E stimo un tal grande beneficio la cura a cui il fascismo ha sottoposto l’Italia che mi do pensiero piuttosto che la convalescente non si levi troppo presto dal letto a rischio di qualche grave ricaduta.
Primo Levi, il tramonto di Fossoli, 7 febbraio 1946
Io so cosa vuol dire non tornare
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne
le parole del vecchio poeta:
*“Possono i soli cadere e tornare: a noi, quando la breve luce è spenta, una notte infinita è da dormire”
“Yo sè muy bien lo que soy termura p’al café solo soy un terròn de azùcar Sè que me funde el calor sè desaparecer cuando tù vienes es cuando me voy”
In ogni opera c’è un punto, un nucleo, un “cuore” da cui tutto parte ed intorno al quale si costruisce, si distrugge, si rifà e si disfa ancora fino a quando pare che sia c o m p i u t a (ma, credetemi, è talmente opinabile quest’aspetto!). Prendiamo questo brano, “Berghain” di Rosalìa con Björk ed Yves Tumor: personalmente, quando m’è stato proposto il primo ascolto, ho istintivamente percepito il grande afflato dell’orchestra (archi in primis), la molteplicità delle lingue utilizzate per tessere la minutissima – eppur “semplice” – trama narrativa in cui si srotolano come tappeti sonori universi di sfumature di significati. Eppure qualcosa mi risuonava di più, su tutto, olter l’assillante réfrain finale in Inglese che, essendo quasi recitato, dà in qualche modo più agio di esser còlto nell’immediatezza. Il cuore era lo Spagnolo, per me; e infatti, specie dopo ulteriori ascolti (sì, a me le cose che scivolano e basta restano più facilmente nel dimenticatoio), quel semplicissimo, devastante, imperituramente classico
“Yo sè muy bien lo que soy”
resta, permane, e fa girare tutto il resto (e, in mia modesta opinione, avrebbe egregiamente fatto lo stesso con anche qualche altro minuto in più di narrazione complessiva, ma va bene lo stesso), il tanto tutto il resto che pare un sistema di pianeti in forma d’orchestra. “Siamo due e siamo fatti della stessa sostanza, dolore, amore, paura, sangue, eppure non precisamente all’identico modo, ecco perché ci attraiamo e respingiamo, ecco perché andiamo e veniamo – meglio: TU vai e vieni quando ti pare, ma IO l’ho capito, carissimo.” – Ecco tutto l’universo di testi, sottotesti, atmosfere, colori e luci (ed il loro opposto, uno per uno) che si vede e non si vede perché poi è sapienza dell’artista non scendere nel pedissequo, ma lasciar uno spiraglio, spazio, piccolo o immenso che sia, all’occhio, orecchio, mente e cuore di chi venga attratto in questo Caos ordinato che altro non è se non un cosmo in cui c’è Vita.
Videoclip eccelso, nella realizzazione e nel concept (quando Rosalìa stira in mezzo all’orchestra… e poi quando entra in quella casa-bosco con gli animaletti, Björk versione usignolo ed il cerbiatto che cola lacrime scure… ), che dire se non COMPLIMENTI a tutta la realizzazione artistica, a partire dal regista Nicolas Méndez.
una barca a remi. un veicolo antico, quasi surreale oramai.
però esiste e non di rado, se ben tenuta, funziona anche bene. ma poi, non sono forse degni dei musei pure se non servono a una mazza più certi oggetti? Concetti inutili. Anzi, dannosi.
una barca a remi, che solca il fiume ed arriva al mare: pericoli prima, ampiezza pacifica dopo. non è detto. però, naviga.
“Hai provato ogni cosa Sì, un migliaio di volte hai fatto esperienza Ne hai passate abbastanza Ma sei stato tu che hai concesso tutto Nel mio cuore E sei stato tu che una volta di nuovo Resuscitasti il mio spirito Io me ne andai per la mia strada, tu per la tua Tu ti agiti emozioni in un frullatore ogni cosa in subbuglio ma eri tu ad esser sempre lì per me ed eri tu a non aver mai giudicato amico mio sincero Io mi allontanai, tu ti allontanasti
Tu navighi fiumi con una vecchia barca a remi che beccheggia forte Tu nuoti fino a riva hai spinto via le onde ma senza risultato Tu galleggi sull’acqua salsa dormi sul pelo luce tra la nebbia.“
Poco da aggiungere, l’esame del tempo è sempre la prova più dura ma dal risultato spesso più veritiero.
Dicono che la metafora della metafore sia questo simbolico (appunto) orologio – chiamato Doomsday clock – che scandisce il tempo che manca alla fine dell’umanità; esso fu “creato” nel 1947 da alcuni ricercatori dell’Università di Chicago sulla rivista Bulletin of the atomic scientists (quindi non “insulsi” poeti o archeologi e basta) come deterrente per le potenze della guerra fredda per metterle in guardia su quanto tempo mancasse ad una possibile catastrofe nucleare globale, data la crescente corsa agli armamenti nucleari, appunto – chissà poi quanto mai effettivamente rientrata. Col tempo sono stati presi dai vari esperti e premi Nobel che determinano l’avanzare o il regredire delle lancette ulteriori parametri, va detto: crisi climatica, potenziale ulteriormente distruttivo delle nuove tecnologie e biosicurezza, ossia la tutela della vita biologica (non solo umana, ma anche umana) in un ambiente considerato salubre o fisiologico. Personalmente aggiungerei anche il ritorno del medioevo nelle cosiddette “zone più progredite” del globo. Coi display, i droni e i robot, ma sempre con la mentalità feudatario-servo della gleba (puoi anche leggere “chi campa e chi può morire”). Ebbene, aggiornamento al 28/01/2025 pare siamo a -89 secondi dalla mezzanotte, metaforica dead line di questo processo degenerativo; mai così vicini. Ora, non mancano distinguo e dubbi sulla oggettività, imparzialità, neutralità anche politica (e quando mai?!) di un simile computo… però… sinceramente, a me torna sempre in mente Winston Churchill che, richiesto sull’ottimismo versus pessimismo, vedeva e rispondeva così: “l’ottimista inventa l’aereo, il pessimista il paracadute.”. E alla spontanea (?) domanda circa la possibilità di chi legge di spostare le lancette di quell’orologio un po’ indietro, si replica, a chi lo consente: “Preferite non sapere e/o tacere? Neanche così andrà indietro sicuramente, ma forse più avanti ancora.”.
Che poi già ci si poteva pensare senza orologio, volendo.
Laudate omnes gentes laudate Magnificat in saecula Et anima mea laudate Magnificat in saecula
Happy nation living in a happy nation Where the people understand And dream of the perfect man A situation leading to sweet salvation For the people for the good For mankind brotherhood
We’re traveling in time
Ideas by man and only that will last And over time we’ve learned from the past That no man’s fit to rule the world alone A man will die but not his ideas
Happy nation living in a happy nation Where the people understand And dream of the perfect man A situation leading to sweet salvation For the people for the good For mankind brotherhood
We’re traveling in time Traveling in time
Tell them we’ve gone too far Tell them we’ve gone too far Happy nation come through And I will dance with you
Happy nation Tell them we’ve gone too far Happy nation come through And I will dance with you
Happy nation Tell them we’ve gone too far Come through And I will dance with you
Happy nation living in a happy nation Where the people understand And dream of the perfect man A situation leading to sweet salvation For the people for the good For mankind brotherhood
Quale paradiso avevi in serbo per me prima ch’io avessi occhi d’aprire? Quale nome scegliesti per me Prima ch’io chiamassi fiore? E di che colore mi facesti pelo, iride e tegumento avanti l’ora del vagito?
Se il caro Autunno mi dice la strada fresca di vento e tinta di anime in volo…
Su molte cose bocca non ho avuto Ma quale paradiso, potendo, avrei voluto? Forse un cielo di nuvole è benvenuto. Che almeno questo non sia precluso.
Oubaitori – ognuno fiorisce al suo momento. La consapevolezza di non aver a che fare coi livelli a cui noi o chi per esso crediamo che gli altri siano rispetto a noi; secondo tale dottrina, infatti, ogni persona , come i fiori, sboccia al suo proprio tempo e nella maniera che gli è propria.
Lo so: una dottrina non è una verità già data. Purtroppo. Però è una proposta di soluzione, un consiglio un po’ sintetico, impacciato e sghembo che proviene da una persona che ti ha ascoltato, probabilmente ha capito abbastanza cosa ti turba e in qualche modo ti vuole fornire una chiave di lettura, una spinta o un semplice sorriso.
Come i fiori. Sapete, a volte pare sempre più difficile far fiorire delle piante, oggi. Nonostante ciò tu vai lì, prepari il terreno, travasi, concimi, innaffi, togli i residui secchi e/o marci, stai attento affinché altri organismi non vanifichino il tutto… Semplicemente è la speranza che ti fa agire un atto di fede. In cosa? Qui si potrebbero aprire miriadi di risposte, come torrenti che si separano dalla fonte di un unico immenso fiume, spesso anche accoglitore d’immissari. Ma forse, semplicemente, fiducia nel domani, nel futuro che dona la possibilità di vedere maturare i giovani virgulti piantumati fino a vederli sviluppare, a loro tempo e a loro modo, i propri attributi. In fondo, la fretta è solo carenza d’immaginazione.
Bjartar vonir rætast Er við göngum bæinn Brosum og hlæjum glaðir
Vinátta og þreyta mætast Höldum upp á daginn Og fögnum tveggja ára bið
Fjarlægur draumur fæðist
Borðum og drekkum saddir Og borgum fyrir okkur Með því sem við eigum í dag
Setjumst niður spenntir Hlustum á sjálfa okkur slá Í takt við tónlistina
Það virðist engin hlusta
Þetta er allt öðruvísi Við lifðum í öðrum heimi Þar sem við vorum aldrei ósýnileg
Nokkrum dögum síðar Við tölum saman á ný En hljóðið var ekki gott
Við vorum sammála um það Sammála um flesta hluti Við munum gera betur næst
Þetta er ágætis byrjun
Era l’estate del 1999 – probabilmente eravamo ancora fintamente ignari del cambiamento climatico che si preparava – quando quattro ragazzi islandesi davano all’etere un album di dieci canzoni con sulla copertina un disegno partorito da un componente della band quasi per caso, distrattamente: un feto alato di alieno, un simbolo abbastanza attinente alle sonorità extraterrestri che avevano iniziato a far conoscere un po’ ovunque prima sulla loro isola sperduta. Rispetto al primo omonimo album (Sigur Ròs), però, le caratteristiche si affinano, non si snaturano; cercano una quadra non banale per smussare le proprie asperità senza, al contempo, rinunciare all’oltre, ad un senso di quasi estraneità pur nelle armonie interiori, una sorta di microcosmo liquido e fluente che si coniuga ed adatta pressoché a perfezione ai dieci contenitori che i quattro sembrano quasi aver trovato anch’essi per caso. Ma qui sta il punto: sembrano. Ci vuol bravura a far sembrare semplice il complesso e riuscire a maneggiarlo con sforzi non facilmente percettibili all’esterno.
E sono 25 anni; volati.
Un buon inizio Speranze ricche di luci s’incarnano/ quando passeggiamo per la città/ e ci muovono risate e sorrisi felici/ Amicizia e difficoltà si tengono a mano/ la giornata viene celebrata così/ e fa nulla se si è atteso due anni
Un sogno lontano è nato
Cibo e bevande a volontà/Vai tu a saldare/con quello che oggi abbiamo nelle tasche sediamoci emozionati/ ascoltiamoci vibrare / in sintonia con la musica
Nessuno sembra porgerci orecchio
Questa cosa è del tutto diversa/ vivevamo in un mondo differente / dove mai siamo stati invisibili. Alcuni giorni dopo/ ci parliamo un’altra volta/ ma non c’era una buona armonia Su questo punto concordavamo/ che eravamo d’accordo su gran parte delle cose:/ Faremo meglio la prossima volta.
Servire è virtù se lo fai a chi non può dar paga; serviranno ancora varie stirpi e molto sangue, purtroppo, per lavare l’onta dell’imbecille che mette segni a caso come lapidi in un cimitero a Praga e poi si lagna se non trova nomi e cognomi da nomenclare. Chiare l’intenzioni, scuri gl’occhi che s’affumicaron di verbi vuoti, lavori esausti e bui, avviliti e lenti, rallentati: praticamente marmorei. O grigie acque, perdonateci se facemmo fuoco sulle nevi perenni e ne godemmo in lidi rinomati serviti da affamati a buon mercato perché i tail son buoni coi cock altrui. O tempi dorati, attraversati da sonnambuli analfabeti che non osavano mettere in forse pane ed aria, almeno: mi trema un pensiero nella giugulare destra, un tappo; si scioglierà o uno scoppio aprirà emisferi che il mondo non molto sanno ma molti altri sì.
Il paradosso è che chi ci ha perso di più non è la Presidente del Consiglio; e già questo dovrebbe distogliere il complesso dell’elettorato dallo sparpagliarsi in rivoli di astensionismo e faziosità partitiche che sono finte come un copione trovato davanti al teatro, nella maggior parte dei casi, per come stiamo messi. Infatti i punti salienti sono questi: a) che sistemi di sicurezza abbiamo se non riescono a difendere neanche le loro figure barbine fatte nelle zone di massima privacy e presunto riserbo? b) cosa si va a votare se poi, nel bene e nel male, non c’è mai un briciolo di consequenzialità logica e coerenza? (e con “cosa” non intendo “perché”, per chiarezza) Il primo punto è ancor più dolente perché ai russi non è stato rivelato soltanto un assetto politico italiano, bensì – poi con chissà quale verosimiglianza data la fonte, a conti fatti – addirittura un sentire europeo ed atlantico, nella visione della PdCM; e dovrebbe dolere ancora di più a chi è patit* di ordine e sicurezza dimostrare questa totale incapacità di organizzazione a un livello così sensibile degli stessi. Quello che però non mi è chiaro, perché proprio africano se il russo colava rosso dal telefono? Sarà stata colpa della curvatura della conca di rame, certamente.
Una conchiglia: una trappola o uno scrigno? Qualcosa che protegge o qualcosa che imprigiona? Una teca di cristallo lascerà pur vedere il mondo esterno, ma non permetterà mai più di questo; un bene, un male, entrambe le cose? Dipende dalla necessità prevalente. E chi la dà, da dove deriva, su cosa si basa il criterio applicato della prevalenza? Una scelta. Di poter stare o no nella conchiglia. La libertà per la scelta; ma anche la libertà di non dover scegliere per forza, di vedere tra le mani questa conchiglia e basta, di costruire un orcio di barrette d’ottone e non mettervi nulla di vivente, di lasciare la rosa attaccata al resto della piante e non riporla sotto il cristallo. Senza pressioni in un verso o l’altro, da chicchessia. E un’eco, questo, che la libertà invoca. O difende. Anche sotto milioni di miglia di mare interno.