonostante il passare delle stagioni pareva essercene sempre e solo una lì, era sempre estate. Trovai lavoro presso uno dei tanti piccoli mercati ittici nel porto. La paga non era alta ma mi offrivano dove dormire e da mangiare. La maggior parte degli abitanti erano pescatori poco istruiti ma avevano un animo buono. Non ebbi problemi in quella magnifica cittadina e quando arrivò il giorno della mia partenza mi dispiacque molto lasciarla. Pensai che una volta ritornato nel mio villaggio avrei potuto convincere mia moglie a trasferirci lì, le sarebbe piaciuto quel posto. Mi imbarcai come mozzo su una nave diretta alle isole Ryut, al largo della costa di Ushut.
Lavorare su quell’imbarcazione non mi dispiaceva, l’equipaggio era simpatico e cordiale e la paga era buona. Ma questo clima di pace non durò allungo. Erano passati una decina di giorni dalla partenza, ci trovavamo quasi a metà del tragitto quando fummo attaccati da una nave pirata. Il comandante tentò di seminare la nave che ci attaccava ma fu inutile, in poche ore ci fiancheggiò e i nostri assalitori salirono sulla nostra imbarcazione. Ci fu una breve battaglia, breve ma sanguinaria. Quasi tutto l’equipaggio venne ucciso, compreso il capitano. Io e un altro paio di uomini fummo catturati e imprigionati nella stiva della nave. Non so per quanto tempo rimasi schiavo di quegli esseri barbari, il tempo sembrava non trascorrere mai e ogni giornata era sempre uguale all’altra. Fui vittima di maltrattamento e subii i morsi della fame per tutta la mia permanenza su quell’imbarcazione.
Dopo molto tempo mi ritrovai ad essere l’unico schiavo in vita, gli altri pochi uomini che erano stati catturati con me morirono a causa dei pestaggi e della fame. Ormai ero sul punto di crollare, ero convinto deciso ad arrendermi. Il pensiero di non vedere più la mia famiglia mi faceva star male ma non sarei riuscito a resistere a lungo in quelle condizioni. Non so se furono le mie preghiere o se fu un caso puramente fortuito ma, una notte, mentre tutto l’equipaggio era messo ko dai fiumi di alcol e di vedetta c’era solo un uomo, ci trovammo in balia di una tormenta improvvisa. Vano fu il tentativo dell’uomo di vedeta di avvertire gli altri in tempo. In meno di un’ora la nave stava affondando e io mi trovavo in mare aperto aggrappato ad un barile. Essere riuscito a scappare da quella prigione riempiva il mio cuore di gioia, non sapevo dove mi trovavo ma sarebbe stato sempre meglio che stare nella stiva di quella nave. Navigavo su quel barile in balia della corrente da due giorni quando una piccola imbarcazione di pescatori mi avvistò e mi fece salire a bordo. Mi diedero del cibo e dell’acqua, mi tolsi la salsedine che lacerava la mia pelle di dosso, poi esausto andai a dormire. Quando mi svegliai raccontai la mia disavventura al capitano dell’imbarcazione che mi disse che ci trovavamo vicino le coste delle isole Ryut. In pochi giorni arrivammo al porto ma il mio desiderio di esplorare il mondo ormai era svanito, l’unico desiderio che mi era rimasto era quello di tornare a casa dalla mia famiglia. Il giorno stesso del mio arrivo sulle isole Ryut ripartii per le coste di Ushut. Mi imbarcai di nuovo come mozzo per guadagnare qualcosa e anche perché non avevo soldi per pagarmi un viaggio. Il viaggio durò un mesetto scarso. Arrivato al porto di Ushut cercai l’uomo che in precedenza mi avevo offerto lavoro con vitto e alloggio, lo trovai e ripresi a lavorare lì. Mi fermai a Ushut per cinque mesi, durante i quali mi innamorai sempre più di quella piccola ma magnifica cittadina portuale. Alla fine dei cinque mesi partii per tornare a Oris, solo il tempo di salutare il mio amico Sain e sarei tornato al mi villaggio.
Arrivato a Sai ebbi un’altra brutta sorpresa. La grande città commerciale sembrava cadere a pezzi. Il bellissimo museo antico, all’interno del quale erano conservati tutti i manoscritti risalenti alla fondazione della città, era scomparso, al suo posto c’era un mucchio di maceri. Il mio primo pensiero fu quello di andare a casa di Sain per vedere come stava, non lo trovai. Seppi da alcuni suoi amici, che avevo conosciuto nella mia precedente permanenza lì, che Sain era partito con la famiglia, appena scoppiata la guerra con Cambera, verso il loro villaggio natale. Ebbi anche informazioni relative alla guerra con la città di Cambera. Nessuno seppe dirmi i motivi, tutti sapevano solo che un gruppo di soldati di Cambera aveva attaccato durante la notte le mura della città. La guerra era durata pochi mesi ma alla fine i soldati di Oris erano riusciti ad entrare a Cambera e a conquistarla. Lo so che la guerra non è mai una cosa giusta ma, nel sapere che la città di Cambera ormai era sotto il dominio di Oris, ne fui felice, finalmente quella splendida città avrebbe avuto i cittadini che si meritava. Non passai neanche un giorno a Oris, subito partii per tornare nel mio villaggio.
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Ritorno a Nbok
Pubblicato: 28 Maggio 2015 in Racconti, Racconto, viaggioTag:fantasia, pirati, racconti, racconto, racconto fantastico, viaggio
Delirio
Pubblicato: 27 Maggio 2015 in incubo, Racconti, RaccontoTag:abbandono, dannazione, delirio, follia, incubo, inferno, Morte, pazzia, racconti, racconto, sogno
Non ricordo più quanto tempo sia passato da quando mi trovo in questo “inferno”. Le mie giornate passano, il tempo deve pur scorrere al di fuori di qua, ma non so quando un giorno finisce e uno nuovo inizia, sinceramente non so neanche se il tempo continua a scorrere al di fuori di qua. È buffo come cose che prima sembravano indispensabile nella vita come il sapere che giorno è, in che anno siamo, in che mese, che ore sono, se è giorno o sera, se il pasto che si sta consumando è la colazione, la cena o il pranzo, in un attimo vadano a farsi fottere. Sembra passata una vita da quella notte. Forse davvero è passata una vita. Dannato me che accettai! Avevo fame, sete. Stavo morendo. Non potevo immaginare come si sarebbero evolute le cose. Pensavo fosse un passante, un benefattore con uno strano umorismo. Non ne avevo davvero idea. Avrei preferito morire piuttosto che sopportare questo. Dio! Se solo avessi saputo.
Non ho mai amato le persone. Non ho mai amato il genere umano per dir la verità. Come mi manca la vita al di fuori di qua, cosa darei per vedere una persona ora, per una parola detta da una bocca che non sia la mia.
L’uomo ha sempre cercato la vita eterna. A che scopo se l’eterno è questo? A che scopo vivere per sempre se l’eterno è un inferno dal quale non si può essere salvati? Cosa non darei per morire. Cosa non darei per tornare indietro e morire di stenti. Dannato sia il mio salvatore! Dannato sia io! Dannato sia Dio che mi ha permesso di vendermi! Dannata sia la morte che non mi ha preso prima!
Non voglio vivere. Ma che dico, non posso vivere. Questa non è vita! Come può desiderare un “morto” di morire? Ahhahahaha!
Scusa Dio. Non volevo maledirti. Mi inchino a te, non ti maledirò più. Lo giuro! Ma salvami, ti prego! Non lasciare che io sia dannato per l’eternità. Non puoi farmi questo! Accoglimi nel tuo regno, ti prego! Lo so che in passato non ti ho mai evocato ma, ti prego, accogli la mia supplica. Accogli la mia anima dannata e lascia marcire il mio corpo! Dallo in pasto ai vermi se vuoi, ma liberami dal male che ho evocato. Ti prego Dio!
Dio! Come puoi lasciar qui un tuo figlio? Come puoi fargli patire queste pene? Perché non mi ascolti? Perché?! Non ti ho mai chiesto niente! Neanche quella sera in punto di morte. Perché mi fai questo? Perché?! Non hai sempre detto che tutti gli uomini sono tuoi figli? Non è forse vero che tutti gli uomini sono a tua immagine e somiglianza, buoni o cattivi che essi siano, buone o cattive siano le strade che hanno intrapreso? Cazzo! La colpa è tua! Tu non mi hai mai aiutato. Mai! Non mi hai mai indicato quale fosse la strada da seguire. Non mi hai mai suggerito se una strada fosse sbagliata. Mi hai fatto intraprendere tutte strade sbagliate! Non me ne sono mai lamentato con te, non ti ho mai rotto le scatole per ogni cazzo e tu, tu mi tratti così!? Lasciandomi marcire per l’eterno in questa valle di lacrime?! Che tu sia dannato se davvero esisti! Che tu sia dannato per sempre!
Sto impazzendo. La solitudine logora l’unica parte di me che ancora può essere consumata. Non posso passare il resto dell’eternità così. Non posso tormentarmi per l’eternità! Satana, uccidimi! So che tu esisti! Ti ho visto quella notte! Uccidimi, portami all’inferno, quello vero! Ti prego! Ti supplico! So che puoi ascoltarmi. So che mi stai ascoltando! Ti sento! Sento le tue risate, sento le risate di quella notte! Uccidimi e portami negli inferi! Lì almeno avrò compagnia, non sarò solo. Ti prego!
No! No! Noooooo!
-Hey signore. Si svegli, si svegli! Va tutto bene?-
-No! Eh?…Chi sei?-
-Signore va tutto bene? Si sente male? Ha avuto un incubo? Stava urlando.-
-Un…un incubo! Si! Grazie Dio! Grazie Satana!-
-Signore si fermi! Noooo!!-
-Oddio! Si è buttato dal ponte!-
-S…si. Stava sognando, l’ho svegliato. L’ho solo svegliato.-
-Ragazzo calmati, non è stata colpa tua. Era solo un vecchio barbone pazzo.-
Giunti alla fine del ciclo di Othar
Pubblicato: 26 Maggio 2015 in ciclo di racconti di Othar, ProgettoTag:fine, grazie, Idee, Spunti
Siamo giunti alla fine del mio primo esperimento di ciclo di racconti. Per scrivere questo ciclo di racconti ho preso spunto un pò dalle varie religioni, anche antiche, riguardanti il mito della creazione. Come scritto nella prefazione il lettore avrebbe dovuto abbandonare temporeamente l’universo conosciuto. Beh spero che vi siano piaciuti i raconti. Ah ovviamente continuerò a scrivere ancora xD Non so cos’altro la mia fantasia e il mio istinto mi spingeranno a scrivere ma spero che vi piaccia. In conclusione stavo pensando di iscrivermi a qualche concorso per quanto riguarda la narrativa, se qualcuno di voi mi sa consigliare qualche evento interessante per racconti inediti cortesemente lo scriva nei commenti 🙂 Un saluto e un grazie per il supporto.
Il Risveglio. Quinto racconto del ciclo di Othar
Pubblicato: 26 Maggio 2015 in Racconti, Racconto, Racconto fantasiaTag:ciclo di racconti, fantasia, fine, racconti, racconto, racconto fantastico
Erano passati centinaia d’anni da quando la guerra e le malattie avevano posto fine alla vita sulla terra di Othar, l’unico essere, l’unico dio ad essere rimasto in vita era Myu. Rimase secoli da solo a godere del piacere che aveva provato nell’attuare la sua vendetta sui suoi fratelli e sulle divinità madri che non avevano voluto lasciargli creare una stirpe sua, una stirpe nata dal suo sangue. Questo suo senso di compiacimento per i suoi atti durò per diversi anni, finche non giunse il senso di terrore. Cos’avrebbero fatto le divinità madri una volta sveglie? Che pene terribili gli avrebbero inflitto? Al solo pensiero Myu trasalì. Era giunto a un punto di non ritorno, non c’era nulla che egli avrebbe potuto fare per rimediare ai suoi atti.
In un attimo di pura follia e paura tentò di abbandonare la terra di Othar, ma fu inutile, non era un dio incorporeo capace di levarsi dal terreno e vagare per l’universo di Eshet. Eraun dio terreno, al massimo poteva levarsi nell’aria, ma non vagare nell’universo. Passarono diversi anni prima che la paura di Myu si potessero placare. Ebbe un’idea. Avrebbe creato lui stesso una stirpe che avrebbe eretto grandi altari in onore delle divinità madri e avrebbe costruito città incantevoli e dalla vista sublime e quando le divinità madri si sarebbero svegliate, le avrebbe raccontato che, durante il loro riposo, era scoppiata una grande guerra tra i suoi fratelli, conclusasi con la distruzione di ogni cosa e che lui, trovatosi solo, aveva deciso di ripopolare la terra di Othar. Era un’idea perfetta, chi mai avrebbe potuto negare le sue parole? Nessuno. Erano tutti morti. Compiaciuto per la sua geniale idea il dio Myu si mise all’opera. Così nacque il grande popolo dei Acyent, un popolo glorioso e abile nella costruzione delle città che avrebbe popolato l’intera terra di Othar. In meno di un secolo ogni territorio era occupato dagli Acyent, altari maestosi e templi stupendi erano stati eretti in onore di Myu e delle divinità madri, gloriose città sfarzose con edifici che nessun popolo avrebbe mai potuto eguagliare in grandezza e splendore erano stati eretti. Nessun altro popolo nell’universo di Eshet era mai arrivato al livello degli Acyent.
Per Myu tutto stava procedendo secondo i piani, anzi, quel popolo aveva superato ogni più rosea aspettativa che il dio terreno avesse mai pensato. Ma ben presto le cose cambiarono. Myu non aveva tenuto in conto che la stirpe da lui creata aveva eredito il carattere del suo dio, la collera, collera verso il suo creatore. Ben presto i piani di Myu andarono in malora. Il popolo degli Acyent iniziò a ribellarsi a Myu finche un giorno non lo attirarono con l’inganno ad ammirare un nuovo tempio, mille volte più maestoso e sfarzoso rispetto agli altri, in memoria del dio Myu. Lo invitarono ad entrare al’interno per ammirare gli affreschi e gli ornamenti e l’altare. Myu accettò e una volta all’interno, il popolo degli Acyent, lo imprigionò in quella,che in realtà, era una trappola magica. Con la cattura del dio Myu il popolo degli Acyent governò libero e incontrastato sulla terra di Othar.
Centinaia di anni dopo la cattura del dio Myu, le divinità madri decisero di svegliarsi dal loro riposo. Indescrivibile fu l’iniziale stupore nel vedere la bellezza delle città e i magnifici templi in loro onore. Ben presto questo stupore iniziale si tramutò in dispiacere e in seguito in collera. Videro il loro figlio Myu intrappolato, mentre non videro più gli altri quattro figli. Il dispiacere fu immenso. Avevano fallito. Credevano di poter creare una terra su cui potessero regnare diversi popoli in pace fra loro e nel rispetto reciproco. Invece quel popolo così maestoso, fiero e in grado di costruire città, edifici ed opere così deliziose, era un popolo barbaro e rozzo e la sua brama di potere l’aveva spinto a distruggere tutti gli altri popoli, compresi i loro dei guida, ed a intrappolare il loro dio guida. Ovviamente questa non era la verità, perché era Myu ad aver distrutto tutto ciò che c’era prima ed ad uccidere i suoi fratelli. Ma questo le divinità madri non lo seppero mai. La loro collera crebbe come il loro dispiacere. Il fallimento era troppo grande per potervi convivere.
Nessuno sa come e neanche le più antiche leggende narrano di come sia potuto avvenire, ma le due divinità madri, il dio Erif e la dea Gersha, in un ultimo atto d’amore si annientarono e con loro si annientò la terra di Othar e il più grande e terribile popolo mai esistiso nell’universo di Eshet, gli Acyent.
La grande guerra di Othar. Quarto racconto del ciclo di Othar
Pubblicato: 25 Maggio 2015 in Racconti, Racconto, Racconto fantasiaTag:ciclo di racconti, fantasia, guerra, racconti, racconto, racconto fantastico
Durante tutta la sua vita, la terra di Othar conobbe una sola guerra. La grande guerra di Othar. Ebbe inizio 465 anni dopo la nascita dei popoli guidati dalle 5 divinità terrene. Le cause di questa guerra furono la collera e il desiderio di vendetta provati dal popolo misto sotto la guida del dio Myu. Nessun popolo e nessuna divinità avrebbe mai pensato o sospettasse della piaga che stava per calare sulla terra di Othar. Avevano preso le giuste precauzione per impedire a Myu di infondere la sua collera nel popolo affidatogli, ma non avevano preso in considerazione alcune caratteristica intrinseche negli esseri, l’odio verso chiunque e non solo verso chi è diverso, la brama di potere e l’invidia. Queste caratteristiche si erano manifestate solo nel popolo misto a cause delle decisioni prese dalle divinità madri e dall’assenso delle divinità terrene, loro creatori.
La grande guerra di Othar non durò molto. Il dio Myu seppe usare a suo vantaggio una delle concessioni non dategli, un territorio dove sviluppare il popolo. Infatti tutti i popoli ebbero una parte della terra di Othar, tranne il popolo misto, che fece sorgere città in ogni parte di Othar. Myu usò questo a proprio vantaggio e, all’inizio della guerra, attaccò tutti i popoli di Othar contemporaneamente. I popoli non ebbero il tempo di reagire ne di chiedere aiuto alle altre divinità, aiuto che sarebbe stato vano visto che ogni città era sotto attacco. La guerra fu breve ma devastante. Molte città dei vari popoli furono rase a suolo, alcuni popoli rischiarono di scomparire. Myu non si limitò solo a conquistare tutte le città e la terra di Othar, voleva essere l’unico dio terreno regnante. Trucidò senza pietà e rimorso i suoi fratelli.
Diventato l’unico dio terreno della terra di Othar, Myu, decise che doveva esserci solo un popolo degno di popolare quella regione e di venerarlo come unico dio. La guerra non era interrotta, doveva ancora consumarsi l’unica carneficina tra i popoli. Intere città furono distrutte, gran parte della superficie di Othar si macchio del sangue dei popoli. Alla fine la guerra fu vinta dal popolo degli Eurity, ma la sua popolazione diminuì drasticamente. La guerra non portò solo distruzione e sangue, portò anche lo scatenarsi di numerose malattie mortali per i popoli. Pochi decenni dopo la fine della guerra, con lo scatenarsi e il diffondersi delle malattie, anche il popolo sopravvissuto degli Eurity scomparve.
Myu si ritrovò ad essere non solo l’unico dio terreno di Othar, divenne l’unico essere a popolarla.
La vendetta del Dio Myu. Terzo racconto del ciclo di Othar
Pubblicato: 24 Maggio 2015 in Fantasia, Racconti, RaccontoTag:ciclo di racconti, collera, divinitá, fantasia, racconti, racconto, vendetta, vendetta divina
Erano passate centinaia d’anni da quando le divinità terrene, con l’ausilio delle divinità madri, avevano dato vita ai vari popoli che popolavano la terra di Othar. Tutti i popoli, chi per una ragione e chi per un’altra, accrebbero le proprie città e i propri beni, tutti tranne uno. La stirpe mista, creata dall’unione di esseri provenienti da tutti i popoli e data alla guida del dio Wyu, dio della collera, non ebbe mai un dio guida. La divinità Wyu accrebbe la sua collera, non solo perché non aveva potuto creare una sua stirpe, ma soprattutto perché aveva dovuto ricevere dagli altri fratelli gli esseri per comporla, si sentiva inferiore, odiava le divinità madri e i suoi fratelli, odiava la stirpe datagli. Per questo decise di abbandonarla al proprio destino, per vederla morire a poco a poco. Le altre divinità terrene provarono più volte ad aiutare il popolo di Wyu, ma gli esseri, che proprio loro avevano creato e abbandonato, non accettarono mai il loro aiuto. Il popolo misto e Wyu non erano così diversi, entrambi odiavano i propri creatori e i loro fratelli. E di questo, a poco a poco, Wyu se ne rese conto.
Col passare dei decenni Wyu prese sotto la sua guida il popolo dei misti. Senza volerlo, l’aiuto offerto dalle divinità terrene al popolo misto e la decisione delle divinità madri che ogni dio doveva dare alcuni esseri a Wyu per la creazione di una sua stirpe, favorirono la nascita del sentimento della collera nel popolo misto e l’aumento dello stesso sentimento nel dio Wyu. Questo sentimento a poco a poco tramutò nel desiderio di vendetta. Grazie alla sete di vendetta e alla guida di Wyu, il popolo misto crebbe e si sviluppo velocemente. La grandezza delle città superò quella delle città del popolo dei Deit, la loro bellezza superò quella delle città di Xiumy, ma, cosa più importante, fu che le città del popolo misto furono le uniche città ad essere circondate da mura e ad essere fortificate. Le intenzioni del dio Myu e del suo popolo erano chiare. Volevano attaccare e conquistare tutte le città per diventare l’unico popolo di Othar.
Mito sulle origini di Othar. Secondo racconto del ciclo di Othar
Pubblicato: 22 Maggio 2015 in Racconto, Racconto mitologicoTag:mito, mito delle origini, mitologia, racconti, racconto, racconto fantastico, racconto mitologico
Nell’antico Universo di Eshet, sulla stella più luminosa del firmamento, Tesha, dimoravano due antichi popoli in eterna lotta tra loro. Non si hanno notizie riguardanti il perché questa guerra fosse iniziata. Varie sono le ipotesi, la più accreditata è che questa guerra fosse iniziata poco dopo la comparsa dei popoli, increduli di dover dividere una così magnifica stella con altri popoli. I due antichi popoli erano: il popolo dei ghiacciai e il popolo del fuoco. Il popolo dei ghiaccia viveva nell’estremità orientale della stella Tesha, dove è sempre notte. Il popolo del fuoco viveva nella parte occidentale della stella, dove alimentavano la sua luminosità e bellezza. Si narra che i sovrani di questi due popoli fossero figli della stessa madre, la galassia di Hutet.
Durante uno dei vari periodi di pace tra i due popoli, al sorgere della settima stella del firmamento, i due popoli diedero alla luce, contemporaneamente, i due successori al trono, il principe del fuco e la principessa del ghiaccio.
I due futuri sovrani, crebbero senza conoscersi, finche non si scontrano durante la loro prima battaglia. Si trattava della battaglia del gran Palientho, una delle battaglie più cruente della storia. Nel bel mezzo della battaglia successe qualcosa di incredibile, la stella Thesa si adirò coi due popoli a causa della loro brama di dominio su di esse e rinchiuse al suo interno, nel centro esatto di essa, i due eredi al trono. Lì sarebbero stati rinchiusi fino a quando le due fazioni non avessero placato la loro sete di conquista.
Purtroppo questo non successe mai, invece di placare la loro ira, i due popoli l’alimentarono, incolpandosi a vicenda dell’accaduto. I due eredi rimasero rinchiusi per migliaia di lustri all’interno della stella. Impararono a conoscersi, a convivere e a scavalcare la loro diversità di popolo. Tra i due eredi nacque un forte amore.
La stella Tesha, vedendo che i due eredi erano riusciti a placare i propri spiriti adirati, decise di liberarli, sperando che il loro amore potesse porre fine alla guerra tra i due popoli. Ma questo non accadde. Tornati nei loro rispettivi regni, gli eredi a trono no trovarono l’assenso dei propri padri per convogliare a nozze. Si narra che durante una notte, al passaggio della stella Sythe, la stella che pone fine a un lustro per farne nascere uno nuovo, i due amanti si incontrarono ai confini dei due regni e decisero, che se non si fossero mai potuti sposare, sarebbero morti insieme. Si unirono in un abbraccio che trasformò i loro corpi in una massa enorme di gas che si levò nel firmamento. Questa massa si spinse fino ai meandri della galassia di Hutet, accumulando polveri cosmiche e frammenti di stelle antiche. Giunti nella parte più remota della galassia, da cui la stella Thesa è solo un minuscolo puntino nel buio cosmico, la massa di gas si solidificò dando vita alla terra di Othar. Su quella terra nacquero i figli dei due eredi, gli Dei terreni, dagli Dei terreni nacquero le creature di Othar, tutte uguali per aspetto, così che non avendo differenza, non potessero commettere l’errore dei due popoli abitanti della stella Tesha.
La terra di Othar. Primo racconto del ciclo di Othar
Pubblicato: 21 Maggio 2015 in Fantasia, Racconti, RaccontoTag:ciclo di racconti, dei, divinitá, fantasia, racconti, racconto, terre fantastiche
Prefazione per il ciclo di racconti di Othar: Prendete in considerazione tutto ciò che conoscete riguardanti il nostro mondo e accantonatelo. Il ciclo di racconti che mi accingo a pubblicare non parla della nostra Terra ne dell’Universo in cui viviamo. Parleremo di un Universo, definiamolo, parallelo al nostro.
La terra di Othar.
La terra di Othar era il pianeta situato ai confini della galassia di Hutet. Le divinità madri di questo pianeta erano Gersha, erede al trono dell’antico popolo del ghiaccio della stella Tesha, e Erif, erede al trono del popolo del fuoco della stella Tesha. Come narra la leggenda i due amanti, vistosi rifiutare le nozze dai propi padri, si sacrificarono e il loro amore dette vita alla terra di Othar. I due amanti però, durante il loro sacrificio, non morirono, anzi, divennero le divinità di quella terra, appunto, Gersha e Erif. Gersha era la madre della terra mentre Erif era il fuoco che ardeva nel suo nucleo. Dalla loro unione nacquero i 5 dei terreni. A differenza delle divinità madre, parte integrante della terra di Othar, i 5 dei terreni la abitavano. Ognuno delle divinità terrene era l’incarnazione dei sentimenti provati dai due amanti. C’era Veshy dea terrena dell’amore, Lhyu dio terreno della speranza, Fachy dea della prosperità, Shio dio della giustizia e infine Wyu dio del rancore. Si, una di queste divinità terrene incarnava il rancore dei due giovani amanti nei confronti dei propri padri che, non riuscendo a superare le ostilità insensate che provavano l’uno per l’altro, costrinsero i due amanti al sacrificio amoroso.
Queste divinità terrene, col passare degli anni, iniziarono ad avvertire un senso di solitudine. Si erano una famiglia, ma, non potevano dividersi quella vasta terra solo fra loro, decisero così di popolarla. Ogni divinità, con l’assenso delle due divinità madri, creò una stirpe di esseri che popolarono la terra di Othar. Ogni popolo avrebbe acquisito i doni della sapienza e delle qualità del proprio dio creatore, l’unico dio terreno che non fu autorizzato alla creazione di una propria stirpe di esseri fu il dio Wyu. Le divinità madri non acconsentirono, per la paura che, donandogli la sua collera, la stirpe di Wyu avrebbe commesso lo stesso errore, dettato dalla brama di potere e di superiorità, dei due antichi popoli di Tesha. Le ultime condizioni date dalle divinità madre furono che tutti gli esseri dovessero essere uguali per aspetto e che ogni divinità terrena desse a Wyu alcuni dei propri esseri, in modo che anche Wyu potesse avere una stirpe senza potergli trasmettere la propria collera. Nacquero così: il popolo dei Deit, nato dalla dea Fachy, abitanti della parte montuosa della terra di Othar, riuscirono a rendere le montagne nude e fredde dei promontori stupendi e ricchi di vegetazione dove sorse alcune delle città più prosperose della terra; il popolo dei Xiumy, nato dalla dea Veshy, abitanti della zona marina della terra di Othar, riuscirono a costruire delle città sotto il livello dell’acqua conosciute in tutta la galassia per la grandissima bellezza; il popolo dei Eurity, nato dal dio Shio, abitante nella parte selvaggia della terra di Othar, riuscì a domare tutte le creature selvagge, questo popolo era conosciuto da tutti per il grandissimo senso di giustizia e del dovere; il popolo dei Lyert, nato dal dio Lhyu, abitante nella zona pianeggiante, conosciuto da tutti per la grande devozione nei confronti del dio creatore e di tutte le altre divinità. La stirpe di Wyu era considerata da tutti una stirpe di meticci, una stirpe mista e il suo dio non gli diede mai un nome, non ebbero un luogo prestabilito dove stabilirsi quindi le città di questa stirpe nacquero un po’ ovunque.
Le due divinità madri videro lo splendore che era nato grazie al loro amore e decisero così, dopo secoli di vagabondaggio nello spazio alla ricerca del posto giusto dove far fiorire il loro amore, di concedersi il sonno meritato.
Il villaggio di Shava
Pubblicato: 20 Maggio 2015 in mistero, RaccontoTag:leggenda, leggende, misteri, mistero, racconti, racconto, villaggi sperduti
Nel villaggio di Shava la vita scorreva beatamente. Era un piccola villaggio isolato dal resto del mondo. Vi chiederete come sia possibile che questo villaggio fosse isolato dal mondo? Forse era situato su un’isola inaccessibile? Forse si trovava nel cuore profondo di una foresta fittissima e selvaggia? Addirittura i più fantasiosi di voi potrebbero pensare che si trovasse nei meandri della terra, tra fuoco e fiamme insomma. Mi spiace deludere tutti ma la verità è un’altra. Il villaggio di Sheva si trovava a meno di 40km dalla città di Telloville, cuore pulsante della regione di Basan. Eppure non c’erano stati rapporti da decenni tra gli abitanti di Sheva e di Talloville. Il perché è semplice. Sheva era circondata da un bosco tetro e dalla vegetazione fittissima. Gli alberi millenari si levavano verso il sole, creando una sorte di cupola naturale, ostacolando la penetrazione dei raggi luminosi del sole. Nel boschetto regnava la penombra e i sentieri erano abbandonati da decenni.
Ma non era questa caratteristica del boschetto a impedire agli abitanti di Shava di comunicare col mondo esterno. Bensì un’antica leggenda. Shava era un piccolo villaggio, le credenze popolari era diffusissime ed erano considerate veritiere. Gli anziani rimbambiti le raccontavano in continuazione, cambiandole di volta in volta, aggiungendo sempre più elementi a storie che, nel corso degli anni, si erano gonfiate in maniera quasi ridicola. La leggenda riguardante il boschetto che circondava Shava, chiamato il bosco delle anime perdute, risaliva a qualche decennio fa. Le legenda narra che intorno a Sheva, all’inizio del secolo scorso, non c’era nulla. Il boschetto non esisteva. Sheva era situata in una prateria e un ampio sentiero la collegava a Telloville e al resto della regione di Basan. Shava era collegata al mondo. A dire dei vecchi abitanti, all’epoca Shava era un ricco villaggio. Nella prateria si coltivavano una moltitudine di cereali e ovunque si intravedevano frutteti e vigneti. Insomma era un villaggio destinato a diventare un’importante cittadina un giorno. Questa consapevolezza rendeva gli abitanti del villaggio, persone credulone e poco dotte, molto vanitosi e con atteggiamenti di superiorità verso i commercianti degli altri villaggi. Pian piano, a causa del comportamento degli abitanti di Shava, i commercianti che si recavano lì diminuirono e le praterie intorno al villaggio cominciarono a riempirsi di erbacce e alberi che crescevano a una velocità spaventosa. Nonostante i tentativi dei contadini di preservare la prateria, intorno a Shava nacque un boschetto. I commercianti giunti da fuori si fecero sempre più rari e strane voci, riguardanti esseri mostruosi che si aggiravano nel boschetto intorno a Shava e attaccavano chiunque gli capitasse a tiro, giunsero alle orecchio degli abitanti del villaggio e ai commercianti della città di Telloville. Vistosi ridurre gli scambi all’interno del proprio villaggio, i commercianti di Shava furono costretti a provare ad attraversare il boschetto per recarsi nella vicina città. Tutti i commercianti che partirono non fecero più ritorno a Shava. La maggior parte crede che siano stati attaccati e uccisi dalle belve immonde, di cui tutti parlano ma che nessuno ha visto, che si aggirano nel boschetto. Altri, come me, pensano semplicemente che i commercianti, giunti a Telloville, siano rimasti affascinati dallo splendore e dalla grandezza della città e vi siano rimasti. Ovviamente quest’ultima teoria è quella meno accreditata. Gli abitanti di Shava, come già detto, sono persone poco istruite, quindi credono più alle legende tramandate dai vecchi del villaggio che a supposizioni più logiche dette dai giovani. Oltre a questo, c’è da dire che nonostante ormai Shava sia isolata dal mondo, i suoi abitanti hanno mantenuto quel carattere di superiorità del proprio villaggio, quindi non ammetterebbero e non accetterebbero mai che i commercianti, nonché concittadini, abbiano abbandonato Shava per stabilirsi nella città.
Per quanto riguarda le origini e come abbia fatto il boschetto a crescere così in fretta, l’ipotesi più credibile è che ci sia sempre stato e che quindi la storia della prateria e del grande villaggio commerciale sia solo una delle tante fandonie dei vecchi del villaggio. Ma questo non è detto. Il mondo è strano e misterioso per noi, persone isolate dal mondo. Quindi, questa, è l’unica strada o meglio dire l’unico particolare su cui non so cosa dire e, mettendo in discussione questo particolare, metto in discussione anche il mio scetticismo sui racconti delle vecchie leggende. Quindi, posso affermare, che il perché Shava sia isolata dal mondo a causa di un boschetto, sia un mistero e che ognuno di noi può elaborare, a proprio piacere, i più disparati motivi.
Il Diario del comandante Zackary
Pubblicato: 18 Maggio 2015 in Diario, Fantasia, mistero, Racconti del mistero, RaccontoTag:diario, fantasia, incubi, mistero, Morte, popoli antichi, popoli scomparsi, racconti, racconto, spedizione, terre fantastiche
Quello che di seguito vi riporterò sono alcune delle pagine del diario del comandante Zackary. Zackary oltre a essere un comandante era anche uno degli archeologi più famosi della terra di Sentha, specializzato nella ricerca di antichi manufatti appartenenti ai popoli che abitavano la regione di Than.
1°giorno della spedizione.
Siamo salpati alle prime ore dell’alba dal porto della città di Faty diretti verso la costa meridionale della regione di Than. Il viaggio in mare durerà circa 3 giorni salvo imprevisti. Una volta sulla costa meridionale ci addentreremo nell’entroterra, cercando di estrapolare più informazioni possibili dai popoli indigeni, che vivono lì, sull’antico popolo dei Yjensa. Gli Yjensa, stando alle leggende della terra di Sentha, erano uno dei primi popoli ad abitare la regione di Than. La loro sete di sangue e di espansione era innarestabile, si dice fossero riusciti a conquistare tutta la regione di Than e a sterminare tutti gli antichi popoli che l’abitavano. Poi misteriosamente scomparvero nel nulla. Molti sono stati gli archeologi, che come me, hanno cercato informazioni sugli Yjensa, ma tutti hanno fallito. A contrario di loro, io ho buona conoscenza della regione di Than e dei popoli che vi vivono.
3°giorno della spedizione.
Siamo arrivati sulle coste meridionali della regione di Than. Il vento è stato favorevole per tutto il viaggio e abbiamo recuperato un giorno sul tabellino della spedizione. Il morale dell’equipaggio è alto fortunatamente. Ci aspettano giorni duri nelle terre della regione di Than. Riposeremo fino a domani mattina, poi partiremo via terra per addentrarci nell’entroterra cercando un contatto con il popolo dei Khiuntu, uno dei popoli che contatteremo per ricevere informazioni sugli Yjensa.
6°giorno della spedizione.
Al calare della stella Ozon, dopo 2 giorni di ricerca e di cammino, abbiamo trovato l’accampamento dei Khiuntu. Ci hanno dato ospitalità in cambio di doni. Ho avuto un colloqui col capo dei Khiuntu, Mhantyupika. Riuscirgli a prendere informazioni sugli Yjensa non è stato facile, era preoccupato e spaventato dal fatto che qualcuno stesse sulle tracce di quel popolo barbaro e sanguinario. Il capo tribù sapeva poco riguardo agli Yjensa, e quel poco si basava su antiche leggende. Niente che già non sapessi. Ringraziai il capo Mhantyupika e mi unii alla festa in celebrazione dei doni che avevamo portato. L’indomani saremmo partiti alla ricerca di un altro popolo che risiedeva in quella regione da più tempo rispetto i Khiuntu, i Bhius.
I Bhius, abitavano nell’entroterra orientale delle regione di Than. Ebbi un primo contatto con loro quando ,anni fa, mi recai nella regione di Than alla ricerca di antichi manufatti risalenti all’Era della Creazione. Le lore informazioni mi furono di grande aiuto, spero che lo siano anche in questa spedizione.
7°giorno della spedizione
All’alba lasciammo l’accampamento dei Khiuntu, il morale dell’equipaggio era alto grazie ai festeggiamenti della notte. Ci attendeva un cammino lungo e pericoloso. Più ci spingiamo nell’entroterra e più ci sono probabilità di incontrare indigeni selvaggi. I popoli della regione di Than non sono bellici, ma alcuni indigeni di varie tribù, spinti dalla brama di potere e dalla sete di sangue, si allontanarono dai vari popoli stabilendosi nell’entroterra più selvaggio, dove costruirono vari accampamenti e assalgono i vari carichi commerciali spediti dai vari popoli per il mantenimento della pace a Than. Stando ai miei calcoli dovremmo raggiungere il popolo dei Bhius in circa 4\5 giorni di marcia intensa. So che il morale dell’equipaggio ne risentirà, ma confido che un’ennesima festa posso risollevare gli animi. Ci sono possibilità che la sosta nell’accampamento dei Bhius duri più giorni.
10°giorno della spedizione.
Durante la notte del giorno precedente, come di consueto, abbiamo mandato due uomini armati a perlustrare il perimetro del nostro accampamento notturno. Non sono tornati. Sale in me e nell’equipaggio il timore di essere seguiti da qualche selvaggio. Dobbiamo tenere gli occhi aperti ma soprattutto, dobbiamo lasciare la mente lucida e non farci soggiogare dalle emozioni.
Nel pomeriggio abbiamo rilevato delle tracce del popolo dei Bhius. Spero di arrivare al loro campo il prima possibile.
12°giorno della spedizione.
Siamo arrivati nell’accampamento dei Bhius. Sono andato subito al colloquio dal loro capo, Thesan. Dopo i convenevoli ho parlato subito dell’avvenimento accaduto nel 10°giorno, il capo mi ha dato conferma che c’era un gruppo di indigeni ostili che si aggirava nei dintorni, sono stati eliminati. I due membri dell’equipaggio non torneranno. Dopo averlo ringraziato dell’informazione gli ho chiesto del popolo degli Yjensa. Come il capo dei Khiuntu, sul suo volto si leggeva chiaramente la paura. Nonostante ciò non c’ho messo molto a convincerlo a fornirmi informazioni. Finalmente ho avuto le prime notizie utili. Secondo ciò che riportano gli antichi scritti del popolo dei Bhius, il popolo degli Yjensa aveva conquistato letteralmente tutta la regione di Than, ma il centro vitale era situato nella costa settentrionale, dove si trovava la città di Mbhutan, sede del loro sovrano. I Than non avevano religione, veneravano il loro sovrano come Dio superiore e tutti gli indigeni della tribù erano considerati Dei minori, tutti gli altri popoli, veneratori di Dei simbolici, erano da sterminare.
Ringraziai il capo Thesan per le informazioni. Mi unii alla festa celebrata per la vittoria sui selvaggi.
La sera, al termine della festa, il morale dell’equipaggio, come avevo previsto, è risalito, ma la perdita di due membri a causa di quei selvaggi, mi ha spinto a prendere la decisione di restare anche l’indomani nell’accampamento dei Bhius.
14°giorno della spedizione.
All’alba salutammo il popolo dei Bhius e ci spingemmo verso le coste settentrionali, decidemmo di tagliare attraversando l’entroterra selvaggio, nonostante la presenza dei selvaggi.
Giunta la sera ci siamo accampati presso delle antiche rovine, domani all’alba le analizzerò, forse appartengono ad un’antica città degli Yjensa. Il morale dell’equipaggio è abbastanza alto. Come al solito ho mandato degli uomini armati a perlustrare il perimetro, per fortuna sono tornati.
Stando ai miei calcoli, impiegheremo all’incirca 10 giorni a raggiungere le coste settentrionali della regione di Than. Durante il viaggio spero di trovare l’accampamento del popolo degli Hanset. Gli Hanset sono un popolo ricco e molto sviluppato, molto differenti dal resto dei popoli che abitano questa regione. Spero di ricavare da loro informazioni utili come quelle fornitemi dai Bhius.
15°giorno della spedizione.
Stamane mentre analizzavo le antiche rovine ho avuto un attimo di assenza. Non so come spiegarlo, è come se la mia mente si sia distaccata per alcuni istanti dal mio corpo. Lasciamo stare. Non devo lasciarmi condizionare da queste faccende. Continuando ad analizzare le rovine ho scoperto che appartenevano ad un popolo di cui non si hanno notizie attuali. Potrebbero essere il primo ritrovamento archeologica degli Yjensa!
17°giorno della spedizione.
Procediamo a rilento nell’entroterra. La Stagione Calda è giunta in anticipo rendendo quasi impossibili gli spostamenti mattutini, la notte, invece, li rende pericolosi a causa della scarsa visibilità e del rischio di un agguato da parte dei selvaggi. Gli spostamenti sono limitati a una ristretta fascia oraria. Il morale dell’equipaggio è in cale. I giorni della spedizione per il raggiungimento della costa settentrionale slittando a 16 giorni.
21°giorno della spedizione.
Ieri siamo stati vittime di un’imboscata da parte di alcuni selvaggi. Abbiamo respinto l’assalto ma sono morti 5 membri dell’equipaggio e molti viveri sono stati razziati o distrutti. Il morale degli uomini cala sempre di più, di questo passo dovremmo abbandonare la spedizione. Spero di trovare l’accampamento degli Hanset, è di fondamentale importanza.
25°giorno della spedizione.
Le mie notti stanno diventando sempre più agitate, non a causa di assalti da parte dei selvaggi. Ma a causa dei miei sogni. Sono 3 notti che sogno di un popolo che aveva sfidato gli Dei regnanti sulla regione di Than. Questo popolo scatenò una guerra devastante e la perse, ma gli Dei non li sterminarono, li trasformarono in creature rivoltanti relegate nei meandri del sottosuolo, li trasformò nei custodi degli inferi. Questi sogni mi agitano, l’attacco subito in precedenza dagli indigeni, il rischio di sospendere la spedizione e il giungere in anticipo della Stagione Calda, forse, hanno fatto crollare anche il mio morale e la mia serenità mentale. Il morale dell’equipaggio e sempre in netto calo, ciò mi spaventa, non sarebbe la prima volta che un equipaggio di cattivo umore tenta un ammutinamento. Devo trovare un modo per far risalire il morale. Non abbandonerò questa spedizione.
27°giorno della spedizione.
Siamo arrivati nel centro della regione di Than, zona molto pericolosa ma, ho un’idea su come far risalire il morale degli uomini, attaccheremo un villaggio di selvaggi non molto distanti dal nostro accampamento, stermineremo gli uomini e stupreremo le loro donno. Questo sarà un atto di vendetta per gli uomini morti per mano di questi selvaggi, farà bene agli uomini. Staserà riferirò la mia idea agli uomini.
Ho riferito la mia idea all’equipaggio, sono euforici per la vendetta che li attende. Domani partiremo verso il villaggio.
29°giorno della spedizione.
L’assalto al villaggio è appena finito. Tutto è andato secondo miei piani. Il morale dell’equipaggio è alle stelle. Dobbiamo decidere cosa farne delle donne stupraste.
Abbiamo deciso di uccidere anche le donne. Cos’ho fatto! I sensi di colpa per le mie azioni mi accompagneranno per il resto della mia vita. Come ho potuto avere un’idea così! Non sono un selvaggio! Non ho mai avuto idee sanguinarie! La mia coscienza è sporca, macchiata del sangue di un popolo che non meritava la morte, cosa sono diventato?!
35°giorno della spedizione.
Ai sogni precedenti che alimentavano le mie notti, si sono aggiunte le visioni, o meglio dire i ricordi, della strage di cui sono stato artefice. La mia salute mentale è a rischio. Non ho intenzione di lasciare la spedizione, ma se continuo di questo passo rischio di impazzire.
Giunta la sera abbiamo trovato tracce degli Hanset, entro domani dovremmo trovare il loro villaggio. Ci fermeremo quando basta, anche più notti. Ho bisogno di riacquisire un po’ di serenità.
36°giorno della spedizione.
Nella mattinata arrivammo in ciò che rimaneva del villaggio degli Hanset. Ciò che prima era il villaggio più sviluppato in cui viveva il popolo più avanzato della regione di Than, ora non era altro che un terreno devastato dai cadaveri orridamente mutilati. Rivedevo in quella scena ciò che avevamo compiuto poche sere prima. Tornarono nella mia mente quelle scene.
La stella Ozon è calata da un paio d’ore, ci siamo accampati poco distanti dal villaggio distrutto degli Hanset. L’equipaggio non riesce a dormire, la paura che i selvaggi che avevano devastato il villaggio siano ancora nei paraggi, rende tutti suscettibili, ad ogni piccolo rumore uno di noi scatto in piedi. Il morale sta iniziando di nuovo a scendere, fortunatamente tra breve dovremmo arrivare sulla costa settentrionale. La nostra spedizione sta per giungere al termine
.
42°giorno della spedizione.
Da quando abbiamo abbandonato le rovine del villaggio degli Hanset siamo stati vittima di 3 assalti da parte dei selvaggi, l’equipaggio è ridotto all’osso, i viveri sono quasi del tutto esauriti e cominciano a farsi sentire i primi malumori da parte dei pochi sopravvissuti. La spedizione è quasi fallita anche se ormai la meta è così vicina.
44°giorno della spedizione.
Siamo arrivati! Finalmente! Davanti a noi si scorgono delle torri, dobbiamo accelerare il passo se voglio raggiungere le maestosi torri prima di sera.
È sera, ci troviamo nel centro di quella che un tempo era Mbhutan. Domani inizierò i primi rilevamenti. L’equipaggio sembra essersi calmato, ma c’è qualcosa che non mi convince. È tutto troppo silenzioso. Non si sente nulla, nè il canto degli uccelli, che ci aveva accompagnato dall’inizio della spedizione nella regione di Than, né il suono del vento. Tutto intorno a noi sembrava morto.
47°giorno della spedizione.
Sono 3 giorni che ispeziono le rovine della città. La leggenda narratami dal capo dei Bhius sembra essere vere, decifrando le iscrizioni all’interno del palazzo del sovrano ho scoperto che la guerra contro gli Dei della regione di Than avvenne realmente. La guerra durò anni, fu brutale e sanguinaria con perdite sia da parte degli Dei che da parte degli Yjensa. Ma come tutte le guerre ebbe fine, e questa fu vinta dagli Dei che decisero di non sterminare gli Yjensa, ma di infliggergli una condanna maggiore, i loro corpi furono mutilati e resi inguardabili da qualsiasi essere vivente e furono rilegati nei meandri della terra.
Una parte delle incisioni però sono quasi illeggibili e non ho avuto modo di decifrarle con accuratezza, parlano di un sentiero e di un ingresso poco lontano dalla città di Mbhutan. Nei prossimi giorni manderò dei gruppi a perlustrare la zona.
50°giorno della spedizione.
I gruppi mandati per perlustrare la zona indicata dalle incisioni non sono più tornati indietro. Domani prenderò i pochi uomini che sono rimasti e ce ne andremo. Abbiamo avvertito la nave che ci troverà sulla costa nord/ovest. Voglio allontanarmi il più possibile da questo luogo.
La notte sembra non passare. Strani rumori provengono dai boschi intorno le rovine. L’equipaggio e terrorizzato e il morale sta calando a picco. Tra breve la spedizione avrà fine e finalmente torneremo dalle nostre famiglie.
52°giorno della spedizione.
Sono rimasto solo. Dell’equipaggio non si è salvato nessuno. La notte scorsa siamo stati attaccati da un gruppo di selvaggi, diversi da quelli incontrati finora. I loro corpi erano strani, non so come descriverli ma non erano umani, emanavano un fetore nauseante. Spero che la nave arrivi presto.
58°giorno della spedizione.
La nave ancora non è arrivata. Non arriverà più. Sento intorno a me la presenza dei fetidi selvaggi che ridono di me. Avrei dovuto annullare la spedizione ma la mia brama di gloria ha offuscato la mia mente, fino a spingermi a compiere atti impuri e orrendi. La mia unica consolazione e che a breve tutto questo avrà fine. Che Dio abbia pietà della mia anima corrotta.
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