La Guarigione del Padre

Non sempre gli ostacoli che ci troviamo davanti hanno lo scopo di bloccarci. Sto imparando che certe “deviazioni” potrebbero avere invece il fine ultimo di riallinearci verso la nostra strada, magari in modo ancora più chiaro e scorrevole di prima.
Si tratta di benedizioni dissimulate, ovvero eventi che a prima vista sembrano problemi, e che invece si tramutano ben presto in supporti inattesi.

Forse adesso trova un senso anche il fatto che, fin dall’inizio, dentro di me è sempre rimasta una certa calma e una sensazione di fiducia. La paura era emersa, la preoccupazione si è accesa, ma qualcosa dentro mi suggeriva di stare tranquilla, e credo che sto iniziando a comprendere il perché.

Ho “aperto l’ombrello”, e ho attinto a tutte le risorse che avevo a disposizione, usandole non solo per me, ma mettendole a disposizione.
Mio padre, da sempre scettico, e con una visione molto tradizionalista su come trattare la salute, stavolta si è mostrato più ben disposto di quanto mi sarei mai immaginata, aprendosi a cose che probabilmente non avrebbe mai nemmeno considerato.
E così, seppur con una certa riluttanza, ha acconsentito a parlare con qualcuno che per me incarna davvero la figura di medico, perché non guarda solo al sintomo, ma considera l’intera persona, la sua vita e le sue emozioni.

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The Gentle Touch of the Wind

Get out. Immediately. If you’re not already outside, get out. Get out and go for a walk.
Rarely has a piece of advice been more helpful to me.

The Christmas holidays were permeated by a subtle, persistent anxiety. Life knocked at the door with unwelcome gifts, unconcerned with timing or, as often happens, with the people to whom it offered them. And so, little by little, my thoughts grew heavy, obsessive, dark. Stress quickly reached high levels, perhaps because certain too familiar fears lead one to foresee the bleakest outcomes. Fatigue eventually clouded my clarity, making room for a tangle of anger and sadness and, above all, for a clear and inescapable awareness: I am tired.

For far too long I found myself setting my own life aside to meet my parents’ needs, neglecting my future, my work, my dreams and even my relationships, taking on responsibilities that were not mine and that were placed on my shoulders. I grew up thinking it was normal to constantly feel the ground give way beneath my feet, to live in fear, in continuous anguish. I understood that I had to disturb as little as possible, ask for as little as possible, because there were things more important than me, than my growth, my state of mind and even my ambitions. Faced with the gravity of certain circumstances, even asking for something necessary seemed like a whim, and I had to learn to stifle even the depression I had fallen into, just to avoid being a burden. I did my best to gather the debris of earthquakes I had not caused, but that stemmed from others’ choices and decisions, and whose consequences inevitably fell on me. I saw my life relegated to a mere satellite of a world that chained me without my consent, treating me as its property and preventing me from building and following my own orbit.
What exasperated me most, however, was the expectation. The expectation that I should keep quiet and accept every request, the expectation of being used like a battery charger whenever needed, the expectation of considering all this right and self evident and of letting every aspect of my life be eclipsed the moment those demands were made.
Emotional blackmail and guilt were used every day as bargaining chips to legitimize those expectations. “After all I’ve done for you!
After all you do for me.. I am your daughter. And yet I felt like an excess, as if I should apologize just for existing, and so I gave in.

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Apri l’ombrello

Le ultime settimane hanno messo a dura prova la mia centratura.
E’ come una centrifuga, e a volte ho la sensazione di essere sotto l’effetto di qualche sostanza: non riesco a prendere le cose con lucidità e solo in un secondo momento mi rendo conto di aver avuto i filtri completamente alterati.
Cerco di rasserenarmi, di tornare a me: respiro e mi concedo dei momenti per passeggiare all’aperto. Benedico il freddo, che non amo, ma che in questo momento mi scuote, mi sveglia, mi riporta al qui e ora.

Da alcuni anni, ormai, sto studiando tantissimo su come prendersi cura di sé: ho seguito corsi, varie formazioni, ho letto decine di libri, e ho spesso accompagnato il tutto col supporto della meditazione. E adesso, proprio adesso, è giunto il momento di capire e vedere se quello che ho appreso ha un qualche effetto su di me, o se rischio ancora di far crollare le mie fondamenta da emozioni violente che non riesco a gestire.

Sono umana e non faccio la vita di un monaco tibetano, pertanto capitano dei momenti in cui mi sento persa: mi prende lo sconforto, vedo tutto nero, ho la sensazione di combattere contro i mulini a vento e che non ci sia mai pace, e ogni briciola assume le sembianze di una montagna da scalare. Mi sembra di dover combattere contro mostri e draghi e ho paura.

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5 anni di WordPress!

Scrivo,
perché amo scrivere,
perché attraverso la scrittura do senso e valore e identità alle innumerevoli sensazioni che provo, alle imperfezioni che mi rendono umana, alle cadute da cui mi rialzo, alle conquiste a cui arrivo sudando..

Scrivo,
perché faccio ancora parte di quelle persone che hanno bisogno di prendere una penna in mano, di guardare il foglio e di mettere letteralmente nero su bianco i propri pensieri per riordinarli, per capirli, per trovare il bandolo della matassa quando sembrano esserci solo nodi ingarbugliati..

Scrivo
come atto di amore, e chiunque abbia mai avuto un qualche significato per me, ha sicuramente almeno un mio biglietto scritto a mano, perché è un pezzo del mio cuore tradotto in parole.

Scrivo,
perché io comunico meglio così,
perché a volte la voce fa troppo rumore, mentre invece la parola scritta è silenziosa, e trova tutto il tempo per essere capita, integrata, assaporata..

Scrivo e penso che non smetterò mai di farlo.

Grazie a tutti per il supporto.. e soprattutto per la pazienza di leggere i miei papiri🙏🏻💖

This time.. Wait.

Wait.
Stop, do not write yet.
Let there be emptiness.
Let there be space.
Do not fill that silence..
Stop chasing,
do not seek..
Wait.

Breathe,
wait a little longer.
Listen.

Observe who you are while you wait.
Who is the other, while they are silent?
What are you seeking from them?
What do you need to know that you do not already know?
Silence tells many things..are you listening?

Wait. This time, wait.
Let there be emptiness,
let there be space..
And fill it with yourself,
so that you may no longer be emptied.

La Carezza del Vento

Esci. Immediatamente. Se non sei già fuori, esci. Esci e vai a farti una passeggiata“.
Poche volte un consiglio mi è stato più utile.

Le festività natalizie sono state attraversate da un’ansia sottile e persistente. La vita ha bussato alla porta con doni poco graditi, senza curarsi del momento né, come spesso accade, delle persone a cui li offriva. Così, a poco a poco, i pensieri si sono fatti pesanti, ossessivi, cupi. Lo stress ha raggiunto rapidamente livelli elevati, forse perché certe paure, fin troppo familiari, inducono a presagire gli esiti più oscuri. La stanchezza ha finito per offuscare la lucidità, lasciando spazio a un intreccio di rabbia e tristezza e, soprattutto, a una consapevolezza limpida e ineludibile: sono stanca.

Per troppo tempo mi sono ritrovata a mettere da parte la mia vita per sostenere le esigenze dei miei genitori, trascurando il mio futuro, il mio lavoro, i miei sogni e anche i miei rapporti, per assumermi responsabilità che non mi competevano e che venivano caricate sulle mie spalle. Sono cresciuta pensando che fosse normale sentir costantemente vacillare la terra sotto ai piedi, e vivere nella paura, nell’angoscia continua.. Ho capito che dovevo cercare di disturbare il meno possibile, di chiedere il meno possibile.. perché c’erano cose più importanti di me, della mia crescita, del mio stato d’animo e anche delle mie ambizioni. Di fronte alla gravità di certe circostanze, anche il solo fatto di chiedere qualcosa di necessario sembrava un capriccio, e ho dovuto imparare a soffocare persino la depressione in cui ero caduta, pur di non dare fastidio. Ho fatto del mio meglio per raccogliere le macerie di terremoti che non avevo causato io, ma che derivavano da scelte e decisioni altrui, e le cui conseguenze, inevitabilmente, ricadevano su di me. Ho visto la mia vita relegata a un mero satellite di un mondo che mi incatenava senza il mio consenso, considerandomi come sua proprietà, e impedendomi di costruire e seguire una mia propria orbita.
La cosa che più di tutto, però, mi ha esasperato è stata la pretesa. La pretesa che dovevo tacere e accettare ogni richiesta, la pretesa di essere usata come caricabatterie in qualunque momento ci fosse bisogno, la pretesa di considerare tutto questo come giusto e scontato e di lasciare che ogni aspetto della mia vita si eclissasse nel momento stesso in cui quelle richieste venivano formulate.
Ricatti emotivi e sensi di colpa venivano utilizzati ogni giorno come merce di scambio per rendere quelle pretese legittime. “Con tutto quello che ho fatto per te!
Con tutto quello che fai per me.. sono tua figlia.. Eppure mi sentivo di troppo, come se dovessi chiedere scusa anche solo di esistere, e così cedevo.

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