“Esci. Immediatamente. Se non sei già fuori, esci. Esci e vai a farti una passeggiata“.
Poche volte un consiglio mi è stato più utile.
Le festività natalizie sono state attraversate da un’ansia sottile e persistente. La vita ha bussato alla porta con doni poco graditi, senza curarsi del momento né, come spesso accade, delle persone a cui li offriva. Così, a poco a poco, i pensieri si sono fatti pesanti, ossessivi, cupi. Lo stress ha raggiunto rapidamente livelli elevati, forse perché certe paure, fin troppo familiari, inducono a presagire gli esiti più oscuri. La stanchezza ha finito per offuscare la lucidità, lasciando spazio a un intreccio di rabbia e tristezza e, soprattutto, a una consapevolezza limpida e ineludibile: sono stanca.
Per troppo tempo mi sono ritrovata a mettere da parte la mia vita per sostenere le esigenze dei miei genitori, trascurando il mio futuro, il mio lavoro, i miei sogni e anche i miei rapporti, per assumermi responsabilità che non mi competevano e che venivano caricate sulle mie spalle. Sono cresciuta pensando che fosse normale sentir costantemente vacillare la terra sotto ai piedi, e vivere nella paura, nell’angoscia continua.. Ho capito che dovevo cercare di disturbare il meno possibile, di chiedere il meno possibile.. perché c’erano cose più importanti di me, della mia crescita, del mio stato d’animo e anche delle mie ambizioni. Di fronte alla gravità di certe circostanze, anche il solo fatto di chiedere qualcosa di necessario sembrava un capriccio, e ho dovuto imparare a soffocare persino la depressione in cui ero caduta, pur di non dare fastidio. Ho fatto del mio meglio per raccogliere le macerie di terremoti che non avevo causato io, ma che derivavano da scelte e decisioni altrui, e le cui conseguenze, inevitabilmente, ricadevano su di me. Ho visto la mia vita relegata a un mero satellite di un mondo che mi incatenava senza il mio consenso, considerandomi come sua proprietà, e impedendomi di costruire e seguire una mia propria orbita.
La cosa che più di tutto, però, mi ha esasperato è stata la pretesa. La pretesa che dovevo tacere e accettare ogni richiesta, la pretesa di essere usata come caricabatterie in qualunque momento ci fosse bisogno, la pretesa di considerare tutto questo come giusto e scontato e di lasciare che ogni aspetto della mia vita si eclissasse nel momento stesso in cui quelle richieste venivano formulate.
Ricatti emotivi e sensi di colpa venivano utilizzati ogni giorno come merce di scambio per rendere quelle pretese legittime. “Con tutto quello che ho fatto per te!“
Con tutto quello che fai per me.. sono tua figlia.. Eppure mi sentivo di troppo, come se dovessi chiedere scusa anche solo di esistere, e così cedevo.
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