Condivido con voi il video di una recente intervista al “IlSussidiario.net” in data 13/01/26.
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TRUMP PERDE CONTROLLO DEGLI USA
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Decadenza
Pubblicato con il titolo redazionale: Perché con il golpe in Venezuela comincia la crisi (politica) di Trump in “IlSussidiario.net”, 6 Gennaio 2026.

Moltissimi media internazionali e sicuramente quelli nostrani non hanno ben compreso le implicazioni politiche (per Trump) dell’operazione contro Maduro
Uno dei clichés più diffusi nel folklore intellettuale statunitense è che la storia degli Stati Uniti ripeterebbe essenzialmente i vari stadi nella storia di Roma antica. Ora, i clichés contengono qualche volta un granello di verità, tanto è vero che un grande impero è sempre esposto alla decadenza: e l’impero americano ha cominciato sicuramente a decadere la notte fra il 2 e il 3 gennaio 2026, quando inizia la scellerata (perché sproporzionata e illegittima) guerra americana contro un debole Paese sovrano, il Venezuela; guerra di cui si può datare l’inizio ma non si può prevedere la fine.
I più ottimisti fra noi pensavano che gli Usa potessero ancora guardare a qualcosa come un quarto di secolo in cui avrebbero potuto continuare a crogiolarsi nella loro posizione di superpotenza, che si è “modestamente” auto-definita all’insegna dell’eccezionalismo.
Ma dopo quello che è accaduto l’altra notte è già molto se l’“eccezionalismo” yankee potrà durare ancora qualche annetto; dopo di che, gli Usa dovranno rassegnarsi a essere una grande potenza come le altre, cioè alla pari dei loro attuali rivali. E non vi è dubbio su chi sia il personale responsabile di questo declino: Donald Trump.
Ma qui bisogna intendersi, e intendersi chiaramente. Trump è stato un grande politico, e in effetti una delle maggiori figure presidenziali americane degli ultimi decenni. Si è costruito da solo (questo sì, che è eccezionalismo), uno stile di radicale novità che sarà imitato negli anni a venire da una quantità di politici più piccoli di lui, i quali già da anni lo stanno nascostamente invidiando. E questo apprezzamento è doveroso, verso un uomo che sta così precipitosamente rovinando in basso.
La grande intuizione di Trump infatti – durante il suo primo mandato e nella prima parte del suo secondo, fino praticamente a ieri – è stata quella di proclamare, con pittoresca eloquenza, il discorso del suddetto eccezionalismo e dell’“America first”, mentre intanto tesseva una strategia che, come alcuni avevano intuito, andava (sotterraneamente, ma non tanto) in direzione opposta: cioè preparava gli Usa a quello che si chiama soft landing, un “atterraggio morbido” nella realtà della politica internazionale nel ventunesimo secolo.
Ecco il lato costruttivo e “anti-eccezionale” (che resterà come suo retaggio) della politica di Trump: l’attenzione ai problemi strutturali interni degli Stati Uniti, e la connessa abilità a disgiungere la retorica altisonante (necessario nutrimento della sua popolarità) dal lavoro minuto, prosaico, essenziale dei compromessi (il suo aspetto transactional, come tutti abbiamo imparato a dire).
Questa grande virtù della transazione si è vista all’opera (e la si sta ancora vedendo) in quella che si potrebbe definire – è solo un esempio – la danza dei dazi (avanti e indrè, avanti e indrè). E soprattutto la si è vista nell’iniziale rifiuto da parte di Trump di ogni ricorso alla guerra (contro tutta la tradizione guerrafondaia dei dem) e nei suoi sinceri sforzi verso la pace: in Ucraina, a Gaza, e in vari altri “teatri”, come suol dirsi, di conflitti internazionali. Ma a un certo punto è successo qualcosa, e quella che fino ad allora era stata la politica trumpiana come genere epico è diventata la politica trumpiana come genere tragico.
È naturalmente difficile se non impossibile delimitare esattamente certi punti di svolta; ma parte di questa svolta è stato certamente il bombardamento degli impianti nucleari iraniani, nel giugno dell’anno scorso (come passa rapidamente, il tempo!) e se ne è subito accorto colui che resta il più brillante commentatore politico nei media americani, Tucker Carlson, il quale da quel momento ha cominciato ad allontanarsi da Trump.
Ma qui bisogna scavare un po’ più a fondo. La tragedia di Trump è consistita nel suo non riuscire a liberarsi dai due ostacoli che inceppano tutta la politica internazionale americana: il “vizio” dell’imperialismo, e la dipendenza dalla più grande lobby di potere a base straniera su territorio americano. Non è che Trump non ci abbia provato, ad acquistare una certa indipendenza da questi condizionamenti: da un lato ha cercato di realizzare un imperialismo relativamente pacifico, e dall’altro lato ha tentato di mantenere una certa indipendenza rispetto a Israele.
Ma, dal bombardamento iraniano in poi, qualcosa si è bloccato; e ne stiamo subendo le conseguenze, anche se non ne abbiamo ancora compreso le ragioni esatte. Tuttavia si può sempre cercare di capire; soprattutto guardando a certe date, a certi simboli. Un esempio è l’atto vile dei piloti americani che hanno bombardato e distrutto, in Venezuela, il mausoleo di Hugo Chávez. Vile, ma funzionale: per demoralizzare e umiliare l’avversario sfregiando i simboli di un suo passato di asserzione nazionale.
La vendetta, si dice, è un piatto che si mangia bene quando è freddo: e lo sfregio al monumento era un’allusione agli anni in cui il presidente Chávez, fra il 1999 e il 2013, sfidava i padroni mondiali del petrolio e rivendicava una certa autonomia decisionale (anche sul petrolio!) al Venezuela. Ma perché colpire proprio adesso, e con questa brutalità di intervento, in un momento in cui la cosiddetta dottrina Monroe sull’inviolabilità del controllo americano nell’America Latina, invocata adesso da Trump, era da tempo un relitto archeologico?
La sua ripresa trumpiana infatti è velleitaria e una delle conseguenze di questa bella impresa venezuelana sarà, tra l’altro, proprio l’opposto, quello di dimostrare definitivamente che l’America del Nord non è più padrona dell’America del Sud.
Non è esagerato dire (e infatti è già stato detto) che l’avventura del gennaio 2026 ha ulteriormente destabilizzato, come se ce ne fosse stato bisogno, tutte le relazioni internazionali. Ma bisogna anche vedere quello che è accaduto nella sua concretezza esistenziale.
I protagonisti della vergognosa conferenza stampa nella sera del 3 gennaio avevano volti pallidi e tirati: in altre parole, i nostri eroi – il cubano anti-cubano Marco Rubio, l’essenzialmente inadeguato segretario alla Difesa Pete Hegseth – avevano paura; si rendevano conto che la loro obbedienza al boss li aveva portati sull’orlo di una grande guerra di tutti contro tutti. E aveva paura anche il loro boss Trump, dietro le sue frasi rombanti che una volta potevano risultare quasi divertenti per il loro tono surrealista, ma che adesso non divertono più.
Ma insomma, perché tutto questo? Perché un uomo di grande talento si è svuotato? Forse perché colui che derideva la debolezza senile di Joe Biden è adesso arrivato al duro passo della vecchiaia?
La spiegazione non pare adeguata, e la pista da approfondire è un’altra. Trump ha fatto ricorso a una mossa che è stata compiuta lungo i secoli dai potenti in difficoltà: il capo crea un conflitto esterno per distrarre dalle sue difficoltà interne.
Che sono molte, ma la più importante delle quali è anche la più sordida e va sotto il nome del “suicida” Jeffrey Epstein. Ciò che sembrava originalmente uno scandalo aneddotico e limitato si è rivelato un terremoto che combina il traffico sessuale con quello finanziario e quello dello spionaggio, e che sta travolgendo tutto un settore delle élites americane.
Quello che sta accadendo, dunque, è troppo tragico per prestarsi a sogghigni e ammiccamenti: un uomo di grande e creativo talento si è lasciato impigliare in una rete così complicata di traffici che ormai sfuggono ai loro stessi architetti; e quest’uomo (Trump) sta avviandosi verso la decadenza.
P.S. Alcuni sono rimasti stupiti da come, alla fine della sua conferenza stampa, Trump abbia sbrigativamente liquidato, come credibile candidata al governo, la ex-deputata venezuelana María Corino Machado. Era forse invidia verso la vincitrice del Nobel per la Pace nel 2025? Io credo di no: Trump, vecchio volpone, ha preso nota della dichiarazione della Machado che, fresca di Nobel, aveva annunciato che uno dei suoi primi atti quando si fosse trovata al potere sarebbe stato quello di trasferire l’ambasciata venezuelana da Tel Aviv a Gerusalemme. Credo che questo sfacciato omaggio (che rivela tutto un retroscena dell’avventura venezuelana) fosse risultato troppo goffo perfino per Trump.
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VALESIO: ECCO LA STRATEGIA DIETRO LA BRUTALITÀ DI TRUMP
Condivido con voi il video di una recente intervista al “IlSussidiario.net” in data 15/12/25.
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Letture di poesia
Paolo Valesio presenta il suo libro poetico, Contemplazione, distrazione (Bologna, 2025):
- all’università Federico II, Napoli, 21 maggio
- nell’occasione di lettura collettiva “Omaggio alla poesia (per Giorgio Bassani e Roberto Pazzi)” a Ferrara, Biblioteca Ariostea, 6 giugno.
- alla biblioteca “Salita dei Frati”, Lugano, 29 settembre
- alla libreria Modo Infoshop, Bologna, 17 novembre
Il libro è stato inoltre recensito da:
- la poetessa e traduttrice Barbara Carle, nella Enciclopedia Treccani, il 12 settembre
- il filosofo Jacopo Giraldo, nel quotidiano online ilSussidiario.net, il 14 ottobre
- il poeta e curatore editoriale Alessandro Agostinelli, nel blog alleo.it il giornale degli antipatici, il 26 novembre
- la poetessa e narratrice Emma Pretti, nel blog emmapretti.wordpress.com, il 28 novembre
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SINDACO DI NEW YORK MAMDANI / PAOLO VALESIO
Condivido con voi il video di una recente intervista al “IlSussidiario.net” in data 04/11/25.
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Incontro letterario
Paolo Valesio presenta il suo romanzo, Il regno doloroso (Diaforia, 2024) e la sua raccolta di poesie Contemplazione, distrazione (Bohumil, 2025) in dialogo con il poeta Gilberto Isella e la critica letteraria Laura Quadri, nella Biblioteca “Salita dei Frati” a Lugano, il 28 ottobre 2025 alle ore 18:00.
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Profondo Gaza
Presento la parte finale di un poemetto abbastanza lungo intitolato “Profondo Gaza”. Questa breve sezione del poemetto è appena uscita nell’Almanaccopunto.com. Il resto del poemetto è inedito in italiano. Il poemetto intero verrà pubblicato in versione araba a Beirut, in un volume collettivo contente poesie di vari autori.

Che cos’è quella silente bocca,
e mostruosa, sta divorando?
È l’elemento di umanità
dentro l’edificio del genere umano.
Quanto ci impiegherà, questo elemento interno,
per scomparire del tutto?
E: di quanto tempo avrà bisogno,
per riemergere –– se mai ciò accadrà?
Nel torpore distratto che tutti ci invade
–– noi, dico noi i distanti e benestanti, non gli schiacciati ––
pian piano e poi sempre più velocemente
conquistiamo l’indifferenza
rispetto a queste, e altre, domande.
Eppure a volte ci facciamo forza,
ci costringiamo a pensare
al gioco delle generazioni, che in vertigine passano
dai decenni ai saecula, e i cui moti e incontri
sono complicati come i passaggi degli astri.
Ricomincia allora l’ansia di domandare.
Anche se, più che lo sforzo del chiedere e chiederci,
quello che ci ritiene
è la paura delle risposte.
Ogni generazione (dicono) è segnata
da un momento cruciale, un sigillo
che permetta di dire:
ecco, la nostra generazione era quella di …
era quella che … Ma io non l’avevo mai sentito
questo stigma o sigillo nella carne;
mai ho con serietà parlato
della mia, o nostra, generazione ––
“mia” traducendosi
con complice e semplice naturalezza in “nostra”
“generazione”: è la parola d’ordine
che costruisce un gruppo
o un nodo, in fondo convenzionale.
Per prima volta adesso,
mi sento autorizzato, e posso dire:
“La mia generazione
è la generazione di Gaza”;
e non m’importa l’arbitrio
con cui traduco poi “mio” in “nostra”:
la voglio nostra perché
nel mio calar del sole
ho finalmente compreso che cosa vuol dire: scavare —
scavare fino in fondo, scavare
fino a trovare qualcosa
che io possa chiamare: io.
Che chiarezza mai, che luce è questa?
la chiarezza dell’ora e del qui.
Luce flebile, dunque –– luce che non illumina
nemmeno le più prossime generazioni,
che non rivela neppure
se ancora molte verranno
prima della fine dei tempi, non specula
se sia invece proprio questa mia
la generazione che segnala la fine,
o sia soltanto un anello
in una lunga catena.
Questo ho trovato,
che definire una vita non vuol dire: spiegarla.
Gaza è la mia definizione.
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Antica Immagine
Pubblicato con il titolo redazionale: Erika, in un rosario (censurato) la sfida del transumanesimo Usa in “IlSussidiario.net”, 18 Settembre 2025.

Erika Kirk, dopo la morte del marito, teneva in mano un rosario. La foto è stata “corretta” dal “New York Times”. Chi sta sfidando chi?
“Un’immagine vale mille parole” è un cliché diventato motto della cultura mediatica contemporanea. Ma l’immagine deve poi essere commentata e spiegata, dunque le parole tornano in gioco. Una delle prime foto, alcuni giorni or sono, della signora Erika Frantzve nel corteo di automobili che la conduceva verso i resti di suo marito Charlie Kirk, mostrava questa donna accasciata sul sedile posteriore dell’automobile e quasi invisibile, ma con una mano che si protendeva sul bordo dell’auto, mostrando chiaramente un rosario arrotolato fra le dita.
Il dettaglio era ben visibile nella foto pubblicata nel Washington Post; ma nella stessa foto pubblicata nel New York Times l’immagine era stata, per così dire, invisibilizzata: tutto quel che si vede nella mano di Erika adesso è una piccola placca informe, somigliante alle targhette che si danno come premi scolastici.
Il gesto della donna era chiaramente calcolato, era “in posa” (come confermato più tardi in un’altra fotografia del Washington Post che mostra le due signore in nero, Erika e Usha, che scendono la scaletta dell’aereo seguite a rispettosa distanza da J.D. Vance, marito di quest’ultima: anche qui il rosario è ben visibile, nella mano di Erika stretta alla ringhiera della scaletta).
Attenzione: “posa” non è qui usato come sinonimo di “atteggiamento insincero”, ma indica un gesto che trasmette un messaggio di cui l’autore o autrice è ben consapevole (colei che lo ha compiuto è stata una modella, dunque una persona attenta all’importanza comunicativa di ogni movimento); e che dunque ha tutto il diritto – morale ed estetico – di sottolinearlo.
Fa parte, insomma, di quella libertà d’espressione che adesso tutti sembrano aver riscoperto, come desiderio e problema, proprio nel caso Charlie Kirk. E il photoshopping (come si usa dire) del New York Times, era beninteso altrettanto calcolato: quell’offuscamento era parte della posa “laica” venata di un certo animus anticattolico che, salvo pochissime eccezioni, è tipica del quotidiano newyorchese.
Perché tutta questa analisi di un paio di fotografie? Perché così si introduce concretamente un tema che altrimenti potrebbe apparire troppo astratto: la fondamentale importanza dell’elemento spirituale in questo assassinio politico, che in certo modo ci ha costretto a un confronto più serrato del solito fra il mondo nordamericano e quello italiano.
Il rosario è un emblema essenzialmente cattolico, dunque non appartiene alle radici della spiritualità evangelica che è il terreno di Kirk e del suo movimento; ma è diventato uno degli indizi di quel ravvicinamento fra religiosità protestante e religiosità cattolica che è un fenomeno a cui fare attenzione, oggi, negli Stati Uniti. E qui il problema si allarga.
Torniamo, per un’ultima volta, al rosario. Che nell’Italia contemporanea è, osiamo dire, un po’ fuori moda, quasi anacronistico, come si è visto quando esso è apparso ostentatamente, qualche anno fa, al pugno di un noto uomo politico; gesto subito accolto dalla parte progressista con vari sghignazzi.
Ma appunto, questo oggetto lievemente incongruo è in quanto tale adatto a simboleggiare l’opposizione tra i due modi di (difficile) sopravvivenza dell’umanesimo sui due lati dell’oceano: umanesimo cristiano (stereotipato come “destra”) in Usa, e transumanesimo secolare (stereotipato come “sinistra”) in Europa e in special modo in Italia (per contrasto rispetto a quel piccolo Stato straniero che è il Vaticano).
Lo scrittore e commentatore cattolico Ross Douthat, che periodicamente appare sulle colonne del NYT – la minoranza di cui si diceva –, ha più volte notato che il secolarismo europeo è l’eccezione piuttosto che la regola, sulla scena internazionale. E infatti l’assassinio di Kirk è stato visto in Italia quasi esclusivamente attraverso la lente della politica, mentre in USA non si è dimenticato l’elemento religioso. Diciamolo meno formalmente: il ruolo dell’anima.
Ma in realtà la situazione è ancora più complicata (i contrasti importanti non sono mai completamente simmetrici). Perché negli Stati Uniti l’umanesimo dell’anima è soprattutto – non esclusivamente – appannaggio dei conservatori, ma esiste anche il transumanesimo secolaristico: soprattutto – non esclusivamente – come prerogativa dei cosiddetti leftists.
Ecco perché, a parte la nazionalità dell’ucciso, è negli Stati Uniti piuttosto che in Italia che è subito esplosa quella che si può definire una guerriglia culturale. Da non confondere con la cosiddetta “guerra civile” il cui spettro da qualche tempo viene agitato in Usa. Ma l’idea fantomatica della guerra civile americana esiste soltanto come modo indiretto di esprimere il misto di paura e odio – l’odio, si sa, nasce soprattutto dalla paura – proveniente in particolare dagli ambienti che non hanno ancora compreso la complessità, a parte ogni reazione politica spicciola, di quello che il presidente Trump e il suo gruppo di governo rappresentano.
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L’arte del governo
Pubblicato con il titolo redazionale: Le teste d’uovo che mancano al tycoon per salvare il “messaggio” del suo mandato in “IlSussidiario.net”, 7 Settembre 2025.

La comunicazione di Trump buca lo schermo anche grazie al suo linguaggio politico. Tuttavia alla sua abilità “letteraria” manca ancora qualcosa
Frasi come “Sembra scritto ieri” sono diventate clichés così diffusi che ci si dimentica come siano appropriate, a volte. Per esempio: un saggio (Literature and Propaganda) apparso nel lontano 1938, e per di più su una rivista letteraria (Virginia Quarterly Review) e in sovrappiù scritto da un poeta (Mark Van Doren, vincitore di un Premio Pulitzer); che cosa potrebbe a prima vista sembrare meno pertinente ai problemi della politica contemporanea, e in particolare al “caso Trump”? E invece no, non è così. Basti leggere le frasi iniziali, che sono poi le più interessanti di quel saggio:
“Si potrebbe dire che ogni testo letterario è una specie di propaganda […] E si potrebbe anche dire che ogni testo propagandistico è una specie di letteratura […] I librai e i collezionisti di opuscoli chiedono: ‘Che cos’è la letteratura?’, e poi non si fermano ad aspettare la risposta. Comunque, quella è una buona domanda; e anche quest’altra è buona: ‘Che cos’è la propaganda?’. E c’è perfino una terza domanda: ‘Qual è la differenza fra di loro; e questa differenza, è assoluta?’”.
Ecco un modo di rivisitare vecchi problemi che sembra addirittura scritto “domani”, per il suo modo brusco e semplice di tagliare attraverso varie cortine di nebbia erudita.
Soffermiamoci soltanto sulla terza domanda, alla quale ci permettiamo di offrire subito una risposta: No, non c’è una differenza assoluta fra la letteratura e la propaganda. La letteratura propaga idee, sentimenti, visioni, e ha lasciato da un bel po’ la purezza della torre d’avorio; e la propaganda (con la sua illustre anche se angusta genealogia ecclesiastica e latina: De propaganda fide), propaga idee, visioni, sentimenti. Allora, vale la pena di sviluppare seriamente quella provocazione.
Uno degli aspetti più brillanti e meno analizzati della strategia di Trump è il suo modo peculiare di utilizzare il linguaggio politico; che naturalmente rappresenta, come tutti i tipi di discorso politico, il linguaggio della propaganda.
Ma quest’ultima non si riduce (vale la pena di insistere) a una serie di trucchi, anche se poi non disdegna di ricorrere a elementi, per così dire, di maquillage della realtà; come del resto accade in certa misura, per fare solo un paio di esempi, in ogni conversazione in seno alla famiglia o tra innamorati, e senza che nessuno se ne scandalizzi, tutt’altro; anzi, questo è l’ingrediente essenziale, per esempio, della letteratura drammatica.
La figura dominante nel linguaggio della propaganda (e della poesia) è l’iperbole, che consiste, come dicono i vocabolari, nell’“intensificare un’espressione esagerando oltremisura le caratteristiche di qualcuno o qualcosa”. È una mossa che ha la sua base, come tutte le manovre simili, nella lingua di tutti i giorni (“Mi sono divertito un mondo”).
Sembra semplice; ma tutto sta nel come si usa questo strumento. Trump (erroneamente criticato come “volgare” dai professori della prosaicità e dai commandos del giornalismo) adopera lo strumento con grandissima abilità: passando da un linguaggio semplice, tipo “parlo come mangio”, continuando con i vari gerghi tecnici (economici, militari ecc.) a seconda dell’occasione che si presenta – e poi, zac! sventolando improvvisamente un suo tipo di “poesia” selvaggia (e chi pensa che l’aggettivo “selvaggio” stoni con il sostantivo “poesia” non si è molto interessato allo sviluppo moderno della letteratura, dalle avanguardie protonoventesche, specialmente italiane e francesi, fino a quello che accade in poesia oggi).
Non ci dovrebbe esser bisogno di precisare (ma con le legioni odiatrici schierate contro Trump, non si sa mai) che qui non si sostiene che Trump sia un poeta, e nemmeno un uomo di lettere: si vuole semplicemente suggerire che in tutti gli aspetti della sua attività politica – anche nell’apparente deserto grigio dei calcoli tariffari – si annida in lui un’eccezionale abilità di intrattenitore dalla lunga esperienza, e che questo “intrattenimento” è un modo di agire politicamente.
È facile profezia, fra l’altro, che stiamo per assistere a una serie di imitazioni – più o meno riuscite – del linguaggio trumpiano sulla scena politica internazionale (chi più amerebbe emularlo in Europa sarebbe forse il prossimo presidente o presidentessa della Francia; ma non ci riuscirà, perché il francese è una lingua splendidamente “ingessata”).
Tutto bene, allora: trionfo politico-comunicativo di Trump? Non esattamente. Perché è proprio questa sua istintiva abilità letteraria (guadagnata nei mondi – duramente esigenti, pur nella loro diversità – dello spettacolo e del commercio) che sembra avergli impedito finora di fare attenzione a una grave lacuna; non solo della sua personalità – questo avrebbe poca importanza –, ma soprattutto della sua presidenza: l’assenza dell’elemento intellettuale (diciamo meglio: dell’elemento umanistico) nella sua squadra di governo e nei suoi vari consulenti.
Il contributo degli intellettuali, apparentemente astratto, è in realtà molto concreto: senza quelli che gli americani nel loro anti-intellettualismo chiamano ironicamente “le teste d’uovo”, ogni governo rischia di andare in rovina.
Così è stato lungo il corso della storia, così è, così sarà; almeno, fino al trionfo completo dell’intelligenza artificiale. E questo è uno dei punti di vantaggio della politica europea: per esempio l’integrazione, nonostante una certa freddezza di stile, che la Francia ha sempre mantenuto e continua a mantenere fra i suoi intellettuali e i suoi politici; per non parlare della grande tradizione umanistico-religiosa della diplomazia vaticana: tradizioni, queste e altre (è necessario menzionare Machiavelli?), che gli americani farebbero bene a studiare. Altro che Europa “patetica”!
Diciamolo chiaro: mai annuncio fu più “prematuro” che quello della morte dell’umanesimo. Senza la forza motrice dell’intelligenza umanistica, Trump potrà forse vincere (di stretta misura) le elezioni di medio termine, ma scenderà a una decadenza e impoverimento di tono nella seconda parte del suo mandato, con grande pericolo per il lascito suo (a cui Trump ovviamente tiene con tutta la forza del suo ego) e per il futuro di tutto il partito repubblicano.
Mentre invece ci sarebbe anche la possibilità di un dialogo umanistico e umanitario con il partito avversario, soprattutto se i “dems” mettessero da un lato il loro problematico tentativo di combinare nichilismo e progressismo.
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TRUMP E L’AMERICA CHE CAMBIA – FERRONI INTERVISTA PAOLO VALESIO
Condivido con voi il video di una recente intervista al “IlSussidiario.net” in data 16/07/25.
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