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Tempi fuori tempo.
Un sacchetto di semi, una giostra con i cavalli bianchi e le zucche di metallo, le margherite poco ordinate nel giardino di Viola, una strada anziana che resiste a tutti i “non resisterà”. Poi l’alba da dedicare a pochissime persone, la discesa di Via Santamaura, il marmo umido che ha mangiato la notte, i lampioni che sanno di arancia e cannella, il ferro di tante cose che danno la forme alla mia città e quella strana voglia di parlare con tutti di tutto fuorché del tempo, degli impegni e di tutte quelle cose che ricordano me.
impronte
È la paura che ti fotte. Il resto non brucia. La paura ti blocca, arresta ogni senso, congela la sudorazione. La paura ti fa dimagrire perché ti consuma e ti riduce in uno straccio appeso a delle ossa stanche.
Nei periodi del Sì ti credi risollevata, in pace, viva, giovane. Guardi l’odore blu del mare e ti senti forte. Raccogli onde e sale e ne conservi fin sopra l’orlo del dubbio. E ti senti. Tu e solo tu. Tu oltre ogni cordone ombelicale.
Sabbia, sale, vento, gusto sale-roccia. Sale. Sale ovunque.
Poi torna la paura e tu ti fermi. Copri le spalle, metti via le maglie colorate, sfili la collana verde e copri i piedi.
La cucina torna ad esser semi pulita, i legumi perdono la confidenza in precedenza conquistata e tu insisti nel mordere pomodori.
Fai finta di niente. Ma la paura ti fotte e ti pieghi.
Hai lunghe mani color sole ed una vicina di casa che vorrebbe essere te.
Una corsa, guance rosso fuoco, odore di pepe nero nell’androne.
Fiato alle trombe ma silenzio. Il colore della notte lo scegli tu.
tavolozza
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