Gli invisibili

Se ne sta lì
appoggiato ad una porta
accanto, una pasticceria.
Vicino a lui
poche povere cose
in attesa di essere vendute.

E’ soltanto un ragazzo
ma lo sguardo è triste
e già rassegnato.
Viene, forse, dal Senegal
e aspetta per ore
che qualcuno lo veda
ma nessuno si ferma
in questa città umida
fredda e indifferente.

Il Natale si avvicina.
Le luci nelle strade
e gli addobbi nelle vetrine
attirano, come calamite
gli sguardi curiosi
dei passanti.

Piera Chessa

Uomo di colore

Caro fratello bianco:
Quando nacqui, ero nero.
Quando crebbi, ero nero.
Quando sto al sole, sono nero.
Quando sono malato, sono nero.
Quando morirò, sarò nero.
Mentre invece tu:
Quando nascesti, eri roseo.
Quando crescesti, eri bianco.
Quando stai al sole, sei rosso.
Quando senti freddo, sei blu.
Quando hai paura, sei verde.
Quando sei malato, sei giallo.
Quando morirai, sarai grigio.
Allora, chi di noi due è un uomo di colore?

( di Leopold Senghor, poeta del Senegal)

Il testo è tratto dal libro “I figli dei giorni”, di Eduardo Galeano. Sperling e Kupfer – 2012

Novembre

E’ il primo giorno
di novembre
un mese che porta con sé
rimpianto e malinconia.

La nostra mente
ritorna indietro
di giorni, mesi e anni
e in pochi istanti
i ricordi lontani
rivivono in noi.

Ci riportano momenti
belli e sereni
vissuti e condivisi
con chi oggi non c’è più
ma anche momenti di dolore
e profonda nostalgia.

E’ la vita
che talvolta dona
e, più spesso, prende
mantenendoci sempre
in un equilibrio precario
privo di ancore
alle quali potersi aggrappare.

Piera Chessa

Un brano di Virginia Woolf tratto dal saggio “Una stanza tutta per sé”

Era deludente essere tornata a casa, la sera, senza qualche importante enunciato, senza qualche dato autentico. Le donne sono più povere degli uomini – per questo o per quel motivo. E forse a questo punto sarebbe meglio rinunciare a cercare la verità e a farsi precipitare sulla testa una valanga di opinioni, bollenti come lava, scolorite come risciacquatura dei piatti. Sarebbe meglio accostare le tende; chiudere fuori ogni distrazione; accendere la luce; restringere il campo di ricerca e chiedere allo storico, che registra non le opinioni ma i fatti, di descrivere le condizioni in cui le donne hanno vissuto, non nel corso dei secoli, ma in Inghilterra, per esempio all’epoca di Elisabetta.
Perché è un enigma senza fine cercare di capire come mai nessuna donna abbia scritto una sola parola di quella straordinaria letteratura mentre un uomo su due, a quanto sembrava, era in grado di comporre una canzone o un sonetto. In quali condizioni vivevano le donne, mi chiedevo; poiché la narrativa, che è opera di immaginazione, non viene fuori all’improvviso come un sassolino che cade per terra, come può succedere alla scienza; la narrativa è come una tela di ragno che se ne sta attaccata in maniera forse lievissima, ma pur sempre attaccata, alla vita, con tutti e quattro gli angoli. Spesso tale attaccamento è appena percettibile; le opere di Shakespeare, ad esempio, sembrano starsene appese con le loro sole forze. Ma quando la ragnatela viene tirata di sghimbescio, appesa a un bordo, strappata nel mezzo, allora ci ricordiamo che quelle ragnatele non sono tessute a mezz’aria da creature incorporee, ma sono opera di esseri umani che soffrono, e sono strettamente legate a fatti grossolanamente materiali come la salute, il denaro e le case in cui abitiamo.
Perciò mi avvicinai allo scaffale su cui si trovano i libri di storia e ne tolsi uno dei più recenti, la Storia d’Inghilterra, del professor Trevelyan. Di nuovo cercai alla voce Donne, trovai “condizione delle “ e aprii alle pagine indicate. “Picchiare la moglie” lessi “ era un diritto riconosciuto dell’uomo e veniva praticato senza vergogna nelle classi sociali alte come in quelle basse… Allo stesso modo” continua lo storico, “la figlia che rifiutava di sposare l’uomo che i genitori avevano scelto per lei, poteva venire chiusa a chiave, picchiata e malmenata, senza che l’opinione pubblica subisse il benché minimo turbamento. Il matrimonio non era questione di affetti personali, ma di avarizia familiare, in particolare fra le “cavalleresche” classi superiori… La promessa di matrimonio spesso aveva luogo quando una sola o ambedue le parti erano ancora nella culla, e il matrimonio quando avevano a malapena lasciato la mano della balia.”
Tutto questo succedeva intorno al 1470, subito dopo l’epoca di Chaucer.”


Virginia Woolf
(25.01.1882 – 28.03.1941)


Il brano è tratto dal saggio “Una stanza tutta per sé”Traduzione di Maria Antonietta SaracinoNote di Nadia Fusini Oscar Mondadori

La giostra

Ultimi giorni
di settembre
e i primi
di un autunno
da poco arrivato.

Un’altra estate
è trascorsa
lasciandoci nostalgie
e desideri non esauditi.

Si guarda avanti
e talvolta
ancora indietro
in questa giostra
che è la nostra vita.

Piera Chessa

Una poesia di Cesare Pavese

*

E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto –
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume –
non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.

Cesare Pavese
(1908 – 1950)

(Il testo è tratto dal volume “giorni di versi” 366 POESIE PER UN ANNO, a cura di Francesca PelsRizzoli 2024)

Alicudi e la sua luna

Era lì la luna, ieri sera
bella, luminosa e altera.
La sua luce dominava
sul buio profondo
che la circondava.

Se solo avesse potuto
parlare e raccontare
nel silenzio
di quell’ora notturna
ciò che veramente
si può provare:
qualcosa che nessun uomo
potrà mai fare.

Quanta pace
in quella parte di cielo
e di mare illuminato
da una vera regina
così distante da noi
che possiamo solo
ammirarla, ma che mai
neppure nel futuro
potremo del tutto
possedere.

Piera Chessa

Profugo, una poesia del poeta, scrittore e giornalista palestinese Mahmoud Darvish

Hanno incatenato la sua
bocca

e legato le sue mani alla
pietra dei morti.

Hanno detto:
“Assassino!“,

gli hanno tolto il cibo, le
vesti, le bandiere

e lo hanno gettato nella
cella dei morti.

Hanno detto:” Ladro!”,

lo hanno rifiutato in tutti i
porti,

hanno portato via il suo
piccolo amore,

poi hanno detto:
“Profugo!”.

Tu che hai piedi e mani
insanguinati,

la notte è effimera,

né gli anelli delle catene
sono indistruttibili,

perché i chicchi della mia
spiga che va seccando

riempiranno la valle di
grano.

Mahmoud Darvish
(1941- 2008)

Due poesie per ricordare Graziella Cappelli, una cara amica poetessa che da cinque anni non è più con noi.

Niente è cambiato

Gira la terra
tra gli artigli
degli umani.

Ancora
cresce l’erba
e il sole
puntuale
sorge.

Niente è cambiato.

Ancora
sempre
ancora
stupidamente
si muore.

***

Verrà il mio inverno

E ancora avrò
terra
fra le mani
gatti
alberi intorno.
A biscondola
suonerò
il piano
dei ricordi
con il gusto
della vita
sulle labbra.
Scivoleranno
sui tasti
lacrime
dolci
e il canto
dell’anima
sfiorerà
il silenzio.
Poi
in un fruscio
di ali
Melahel
mi porgerà
la password
per l’oltre.

Graziella Cappelli
(25.04.194508.09.2020)

(I due testi poetici sono tratti dalla raccolta “Nel palazzo dell’ombraPoesie” – Ibiskos Editrice Risolo 2015)

Un po’ d’acqua, un po’ di cibo

Hanno età diverse
i bambini di Gaza
che allungano le braccia
per conquistare
un po’ d’acqua e un po’ di cibo.

Sono belli i bambini di Gaza
belli e disperati
e i loro occhi
appaiono spesso gonfi
per il troppo pianto.

Non conoscono più l’allegria
i bambini di Gaza
e neppure i giochi
o le corse con gli amici:
tutto è stato dimenticato.

Parlano piano
e solo il necessario
quel poco che occorre
nell’implorare
di non morire di fame.

Che cosa rimarrà nella mente
dei piccoli sopravvissuti?
Crederanno ancora
negli abbracci veri
di donne e uomini buoni e sinceri?

Piera Chessa