Scrivere è come svestirsi davanti a uno specchio rotto, senza la presunzione di aggiustarlo. Non si cercano alibi, né rifugi sicuri: si osserva, si accoglie, si resta immobili. Le passioni bruciate a metà , i conflitti tra fede e carne, i fili tirati da desideri troppo umani rimangono in aria, a penzolare come un nodo mai destinato a sciogliersi. Io sono crepa e chiarore, una notte che morde e accarezza con lo stesso respiro. A chi avrà il coraggio di attraversarmi senza voltarsi indietro, svelerò il mio paradosso: giardini fioriti nell’ombra pungente dell’assurdo. Dall’inchiostro ho estratto ciò che nessuno osa dire ad alta voce: una purezza piegata dal peso del dubbio. La pagina era pulita solo prima di essere guardata.
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Immagina un mondo infranto, sventrato da guerre implacabili, straziato da abissi senza fondo. Città sommerse come illusioni di un’umanità che un tempo credeva nell’eterno. Gli oceani avanzano, affamati, divorano terre e ricordi, ma anche loro non sfuggono al lento oblio dell’indifferenza. In questo scenario crudo e pulsante, sopravvive sempre un narratore. Non è mai solo una voce: è corpo, pulsione, desiderio che si piega ma non si spezza. L’immaginazione diventa carne e sangue, un’amante mai sazia che ci plasma con dita febbrili, trasformando polvere di macerie in sete di infinito. Le storie non riparano, scompongono; non curano, incendiano. Sono cicatrici aperte che bruciano fino al piacere, veleno ed estasi che si intrecciano finché il dolore si fa sublime. Il narratore è l’artefice d’incanti corrotti, seminatore di chimere, un dio minore che sfida il caos creando universi in dissolvenza rapida. E quando pensi che tutto muoia con te, che la fine sia solo l’inizio del vuoto, il narratore rimane lì, languido e febbricitante. Ti racconta una nuova bugia, ne distilla un’altra dalle tue membra disfatte. Una fenice rinascerà perché l’uomo era già cenere, ma tu ti sei accorto tardi che le ali bruciano d’amore solo se scottano davvero.
@Maria Allo