’Sti ragazzacci dei demoni (la «grande catechesi» di Antonio)

carview.php?tsp= La cosiddetta «grande catechesi ai monaci» di Antonio occupa i capitoli 16-43 della di lui Vita scritta da Atanasio di Alessandria1. Sono parole spesso illuminanti, talvolta curiose, quasi sempre improntate a una grande praticità, sempre interessanti – per comodità diremo che sono parole pronunciate qualche anno dopo il 300 – e provengono da un cinquantenne che ha alle spalle più o meno trentacinque anni di eremitismo e ascesi, tanto che una delle prime cose che dice ai monaci che l’hanno sollecitato è che «io più anziano di voi vi affiderò quello che so e che ho imparato dall’esperienza».

Anzitutto perseverate e non scoraggiatevi, e misurate il vostro sforzo ascetico del giorno all’eternità, le vostre rinunce terrene all’universo: «La terra intera è piccolissima a confronto di tutto il cielo»; abbandonate quindi i vostri beni senza remore, tanto se non è oggi (per virtù), sarà domani (per avvenuto decesso), no? Che poi «spesso accadrà di lasciarli a persone che non volevamo». Da questo punto di vista è assai utile, al mattino, pensare che non si arriverà a sera, e viceversa. Se vi mettete su questa via, state certi che arriveranno i demoni, dei quali «vi è grande varietà», e «si potrebbe parlare a lungo della loro natura e della loro diversità, ma un tal discorso si addice ad altri più grandi di noi. Quel che ora è necessario e indispensabile è soltanto conoscere gli espedienti che utilizzano contro di noi», cioè veniamo, appunto, agli aspetti pratici.

Essendo caduti dal cielo, il loro scopo primario è che non vi ascendiamo, quindi per prima cosa piazzano sul nostro cammino degli ostacoli, «gli ostacoli sono i pensieri impuri». Se resistiamo alle tentazioni, allora giocano la carta delle visioni mostruose, «imitando donne, belve, rettili, corpi giganteschi ed eserciti di nemici», cercando di spaventarci col fuoco perché è nel fuoco che sono dannati. Niente paura: tutto si dilegua davanti agli occhi di chi rimane saldo. Attenzione che possono presentarsi anche come confratelli e «fingono di parlare come uomini di fede per trarci in inganno», o magari ci svegliano dicendoci che è ora di pregare, o addirittura sono capaci di citare la Scrittura. Qualunque cosa ci dicano, anche se sembra buona, non è mai a fin di bene, «non fanno questo per amor di Dio o per amore della verità, ma per trascinare i semplici alla disperazione e affermare che l’ascesi è inutile» e indurci al disgusto della vita solitaria. Non dimenticate mai che in fondo sono impotenti («giocano come se fossero sul palcoscenico, mutano aspetto, spaventano i bambini… assumendo forme diverse»); che se lo fossero, potenti, «non verrebbero in molti, non ricorrerebbero a visioni, né muterebbero sembianze; sarebbe sufficiente che ne venisse uno solo e facesse tutto quello che può e vuole fare». E non allarmatevi se vi sembra che predicano il futuro: non sanno niente, tirano a indovinare, fanno congetture sulla base delle esperienze passate.

Una regoletta semplice: se un pensiero o una visione vi provoca turbamento, difficilmente non sarà opera dei demoni («l’irruzione e l’apparizione tumultuosa degli spiriti malvagi sono accompagnate da colpi, strepiti e grida come avviene quando passano dei ragazzi maleducati, o quando giungono i predoni. Subito l’anima è presa da timore e da turbamento…»); se invece induce letizia e conforto, allora tutto bene («la gioia e la buona disposizione dell’anima dimostrano la santità di colui che appare»).

Antonio conclude il suo discorso raccontando alcuni episodi della sua personale lotta contro i demoni, demoni che a me paiono, come si suol dire… modernissimi. Tanto che il consiglio finale del padre dei monaci suona più che attuale: «Quando appare una visione, non si ceda al panico, ma di qualunque genere essa sia, per prima cosa si domandi, pieni di coraggio: “Chi sei e da dove vieni?” […] Perché anche solo il domandare: “Chi sei e da dove vieni” è segno di animo rappacificato».

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  1. Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, pp. 101-131.

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Nella maniera più solenne che fare si potesse, ovvero: a scanso di equivoci (Voci, 40)

carview.php?tsp= Capitolo VII. Elezione, Conferma e Benedizione di D. Orsa da Buora Abadessa di S. Parisio

Essendo felicemente trapassata nell’anno 1462, a dì 10 di Dicembre la Badessa Lucia Rosso, nel di cui governo erasi sostenuta l’acerrima lite co’ Gesuati, e sotto della quale il Monastero di S. Parisio s’era mantenuto con decoro di santità e di regolare osservanza, si divisero le Monache nella creazione della nuova Abadessa; mercecché alcune elessero Biagia Rosso congiunta della defunta Lucia, ed altre scelsero Orsa da Buora. Portata in Roma a Pio II una tal causa, ne commise la cognizione il Sommo Pontefice a Mosè Buffarelli Vescovo di Pola, il quale pronunziò nulla la elezione fattasi di Biagia e dichiarò doversi confermare la elezione di Orsa, come di fatto con autorità Apostolica la confermò. Appellò Biagia da questo giudizio alla Sede Romana, ed impetrò lettere di commissione a Marco Veniero Arcidiacono di Costantinopoli e ad Antonio Canonico di Durazzo, che in Treviso soggiornavano, e trasse in causa Orsa, e pendendo ancora la lite, senza far punto menzione di quelle prime lettere, ottenne dalla medesima S. Sede altre lettere in forma di Breve a Simone de’ Viviani Canonico di Concordia e Vicario di Treviso. Tanto i due primi, quanto il secondo riprovarono la sentenza di Mosè Vescovo di Pola. Riappellò Orsa, ed impetrò delle seconde lettere Apostoliche dirette a D. Pietro Boldù Monaco Camaldolese ed Abate di S. Maria delle Carceri, e ad Alessandro del Nino Canonico di Vicenza, i quali approvarono il giudizio del Vescovo di Pola. Biagia per la terza volta reclamò, ed ottenne un Breve di cognizione ad Andrea Bon Vescovo di Equilo, il quale confermò la sentenza de’ due Canonici e del Vicario; ed Orsa similmente per la terza volta impetrò l’anno 1464 a dì 5 Gennaio da Paolo II nuovamente eletto Romano Pontefice, la deputazione di questa causa a Marco Vescovo di Cataro, il quale risiedeva in Padova, e ad Antonio Capodilista Canonico padovano, acciocché chiamati in giudizio Andrea Vescovo di Equilo e Biagia, determinassero secondo la retta giustizia.

Qualche componimento al certo succedette nelle parti; imperciocché Biagia continuò ad essere Abadessa fino all’anno 1467, in cui morì; dopo la quale fu di nuovo concordemente eletta Orsa in Abadessa. Ma perché non potesse farsi alcuna opposizione alla elezione, questa fu fatta nella maniera più solenne che fare si potesse.

Furono invitati Lodovico Longo Vescovo di Modone Suffraganeo, Galassio Capodilista Canonico di Pergamo e Vicario di Francesco Barozzi Vescovo di Treviso, e Lionardo di Teremo Arcidiacono di Treviso, come suddelegati e sostituiti dal Vescovo di Treviso nella riforma e visita del Monastero de’ Ss. Cristina e Parisio; la quale eragli stata delegata da D. Mariotto Allegri di Arezzo Generale Camaldolese. Furono inoltre chiamati Giovanni Mocenigo Podestà e Capitano di Treviso, Francesco Scrosa suo Vicario, Girolamo de’ Barisani, Giovanni Tireta, Francesco di Verona ed altri moltissimi della primaria nobiltà e cittadinanza trevigiana. Ed in presenza di tutti fu congregato il Capitolo delle Monache, le quali di uniforme consenso elessero per loro Abadessa la suddetta Orsa da Buora, che allora faceva l’uffizio di Priora. Tostoché fu eletta, venne immediatamente per Abadessa riconosciuta col solito giuramento ed ossequio di ubbidienza, e dappoi da tutte le stesse Monache con le Abadesse e le altre Monache de’ Monasteri di S. Teonisto e di Ognissanti dello stesso Ordine di S. Benedetto, le quali erano anch’esse intervenute a questa elezione, cantando inni di lode a Dio, fu Orsa condotta solennemente alla chiesa ed accompagnata all’altare, e quivi la seconda volta ricevette il sagramento di ubbidienza, e finalmente venne collocata sovra la sedia sua Abaziale e con solennità intronizzata dal Vescovo, e quivi pure per la terza fiata furonle prestati gli atti di soggezione e di obbedienza.

♦ Memorie della vita di S. Parisio, monaco camaldolese, e del monastero de’ SS. Cristina e Parisio di Treviso, raccolte da un monaco camaldolese, in Venezia, 1748, nella Stamperia Fenzo.

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Due orti e un ovile (il terzo libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno)

carview.php?tsp= Sono molte, nei quattro libri dei Dialoghi di Gregorio Magno, le storie di miracoli che hanno come sfondo le attività e i luoghi legati al sostentamento, e la cosa non sorprende se si pensa alla loro vitale importanza nel contesto della società altomedievale. Ho letto finora metà del terzo libro e ne ho incontrate già tre che mi sono piaciute assai1.

Proprio ad apertura di libro (cap. 1) Gregorio racconta di Paolino da Nola, personaggio molto noto per vari aspetti, qui ricordato per un miracolo di profezia, in cui però, per me, il grande protagonista è l’orto. Paolino è già vescovo, appunto di Nola, quando una vedova lo implora di aiutarla a riscattare il figlio rapito dai Vandali e portato schiavo in Africa. Paolino non ha nulla sotto mano, ma poiché la donna insiste, le offre se stesso. Lei non gli crede (anzi, pensa che «volesse prenderla in giro piuttosto che compiangerla»), ma poiché lui insiste, i due partono. Giunti dal padrone del figlio (l’uomo, tra parentesi, è genero del re), la vedova propone lo scambio. Il barbaro, ovviamente tronfio e gonfio, si rivolge a Paolino: Cosa sai fare? «E Paolino rispose: “Non conosco alcun mestiere, ma so coltivare bene un orto”.» Ah, okay, affare fatto: figlio restituito, Paolino a vangare. Cosa che effettivamente sa fare piuttosto bene, ma non solo, Paolino è anche colto oltreché coltivatore, e il suo nuovo padrone se ne accorge, tanto che, invece di andare a trovare gli amici, finisce sempre a parlare con lui. «Dal canto suo, Paolino ogni giorno portava alla mensa del padrone verdure fresche e odorose [odoras virentesque herbas] e, ricevuta la razione di pane, tornava nell’orto.» Il tempo passa, finché Paolino fa la sua profezia: il re morirà a breve. Il barbaro riferisce al suocero, che gli dice: Portami un po’ questo tuo ortolano. «Così fu fatto. Quando il re si sedette a pranzo, Paolino venne a portargli verdure di ogni genere, fresche e odorose, da lui coltivate…» E da lì in poi è tutta discesa.

Più o meno a metà libro incontriamo un «venerabile sacerdote» (cap. 22) che, conclusa la sua santa vita, viene sepolto vicino alla sua chiesa, nel luogo che «era di passaggio per andare dalle pecore». La notte, mentre i chierici della parrocchia sono intenti a cantare i salmi, un ladro si introduce nell’ovile, prende un castrato e fa per andarsene, «ma quando arrivò al luogo dove era stato seppellito l’uomo del Signore, d’un tratto si fermò e non poté più muovere un sol passo». E non può neanche mollare il maltolto. Niente, resta lì bloccato tutta la notte, con il castrato in mano. Al mattino, usciti di chiesa, i chierici lo vedono, ma non capiscono se il tizio sta rubando loro l’animale o se glielo sta portando in offerta. Il ladro allora confessa: ammirazione per il potere di interdizione della tomba, preghiere di ringraziamento, osso mollato, ladro perdonato.

Tornando un po’ indietro troviamo Isacco (cap. 14). Siriano di origine, Isacco si ritira in una comunità nei pressi di Spoleto e, nonostante qualche abitudine un po’ strana, «la sua condotta di vita fu conosciuta in lungo e in largo dagli abitanti di quella regione». Una sera, ad esempio, dice ai confratelli di «gettare nell’orto del monastero quegli arnesi [ferramenta] che usualmente sono definiti vanghe [vangas]. Ma perché? gli chiedono. Voi non vi preoccupate, risponde, anzi, «preparate [anche] un piatto di carne per i nostri lavoratori, perché sia pronto a prima mattina». Quali lavoratori? gli chiedono. Date retta, un piatto di carne. Al mattino tutta la comunità, piena di curiosità, si reca nell’orto e «per quante vanghe [Isacco] vi aveva fatto gettare trovò altrettanti lavoratori». Com’è possibile? Il fatto è che dei ladri si erano introdotti nella notte e, trovate le vanghe, «per opera dello spirito la loro intenzione era cambiata» e si erano messi al lavoro. Al che «Isacco disse: “State allegri, fratelli, avete lavorato molto, perciò ora riposate”» […] e dopo tanta fatica li rifocillò». Dopodiché li congeda e si raccomanda «Non fate più del male. Ogni volta che volete qualcosa dall’orto, venite all’ingresso, chiedete senza alzare la voce [tranquille petite] e riceverete, insieme con la benedizione». C’est-à-dire: chiedete, coi bei modi, e vi sarà dato.

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.

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Il cui nome è «stambecco» (Dice il monaco, CXXXV)

Dice Sulpicio Severo, scrittore e monaco, non molto dopo il 400:

 C’era anche un altro anacoreta che viveva nel deserto, dalle parti di Syene [Assuan]. Ritiratosi in solitudine, si nutriva di radici di erbe – la sabbia talvolta le produce, e di un sapore eccellente –, ma, inconsapevole della scelta cattiva, spesso raccoglieva quelle nocive. Né d’altra parte era facile distinguere la qualità delle radici dal loro sapore, poiché erano tutte ugualmente dolci [quia omnia aeque dulcia erant]; la maggior parte di esse tuttavia conteneva un veleno mortale di natura più nascosta [occultiore natura virus letale]. Pertanto, quando mangiava, una forza interna lo tormentava e tutti i suoi organi vitali erano scossi da violenti dolori. Il vomito frequente, con tormenti insopportabili, stava per dissolvere la sede stessa dell’anima, con lo stomaco già al collasso [stomacho iam fatiscente]. Così, timoroso in pratica di tutto ciò che poteva ingerire, stava trascorrendo il settimo giorno senza cibo, quando una bestia selvaggia, il cui nome è «stambecco» [cui ibicis est nomen], gli si avvicinò. L’anziano gli gettò addosso un mazzetto di erbe che aveva raccolto il giorno prima, ma che non aveva osato toccare; la bestia, scartando con la bocca quelle virulente, scelse quelle che sapeva essere innocue. Così, con il suo esempio, il sant’uomo imparò cosa mangiare e cosa era meglio scansare, sfuggì al pericolo della fame ed evitò i veleni delle erbe.

Sulpicio Severo, Dialoghi I, 16, in: Sulpicii Severi libri qui supersunt, a cura di K. Halm (CSEL I), 1866, pp. 168-69. (Devo l’indicazione al commento di Salvatore Pricoco ai Dialoghi di Gregorio Magno.)

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La caraffa frantumata (il secondo libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno)

carview.php?tsp= Il secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno è occupato per intero dalla vita di Benedetto da Norcia1, «uomo di vita venerabile, Benedetto di nome e per grazia, che fin da ragazzo aveva il cuore di un vecchio (ab ipso pueritiae suae tempore cor gerens senile)». «È questa», ci ricorda Salvatore Pricoco, «la prima e per lungo tempo unica testimonianza su san Benedetto, che – a differenza di altre figure della storia monastica di questa età, quali Cesario di Arles o Cassiodoro – non ha scritto di sé e sul quale nessuno dei contemporanei ha lasciato un solo cenno.» L’ordine e l’universo benedettino sono realtà ancora molto lontane e anche la mirabile Regola («una regola per i monaci, esemplare per la discrezione, brillante per la forma», dice Gregorio in una breve menzione) è solo una tra le tante che circolano all’epoca, e di certo non la più diffusa, anzi. Come il resto dei Dialoghi, anche la Vita e miracoli del venerabile abate Benedetto (questo il titolo completo) è stata oggetto dapprima di una diffusione senza pari2 e poi di uno studio indefesso, che ha portato alla messa in discussione della paternità autoriale di papa Gregorio. La questione si potrebbe dire ancora aperta, anche se la mozione di un autore anonimo (il cosiddetto «Dialoghista»), che avrebbe scopiazzato da varie opere del pontefice, utilizzandone anche degli scritti per così dire inediti, mi pare sia da considerarsi di minoranza.

Le pagine famose, belle, interessanti o gustose sono innumerevoli, la più nota e commovente essendo forse quella dell’incontro di Benedetto con la sorella Scolastica. Oggi mi prendo qualche libertà con la storia raccontata nel capitolo 3, La caraffa di vetro spezzata con un segno di croce.

* * *

Benedetto ha lasciato Roma, è vissuto circa tre anni in solitudine a Subiaco, ha superato diverse prove e comincia a essere conosciuto nei dintorni «per la fama della sua eccellente condotta di vita». Una comunità di monaci dei dintorni, rimasta senza abate, gli si rivolge: Vieni da noi, ti preghiamo, guidaci tu. Benedetto esita: Guardate che non può andare, siamo troppo diversi voi ed io… E quelli insistono, no, no, dai; Benedetto acconsente, ma poi non dite che non vi avevo avvertito.

Benedetto si installa e cambia musica, subito, proibendo tutte le storture che quelli «erano soliti fare prima». In capo a qualche giorno, i monaci sclerano; prima si accusano a vicenda: noi non lo volevamo come abate, voi avete insistito, e questo è il risultato, complimenti! Poi, «siccome è difficile per una mentalità ormai invecchiata costringersi a pensare in modo nuovo», «si dettero a ricercare il modo di ucciderlo» – risolviamo alla radice.

Detto fatto. Gli avveleniamo il vino, ma quando gli viene posto dinanzi, affinché com’era usanza lo benedica, Benedetto traccia il segno della croce e la caraffa, «che pure era tenuta un po’ discosta da lui», va in frantumi. Benedetto capisce, si alza, non si scompone e si rivolge ai monaci: Ma siete matti?! Che Dio vi perdoni! Ve l’avevo detto, no?, che non avrebbe funzionato! «Andate perciò a cercarvi un abate adatto a voi, perché dopo questo incidente [chiamalo incidente] non potete più avere me.» Vi saluto, me ne torno nella mia grotta.

* * *

Sollecitato dal suo interlocutore, Pietro, Gregorio ne approfitta per svolgere una questione che lo tocca da vicino. Benedetto ha fatto bene a non insistere, anche se andandosene ha abbandonato i monaci alla loro malizia. La situazione era irrimediabile e se Benedetto si fosse incaponito, si sarebbe consumato inutilmente «giorno dopo giorno nello sforzo di correggerli» e avrebbe finito per trascurare la propria anima e magari perdersi. Ed ecco la massima riassuntiva che Gregorio in fondo, con malcelata mestizia, rivolge a se stesso: «Ogni volta infatti che ci facciamo trascinare troppo fuori da noi stessi perché agitati dai pensieri, continuiamo a essere noi ma non siamo più con noi perché, perdendo di vista noi stessi, ci disperdiamo di qua e di là».

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume I (Libri I-II), introduzione e commento a cura di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2005.
  2. «I Dialoghi sono stati accompagnati per secoli da una fortuna quale pochi scritti di età altomedievale, o forse nessuno, hanno avuto» (Pricoco).

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Benefici fiscali per gli anacoreti

Nel capitolo 44 della Vita di Antonio – quella che gli americani chiamerebbero the blueprint for the monk prototype – Atanasio (vescovo di Alessandria) descrive brevemente e con un certo trasporto gli effetti dell’esempio e degli insegnamenti di Antonio (al capitolo precedente si è appena conclusa la relazione della «grande catechesi ai monaci»), che si era ritirato nel deserto per condurre una vita di ascesi e preghiera1.

Le parole di Antonio colpiscono tutti: i buoni gioiscono e avanzano nel bene, i manchevoli ne traggono conforto per non disperare e «altri ancora mutavano convinzioni» (virtù, questa, tra parentesi, poco sottolineata rispetto, ad esempio, a quella taumaturgica; e quanto mai invece notevole, soprattutto oggidì: quando abbiamo visto qualcuno, di recente, cambiare opinione in seguito alle parole di un altro?). Tutti si sentono pronti per affrontare le insidie e le tentazioni dei demoni e così, come Atanasio aveva proclamato in precedenza, «il deserto divenne una città di monaci che avevano abbandonato i loro beni e si erano iscritti nella cittadinanza dei cieli»2. Nei loro insediamenti lontani da città e villaggi i nuovi monaci leggono le Scritture, cantano i Salmi, digiunano, pregano, lavorano per sostenersi e per fare l’elemosina, vivono «in amore e concordia vicendevole».

Una regione solitaria e selvaggia, grazie a questa migrazione, diventa un tempio a cielo aperto, consacrato al servizio di Dio e della giustizia, tanto che, come recita la versione latina, «nemo enim erat ibi qui iniuste tractabatur, neque laesus exigentibus tributa», cioè, dal greco, «non c’era là nessuno che patisse ingiustizia o si lamentasse degli agenti del fisco»… Eh già.

Certo, l’assoluta povertà monastica metteva al riparo anche dalle tasse… Commentando proprio quel passo della Vita di Antonio, Pier Cesare Bori scrive: «Probabilmente però, accanto alle motivazioni ideologiche, esistono delle spinte sociali ben concrete all’“anacoresi” (che traspaiono anche dall’immagine paradisiaca sopra evocata: il ricordo dell’esattore!); il fenomeno dell’anacoresi è anzitutto la fuga, la diserzione da una società ingiusta e opprimente: “Fuggiremo dove possiamo vivere da uomini liberi!” dice un’iscrizione egiziana del tempo, già all’inizio del secolo III.

«Il monachesimo si configura così più che mai in questo caso come progetto di una società altra dal presente.»3 Sempre pratici, i monaci, sin dal principio.

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  1. Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, p. 131-32. Alla studiosa tante volte citata in questo blog devo anche il suggerimento del saggio di Pier Cesare Bori, menzionato più avanti. Da ricordare altresì la Vita di Antonio, introduzione di Ch. Mohrmann, testo critico e commento a cura di G.J.M. Bartelink, traduzione di P. Citati e S. Lilla, (Vite dei santi; I) Fondazione Valla / Mondadori 1974.
  2. La versione latina dice: «Il deserto si riempì di eremiti, uomini che erano usciti dalle proprie case e avevano abbracciato una vita celeste».
  3. Pier Cesare Bori, Chiesa primitiva. L’immagine della comunità delle origini (Atti 2, 42-47; 4, 32-37) nella storia della chiesa antica, Paideia 1974, p. 154. Da parte sua, Lisa Cremaschi cita un editto del 370 dell’imperatore Valente che ordina di «ricercare i monaci egiziani considerandoli dei disertori ritiratisi nel deserto, “con il pretesto della religione”, per fuggire gli obblighi della società civile». A tutti gli effetti un WANTED – EGYPTIANS MONKS.

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Fare pancia (Dice il monaco, CXXXIV)

Dice Gregorio Magno, prima monaco, poi papa, intorno al 586:

Sbaglia a ritenersi retto chi ignora la regola della rettitudine massima. Spesso viene considerato dritto un legno se non lo si accosta a un regolo. Ma quando esso viene fatto combaciare col regolo, allora si scopre quanto quel legno sia storto e faccia pancia [sed cum regulae iungitur, per quantam tortitudinem tumescit invenitur], poiché la rettitudine disgiunge e condanna ciò che l’occhio ingannandosi approvava.

♦ Gregorio Magno, Moralia in Iob, V, 67, citato in Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume I (Libri I-II), introduzione e commento a cura di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2005, p. 313.

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Lattughe e relativi condimenti (il primo libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno)

carview.php?tsp= Già che ho messo il piede nel mirabile Prologo del primo libro, mi son detto, perché non leggerli, una buona volta, i Dialoghi di Gregorio Magno? Una di quelle opere così sovraccariche di commenti, studi critici, apparati filologici e così disseminate in citazioni di ogni tipo che rischio spesso di dare per scontate, se non acquisite: ah, certo, i Dialoghi, la Vita di san Benedetto1

Senza la minima pretesa di cogliere dettagli passati inosservati – di questo genere di opere tutto è stato già colto da generazioni di lettori attrezzatissimi2 –, è molto bello leggere in libertà e soffermarsi sui particolari che attirano la propria attenzione, come se si fosse lì con il diacono Pietro ad ascoltare i racconti di un papa (590-604) un po’ stanco e senza tiara.

Alcune annotazioni sembrano perfette per confermare persistenti modi dire, come «certe cose non cambiano mai»: «Si diceva allora in giro [rumor exierat] che nel monastero di quel servo di Dio ci fosse molto denaro»; o «l’abito non fa il monaco»: l’abate Equizio «indossava vesti molto modeste ed era di aspetto così dimesso che, se avesse salutato uno che non lo conosceva, costui avrebbe disdegnato di rispondere al saluto».

Ci si imbatte spesso in opinioni espresse chiaramente in prima persona: «Io considero [ego enim… credo] la virtù della pazienza più importante di segni e miracoli»; «Io invece ritengo, Pietro…» [Ego, Petre… existimo]; «Io ho sempre gradito parlare con persone anziane» [Mihi senum conlocutio esse semper amabilis solet]; allo stesso modo è evidente come talvolta Gregorio non stia parlando di altri che di sé: «Il fatto è che il cumulo delle incombenze rovina l’anima di ogni vescovo; e quando essa si divide in più occupazioni, si svilisce in ciascuna di queste».

C’è un vasto insieme di spunti che testimoniano «la modestia sociale del clero e le difficoltà economiche della chiesa» (una «chiesa minore, non opulenta né autoritaria», la cui povertà peraltro aiuta a custodirne l’umiltà) e l’attenzione verso gli aspetti più basilari, come l’alimentazione: seminare, raccogliere, galline, finito l’olio, anche il vino, per non parlare del grano, un po’ di erbe aromatiche, ecc. Al capitolo 3 troviamo il monaco ortolano che scaccia il ladro che gli devasta l’orto con l’aiuto di un serpente; poi scopriamo che l’occasione di tentazione per una monaca, che scatena l’azione del diavolo, è un’innocente insalata: «Adocchiata una lattuga [lactucam], le venne il desiderio di mangiarla»; quando un emissario del papa va a cercare Equizio, lo trova impegnato a falciare il fieno e si sente rispondere: «Finisco il lavoro e ti seguo»; il presbitero Severo rimanda un intervento perché «in quel momento era casualmente occupato a potare la sua vigna»; i confratelli di Martirio che «cuocevano il pane sotto la cenere e si dimenticarono  di imprimere con un pezzo di legno il segno di croce sul pane crudo in modo che sembrasse diviso in quattro parti» (come si usa da quelle parti, aggiunge Gregorio); ancora cogliamo il priore Nonnoso mentre osserva le balze scoscese (del Soratte) su cui sorge il suo monastero, e «si mise a pensare che quel piccolo spazio avrebbe potuto essere adatto almeno a farvi crescere gli aromi con cui condire la verdura» – il miracolo sta, è ovvio, nel potere della preghiera (che libera il «piccolo spazio» dai sassi): «È veramente meraviglioso che Dio si degni di esaudire le preghiere di chi spera in lui, anche in cose di poco conto», nondimeno le verdure saranno diventate più saporite…

La dimensione di questi racconti e dei relativi miracoli è prevalentemente rustica, paesana, centro Italia, si deve sgobbare, ci si ammala la mattina e si muore la sera, sera in cui non si può che stare intorno al fuoco, i Goti imperversano (e bevono «da Goti»), i cavalli costano… ma anche dal più piccolo segno si può trarre una lezione morale, tutt’altro che piccola, e nelle più piccole circostanze si può trovare la prova di una grande santità. Ci pensi? chiede a un certo punto Gregorio a Pietro. Eccome, risponde Pietro, «e resto stupefatto».

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume I (Libri I-II), introduzione e commento a cura di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2005.
  2. Erich Auerbach, tanto per dire, ha scelto tre racconti di Gregorio e li ha analizzati «come esempio di “realismo” medievale e di stile popolare».

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Il mare, davanti, di fianco e di dietro (Riccardo di San Vittore)

carview.php?tsp= Per prolungare la sosta presso la prestigiosa Scuola di San Vittore ho letto il De exterminatione mali et promotione boni di Riccardo1, che è un bel trattato di avviamento alla contemplazione dei cælestia, composto intorno al 1160, non molto prima che dell’abbazia parigina che ospitava la suddetta scuola Riccardo diventasse priore2.

È un testo pieno di immagini e metafore acquatiche (mari, fiumi, torrenti, onde, correnti, abissi), soprattutto nel Libro primo, che per svolgere l’argomento del disprezzo del mondo e di sé prende le mosse dal versetto 5 del Salmo 114 (113), quello che comincia con «In exitu Israël de Ægypto» e prosegue celebrando l’elezione di Israele e l’ossequio degli elementi «al passaggio della maestà divina attraverso il popolo». Dice appunto il versetto: «Che hai tu, mare, per fuggire, / e tu, Giordano, per volgerti indietro?»3, ricordando i famosi episodi di Mosè «che stese la mano sul mare» e della traversata prodigiosa del Giordano di Giosuè e degli israeliti. Curiosamente, per la sensibilità moderna, il mare di Riccardo è prevalentemente un’immagine negativa, «infatti il peccato è il mare, dal momento che non è in grado di fornire acqua dolce».

Il disprezzo del mondo e di sé sono due passaggi obbligati, come lo furono quelli appena ricordati. Quando gli israeliti uscirono dall’Egitto, dapprima il mare era davanti al loro come un ostacolo; poi, quando si aprì, fu difesa sui due lati; infine, alle spalle, fu sicurezza. Allo stesso modo «il mare di fronte a noi è la paura dei pericoli futuri. Il mare di fianco a noi è la fatica delle lotte che incombono. Il mare dietro a noi è il dolore delle malvagità compiute». E ancora, il mare, questa «onda di amarezza», per taluni è qui, nella vita/via presente, per altri è al di fuori di questa vita/via; il dolore per i beni eterni che temiamo di perdere «è il mare a destra», quello per i mali eterni che temiamo di meritare «è il mare a sinistra»: «Con ragione, se siamo ragionevoli per entrambi dobbiamo avere timore, soffrire e piangere […]. Abbiamo così un doppio mare che ci fa inesorabilmente da muro, da entrambe le parti».

E ancora, attraversare sì, ma rendendosi conto del miracolo: considerate, infatti, «se sia stato forse sufficiente per noi e per voi l’aver mutato luogo, ma non l’animo; coloro che corrono al di là del mare cambiano la condizione ma non l’animo» (qui un corsivo, mio ci sta). Bisogna quindi uscire dall’Egitto con il corpo, ma anche con il cuore, ma questo secondo «passaggio» non è cosa di un momento. Il disprezzo del mondo è «affare di un giorno», il disprezzo di sé è il lavoro di una vita: «È duro, difficile, grandioso, abbandonare sé stessi, esaminarsi in profondità e disprezzarsi fino in fondo, mettersi del tutto alla prova e respingersi completamente». Poco alla volta bisogna educarsi, imparare, cambiare… cioè far sì che la dolcezza ingannatrice dell’acqua del «torrente della cupidigia carnale» si annulli nell’amarezza del mare, che il peccato si sciolga nella penitenza, che poco alla volta il flusso («l’impeto violento della carne») languisca e infine si arresti… Inverti la corrente, come accadde al Giordano, non lasciare che le acque fluiscano in basso, «non sai che tutte le acque che scorrono verso il basso scendono al mare? Tutti i fiumi si gettano nel mare e ogni infimo desiderio si risolve in dolore».

Come mi piacerebbe sapere se nella sua non lunga vita, una cinquantina di anni passati per la maggior parte nell’abbazia di Parigi, dopo una, pare, brevissima infanzia scozzese, irlandese o inglese, Riccardo abbia mai passato una giornata di totale sereno su una spiaggia inondata dal sole più caldo e battuta dai cavalloni. Secondo me no (ma non gliene faremo una colpa).

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  1. Riccardo di San Vittore, Lo sterminio del male (De exterminatione mali et promotione boni), a cura di D. Racca, Il leone verde 1999.
  2. E non si dimentichi l’apprezzamento dantesco: «Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro / d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, / che a considerar fu più che viro» (Paradiso, X, 130-132).
  3. «Quid est tibi, mare, quod fugisti? / et tu, Jordanis, quia conversus es retrorsum?»

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Sarebbe meglio (Il disprezzo del mondo di Ugo di San Vittore)

carview.php?tsp= Si fa presto a dire «disprezzo del mondo». E si fa presto a pensare che si tratti di un tema ricorrente della letteratura monastica, si direbbe connaturato a essa, che nel tempo si sia fossilizzato fino a diventare uno «standard» che, pur con variazioni di stile, sia stato eseguito sempre più o meno nella stessa maniera: «Si è pensato al contemptus mundi come a un fenomeno caratterizzato da una omogeneità tematica tanto forte da giustificare l’ipotesi di una certa povertà d’ispirazione, di una mancanza di «impegno» che rivelerebbe un compiaciuto indulgere a un luogo comune. Di qui il disinteresse per i vari trattati sul disprezzo del mondo, che si limiterebbero a ripetere monotonamente alcuni determinati clichés, una serie di motivi consunti dalla tradizione». Il libro di Francesco Lazzari1 aiuta a dissipare l’errore, e lo fa, dopo un’accurata ricognizione delle opere in questione: oltre milleduecento anni di disprezzo, dalla prima compiuta teorizzazione di sant’Ambrogio (De fuga saeculi) alle esauste propaggini seicentesche, concentrandosi sugli autori della Scuola (dell’abbazia parigina) di San Vittore, i mai troppo considerati «vittorini», in particolare Ugo (m. 1141) e il suo allievo Riccardo (m. 1173), tra i massimi protagonisti di quella che l’autore chiama «la grande fioritura del XII secolo» e che raggiunse il suo culmine con l’«esasperata violenza» del famoso De miseria humanae conditionis di Lotario di Segni, poi Innocenzo III2.

La miseria della condizione umana: secondo alcuni interpreti, come ricorda l’autore, questa dottrina che stabilisce l’antagonismo tra cielo e terra sarebbe «alle radici stesse del cristianesimo» e quindi «sarebbe responsabile, almeno in parte, del dramma dell’epoca moderna in Occidente». Il Lazzari non aderisce a tale visione e sostiene che il contemptus mundi «è aspirazione a Dio, desiderio di purezza, ma non per questo chiusura totale di fronte alla “società”. […] l’atteggiamento negativo di rifiuto non vi si dissocia mai da una volontà positiva di trasformazione del mondo». Non è altresì un atteggiamento astratto e disincarnato, bensì una posizione di rottura col mondo che «contrasta con l’ingenuo sentimento di fusione in cui vive l’uomo che è perso nella banalità del quotidiano». È l’esperienza di un individuo, per esprimere la quale ha sì a disposizione un ventaglio di cliché, ma che non esclude il proprio accento personale diverso da autore ad autore.

Nel De vanitate mundi di Ugo, ad esempio, il disprezzo è esortazione alla scoperta dell’autentico slancio della condizione umana che non può esaurirsi nell’orizzonte terreno. «Ugo dimostra chiaramente di amare la vita e di saperne apprezzare gli aspetti positivi», ma è oppresso dalla caducità, dalla transitorietà di tutto ciò che possiamo amare – persone e cose – e dall’angoscia che ne deriva: «Il contemptus nasce dal confronto tra il desiderio umano e l’incapacità delle cose ad appagarlo, tra l’aspirazione alla felicità e lo spietato rifiuto del mondo». Non resta, pertanto, che estirpare il desiderio (qui, tra l’altro, il Lazzari ricorda l’osservazione di Jaspers che stabiliva un parallelo «tra alcune posizioni del contemptus mundi medievale e il nucleo essenziale della Weltanschauung buddistica»).

«Sarebbe meglio», dice un po’ sottovoce Ugo, «che nessuno dei viventi morisse piuttosto che nascesse qualcuno destinato a sopravvivere a chi muore», un’affermazione che ha fatto dire a uno studioso tedesco che pare che «in queste parole sia racchiusa una tragica insoddisfazione per l’opera creatrice di Dio». E ancora: «Le forme delle cose visibili sono foglie [Si sta come d’autunno…]; che all’inizio sembrano belle e verdi, ma cadono all’improvviso quando arriva la tempesta». Bisogna però notare, avverte il Lazzari, che «dal tono sconsolato della considerazione sull’inevitabilità della morte, trapela quell’amore della vita che è l’elemento fondamentale del De vanitate mundi: «Sopportiamo qualunque rimedio del nostro dolore, ma non pensiamo che in esso risieda la gioia della felicità».

Perché il disprezzo per Ugo non è fine a se stesso, bensì strumento per raggiungerla, questa benedetta felicità; il contemptus mundi è infatti la premessa necessaria dell’amor Dei, in cui il tempo si annulla, e soprattutto si annullerà («L’instabilità degli istanti che compongono il tempo è la prova più eloquente della sua mancanza di valore»), e l’essere trova, e soprattutto troverà la sua stabilità e infine la sua pace3.

Se transeunte è ciò che l’uomo ha, non meno di ciò che egli è, Ugo, e il tempo è dolore, forse possiamo accontentarci anche del suo annullamento.

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  1. Francesco Lazzari, Il contemptus mundi nella Scuola di S. Vittore, Istituto italiano per gli studi storici, Napoli, 1965.
  2. Che, detto tra parentesi, è uno dei testi che mi ha sospinto verso le «cose monastiche».
  3. «Il significato del contemptus mundi nella dottrina di Ugo non è dunque l’isolamento per l’egoistico scopo di una salvezza di sé che abbandoni tutto il mondo alla nullità e alla perdizione. È un riscatto di cui l’uomo solo può decidere, ma che tocca ogni essere, mira a salvare la bellezza di ogni vita, rendendola nel suo essere per Dio libera da ogni strumentalità rispetto al desiderio umano.»

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