
È cominciato tutto un po’ di tempo fa. Un annuncio online: un casting per un film che si sarebbe girato praticamente vicino casa. Cercavano comparse, bisognava presentarsi di persona oppure inviare una foto. La tentazione era forte. Era un pezzo che volevo partecipare a un’esperienza di questo tipo, di casting ce ne sono stati diversi nei paraggi, ma sempre troppo lontani per scuotere la mia pigrizia. Invece questo era proprio dietro la porta di casa. Ma poi, figurati se mi prendono, ho pensato. Quando avrebbero visto la foto, fatta per l’occasione, come minimo avrebbero provato ribrezzo, come l’ho provato io, e mi avrebbero scartata. Quindi, ok, mando la foto e non ci penso più.
E invece.
Passa un po’ di tempo e ricevo una telefonata. Ti abbiamo scelta. A chi, a me? Allibisco, però è vero. Non ricevo molte informazioni sul tipo di film, se non che dovrò partecipare alla registrazione di una scena molto carina (afferma il tizio, ma non specifica altro). Ero disponibile da lì a… 3 giorni?Caspita, non ho il tempo di pensarci molto, e dato che da quando sono in pensione tutto sommato il mio tempo è a mia disposizione, accetto, così al volo. Le istruzioni mi arrivano via messaggio su whatsapp.
Dunque. Occorre che mi procuri un abbigliamento come quello suggerito in alcune foto che mi hanno inviato, tenendo presente che il film è ambientato nel 2007. Sembra ieri vero? Però sono passati ben 17 anni, e tante cose sono cambiate. A cominciare dal fatto che le foto sembrano ispirate ad un target adatto a come ci si immagina una sessantenne tipo, probabilmente impiegata o operaia. A parte una ragazza in tuta blu e scarpe da ginnastica, alle prese con un macchinario in fabbrica, nelle altre foto ci sono donne giovani, ma non giovanissime e donne di una certa età piuttosto in carne. Abbigliamento classico: le più giovani con gonna al ginocchio, camicia e golfino con bottoni, le più anziane con vestito e giacchetta di lana e ingioiellate come matrone, cotonate e truccate. Una sola in camicia maschile, evidentemente anche questa operaia, mentre le altre sembrano più da ufficio.
Ora, sembra facile vestirsi nel modo richiesto, in realtà sorgono improvvisamente un sacco di difficoltà.
Prima difficoltà: in quale target infilarsi? Nell’operaia in tuta blu? La tentazione è fortissima… almeno starei comoda tutto il giorno. Però, no, dai, una volta che ti capita questa cosa, di finire in un film, vuoi non apparire un pochino curata? Niente tuta. Ma allora: gonna e golfino come le donne più giovani o vestito da matrona e messa in piega? Bene, ovviamente io mi sento giovanissima… una minigonna potrebbe andare bene? Col cavolo. Prendo nota che non faccio più parte delle trentenni e che in mini al massimo potrei assomigliare alla caricatura della matrona. Che tristezza. Vabbè, cerchiamo una via di mezzo.
Seconda difficoltà. Di gonne al ginocchio ne ho avute a bizzeffe, messe pochissimo perché preferivo le dimensioni più ridotte. Quindi capi quasi nuovi. Ahimè, però, a conferma del tempo e delle taglie che passano, tutte le gonne le ho regalate a un’amica perché… non ci sto più dentro. Ma non demordo. Per intanto accantono un attimo il problema. Passiamo a camicia e golfino. Recupero una vecchia camicia bianca che volevo buttare, per lo stesso motivo di cui sopra, e scopro che anche se tira un po’ sul davanti, dove i bottoni stanno per saltare, e sui fianchi, dove la ciccia deborda, tutto sommato mi contiene ancora. Ok, andata. Golfino con bottoni? Ne ho diversi, tutti stretti e corti, perché acquistati in tempi migliori. Opto per quello rosa, il più nuovo, sempre stretto e corto, ma il rosa mi dona e magari non si nota che sto pressata come una salsiccia. E la gonna? Decido di fare un salto all’emporio dei cinesi. Lì si trova tutto. E difatti trovo anche la gonna. Nera, sotto al ginocchio invece che sopra, una illusoria taglia M dice l’etichetta, in realtà trattasi di una XXL (le taglie cinesi sono più piccole del normale, no?), e così sintetica che temo faccia scintille, ma non mi resta che tentare la sorte e sperare di non prendere fuoco.
Terza difficoltà. Le scarpe. E niente, quelle mi toccherà comprarle nuove. Perché ho rovistato nel mio deposito casalingo, che si sa io non butto via niente, ma anche le scarpe che ho conservato fin qui da oltre due decenni e che sembrano nuove, in realtà come quelle di Cenerentola non potrei mai più indossarle se non con almeno due numeri in più. Quindi, capatina veloce al negozio di scarpe e gira che ti rigira salta fuori un paio di scarpe da vecchia bacucca che potrebbero forse non farmi male. L’eleganza non esiste, somigliano a scarpe da uomo, ma chi se ne frega, devo fare la comparsa, non la protagonista, magari sarò in mezzo a una folla urlante e chi mai guarderà i miei piedi… E poi sono esausta e rassegnata. Le scarpe costano poco e potrò riciclarle. Affare fatto.
Ma c’è anche una quarta difficoltà. Sono richiesti occhiali da sole. Direte, dove sta il problema, chi è che non ne ha un paio? Ecco, guarda caso, i miei non si trovano più. Dove saranno mai finiti? Ma non c’è tempo: nell’emporio dei santi cinesi trovo pure quelli.
Sono salva. Di più. Nel negozio di scarpe ho trovato pure un gilet di maglia verde acido a pochissimi soldi e compatibile con quell’ibrido di personaggio che alla fine sono diventata. Se il look non va bene, caspiterina, mi daranno qualcosa le costumiste no? Cosa le pagano a fare?
Mi guardo allo specchio con la mise che ho scelto per girare una scena di un film di cui non so niente, nemmeno chi sono o chi dovrei essere, e un po’ mi viene da piangere. Sono ingrassata, invecchiata, pure se potessi avere vestiti firmati dai migliori stilisti sembrerei sempre un sacco di patate. Però va bene dai. Accettiamolo, gli anni verdi sono un ricordo, ma è con spirito curioso che mi approccio a una nuova esperienza. E questo basta.
Tre giorni dopo, il 4 novembre, lunedì, il fatidico giorno. Sveglia alle 5, colazione abbondante che non si sa come va a finire, mi insalsiccio nella divisa da comparsa e mi presento all’appuntamento alle 6,30, puntuale, davanti alla parrocchia (strano ritrovo). Insieme a me, un sacco di gente. Tutte comparse, ovviamente, ma non credevo saremmo stati in tanti. Giovani, meno giovani, chi sembra avere stampata in faccia la qualifica di operaio (e scoprirò che per alcuni è proprio così!), donne, quelle giovani, su tacchi altissimi, qualcuna perfino senza calze, con una temperatura che sfiora lo zero… e altre, più furbe, con scarpacce come le mie, o stivaletti e jeans (ma sulle foto non erano previste, come hanno potuto?!). Vedo almeno tre uomini con i capelli lunghissimi, di cui uno biondo tinto, una ragazza con i tratti asiatici, una povera signora alta e robusta con un piede gonfio infilato in una scarpetta stretta come il mio cuore quando la vedo: come potrà resistere fino a fine giornata senza che come minimo le si gonfi pure l’altro? Insomma, una discreta e varia fauna umana, circa una settantina di persone o forse più. Mi chiedo: come faranno a controllarci tutti? Già, il primo approccio è stato questo: passare dal trucco e parrucco e dal reparto costumi, per vedere se il nostro look è adatto al periodo in cui è ambientato il film. Tutti? Sì, tutti. Siamo stati osservati velocemente ma attentamente tutti, in ogni dettaglio. Mi sono rammaricata di essermi messa il fondotinta e un velo di rossetto… quando mai mi ricapiterà di farmi truccare da una professionista? Infatti su questo fronte, dopo uno sguardo un tantino disgustato, la passo liscia: quel poco che ho messo in faccia basta. Sui capelli lo sguardo si fa pietoso, ma l’addetta si rassegna, inutile metterci mano. Non so se essere contenta o avvilita da questo ok e guardo con invidia le ragazze che invece vengono pettinate e truccate. Ma la costumista non mi dà il tempo di pensarci. Eh no, il piumino rosso proprio no. Ma i piumini non si usavano nel 2007? A quanto pare no: me lo fa togliere e mi passa una giacchetta da donna adatta a una mite serata estiva più che a una gelida mattina di montagna. Ma dice che si intona col mio gilet. E poi non è che sia facile trovare una taglia adatta a me. Amen.
Ma il piumino me lo infilo sopra fino a che non si comincia a girare. E fa freddo lo stesso.
Arriva il momento, iniziano le riprese. Ci viene spiegata la scena. Siamo un gruppo di operai e impiegati che nel parcheggio della fabbrica vedono arrivare il padrone dell’azienda con l’elicottero, per consegnare un orologio d’oro a un nostro collega che va in pensione. Siamo tutti intorno a osservare, poi festeggiamo il fortunato, mentre il cavaliere se ne va, sempre in elicottero.
I due si scambiano poche battute, ma la scena viene provata e girata tantissime volte. Io sono in prima fila, vedo tutto così da vicino che mi emoziono. Riconosco l’attore che interpreta il cavaliere, l’ho visto in tanti film e fiction in TV. Mi sfugge il nome, ma mi informo e mi batto la mano sulla fronte: è Roberto Citran, grande! Resto ammirata dalla naturalezza con cui recita, quasi fosse veramente il padrone che ci tiene a ringraziare il suo operaio di persona. Con l’aria un po’ falsamente gentile, è evidente. Certo, non conosco la trama intera del film, non so cosa c’è oltre a questa scena. Però quello che vedo mi incanta.
A dire il vero dopo un po’ siamo tutti stanchi e infreddoliti, le ore passano e noi siamo sempre lì in piedi. Eppure sto assistendo alla nascita di un’opera cinematografica da vicinissimo. Di colpo capisco molte cose a cui quando guardo un film non faccio caso. Capisco come possa l’inquadratura cambiare senza che si riveli la presenza della telecamera. La scena viene ripetuta tantissime volte, da varie inquadrature, con una pazienza certosina sia da parte degli attori che del cameraman, dei tecnici, del regista. La truccatrice che corre col pennello a ritoccare il trucco, o a sistemare la ciocca di capelli fuori posto, il microfonista che regge l’asta del microfono, i meccanici che aiutano a spostare la camera, montandola e smontandola e facendo apparire e scomparire perfino dei binari. C’è pure chi batte il famoso ciak all’inizio di ogni ripresa! E c’è chi controlla la luce, le ombre, chi fa trovare tutto ciò che serve (il regalo, la bottiglia e i bicchieri per festeggiare, per esempio) e poi se lo riprende fino al nuovo ciak. C’è chi segue il copione, il regista che controlla ogni piccolo particolare, i macchinari, i collegamenti con il pilota dell’elicottero e accendi il rotore e spegni il rotore, e prova a girare l’elica a mano, ma si vede l’omino, meglio evitare…
E io sempre lì davanti. A osservare come nasce la scena di un film. Intirizzita nella giacchetta estiva e nella gonna sintetica, a stringermi agli altri per scaldarci l’un l’altro. Sullo sfondo una giornata meravigliosa e le montagne limpide. Bellissimo.
Pausa pranzo, un paio di panini al volo. Le signore e signorine che sono state tutta la mattina in piedi sui tacchi alti sfilano le scarpe e camminano scalze nel luogo all’interno della fabbrica che ci è stato messo a disposizione come ritrovo. Qualcuna ha scarpe da ginnastica di riserva. Mi ricordo che anche io avevo portato le ciabatte, ma sono in macchina, e la macchina è lontana e tutto sommato per ora le scarpacce brutte non mi fanno male ai piedi. Ringrazio. Qualcuno starnutisce. E certo, ci siamo gelati un po’ tutti.
Al pomeriggio si ricomincia. E stavolta fa caldissimo! In questa matta stagione autunnale di giorno il sole scalda ancora. Eccome scalda. Anche la giacchetta estiva si rivela ad un tratto pesantina, mentre qualche ora prima era troppo leggera. E chi la mattina stava bello caldo, adesso suda come un toro. Di nuovo ciak si gira, più o meno le stesse cose, con qualche variante, tipo: siamo nel parcheggio per i fatti nostri e arriva l’elicottero, tutti a naso in su e poi a correre a vedere cosa succede. Nel film questa parte verrà per prima, ovviamente, il montaggio sarà cruciale e capisco quanto sia veramente importante farlo bene.
Compare anche un altro attore famoso, che gira una scena da solo, e stavolta mi ricordo anche il nome: è Andrea Pennacchi, grandissimo! Che strano vedere da vicino questi attori che vedi solo nei film o in qualche spettacolo alla TV. La scena è semplicissima, deve solo osservare in lontananza, mettere un borsone con rabbia nel cofano di una macchina e chiudere lo sportello con forza. Anche questa, così facile, verrà girata molte volte e non perché l’attore non sia bravo, ma evidentemente per prendere il meglio dopo varie angolature.
Alla fine viene il momento in cui ci congedano. La troupe continuerà a girare, noi non serviamo più. Appuntamento al giorno dopo. Mi avvio verso la mia auto con ancora addosso la giacca di scena, fatico a camminare, anchilosata dallo stare tutto il giorno in piedi e con il mal di schiena. La sera sono piena di dolori e con un iniziale raffreddamento. Prendo qualcosa per combattere il tutto, non vorrei mancare domani. E invece… invece scopro che per un errore non ben spiegabile, una casualità, la mia presenza non è più prevista, mi avevano scritturato solo un giorno invece che due, come d’accordo. Non capisco, mi dispero. Ma come? Ci tenevo tanto, ci sarei andata anche mezza morta, in fondo non mi capiterà più un’altra esperienza simile. Mi viene da piangere, mi sento esclusa come se ce l’avessero con me o avessi sbagliato qualcosa. E poi ho ancora la giacca che mi hanno prestato, come faccio a restituirla?
La produzione mi viene incontro, i responsabili del casting vengono a casa mia per ritirare la giacca. Si scusano, sono dispiaciuti, dicono che con quasi duecento persone contattate sono riusciti a fare un solo errore: quello che riguarda me. Ma come sono fortunata, penso avvilitissima. Cercano di consolarmi, dicono che hanno il mio nome, che se ci sarà un’altra occasione mi chiameranno di nuovo, ma io non ci credo: questo è stato un evento unico e non si ripeterà più, con mio sommo dispiacere.
Restituisco la giacca e ho comunque l’amara soddisfazione di sentire che durante le riprese, quel secondo giorno, la mia mancanza è stata notata. Ero in prima fila e di colpo non c’ero più. Se ne sono accorti il cameraman, o la costumista, forse lo stesso regista, non so bene, e trovo incredibile che avessero preso nota anche della mia mediocrità, ma è il segno di una enorme professionalità che controlla i minimi particolari. Al di là dell’equivoco che mi ha esclusa dal secondo giorno di riprese. E del resto devo dire che la gentilezza e la cortesia di tutta la troupe si è fatta notare, anche durante le riprese. La favola di registi che urlano e di attori che fanno capricci dev’essere una leggenda. Ma tornando a noi, chissà come rimedieranno alla mia, a questo punto evidente, assenza durante il montaggio. Non mi resta che vedere il film quando uscirà, in primavera.
Che esperienza! Mi sono assiderata, massacrata la schiena e i piedi per le lunghe ore in posizione eretta, mi sono dispiaciuta per l’esclusione, ho quasi litigato con qualcuno dei miei colleghi comparse per aver definito Pennacchi come comico, quando invece è un attore a tutto tondo e molto altro, ma ho avuto la fortuna di vedere da vicinissimo come si lavora ad un film. E ne sono felice.
A distanza di tempo ancora ci penso e sono orgogliosa di aver fatto parte, per qualche ora, di questo lavoro. E se per caso ci fosse davvero ancora bisogno di me… bè, sono qui che aspetto.




































