“Era deludente essere tornata a casa, la sera, senza qualche importante enunciato, senza qualche dato autentico. Le donne sono più povere degli uomini – per questo o per quel motivo. E forse a questo punto sarebbe meglio rinunciare a cercare la verità e a farsi precipitare sulla testa una valanga di opinioni, bollenti come lava, scolorite come risciacquatura dei piatti. Sarebbe meglio accostare le tende; chiudere fuori ogni distrazione; accendere la luce; restringere il campo di ricerca e chiedere allo storico, che registra non le opinioni ma i fatti, di descrivere le condizioni in cui le donne hanno vissuto, non nel corso dei secoli, ma in Inghilterra, per esempio all’epoca di Elisabetta.
Perché è un enigma senza fine cercare di capire come mai nessuna donna abbia scritto una sola parola di quella straordinaria letteratura mentre un uomo su due, a quanto sembrava, era in grado di comporre una canzone o un sonetto. In quali condizioni vivevano le donne, mi chiedevo; poiché la narrativa, che è opera di immaginazione, non viene fuori all’improvviso come un sassolino che cade per terra, come può succedere alla scienza; la narrativa è come una tela di ragno che se ne sta attaccata in maniera forse lievissima, ma pur sempre attaccata, alla vita, con tutti e quattro gli angoli. Spesso tale attaccamento è appena percettibile; le opere di Shakespeare, ad esempio, sembrano starsene appese con le loro sole forze. Ma quando la ragnatela viene tirata di sghimbescio, appesa a un bordo, strappata nel mezzo, allora ci ricordiamo che quelle ragnatele non sono tessute a mezz’aria da creature incorporee, ma sono opera di esseri umani che soffrono, e sono strettamente legate a fatti grossolanamente materiali come la salute, il denaro e le case in cui abitiamo.
Perciò mi avvicinai allo scaffale su cui si trovano i libri di storia e ne tolsi uno dei più recenti, la Storia d’Inghilterra, del professor Trevelyan. Di nuovo cercai alla voce Donne, trovai “condizione delle “ e aprii alle pagine indicate. “Picchiare la moglie” lessi “ era un diritto riconosciuto dell’uomo e veniva praticato senza vergogna nelle classi sociali alte come in quelle basse… Allo stesso modo” continua lo storico, “la figlia che rifiutava di sposare l’uomo che i genitori avevano scelto per lei, poteva venire chiusa a chiave, picchiata e malmenata, senza che l’opinione pubblica subisse il benché minimo turbamento. Il matrimonio non era questione di affetti personali, ma di avarizia familiare, in particolare fra le “cavalleresche” classi superiori… La promessa di matrimonio spesso aveva luogo quando una sola o ambedue le parti erano ancora nella culla, e il matrimonio quando avevano a malapena lasciato la mano della balia.”
Tutto questo succedeva intorno al 1470, subito dopo l’epoca di Chaucer.”
Virginia Woolf
(25.01.1882 – 28.03.1941)
Il brano è tratto dal saggio “Una stanza tutta per sé” – Traduzione di Maria Antonietta Saracino – Note di Nadia Fusini – Oscar Mondadori