
Quest’anno gennaio ha deciso di fare sul serio, senza mezze misure: il gelo è spesso quasi intollerabile, la pioggia si accompagna alla nebbia e le giornate sono fosche e tenebrose quasi quanto un film horror.
Le condizioni climatiche, è evidente, invitano a cercare calore e spazi chiusi belli e confortevoli; perciò io, che sono molto sensibile al freddo, guardo sempre con un misto di incredulità, ammirazione e sorpresa le persone che, in questa stagione, siedono tranquille davanti ai tavolini dei bar all’aperto, sorseggiando bevande e mangiando serafiche, del tutto incuranti della furia di gennaio. Il confronto, inevitabilmente, sorge spontaneo, perché io, pur vestendo a strati multipli di cui ormai ho perso il conto, sono sempre infreddolita, e se d’inverno osassi frequentare i bar all’aperto diventerei ospite fissa del Policlinico.
Però lo amo, quest’inverno maledetto, e a gennaio amo anche una giornata come la domenica, che di solito non mi è molto simpatica.

Nelle lunghe domeniche d’inverno, amo il ritiro, la tana domestica, le mura della casa e il silenzio riposante delle strade quasi vuote, che mi appagano e mi rendono serena perché il mondo, là fuori, è inospitale. Durante l’autunno, invece, le domeniche mi appaiono più malinconiche, dense di umori indefinibili a causa delle ombre che s’insinuano adagio a smorzare la luce – e i chiaroscuri intensi, e lo svanire dolce, mesto e ambiguo del giorno.
Resta il fatto che preferisco il sabato. Ma questa è un’altra storia.














