C’era una volta Eva.
Eva era una allieva, non so di cosa,
lei non pensava e se lo faceva
pensava sempre alla stessa cosa.
Eva era una risorsa,
andava sempre di corsa,
tante volte l’ho rincorsa,
tra i capelli portava un nastro rosa
che alla festa della nonna
sostituiva con una mimosa.
Eva era una allieva, studiava qualcosa ma non so cosa,
non pensava e quando lo faceva si stufava e beveva,
come un’ossessa beveva, si ingozzava di whisky,
cognac, e quant’altro, si ubriacava e sparlava,
e non si conteneva e diceva… boh, non so cosa diceva.
Se non la conoscevi pensavi che si faceva,
secondo me non si faceva
semmai si faceva fare e beveva,
sino a diventare ampollosa e seriosa,
così beveva e si ubriacava, sparlava
e col tempo peggiorava.
Eva era un’allieva non so di cosa, nessuno la conosceva,
di sicuro era forestiera,
se si connetteva diventava battagliera e allora
come una bestia si batteva,
combatteva sinché di colpo si disconnetteva.
Se delle sue convinzioni si convinceva insisteva,
lottava si dimenava e dibatteva,
nulla la fermava, nessuno la contrastava,
ma se lo scrupolo la prendeva, se il dubbio in lei cresceva,
come con l’alcool … non lo reggeva,
così si nascondeva, si chiudeva, piangeva e usciva,
e correva, correva anche se pioveva,
e se chiedevi come si sentiva
non ti rispondeva, in silenzio rimaneva,
e tu deluso dicevi “..ma porca Eva”.
Eva, era una allieva non so di cosa,
profumava come una rosa,
e anche se un pò “leggera”
era una che tra tante si eleva,
per questo era peggio di una sbronza passeggera,
se ti voleva ti sorrideva e te lo diceva
e ogni pensiero ti levava,
ma era così penosa,
pensava sempre alla stessa cosa sino a diventar noiosa
appena ci pensava si proponeva,
e allora, vedessi, come un razzo filava,
in un lampo i vestiti si sfilava e si denudava,
se non lo faceva si dispiaceva
se non ti conosceva sorrideva e diceva “Io sono Eva,
prendimi a smorza-candela”.
Ma spesso succedeva
che sul più bello quando t’eri convinto che te la dava,
anche se non pensava, lei ci ripensava si distraeva,
si ritraeva e non te la dava e tu dicevi “ma…puttana Eva!”.
Eva, era una allieva non so di cosa,
andava sempre di corsa,
la riconoscevi dal nastro rosa
che alla festa della nonna diventava una mimosa,
lei non leggeva, fingeva,
cantava e talvolta dipingeva,
si sussurra che, pur se atea, di nascosto pregava
e piangeva, ah quanto piangeva,
ma non pensava
e anche se non pensava diceva sempre ciò in
cui credeva.
Come l’acqua sorgiva usciva e defluiva,
lentamente scorreva e intanto il tempo passava
e trascorreva mentre lei discerneva,
se ci credeva sosteneva quel che le pareva
lo ripeteva e lo ribadiva
ma se s’accorgeva che sbagliava
si restringeva e si nascondeva.
In definitiva era una persona positiva e propositiva,
mai approssimativa, attiva e piena di iniziativa
e se si spegneva con un “clic” si riaccendeva
tornando subito operativa.
Eva era bella, davvero bella,
luminosa e leggiadra come una stella,
volteggiava come una farfalla,
di me si fidava e quando si ubriacava si confidava.
Così mi disse
che era straniera ma viveva a Milano,
bionda con gli occhi chiari,
un sottile strato di pelle candida come la neve
ricopriva la sua carne,
no, non era calda, di più, era un braciere,
una rosa da cogliere, insomma un belvedere.
Ricordo che tartagliando mi diceva
“come la brina di prima mattina
o la neve al levar del sole sparirò a primavera,
quant’è vero che mi chiamo Eva…
mi scioglierò e sparirò”.
Sentendola biascicare pensavo a una panzana
e non le credevo, perché mai dovevo,
e ridevo, ridevo così tanto che piangevo,
era un pianto di sollievo perché non le credevo.
Un giorno con una lacrima che le rigava il viso mi disse
“Gli uomini cercano la provocazione
per muovere la passione
per potermi possedere e raggiungere il piacere,
con voi ci vorrebbe un pompiere, mentre io chiedo amore,
nell’oscurità cerco uno spiraglio di luce
per restare in equilibrio sull’orlo di un cratere,
per sentirmi statica sul ciglio di un precipizio e non cadere”.
Così disse, si voltò e si allontanò.
Sulle labbra rosse indossava un sorriso forte e deciso,
mentre mostrava due gambe mozzafiato
su scarpe con tacchi a spillo
che al solo guardarle ti sentivi un mandrillo.
Lo ammetto, vederla in quello stato
fu un vero dispiacere, peggio di un clistere,
per dimenticare cominciai a bere,
e bevevo, bevevo peggio di un cocchiere,
bevevo per dimenticare quel gran dolore
e a furia di dimenticare mi scordai anche di bere.
Eva era leggera come una mongolfiera,
bella più di una bomboniera,
il mio pelouche, un portento, una chimera,
era nei miei pensieri giorno e notte,
mattino e sera,
creava sempre la giusta atmosfera,
era il sogno impossibile che si avvera,
il mio simbolo, la mia bandiera,
mi ubriacava più di una bottiglia di Barbera,
a letto mi impastava e miscelava
peggio di una betoniera,
indifferentemente passava da guerriera
a entreneuse a infermiera.
Era affettuosa, ansiosa ambiziosa costosa
carnosa capricciosa chiassosa fantasiosa
misteriosa numerosa focosa spocchiosa e contagiosa
ma aveva anche qualche difetto
che ancor ora mi rattrista,
era ambientalista, animalista, antagonista
di sinistra, altruista, assenteista, attendista,
autostoppista, bioterrorista, buddista, camorrista
capitalista, centrocampista, confusionista,
attivista alcolista, apprendista camionista,
interista, e anticollaborazionista.
Eva, era una allieva non so di cosa,
pensavo che non pensasse
e se lo facesse pensasse sempre a una cosa,
tra i capelli portava un nastro rosa
e alla festa della nonna distribuiva a tutte una mimosa.
Andava sempre di corsa,
e quando ho deciso di rincorrerla è svanita.
L’ho cercata per settimane intere
e quando ho capito d’averla perduta
ho ripreso a bere.
Da allora non l’ho più veduta.
Ancor adesso che son qui seduto
e bevo col tempo a mia disposizione quasi scaduto,
tra un bicchiere e l’altro, ripensando a come risplendeva
e a quanto mi piaceva,
con una lacrima che mi riga il viso mi dico
“…porcaccia Eva”.
….by Diegoribas
(p.s.:- trattasi di racconto ironico e fantasioso… ogni riferimento a fatti, nomi, persone o cose è puramente casuale)