Memento hodie, cras, semper

E stimo un tal grande beneficio la cura a cui il fascismo ha sottoposto l’Italia che mi do pensiero piuttosto che la convalescente non si levi troppo presto dal letto a rischio di qualche grave ricaduta.

Benedetto Croce

 

https://goccedimemoria.github.io/geografia_dello_sterminio/

https://it.wikipedia.org/wiki/Risiera_di_San_Sabba

https://www.risierasansabba.it/la-storia/

Fai clic per accedere a 6714_Lager_BZ_it.pdf

https://www.fondazionefossoli.org/it/campo.php

Primo Levi, il tramonto di Fossoli, 7 febbraio 1946

Io so cosa vuol dire non tornare
A traverso il filo spinato
ho visto il sole scendere e morire;
ho sentito lacerarmi la carne
le parole del vecchio poeta:
*“Possono i soli cadere e tornare:
a noi, quando la breve luce è spenta,
una notte infinita è da dormire”

 

*= citazione da Catullo, V, Carmina

BERGHAIN – Rosalìa ft. Björk & Yves Tumor

“Yo sè muy bien lo que soy
termura p’al café
solo soy un terròn de azùcar
Sè que me funde el calor
sè desaparecer
cuando tù vienes es cuando me voy”

In ogni opera c’è un punto, un nucleo, un “cuore” da cui tutto parte ed intorno al quale si costruisce, si distrugge, si rifà e si disfa ancora fino a quando pare che sia c o m p i u t a (ma, credetemi, è talmente opinabile quest’aspetto!).
Prendiamo questo brano, “Berghain” di Rosalìa con Björk ed Yves Tumor: personalmente, quando m’è stato proposto il primo ascolto, ho istintivamente percepito il grande afflato dell’orchestra (archi in primis), la molteplicità delle lingue utilizzate per tessere la minutissima – eppur “semplice” – trama narrativa in cui si srotolano come tappeti sonori universi di sfumature di significati.
Eppure qualcosa mi risuonava di più, su tutto, olter l’assillante réfrain finale in Inglese che, essendo quasi recitato, dà in qualche modo più agio di esser còlto nell’immediatezza.
Il cuore era lo Spagnolo, per me; e infatti, specie dopo ulteriori ascolti (sì, a me le cose che scivolano e basta restano più facilmente nel dimenticatoio), quel semplicissimo, devastante, imperituramente classico

“Yo sè muy bien lo que soy”

resta, permane, e fa girare tutto il resto (e, in mia modesta opinione, avrebbe egregiamente fatto lo stesso con anche qualche altro minuto in più di narrazione complessiva, ma va bene lo stesso), il tanto tutto il resto che pare un sistema di pianeti in forma d’orchestra.
“Siamo due e siamo fatti della stessa sostanza, dolore, amore, paura, sangue, eppure non precisamente all’identico modo, ecco perché ci attraiamo e respingiamo, ecco perché andiamo e veniamo – meglio: TU vai e vieni quando ti pare, ma IO l’ho capito, carissimo.” – Ecco tutto l’universo di testi, sottotesti, atmosfere, colori e luci (ed il loro opposto, uno per uno) che si vede e non si vede perché poi è sapienza dell’artista non scendere nel pedissequo, ma lasciar uno spiraglio, spazio, piccolo o immenso che sia, all’occhio, orecchio, mente e cuore di chi venga attratto in questo Caos ordinato che altro non è se non un cosmo in cui c’è Vita.

Videoclip eccelso, nella realizzazione e nel concept (quando Rosalìa stira in mezzo all’orchestra… e poi quando entra in quella casa-bosco con gli animaletti, Björk versione usignolo ed il cerbiatto che cola lacrime scure… ), che dire se non COMPLIMENTI a tutta la realizzazione artistica, a partire dal regista Nicolas Méndez.

#REload: Ara bàtur

una barca a remi.
un veicolo antico, quasi surreale oramai.

però esiste e non di rado, se ben tenuta, funziona anche bene. ma poi, non sono forse degni dei musei pure se non servono a una mazza più certi oggetti?
Concetti inutili. Anzi, dannosi.

una barca a remi, che solca il fiume ed arriva al mare: pericoli prima, ampiezza pacifica dopo.
non è detto. però, naviga.

Hai provato ogni cosa
Sì, un migliaio di volte
hai fatto esperienza
Ne hai passate abbastanza
Ma sei stato tu che hai concesso tutto
Nel mio cuore
E sei stato tu che una volta di nuovo
Resuscitasti il mio spirito
Io me ne andai per la mia strada, tu per la tua
Tu ti agiti

emozioni
in un frullatore
ogni cosa in subbuglio
ma eri tu ad esser sempre lì
per me
ed eri tu a non aver mai giudicato
amico mio sincero
Io mi allontanai, tu ti allontanasti

Tu navighi fiumi
con una vecchia barca a remi
che beccheggia forte
Tu nuoti fino a riva
hai spinto via le onde
ma senza risultato
Tu galleggi sull’acqua salsa
dormi sul pelo
luce tra la nebbia.

Poco da aggiungere, l’esame del tempo è sempre la prova più dura ma dal risultato spesso più veritiero.

23:58:41

Dicono che la metafora della metafore sia questo simbolico (appunto) orologio – chiamato Doomsday clock – che scandisce il tempo che manca alla fine dell’umanità; esso fu “creato” nel 1947 da alcuni ricercatori dell’Università di Chicago sulla rivista Bulletin of the atomic scientists (quindi non “insulsi” poeti o archeologi e basta) come deterrente per le potenze della guerra fredda per metterle in guardia su quanto tempo mancasse ad una possibile catastrofe nucleare globale, data la crescente corsa agli armamenti nucleari, appunto – chissà poi quanto mai effettivamente rientrata.
Col tempo sono stati presi dai vari esperti e premi Nobel che determinano l’avanzare o il regredire delle lancette ulteriori parametri, va detto: crisi climatica, potenziale ulteriormente distruttivo delle nuove tecnologie e biosicurezza, ossia la tutela della vita biologica (non solo umana, ma anche umana) in un ambiente considerato salubre o fisiologico.
Personalmente aggiungerei anche il ritorno del medioevo nelle cosiddette “zone più progredite” del globo. Coi display, i droni e i robot, ma sempre con la mentalità feudatario-servo della gleba (puoi anche leggere “chi campa e chi può morire”).
Ebbene, aggiornamento al 28/01/2025 pare siamo a -89 secondi dalla mezzanotte, metaforica dead line di questo processo degenerativo; mai così vicini.
Ora, non mancano distinguo e dubbi sulla oggettività, imparzialità, neutralità anche politica (e quando mai?!) di un simile computo… però… sinceramente, a me torna sempre in mente Winston Churchill che, richiesto sull’ottimismo versus pessimismo, vedeva e rispondeva così: “l’ottimista inventa l’aereo, il pessimista il paracadute.”.
E alla spontanea (?) domanda circa la possibilità di chi legge di spostare le lancette di quell’orologio un po’ indietro, si replica, a chi lo consente: “Preferite non sapere e/o tacere? Neanche così andrà indietro sicuramente, ma forse più avanti ancora.”.

Che poi già ci si poteva pensare senza orologio, volendo.

Laudate omnes gentes laudate
Magnificat in saecula
Et anima mea laudate
Magnificat in saecula

Happy nation living in a happy nation
Where the people understand
And dream of the perfect man
A situation leading to sweet salvation
For the people for the good
For mankind brotherhood

We’re traveling in time

Ideas by man and only that will last
And over time we’ve learned from the past
That no man’s fit to rule the world alone
A man will die but not his ideas

Happy nation living in a happy nation
Where the people understand
And dream of the perfect man
A situation leading to sweet salvation
For the people for the good
For mankind brotherhood

We’re traveling in time
Traveling in time

Tell them we’ve gone too far
Tell them we’ve gone too far
Happy nation come through
And I will dance with you

Happy nation
Tell them we’ve gone too far
Happy nation come through
And I will dance with you

Happy nation
Tell them we’ve gone too far
Come through
And I will dance with you

Happy nation living in a happy nation
Where the people understand
And dream of the perfect man
A situation leading to sweet salvation
For the people for the good
For mankind brotherhood

Happy nation
Happy nation
Happy nation
Happy nation

un cielo di nuvole

Quale paradiso avevi in serbo per me
prima ch’io avessi occhi d’aprire?
Quale nome scegliesti per me
Prima ch’io chiamassi fiore?
E di che colore mi facesti
pelo, iride e tegumento
avanti l’ora del vagito?

Se il caro Autunno mi dice la strada
fresca di vento e tinta
di anime in volo…

Su molte cose bocca non ho avuto
Ma quale paradiso, potendo,
avrei voluto?
Forse un cielo di nuvole è benvenuto.
Che almeno questo non sia precluso.

d.t.d. – settembre 2024

お奪い取り

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dal web

Oubaitori – ognuno fiorisce al suo momento.
La consapevolezza di non aver a che fare coi livelli a cui noi o chi per esso crediamo che gli altri siano rispetto a noi; secondo tale dottrina, infatti, ogni persona , come i fiori, sboccia al suo proprio tempo e nella maniera che gli è propria.

Lo so: una dottrina non è una verità già data. Purtroppo.
Però è una proposta di soluzione, un consiglio un po’ sintetico, impacciato e sghembo che proviene da una persona che ti ha ascoltato, probabilmente ha capito abbastanza cosa ti turba e in qualche modo ti vuole fornire una chiave di lettura, una spinta o un semplice sorriso.

Come i fiori.
Sapete, a volte pare sempre più difficile far fiorire delle piante, oggi.
Nonostante ciò tu vai lì, prepari il terreno, travasi, concimi, innaffi, togli i residui secchi e/o marci, stai attento affinché altri organismi non vanifichino il tutto…
Semplicemente è la speranza che ti fa agire un atto di fede.
In cosa?
Qui si potrebbero aprire miriadi di risposte, come torrenti che si separano dalla fonte di un unico immenso fiume, spesso anche accoglitore d’immissari.
Ma forse, semplicemente, fiducia nel domani, nel futuro che dona la possibilità di vedere maturare i giovani virgulti piantumati fino a vederli sviluppare, a loro tempo e a loro modo, i propri attributi.
In fondo, la fretta è solo carenza d’immaginazione.

25 Ágætis Byrjun (1999-2024)

Bjartar vonir rætast
Er við göngum bæinn
Brosum og hlæjum glaðir


Vinátta og þreyta mætast
Höldum upp á daginn
Og fögnum tveggja ára bið

Fjarlægur draumur fæðist


Borðum og drekkum saddir
Og borgum fyrir okkur
Með því sem við eigum í dag

Setjumst niður spenntir
Hlustum á sjálfa okkur slá
Í takt við tónlistina

Það virðist engin hlusta

Þetta er allt öðruvísi
Við lifðum í öðrum heimi
Þar sem við vorum aldrei ósýnileg

Nokkrum dögum síðar
Við tölum saman á ný
En hljóðið var ekki gott

Við vorum sammála um það
Sammála um flesta hluti
Við munum gera betur næst

Þetta er ágætis byrjun

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Era l’estate del 1999 – probabilmente eravamo ancora fintamente ignari del cambiamento climatico che si preparava – quando quattro ragazzi islandesi davano all’etere un album di dieci canzoni con sulla copertina un disegno partorito da un componente della band quasi per caso, distrattamente: un feto alato di alieno, un simbolo abbastanza attinente alle sonorità extraterrestri che avevano iniziato a far conoscere un po’ ovunque prima sulla loro isola sperduta.
Rispetto al primo omonimo album (Sigur Ròs), però, le caratteristiche si affinano, non si snaturano; cercano una quadra non banale per smussare le proprie asperità senza, al contempo, rinunciare all’oltre, ad un senso di quasi estraneità pur nelle armonie interiori, una sorta di microcosmo liquido e fluente che si coniuga ed adatta pressoché a perfezione ai dieci contenitori che i quattro sembrano quasi aver trovato anch’essi per caso.
Ma qui sta il punto: sembrano.
Ci vuol bravura a far sembrare semplice il complesso e riuscire a maneggiarlo con sforzi non facilmente percettibili all’esterno.

E sono 25 anni; volati.

Un buon inizio
Speranze ricche di luci s’incarnano/ quando passeggiamo per la città/ e ci muovono risate e sorrisi felici/
Amicizia e difficoltà si tengono a mano/ la giornata viene celebrata così/ e fa nulla se si è atteso due anni

Un sogno lontano è nato

Cibo e bevande a volontà/Vai tu a saldare/con quello che oggi abbiamo nelle tasche
sediamoci emozionati/ ascoltiamoci vibrare / in sintonia con la musica

Nessuno sembra porgerci orecchio


Questa cosa è del tutto diversa/ vivevamo in un mondo differente / dove mai siamo stati invisibili.
Alcuni giorni dopo/ ci parliamo un’altra volta/ ma non c’era una buona armonia
Su questo punto concordavamo/ che eravamo d’accordo su gran parte delle cose:/ Faremo meglio la prossima volta.

Questo è un buon inizio.

https://youtu.be/dtTJBEi3RIM?feature=shared

ultima dea

Servire è virtù
se lo fai a chi non può dar paga;
serviranno ancora varie stirpi
e molto sangue, purtroppo,
per lavare l’onta dell’imbecille
che mette segni a caso
come lapidi in un cimitero a Praga
e poi si lagna se non trova
nomi e cognomi da nomenclare.
Chiare l’intenzioni, scuri gl’occhi
che s’affumicaron di verbi vuoti,
lavori esausti e bui, avviliti
e lenti, rallentati:
praticamente marmorei.
O grigie acque,
perdonateci se facemmo fuoco
sulle nevi perenni
e ne godemmo in lidi rinomati
serviti da affamati a buon mercato
perché i tail son buoni coi cock altrui.
O tempi dorati,
attraversati da sonnambuli analfabeti
che non osavano mettere in forse
pane ed aria, almeno:
mi trema un pensiero nella
giugulare destra, un tappo;
si scioglierà o uno scoppio
aprirà emisferi
che il mondo non molto sanno
ma molti altri sì.

D. T. D. 29.02.2024

“Uooohniiii!!”

Il paradosso è che chi ci ha perso di più non è la Presidente del Consiglio; e già questo dovrebbe distogliere il complesso dell’elettorato dallo sparpagliarsi in rivoli di astensionismo e faziosità partitiche che sono finte come un copione trovato davanti al teatro, nella maggior parte dei casi, per come stiamo messi.
Infatti i punti salienti sono questi:
a) che sistemi di sicurezza abbiamo se non riescono a difendere neanche le loro figure barbine fatte nelle zone di massima privacy e presunto riserbo?
b) cosa si va a votare se poi, nel bene e nel male, non c’è mai un briciolo di consequenzialità logica e coerenza? (e con “cosa” non intendo “perché”, per chiarezza)
Il primo punto è ancor più dolente perché ai russi non è stato rivelato soltanto un assetto politico italiano, bensì – poi con chissà quale verosimiglianza data la fonte, a conti fatti – addirittura un sentire europeo ed atlantico, nella visione della PdCM; e dovrebbe dolere ancora di più a chi è patit* di ordine e sicurezza dimostrare questa totale incapacità di organizzazione a un livello così sensibile degli stessi.
Quello che però non mi è chiaro, perché proprio africano se il russo colava rosso dal telefono?
Sarà stata colpa della curvatura della conca di rame, certamente.

Sigur Rós – Skel (Official Video)

Una conchiglia: una trappola o uno scrigno?
Qualcosa che protegge o qualcosa che imprigiona?
Una teca di cristallo lascerà pur vedere il mondo esterno, ma non permetterà mai più di questo; un bene, un male, entrambe le cose?
Dipende dalla necessità prevalente.
E chi la dà, da dove deriva, su cosa si basa il criterio applicato della prevalenza?
Una scelta.
Di poter stare o no nella conchiglia.
La libertà per la scelta; ma anche la libertà di non dover scegliere per forza, di vedere tra le mani questa conchiglia e basta, di costruire un orcio di barrette d’ottone e non mettervi nulla di vivente, di lasciare la rosa attaccata al resto della piante e non riporla sotto il cristallo. Senza pressioni in un verso o l’altro, da chicchessia.
E un’eco, questo, che la libertà invoca. O difende.
Anche sotto milioni di miglia di mare interno.