Asolare

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Cammino per Asolo con passo lento, quasi sospeso. Voglio capire – no, voglio sentire – quanto questo borgo sia intessuto di letteratura, di stratificazioni storiche, di versi che ancora echeggiano tra le pietre. Osservo. Cerco. Mi lascio attraversare dai dettagli che sfuggono allo sguardo frettoloso.
Carducci la chiamò “città dei cento orizzonti”, eppure oggi scopro che preferisco gli orizzonti raccolti, quelli che si nascondono sotto le arcate che costeggiano le vie come palpebre socchiuse. Mi fermo davanti agli scuri di legno accostati – non chiusi del tutto, mai del tutto – che lasciano filtrare spiragli di vita domestica. Alzo lo sguardo verso i sottotetti dove il legno ha preso il colore del tempo, verso l’acciottolato irregolare sotto i miei piedi che racconta di secoli di passaggi. Ai davanzali occhieggiano fiori gialli e le edere si aggrappano ai muri chiari con quella tenacia vegetale che somiglia alla memoria. Le vetrine dei negozi sono strette, quasi timide, incastonate negli spazi più piccoli come se la bellezza qui dovesse farsi umile per esistere. Tra i palazzi, mai troppo alti, mai troppo arroganti, un lembo di cielo mi sbircia con complicità.
Ripercorro queste strade tentando di indossare l’occhio del turista inglese che le vede per la prima volta, nell’Ottocento. Quello sguardo nordico, abituato alla nebbia e alla malinconia, che qui trova un sud appena accennato, una luce che non abbaglia, ma accarezza. Asolo custodisce una connessione profonda con il mondo anglosassone: il poeta Robert Browning, che plasmò il termine “asolando”, l’esploratrice e scrittrice Freya Stark, che scelse questo borgo come dimora finale per i suoi giorni stanchi di deserti e montagne. Altri ancora – la famiglia Browning al completo, intellettuali, viaggiatori dello spirito. Questi legami vivono ancora attraverso luoghi come Villa Freya, attraverso visite guidate che riannodano fili di storie letterarie e avventurose, intrecciando l’Italia con l’Inghilterra in un dialogo che non si è mai davvero interrotto.
Questo piccolo gioiello della Marca Trevigiana vanta una storia secolare di “esuli” eccellenti – e uso questa parola con rispetto, perché non si tratta di fughe disperate, ma di scelte consapevoli. Attrici, drammaturghi, scrittori, musicisti, poeti. Personalità illustri che hanno eletto Asolo a rifugio dal clamore e dall’affanno del mondo. Il borgo riposa adagiato su una collina, sorvegliato da una Rocca medievale che incombe protettiva, circondato da vigneti che disegnano geometrie verdi sui pendii. Il suo nome deriva dal latino asylum – rifugio, appunto. E basta guardarlo, anche solo da lontano, per sentirsi avvolti in un abbraccio che non stringe ma accoglie.
Il poeta inglese Robert Browning, figura capitale della letteratura vittoriana, era profondamente innamorato del Veneto. Cercava luoghi appartati, nascosti alle rotte turistiche, dove l’ispirazione potesse scendere come rugiada. Dopo la morte di Elisabeth Barrett, sua moglie e compagna di versi, scelse di vivere presso Villa Scotti Pasini. Nel giardino fece piantare un cipresso – gesto simbolico, quasi rituale. Da allora, quel cipresso è diventato l’albero decorativo di tutti i cortili della zona, come se l’intera comunità avesse voluto onorare quel lutto privato con una presenza verde, verticale, che punta verso il cielo.
Si racconta che sia stato proprio Browning, che qui visse per molti anni della sua vita matura, a coniare il verbo asolare con il significato di svagarsi all’aperto, di lasciarsi andare a una dolce oziosità contemplativa. Al borgo dedicò una raccolta di poesie intitolata Asolando, pubblicata poco prima della sua morte, come un testamento poetico legato a questo luogo.
Per quanto l’aneddoto sia affascinante, devo ammettere che non corrisponde del tutto alla verità filologica. La Treccani documenta che già Alessandro Manzoni, nell’edizione del 1827 de I Promessi Sposi – sette anni prima che Browning mettesse piede in Italia per la prima volta – utilizzava questo verbo con il significato di respirare aria libera: “chi si allontanava per voglia di asolare un po’ al largo, dopo tante ore di pressa”. Nell’edizione successiva del romanzo, quel verbo sarebbe stato sostituito con il più prosaico “respirare”. Anche Gabriele D’Annunzio, in seguito, lo avrebbe impiegato nel senso di soffiare leggermente: “il vento asolava”.
Mentre rifletto su questo verbo – asolare nel suo significato di respirare – mi viene spontaneo un collegamento con il greco antico. Penso al verbo ἀναπνέω, composto da ἀνά (che indica ripetizione, ritorno) e πνέω (soffiare). L’insieme evoca il soffio vitale, τὸ πνεῦμα, termine che designa non solo il respiro fisico ma anche lo spirito, l’anima, tutto ciò che trascende la materia. Dallo stesso campo semantico deriva πνευματικός, che a prima vista potrebbe ricordare il nostro “pneumatico”, ma non ha nulla a che vedere con le gomme delle automobili. In greco indica il confessore, colui che si prende cura della tua anima. Lo stesso termine funziona come aggettivo con il significato di spirituale. Respirare, dunque, come atto che nutre non solo il corpo ma anche lo spirito. Asolare come preghiera laica.
Robert Browning nacque nel 1812 a Camberwell, sobborgo di Londra immerso in quella grigia periferia vittoriana. Eppure legò indissolubilmente il suo nome all’Italia, dove visse lunghi periodi della sua esistenza. Abitò a Firenze per quindici anni insieme a Elizabeth Barrett, anche lei poetessa, compagna di vita e di penna. Elizabeth morì nel 1861 e fu sepolta nel Cimitero degli Inglesi, quel luogo dove i cipressi sembrano vegliare su espatriati che non hanno mai smesso di sognare l’Italia.
Browning lasciò immediatamente la penisola, incapace di sopportare quei luoghi intrisi di memorie condivise. Si trasferì a Londra con il figlio Pen, tentando di ricominciare. Ma l’Italia lo richiamò: diciassette anni dopo, nel 1878, fece ritorno. Da quel momento i viaggi in Italia divennero frequenti, quasi ossessivi. Una fotografia dell’epoca mostra padre e figlio a Venezia, all’esterno di Ca’ Rezzonico, il palazzo che Pen acquistò nel 1888 con l’aiuto economico del padre. Robert Browning morì proprio lì l’anno seguente, il 12 dicembre, nell’appartamento al mezzanino, con la vista sui canali che si facevano sempre più scuri. A differenza della salma di Elizabeth, la sua fu riportata in patria: oggi riposa nel Poet’s Corner dell’Abbazia di Westminster, tra i giganti della letteratura inglese.

Asolo non finisce mai di stupirmi. C’è sempre un angolo, una fessura di bellezza che merita di essere scoperta. Il Giardino di Villa Freya è esattamente questo: una rivelazione.
Con un’estensione di circa cinquemila metri quadri, il giardino si presenta come rifugio perfetto per il corpo e per l’anima, possedendo un’identità assoluta e una qualità che sfiora l’ideale. Oggi è diventato un percorso esperienziale che coinvolge tutti i sensi – la vista, certo, ma anche l’olfatto che si riempie di profumi vegetali, il tatto che sfiora cortecce antiche, l’udito che coglie il fruscio del vento tra le foglie.
Lo scopro a poco a poco, benché con uno sguardo d’insieme ne percepisca immediatamente la bellezza: una sintesi perfetta di forme e colori, di volumi e spazi vuoti che dialogano. È un giardino senza tempo, articolato in tante stanze verdi, ciascuna con le proprie specie vegetali, in una simbiosi mutevole di piante spontanee e coltivate, di rovine antiche ed elementi naturali che si fondono senza sforzo apparente. Questo giardino, che appartenne a Freya Stark e prima ancora a Herbert Young, è un autentico giardino romantico, ma il suo fascino rifiuta le rigide connotazioni stilistiche e lascia spazio alle sensazioni che crea, ai cambiamenti che la natura impone con sovrana libertà.
La scoperta delle rovine archeologiche avviene attraverso un percorso quasi iniziatico: si passano aiuole fiorite, si segue il viale dove rose e iris si mescolano in una conversazione di profumi, si arriva ai lecci centenari che ombreggiano le rovine di un teatro romano del II secolo dopo Cristo. Il giardino custodisce tanti segreti: fu scenario di incontri storici tra la viaggiatrice Freya Stark e la regina madre d’Inghilterra, momento immortalato attorno alla macina di pietra, tra i filari di vite e le aiuole aromatiche dove timo e rosmarino crescono liberi.
È un parco-giardino, adornato di fiori e piante secolari, pensato per zone tematiche: dalle aiuole delle rose inglesi e delle erbe aromatiche al prato fiorito dove le margherite sembrano stelle cadute, dal viale delle rose francesi – più formali, più composte – a quello dei carpini bianchi che creano una galleria vegetale, fino al frutteto e all’orto ricavati sugli antichi terrazzamenti, dove la terra risponde ancora generosa.

Passeggiando per il giardino, durante questa visita che assume i contorni di un pellegrinaggio laico, ritrovo l’affascinante figura che fu Freya Madaleine Stark. Una delle prime donne ad avventurarsi nelle terre inesplorate del Medio Oriente e dell’Antica Persia, da sola, a dorso di muli e cammelli, sfidando convenzioni sociali e pericoli concreti. Una vita intensa e rocambolesca, costellata di incontri straordinari e scoperte archeologiche, che si concluse nella sua casa di Asolo. Per lei questo borgo era una culla in cui essere “felice di dondolarvi dentro leggermente con il dondolio del mondo” – parole sue, che esprimono una stanchezza beata, una resa dolce alla quiete dopo tanto movimento.
Freya Stark. Più di tutti i suoi incredibili viaggi – e furono davvero straordinari, in un’epoca in cui per una donna non era comune, e in molti casi neppure lecito, spingersi dove lei arrivò – mi colpisce scoprire che l’amore per l’altrove le fu acceso da un libro. Un dono ricevuto da bambina dalla zia: Le Mille e una notte. La quintessenza dei viaggi in poltrona, potremmo definirlo. Eppure quelle pagine, lette sotto le coperte o accanto al camino, contenevano tutti i deserti che poi avrebbe attraversato davvero, tutti i minareti che avrebbe visto stagliare contro il tramonto. A volte i viaggi più lontani nascono nelle stanze più piccole, tra le pagine di un libro che qualcuno ha avuto la gentilezza di regalarci.

Resto ancora un poco nel giardino, seduto su una panchina di pietra consumata. Respiro. Asolo. E penso che forse è proprio questo il senso più profondo di questo luogo: imparare di nuovo a respirare, a soffiare via l’affanno, a lasciare che l’anima si espanda come i polmoni al mattino. Non servono orizzonti sconfinati. Bastano questi vicoli, queste arcate, questo lembo di cielo. Basta la promessa di un cipresso che punta verso l’alto, come un’antica preghiera che non ha bisogno di parole.

San Silvestro e l’arte di confessarsi al tempo

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C’è qualcosa di curioso nell’ultimo giorno dell’anno… Scivolano via le ore e noi lo attraversiamo come se fosse soltanto l’anticamera di qualcos’altro — il primo gennaio con i suoi fuochi d’artificio e le sue promesse scintillanti. Eppure questo giorno di mezzo, sospeso tra bilanci e aspettative, merita forse più attenzione di quanta gliene concediamo. È un giorno soglia, un passaggio, uno di quei momenti in cui il calendario ci invita a fermarci, anche se preferiremmo correre avanti.
E chi meglio di San Silvestro potrebbe presiedere a questo confine? Un papa che visse lui stesso in un’epoca di frontiera, quando Roma stava smettendo i panni della città pagana per indossare quelli, ancora un po’ goffi e incerti, della capitale cristiana.
Silvestro salì al soglio pontificio nel 314, appena un anno dopo che l’editto di Milano aveva finalmente concesso ai cristiani il diritto di esistere alla luce del sole. Prima di lui, il papa Milziade — africano, dettaglio che la storia spesso dimentica — aveva già sperimentato questa strana libertà dopo secoli di ombre e catacombe. Ma fu Silvestro a dover gestire la trasformazione vera e propria, quella che cambia non solo le leggi ma anche il paesaggio.
Figlio di un tale Rufino, romano anche lui secondo il Liber Pontificalis (che è un po’ il cronista chiacchierone della Chiesa antica), Silvestro nacque in un’epoca di cui non conosciamo l’anno preciso. È come se la sua esistenza iniziasse davvero solo nel momento in cui divenne papa, come se prima fosse stato semplicemente in attesa, un prete tra i tanti nella Roma ancora incerta tra Marte e Cristo.
Con Costantino — imperatore pragmatico che vedeva nel cristianesimo più un’opportunità politica che una rivelazione mistica — Silvestro orchestrò la costruzione di basiliche che oggi ci sembrano ovvie ma che allora dovevano apparire provocatorie, quasi arroganti. San Pietro sul Vaticano, edificata sopra un tempio di Apollo come a dire: ecco, qui finisce un mondo e ne comincia un altro. Il Laterano, con la sua basilica e il battistero, vicino al palazzo imperiale dove il papa andò ad abitare, quasi a sancire una nuova geografia del potere. Santa Croce in Gerusalemme, San Paolo fuori le mura — nomi che sono anche manifesti.
Ma la chiesa più intimamente legata a Silvestro è quella che porta il suo nome, il *titulus Equitii*, costruita su proprietà di un presbitero di nome Equizio. Sorge ancora lì, accanto alla Domus Aurea di Nerone e alle terme di Traiano, come a ricordarci che il cristianesimo non cancellò Roma ma la abitò, la riempì di nuovi significati lasciando che vecchie pietre ospitassero nuove storie.
Sul suo ruolo nei grandi dibattiti teologici del tempo — la questione donatista ad Arles, l’arianesimo a Nicea nel 325 — le testimonianze sono incerte. Forse non ebbe nemmeno modo di parlare, sommerso da voci più autorevoli o semplicemente troppo impegnato a gestire la metamorfosi quotidiana della Chiesa. Eppure dovette colpire i suoi contemporanei per qualcosa di meno eclatante ma più profondo, perché appena morto venne subito onorato come “Confessore”.

Ecco… quella parola — confessore — merita di essere argomentata. Viene dal latino confiteri, che significa ammettere, riconoscere, ma anche professare pubblicamente. Dal IV secolo in poi, il titolo viene riservato a chi ha testimoniato la fede senza morirne martire, una figura di santità meno drammatica ma non meno coraggiosa: la santità della durata, della coerenza quotidiana, del sacrificio prolungato nel tempo.
Un confessore è innanzitutto qualcuno che ascolta. Sta lì, nel confessionale o nella stanza, e riceve le parole altrui — parole di colpa, di vergogna, di paura. Ma è anche chi professa, chi dichiara ad alta voce ciò in cui crede. C’è quindi in questa figura una doppia direzione: ricevere e dare, ascoltare e parlare, accogliere il peso altrui e alleggerirlo con la parola di assoluzione.

Nella letteratura, il confessore diventa spesso lo specchio in cui i personaggi vedono riflessa la propria anima. Boccaccio, con il suo gusto per l’ironia tagliente, ci mostra nel Decameron il frate che confessa Ser Ciappelletto — un criminale impenitente che in punto di morte fabbrica una confessione falsa, tanto edificante da essere scambiato per santo. Il frate assolve una finzione, ignaro di essere strumento di una beffa. Boccaccio sembra dirci: attenti, perché la redenzione apparente può mascherare l’assenza totale di pentimento, e il sacramento rischia di diventare teatro.
All’opposto, don Lisander dipinge nel cardinal Federigo Borromeo un confessore autentico, capace di guidare l’Innominato — brigante e tiranno — verso una conversione vera. Qui il dialogo è vero, la colpa riconosciuta, la grazia operante. Il cardinale non giudica dall’alto, ma scende nel dolore dell’altro, trasformando la pietra del cuore in carne pulsante.
Il confessore è dunque anche una figura che evoca lacrime, quelle lacere che segnano il passaggio dal peccato alla grazia. Il suo ruolo richiama la confessio peccati del Nuovo Testamento, dove il riconoscimento della colpa diventa confessio fidei — professione di fede — e poi lode. Ammettere il male fatto libera, consente la riconciliazione, apre al perdono reciproco. Nella narrativa, questo processo non resta interiore: si traduce in azioni, scelte, cambiamenti concreti. Il penitente non è solo assolto ma anche trasformato, abilitato a una vita diversa.

E qui torniamo all’ultimo giorno dell’anno. È davvero il momento giusto per confessarsi? Per aprirsi, manifestarsi, dire finalmente quello che abbiamo taciuto per dodici mesi?
C’è chi dedica questa giornata a mettere ordine. L’ordine è una forma di controllo, un modo per convincersi che il caos possa essere domato. Si chiudono cassetti, si gettano carte inutili, si svuotano gli scaffali. È un rito domestico che somiglia alla confessione: eliminare il superfluo, fare spazio, ridurre il rumore. Come se l’anno nuovo avesse bisogno di trovare una casa pulita.
Ma forse l’ultimo giorno dell’anno è anche il momento in cui il disordine emerge in tutta la sua evidenza. Apri un armadio e ti cade addosso tutto: oggetti dimenticati, lettere mai spedite, promesse infrante. Il disordine non è solo fisico, è esistenziale. Sono le telefonate che non hai fatto, le persone che hai trascurato, le parole che avresti voluto dire e che hai inghiottito. Il confessarsi, in questo senso, non è mettere ordine, ma accettare il disordine, riconoscerlo, dargli un nome.
Mi chiedo se non sia proprio questa la vocazione dell’ultimo giorno: non la pulizia, ma l’ammissione. Confessare — a se stessi, a un altro, a Dio se ci crediamo — che l’anno che finisce è stato imperfetto, pieno di contraddizioni e fallimenti, ma anche di tentativi, di slanci, di piccole vittorie dimenticate.

C’è qualcosa di scientifico in questo processo. Come uno scienziato che esamina i dati di un esperimento, possiamo osservare l’anno trascorso con distacco e curiosità: cosa ha funzionato? Dove abbiamo sbagliato? Quali variabili non avevamo considerato? Non è un giudizio morale, ma un’analisi. E l’analisi richiede onestà, quella stessa onestà che il confessore chiede al penitente.
Ma c’è anche qualcosa di fiabesco in questo rituale di fine anno. È come se mezzanotte del 31 dicembre fosse un portale magico, e per attraversarlo dovessimo lasciare qualcosa dietro di noi — un peso, un rimpianto, una colpa. Le fiabe insegnano che per entrare nel regno incantato bisogna superare una prova, rispondere a un indovinello, confessare il proprio nome segreto. L’ultimo giorno è quella prova.
Nel mondo attuale, il confessore ha assunto forme inaspettate. C’è chi si confessa ai social media, riversando pubblicamente pensieri che un tempo si sussurravano nel confessionale. C’è chi si affida allo psicoterapeuta, figura laica che ascolta senza assolvere, ma che aiuta a dare senso al caos interiore. C’è chi scrive diari, chi parla con gli amici, chi si confida con sconosciuti incontrati per caso.
E poi ci sono gli algoritmi. Gli assistenti digitali che ci conoscono meglio di quanto conosciamo noi stessi, che sanno cosa abbiamo cercato, cosa abbiamo comprato, cosa abbiamo desiderato in segreto. È una confessione involontaria, estratta dai dati anziché dalle parole. Ma le manca qualcosa di essenziale: la presenza. Il confessore è tale perché c’è, perché guarda negli occhi, perché la sua voce ha un timbro umano.
Forse è questo che l’ultimo giorno dell’anno ci chiede: la presenza. Essere presenti a noi stessi, riconoscere cosa siamo stati in questi dodici mesi, senza filtri né finzioni. Non per fustigarci, ma per capire. E poi, magari, essere presenti agli altri — chiamare chi abbiamo trascurato, dire grazie a chi ci ha sostenuto, chiedere scusa a chi abbiamo ferito.

San Silvestro visse in un’epoca di transizione e la governò con una saggezza che non fece rumore. Non abbiamo suoi discorsi memorabili, non sappiamo se fosse un grande oratore o un fine teologo. Ma sappiamo che fu capace di stare nella soglia senza farsi schiacciare, di costruire ponti tra due mondi — quello pagano che moriva e quello cristiano che nasceva.
L’ultimo giorno dell’anno è anche una soglia. E le soglie sono luoghi strani: non appartengono veramente a nessuno dei due spazi che separano, sono sospese, né dentro né fuori. Abitare una soglia richiede equilibrio, richiede di accettare l’incertezza, di non avere fretta di chiudere e aprire.

Forse è per questo che sottovalutiamo il 31 dicembre: perché ci mette a disagio questa sospensione. Vorremmo già essere nel futuro, con le sue promesse intatte e i suoi fallimenti ancora lontani. Ma il futuro non si può abitare in anticipo. Possiamo solo stare qui, su questa soglia, e guardarci indietro con la stessa curiosità con cui guardiamo avanti.
Confessarsi, in questo senso, non è un peso, ma una liberazione. È dire: ecco, questo sono stato, questo ho fatto, questo ho sbagliato. E adesso posso andare avanti, non perché sia diventato perfetto, ma perché ho smesso di fingere di esserlo.
Il disordine della vita non si elimina. Si attraversa, si riconosce, si accetta. E ogni tanto, l’ultimo giorno di un anno, si può anche provare a dargli un senso — non per mettere tutto in ordine, ma per trovare, nel caos, qualche filo che valga la pena di seguire.

Dino Buzzati, l’arcivescovo e il Natale

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Natale si presenta tutti gli anni come il momento in cui diventa possibile condividere ciò che abbiamo, perdonare chi ci ha feriti, ricucire rapporti spezzati, scambiare non solo oggetti, ma anche sguardi e parole che pesano. Mi chiedo se questa festività non sia prima di tutto una questione di nascita: qualcosa che viene alla luce, un mondo che si rinnova, una possibilità che si affaccia.
Il senso profondo di questo periodo, forse, vive nascosto in ciò che appare ordinario: un gesto compiuto senza aspettarsi nulla in cambio, un sorriso che attraversa la stanchezza, un incontro che accade per caso e che invece rivela qualcosa di necessario. La generosità e il sogno diventano allora un percorso da intraprendere, non una meta già raggiunta. Questo messaggio si colloca oltre la superficie delle decorazioni, dei pacchetti da scartare, delle consuetudini che ripetiamo: diventa un invito a fermarsi, a guardare dentro e intorno con maggiore attenzione, a riconoscere quei valori che la fretta quotidiana ci porta a dimenticare, a praticare una solidarietà che non si limita alle parole.

In questi giorni sento che il tempo cambia passo, come se rallentasse per offrirmi la possibilità di recuperare il contatto con ciò che conta davvero. Natale diventa così uno spazio in cui posso contemplare il percorso già compiuto, abitare pienamente il presente senza lasciarmelo sfuggire, immaginare il futuro con rinnovata consapevolezza. Mi viene da pensare che questa stagione porti con sé anche una dimensione di cura, quasi una promessa di guarigione per le ferite che portiamo.

Ripenso allora al “Racconto di Natale” di Dino Buzzati e alla figura dell’arcivescovo che vi appare. Cosa vedeva quest’uomo nella festività? Cosa posso trarre dalle parole che Buzzati ha scelto per raccontarlo?
L’antico palazzo dei vescovi è tetro e ogivale, i muri stillano salnitro, trascorrervi le notti invernali diventa un supplizio. La cattedrale adiacente è immensa: girarla tutta richiederebbe più di una vita, le cappelle e le sacrestie formano un intrico tale che, dopo secoli di abbandono, alcune aree rimangono quasi inesplorate. La sera di Natale, mentre la città è in festa, cosa farà l’arcivescovo, così scarno e solo? Come potrà vincere la malinconia? Tutti trovano una consolazione: il bambino ha il treno e Pinocchio, la sorellina ha la bambola, la madre ha i figli raccolti intorno a sé, il malato ha una speranza nuova, il vecchio scapolo ha il compagno con cui dissipare le ore, il carcerato ha la voce che giunge dalla cella vicina. Ma l’arcivescovo? Lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, sorrideva udendo la gente parlare così…

Quel sorriso mi interroga. Forse nasconde una comprensione che gli altri non hanno ancora raggiunto: la capacità di trovare consolazione proprio nella solitudine, nella vastità silenziosa di quella cattedrale che diventa spazio di presenza piuttosto che di vuoto. O forse rivela che anche nella condizione apparentemente più spoglia esiste una ricchezza invisibile, una compagnia che non dipende dalla vicinanza fisica di altri corpi.

Così, questo racconto mi suggerisce che il Natale può essere vissuto anche nell’assenza, nella povertà, nell’isolamento – e che proprio lì può dispiegare un significato diverso, meno evidente, ma non meno vero.

Una luce diversa

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Voglio immaginare un ponte sospeso nell’eternità, dove due uomini che non si sono mai incontrati si parlano in modo sereno. Da un lato, Federico Faggin: le sue mani hanno plasmato il silicio, hanno tradotto l’invisibile in microchip, hanno dato vita ai bit che oggi popolano il nostro mondo. Dall’altro, Lev Tolstoj: la sua penna ha fatto tremare le fondamenta della società, ha cercato Dio nei gesti più umili. Due vite apparentemente agli antipodi, eppure unite da una domanda che brucia: “cosa vuol dire, davvero, essere vivi?”

Per Tolstoj, la risposta non sta nei libri di filosofia, ma nel battito stesso del cuore. L’amore scava nell’essere umano come un fiume sotterraneo, dissolve l’ego come sale nell’acqua. È un amore che esige tutto: chiede di dimenticare l’“io” per riscoprire il “noi”, di trasformare ogni sentimento in gesto, ogni compassione in scelta. La violenza? Rifiutata. L’altro? Abbracciato come parte inseparabile di sé.
Ma il cristianesimo di Tolstoj non profuma d’incenso. Non ci sono miracoli a buon mercato né promesse facili di resurrezione. C’è invece la croce – reale, pesante, di legno scheggiato. C’è il tradimento di Giuda, la fuga degli apostoli, il sepolcro vuoto che grida tutta l’assurdità della menzogna umana. Un Dio che accetta di essere ucciso, che si fa carne per mostrare quanto sia fragile – eppure indistruttibile – la nostra ricerca di senso.
Quando si rivolge al Buddha, Tolstoj non cerca l’illuminazione come meta radiosa. Cerca l’annullamento, la fuga dal mondo, la morte del sé.
Nel 1908 scrive parole che sembrano un grido lanciato nel vuoto: “Che cosa mi occorre? Andarmene da tutto. Dove? Da Dio, morire.”
Non è una risposta. È un’eco che continua a riverberare.

Federico Faggin parte dall’altra estremità dello spettro. Da ragazzo, respinge le astrazioni filosofiche del padre – Plotino, Schopenhauer, Eckhart gli sembrano danzare troppo lontano dal concreto. Lui vuole il “fare”, il tangibile, l’equazione che spiega il mondo. Vuole costruire, non contemplare.
Ma gli anni passano, e qualcosa dentro di lui scricchiola. Il paradigma riduzionista – quello che scompone tutto in parti sempre più piccole per comprenderlo – comincia a rivelare le sue crepe. E proprio in quelle fessure appare una luce diversa: non quella fredda e bianca dei laboratori, ma una luce che non si può misurare, pesare, quantificare.
È il sapore del cioccolato che esplode in bocca e non è solo molecole. Il rosso che vediamo e che non è solo una lunghezza d’onda di 700 nanometri. L’amore che sentiamo e che non è solo ossitocina e dopamina. Sono i “qualia” – quelle esperienze soggettive che la scienza ha sempre delegato agli artisti, ai poeti, a chi osava dire che la realtà è anche ciò che sfugge ai numeri.

E oggi, mentre gli algoritmi compongono sinfonie e dipingono quadri, Faggin lancia una sfida: forse è arrivato il momento di ripensare tutto. La coscienza, la materia, il confine stesso tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo solo “sentire”.
C’è un punto – forse solo uno, ma luminoso – dove i loro percorsi si incrociano, quasi si fondono. Entrambi individuano nel “superamento di sé” la chiave dell’enigma. Per Tolstoj, è l’amore che ci lega agli altri, che ci fa cellule di un organismo più grande. Per Faggin, è la consapevolezza di essere anime immerse in un “Uno” eterno, un campo di coscienza che tutto abbraccia.
La crisi esistenziale, per entrambi, non è un muro contro cui sbattere la testa. È una porta. Basta avere il coraggio di attraversarla, di guardare oltre il proprio riflesso nello specchio.
Eppure, parlano lingue che sembrano appartenere a universi diversi. Tolstoj usa le parole come un pittore usa i colori: crea mondi, ci fa “sentire” la verità prima ancora di comprenderla. La sua ricerca passa attraverso il cuore, si nutre di storie, di personaggi che si dibattono tra peccato e redenzione, di Anna Karenina che si getta sotto un treno e di Pierre Bezuchov che cerca Dio nei campi di prigionia.
Faggin, invece, affida la sua verità ai simboli della fisica quantistica, alle equazioni che descrivono l’invisibile. Dove Tolstoj parla di amore, lui parla di “entanglement” – due particelle legate oltre ogni distanza. Dove lo scrittore russo invoca l’unione con l’umanità, l’ingegnere italiano descrive un campo di coscienza che unisce tutto, al di là dello spazio e del tempo.

L’enigma nei “Microgrammi”

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Nella vecchia scatola da scarpe, tra lettere sbiadite e ricevute dimenticate, qualcosa aspettava di essere letto. Non erano parole ordinarie: erano tracce minuscole, segni che richiedevano di avvicinarsi molto, di piegare la testa, di concentrare lo sguardo fino a che gli occhi non iniziassero a bruciare leggermente. Robert Walser aveva passato gli ultimi vent’anni della sua vita in una clinica psichiatrica, e quando morì a Herisau, questo fu il suo lascito: una calligrafia così piccola da sembrare un codice segreto.

Sebald lo chiamò «il più solitario fra tutti i poeti solitari». Ma cosa cercava Walser in quella miniaturizzazione ossessiva? Alcuni hanno pensato alla follia – un’ultima frattura prima del silenzio. Eppure sarebbe troppo semplice. La follia, se vogliamo davvero cercarla, non sta nei “Microgrammi”: precede tutta la sua scrittura, ne è il presupposto nascosto. «Mi aleggia sulle labbra qualcosa che in genere non si dovrebbe mai permettere alle labbra di pronunciare», confessa in quelle pagine. La chiacchiera diventa scudo, protezione contro qualcosa di indicibile. Se smettesse di parlare, forse qualcosa in lui si spezzerebbe definitivamente.

Walter Benjamin intuì che i personaggi di Walser escono da una notte particolare – «là dove essa è più nera, una notte veneziana» – e devono ritornarvi, come il Minotauro al centro del labirinto. Ecco allora che la scrittura può diventare un modo per abitare temporaneamente la luce, prima di essere risucchiati di nuovo nell’oscurità.

La vita di Walser non conteneva grandi eventi. Nessun amore travolgente, nessun incontro folgorante, nemmeno negli anni berlinesi, quando la città ribolliva di fermento artistico e inquietudine politica. Mansarde, pensioni modeste, traslochi continui fino all’arrivo definitivo nella casa di cura. Persino i ricordi di medici e infermieri contraddicono tra loro: c’è chi giura di averlo visto scrivere con foga, chi invece ricorda solo un uomo silenzioso che sfogliava vecchi giornali e, a volte, pelava patate in cucina.

L’unica costante che lo caratterizzava era il camminare. Walser attraversava sentieri di montagna, viottoli sterrati, boschi e campi con una regolarità quasi ossessiva. Chilometri ogni giorno, come se il movimento fosse l’unica forma di pensiero possibile. Quando incrociava qualcuno, si toglieva il cappello e abbassava la testa – una cerimoniosità eccessiva che metteva a disagio gli altri. Era il suo modo di costruire distanza: la cortesia estrema come veleno, la forma come arma.

Leggere qui Walser richiede pazienza doppia: prima decifrare i caratteri minuscoli, poi comprendere cosa significhino davvero. Ma quale ricompensa aspetta chi accetta questa fatica?

Non troveremo storie che si chiudono con soddisfazione, né personaggi definiti con precisione psicologica, nessun romanzo di formazione che ci insegni come vivere meglio. Walser non costruisce architetture narrative solide: offre invece la continua messa in discussione di ciò che pensiamo di conoscere. Il suo regalo è il dubbio – non come incertezza paralizzante, ma come forma di libertà.

I “Microgrammi” sono un universo anarchico dove prosa e versi si mescolano, dove lo scarabocchio diventa fiaba e ogni parola si confonde con la chiacchiera quotidiana. In questa confusione c’è un metodo: quello di chi sa che se smette di parlare, di scrivere, di camminare, il labirinto si chiude e non resta che la notte nera da cui i suoi personaggi provengono.

La scrittura minuscola, allora, non è fuga nella follia, ma tentativo estremo di tenere qualcosa aperto – una conversazione con l’ombra, un passo dopo l’altro lungo sentieri che non portano da nessuna parte, se non al prossimo passo. Il mistero di Walser è questo: aver trasformato l’insignificanza quotidiana in urgenza esistenziale, la chiacchiera in necessità vitale, il gesto di togliersi il cappello in strategia di sopravvivenza.

Verso il cielo di pietra

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Sono sul Sentiero Italia, a Pracchia, provincia di Pistoia. Parto di prima mattina, quando il cielo è già limpido, ma l’aria conserva ancora qualcosa della notte. Il sole non è ancora alto, eppure promette una giornata chiara, forse calda. Faccio colazione in silenzio: un caffè forte, qualche biscotto, una banana. Controllo lo zaino, chiudo le fibbie, stringo bene le scarpe. Ogni gesto ha la precisione di un rito che si ripete. So che oggi mi attende una tappa lunga, quasi interamente in salita.
Dal fondovalle del Reno dovrò risalire il fianco della montagna, seguendo i tornanti che si arrampicano tra faggi e castagni, fino a raggiungere le dorsali che fanno da corona al Corno alle Scale – il nodo orografico e simbolico dell’Appennino tosco-emiliano centrale. L’ho studiato ieri sera sulla carta: con il dito ho seguito le curve di livello, fitte come onde, ho immaginato la salita, la fatica che cresce insieme alla pendenza, ma anche la gioia di ritrovarmi, più in alto, dentro un orizzonte più largo.
Prendo il sentiero 33. Attraverso il Reno su un piccolo ponte di legno. L’acqua scorre veloce sotto di me, chiara e fredda, e produce un rumore continuo, primordiale, come se il fiume parlasse da sempre la stessa lingua. Dall’altra parte cominciano le prime case, sparse, silenziose. Proseguo su una stradina asfaltata che sale dolcemente, poi lascio l’asfalto per un sentiero più stretto che si infila nel castagneto.

I castagni sono antichi, con tronchi contorti e cavità che paiono bocche. Alla base, le cicatrici degli innesti antichi raccontano secoli di lavoro e di cura: mani che hanno inciso, curato, atteso. Mi fermo un momento a guardare quelle ferite guarite, quelle convivenze tra uomo e albero che durano più di una vita. Poi riprendo a salire, raggiungendo la località La Casa. Cammino per pochi metri sull’asfalto e attraverso la piccola frazione: qualche tetto in ardesia, un muretto a secco, l’odore di fumo che esce da un camino anche in questa stagione.
Riprendo quota. Il bosco cambia volto: la castagna lascia il posto al faggio, e l’ombra si fa più chiara, quasi azzurrina. Più in alto ancora, un rimboschimento di conifere interrompe la continuità del bosco; devo scavalcare alcuni tronchi caduti, radici alzate come dischi di terra e pietra, segni di tempeste passate. Procedo con attenzione, seguendo i segnavia rossi e bianchi che appaiono a intervalli regolari: piccole tracce umane nel respiro della foresta.
Raggiungo il bivio del Poggio dei Ronchi, a quota 1110 metri, poco a sud della sommità del Catino. Qui il sentiero si tiene sul confine tra la faggeta che occupa il versante nord e le conifere che si stendono sul lato meridionale, più secco e luminoso. Mi mantengo in equilibrio tra due versanti, tra due climi, tra due modi di essere della montagna.

Le gambe cominciano a pesare, ma il passo resta costante. Al bivio con il sentiero 11, in località Fontanelle (quota 1230), bevo un sorso d’acqua e riparto. Il bosco ora è più aperto: al Pian della Trave, a 1317 metri, la luce filtra tra i faggi e si riflette sulle pietre del sentiero. Continuo a seguire i segnavia che mi guidano a vista, aggirando i rilievi minori del Monte Grosso (1383 m), della Punta della Crina e del Poggio Catinaccio (1399 m). Il ritmo della salita è regolare, quasi meditativo. Arrivo infine al Passo Rombiciaio (1362 m), dove il vento si alza improvviso e la faggeta sembra respirare con me.
Proseguo verso il Rifugio del Montanaro, a quota 1567 metri. È una costruzione in pietra del CAI Maresca, risalente al 1963: solida, con le persiane verdi e un tavolo di legno davanti all’ingresso. Mi siedo, tolgo lo zaino, bevo a lunghe sorsate. L’acqua è fredda, viva. Mangio una barretta che sa di mandorle e cioccolato: dolce e amara come la fatica stessa. Intorno, solo il fruscio degli alberi e il richiamo di un corvo che scompare nel vento.

Riparto, superando di poco il Passo dei Malandrini (1577 m). Il nome mi fa sorridere: evoca contrabbandi, viandanti, storie dimenticate. Camminando, mi viene in mente Tiziano Terzani. Questi sono i suoi luoghi. Orsigna non è lontana: la valle del suo ritiro, del suo “albero con gli occhi”. Penso alla sua voce, al suo modo di scrivere come di respirare, alla libertà che trovava nel silenzio. Mi pare quasi di sentirlo, qui, nella leggerezza del vento tra le foglie.
Resto su quel pensiero mentre seguo il sentiero 20, che taglia il versante occidentale della dorsale. Dopo la Sorgente del Cacciatore, continuo verso il Passo del Cancellino e il Lago Scaffaiolo. Il paesaggio si apre. Rondoni neri sfrecciano a pochi metri dal mio capo: li sento fendere l’aria con un sibilo acuto, netto, come una lama che incide il cielo. Volano senza posa, in cerchi perfetti: creature di puro movimento.

Attraverso un tratto di bosco e raggiungo un crocevia: se piegassi a destra potrei risalire al Passo della Nevaia e al sentiero 00, ma continuo sul 20, che presto si libera della vegetazione e si fa panoramico. Supero la dorsale del Monte Gennaio, poi devio a destra e subito a sinistra, tra i mirtilli bassi e il terreno umido, fino al Passo del Cancellino, quota 1630 metri. Il valico è ampio, battuto dal vento. Da qui si apre la vista sul versante emiliano, con i pascoli che un tempo segnavano il confine tra lo Stato toscano e quello pontificio. Il nome stesso – Cancellino – conserva la memoria delle antiche recinzioni, delle barriere che delimitavano territori, greggi, e forse anche destini.
Mi fermo. Il vento soffia forte, porta con sé l’odore della pietra e dell’erba secca. Chiudo gli occhi. L’aria è così pura che punge. Mi sembra di respirare la montagna intera, come se ogni respiro fosse una restituzione.

Riprendo a camminare lungo il crinale, sul sentiero 00, parte della Grande Escursione Appenninica. In lontananza riconosco la parete est del Corno alle Scale: la più alta dell’Appennino settentrionale, una successione di gradinate rocciose che scintillano alla luce come scaglie d’acqua pietrificata. Procedo in traverso tra erba e detriti, tagliando il versante sud di Punta Giorgina, la più meridionale delle punte del Corno.
Raggiungo il Passo dello Strofinatoio (1846 m), che divide la dorsale del Corno da quella del Monte Cornaccio. Le gambe bruciano, il respiro si fa corto. Cammino piano, ma continuo. Dal passo seguo verso nord il sentiero 129: la dorsale è ampia, disseminata di rocce e ciuffi d’erba, e offre scorci improvvisi sul versante occidentale. Evito la prima cima, Punta Giorgina (1926 m), e proseguo fino alla sommità del Corno alle Scale, quota 1943 metri.

Qui il mondo sembra espandersi. Passo accanto all’innesto del sentiero Ruffo, che sale dal Rifugio Segavecchia, e agli impianti di risalita ormai inattivi. Continuo lungo il crinale, ampio e luminoso, fino alla croce in ferro di Punta Sofia, a 1946 metri. La croce, eretta nel 1900, sostituita nel 1950 e poi ancora nel 1984, domina lo spazio come un segno di perseveranza. Da qui la vista è totale: la parete est scende a picco, mentre verso nord la cresta si inclina rapida fino al Passo del Vallone, disegnando i celebri Balzi dell’Ora.
Mi siedo su una lastra di roccia, appoggio lo zaino, resto in silenzio. Il vento soffia costante, ma non fa freddo. Mangio un panino, bevo acqua, lascio che il corpo ritrovi il suo ritmo naturale. Davanti a me, il paesaggio si dispiega come una mappa viva: catene lontane, vallate profonde, paesi minuscoli che sembrano galleggiare nella luce. Il cielo è di un azzurro assoluto, senza una nube. Il sole mi scalda la pelle, il vento mi rinfresca il viso: il perfetto equilibrio di due elementi opposti.

Penso e ricordo bene la storia di questa montagna. Anche il Corno alle Scale, come il Lago Scaffaiolo, è citato in una fonte medievale: un documento del 1226, quando Federico II, alleato di Modena, ordinò ai Bolognesi la restituzione della Rocca di Corneta. In quell’atto, i confini del territorio erano descritti con parole solenni: “Vidilecet a summo Alpis Magnae ubi dicitur ad scalae a cornu orientali ipsius alpis.” Così il Corno venne chiamato Alpis Magnae, “l’Alpe grande”, e quelle “scale sul corno orientale” divennero nel tempo Alpes Scalarum, il monte delle scale, nome che ancora oggi racconta la natura stessa della montagna: una gradinata di pietra sospesa tra cielo e terra.
Resto ancora un po’ in cima, tra il vento e la luce. Mi chiedo da dove vengano i nomi delle punte femminili – Sofia, Giorgina – che appaiono già nelle carte del 1831: forse ricordi di donne amate, forse presenze che abitano la montagna. Ogni nome è una memoria, un’impronta, un modo di rendere umano l’inaccessibile.

Quando infine mi alzo, lo faccio lentamente, come per non rompere un incantesimo. Rimetto lo zaino, mi volto ancora una volta. Il panorama si imprime nella mente con la nitidezza di un sogno. So che questa immagine, questa luce sospesa, mi accompagnerà per molto tempo.
Comincio la discesa. Ogni passo rientra nella gravità, ma qualcosa di me resta in alto, tra le pietre e il vento.

Il vuoto tra mente e cuore

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Robert Musil nasce il 6 novembre 1880 a Klagenfurt, in una terra di confine dove l’Austria tocca la Mitteleuropa e l’ordine si mescola con l’inquietudine. È figlio di un ingegnere e cresce nel culto della precisione: numeri, regole, discipline, accademie militari. Tutto in lui sembra predisposto alla geometria, al rigore della logica, alla fiducia che il mondo sia una macchina ben costruita. Ma presto, dentro questa costruzione impeccabile, si apre una crepa. La scienza non basta più a contenere il mistero del vivere, e la tecnica non consola il vuoto che si apre tra la mente e il cuore…. Così l’ingegnere Musil si trasforma in scrittore: non rinuncia alla precisione, ma la rivolge verso l’invisibile. Decide di misurare le emozioni, le ambiguità, le contraddizioni dell’anima con lo stesso metodo con cui si misura la resistenza di un ponte. Scrivere, per lui, diventa un esperimento mentale: un modo di pensare con la cura di uno scienziato e la sensibilità di un visionario.

Il suo primo esperimento riuscito si intitola I turbamenti del giovane Törless. È il 1906, e Musil, con la calma di chi osserva una reazione chimica, racconta la storia di un ragazzo in un collegio militare che scopre il potere, la crudeltà e il fascino ambiguo del male. Il collegio, ordinato e disciplinato come una caserma, diventa un piccolo laboratorio morale: ciò che vi accade non è soltanto la brutalità dell’adolescenza, ma la rappresentazione in miniatura di una società pronta a obbedire senza pensare. L’autorità cieca genera violenza, e l’indifferenza diventa la sua complice. Musil intuisce con lucidità quasi profetica che il male del secolo a venire non nascerà dall’odio, ma dalla pigrizia del pensiero. Non dal demone, ma dal vuoto. Il male come mancanza di domande.

Il suo capolavoro, L’uomo senza qualità, arriva nel 1930, e sembra costruito come una macchina di precisione destinata a non concludersi mai. Vienna, all’epoca, è la capitale di un impero che non sa di essere alla fine: una città elegante e stanca, dove tutti discutono, progettano, si organizzano, ma niente accade. Ulrich, il protagonista, è un matematico che guarda quel mondo come da dietro un vetro: lucido, ironico, malinconico. Ha il gusto della possibilità e l’insofferenza della certezza. Non è privo di qualità, come suggerisce il titolo, ma piuttosto privo di definizioni: un essere in stato di sperimentazione continua. Musil lo descrive come «una persona per la quale nulla è definitivo, tutto può essere altrimenti». È il ritratto di un uomo che rifiuta le formule, che non si lascia ridurre a un concetto, e che trova nella precarietà una forma di libertà. La sua ironia non è distacco, ma un metodo di sopravvivenza; la sua indecisione, un atto di resistenza contro le semplificazioni. Il “senso della possibilità”, che Musil eleva a principio vitale, è la vera energia del romanzo: un modo per restare vivi in un mondo che si irrigidisce.

Vienna, sullo sfondo, diventa una metafora del crepuscolo europeo: il cuore stanco di una civiltà che ha sostituito la fede con l’abitudine e la speranza con l’ironia. Freud analizza i sogni, Wittgenstein ricostruisce il linguaggio, e Musil tenta una terza via: analizzare il disfacimento dell’anima borghese. Nei suoi personaggi — burocrati, idealisti, amanti, mistici improvvisati — ogni gesto appare come un esperimento fallito di autenticità. Eppure, in mezzo a tanta disgregazione, emerge una tensione mistica: l’idea che logica e desiderio, pensiero e amore, possano in qualche modo riconciliarsi. È questo il senso profondo del legame tra Ulrich e la sorella Agathe, rapporto enigmatico e luminoso, in cui Musil cerca l’impossibile fusione del calcolo e del sentimento, della precisione e dell’abbandono. La loro unione, più intellettuale che fisica, è una specie di utopia metafisica: la speranza che anche la ragione, a volte, possa avere un’anima.

Ma la storia non concede tregua agli utopisti. Quando il nazismo comincia a dilagare, Musil comprende che il suo mondo — quello del dubbio, dell’analisi, della complessità — è condannato. Nel 1933 lascia la Germania, disgustato dalla brutalità retorica del nuovo potere. I suoi libri vengono ignorati, poi banditi. La critica ufficiale lo accusa di oscurità, ma in realtà lo teme perché rappresenta l’opposto del totalitarismo: l’uomo che pensa, che non si lascia ridurre a un’unica qualità. Dopo l’Anschluss del 1938 fugge con la moglie Martha in Svizzera. Vive in povertà, quasi dimenticato, ma non smette mai di scrivere. Mentre l’Europa brucia, egli continua a limare, correggere, ricominciare “L’uomo senza qualità” come se la precisione potesse ancora salvare il pensiero. In una nota del suo diario scrive: «Si può sopportare tutto, purché si continui a comprendere». È una frase che suona come un’equazione morale: la comprensione come unica forma di resistenza. Morirà nel 1942, improvvisamente, a Ginevra, accasciato davanti alla scrivania. Martha lo troverà chino sulle bozze: la mente ancora al lavoro, il corpo già altrove.

Il romanzo resta incompiuto, ma è proprio questa la sua forza. L’uomo senza qualità è una cattedrale senza cupola, una costruzione deliberatamente aperta verso il cielo. Non finisce, perché non deve finire: continua nel lettore, come un esperimento lasciato a metà affinché altri lo riprendano. Musil non ci lascia una morale, ma una domanda: che cosa resta dell’uomo, quando tutte le sue qualità gli vengono tolte? È una domanda che oggi, nell’epoca delle identità digitali e delle verità immediate, suona ancora più urgente. Forse l’uomo senza qualità è colui che rifiuta di farsi ridurre a un profilo, che conserva la libertà di cambiare idea, di restare incompleto. Non è il vuoto, ma la possibilità.

In fondo, Musil non è un autore del passato: è lo scienziato di ogni crisi di civiltà, il narratore di ogni momento in cui la ragione perde il proprio centro e deve reinventarsi. La sua scrittura, lucida come un esperimento di laboratorio e lieve come un sogno, unisce logica e poesia, matematica e ironia. Ci insegna che la precisione non è il contrario dell’immaginazione, ma la sua forma più alta. E che pensare — davvero pensare — è ancora il modo più umano di resistere. Ulrich, il suo alter ego, resta sospeso tra due mondi: quello che crolla e quello che deve ancora nascere. È lì che Musil ci invita a restare anche noi: nella soglia, nell’intervallo, nella zona di incertezza in cui l’uomo, non avendo più qualità da difendere, può finalmente cominciare a diventare se stesso.