E' ormai chiaro che, dopo aver fatto campagna elettorale per mesi come suo alleato, Matteo Salvini, una volta formato il governo gialloverde, abbia definitivamente archiviato Silvio Berlusconi, visto sempre più come un vecchio dinosauro ormai incapace di portare voti e visibilità. Eppure, a ben riflettere, sono davvero molti i caratteri distintivi della politica berlusconiana di cui Salvini, negli ultimi anni, ha fatto tesoro fino, in alcuni casi, ad accentuarli ulteriormente:
- La capacità di controllare i media in modo estremamente spregiudicato ed efficace, volgendo a proprio favore anche situazioni potenzialmente imbarazzanti;
- Il continuo travalicare dalle proprie competenze e dalle proprie funzioni, non solo dicendo la sua su qualsiasi argomento di competenza altrui, ma spesso anche passando dalle parole ai fatti (vedi la recente convocazione dei sindacati, neanche fosse il Ministro del Lavoro);
- L'assunzione di base che il livello culturale dell'elettorato medio è bassissimo (ricordate il "bambino di prima media" di Silvio?);
- A corollario, il disprezzo per la cultura e i "professoroni", nella convinzione che il fare è sempre meglio del riflettere;
- Lo sdoganamento dell'estrema destra, che prima era Fini e ora sono la Meloni, CasaPound e Forza Nuova;
- Il disprezzo per l'Unione Europea e, per contro, la fascinazione per i regimi autoritari, con Putin a fare da trait-d'union;
- La capacità di sviare l'attenzione in situazioni scomode, parlando d'altro o "facendo il simpatico" (Silvio aveva le barzellette, Matteo il cibo e le sagre);
- La facilità nel trovare un capro espiatorio in grado di calamitare l'odio dei propri simpatizzanti (prima i magistrati, ora i migranti e le ONG, sempre la sinistra);
- La fortuna di avere di fronte un'opposizione debole, litigiosa e fallimentare nella comunicazione;
- La riduzione in subalternità dei propri alleati di governo - tra l'altro, a differenza di Berlusconi con la stessa Lega, partendo da un minor consenso elettorale, quindi ancor più difficile;
- Il reagire sempre e comunque, con una rapidità pavloviana, a qualsiasi critica, aizzando al tempo stesso shitstorm sul criticante;
- La refrattarietà a farsi processare e a riferire alle Camere;
- La protervia nel riproporre colleghi di partito "impresentabili" se funzionali ai propri scopi (da Previti a Siri il passo è più breve di quanto non sembri);
- Infine, ma non meno importante, il contrario del punto precedente, ossia la capacità di scaricare, senza alcuno scrupolo né rimpianto, alleati o amici che "non servono più", come Savoini in questi giorni o lo stesso Berlusconi, che forse ora avrà tempo per riflettere sul mostro che lui stesso ha contribuito a creare. Più giovane, più spregiudicato, più aggressivo, e senza nessun Prodi tra le balle.
| CARVIEW |
Select Language
HTTP/2 200
x-robots-tag: noindex, nofollow
content-type: text/html; charset=UTF-8
expires: Fri, 23 Jan 2026 10:21:18 GMT
date: Fri, 23 Jan 2026 10:21:18 GMT
cache-control: private, max-age=0
last-modified: Wed, 23 Jul 2025 17:55:11 GMT
etag: W/"8eb4fa6817762c82666929546fad0f18ade6fd2dc7eafab9da47531c651b6f51"
content-encoding: gzip
x-content-type-options: nosniff
x-xss-protection: 1; mode=block
content-length: 19367
server: GSE
alt-svc: h3=":443"; ma=2592000,h3-29=":443"; ma=2592000
Kutavness 2.0
skip to main |
skip to sidebar
Kutavness 2.0
Un ultimo, disperato tentativo di buon senso
martedì 16 luglio 2019
giovedì 28 dicembre 2017
Ricordando un amico
Era il 29 dicembre del 1982. Esattamente 35 anni fa.
Da quando avevo iniziato la scuola elementare, direttamente in seconda perché sapevo già leggere e scrivere, lui era diventato, nel giro di poche settimane, il mio migliore amico. Come sia potuto accadere, ancora oggi non riesco a spiegarmelo. Il suo carattere era l'esatto opposto del mio: vivace, esuberante, chiacchierone, temerario, incapace di star fermo per più di un minuto. Io, che scontavo pesantemente quell'anno in meno di età rispetto agli altri, mi sentivo catapultato in una realtà troppo diversa rispetto a quella della scuola materna; istintivamente, forse, trovai in lui ciò che avrei voluto essere, quella vitalità e quell'incoscienza che non riuscivo a sbloccare dentro di me.
Ogni tanto ci trovavamo a giocare, di solito veniva lui a casa mia, ed era un divertimento continuo. Lui aveva una fantasia sterminata, era abilissimo a inventare giochi e situazioni. Per alcuni mesi, poco più di un anno, mi sono sentito importante per qualcuno, almeno quanto lui lo era per me.
Quella sera di fine dicembre, vacanze di Natale della classe terza, lui era in auto con suo padre. Forse per il ghiaccio, nella curva dopo il cimitero del paese l'auto sbandò e si cappottò. Il padre si salvò. Lui, sbalzato fuori, no.
Il suo addio è stato per me un colpo durissimo, la prima notizia terribile che mi abbia riguardato da vicino. Ho dovuto ridefinire le mie giornate, cercarmi nuovi amici, ma soprattutto ho perso in un attimo - e troppo presto - quel poco di innocenza dell'infanzia che ancora avevo. La notizia addolorò tutto il paese, con degli strascichi penosi: la madre impazzì dal dolore, spesso veniva a trovarci a scuola, entrava in classe col viso stravolto sotto l'immancabile fazzoletto, e la maestra era costretta a sospendere la lezione a volte anche per un'ora, perché non se la sentiva di congedarla. Io le scrivevo ingenuissime poesie in cui quasi beatificavo suo figlio, e così, senza volerlo, amplificavo ulteriormente la sua disperazione. E' morta pochi anni fa, senza essersi mai ripresa.
Molti anni dopo, sembra che il destino abbia voluto goffamente rimediare a quello scherzo orrendo, donandomi, sempre il 29 dicembre, più di una settimana in anticipo sul previsto, la mia secondogenita Martina. Da allora vivo questo giorno con un sentimento ambivalente: la gioia immensa del padre, la rassegnazione per l'amico che avrei sempre voluto avere.
Si chiamava Marco.
Da quando avevo iniziato la scuola elementare, direttamente in seconda perché sapevo già leggere e scrivere, lui era diventato, nel giro di poche settimane, il mio migliore amico. Come sia potuto accadere, ancora oggi non riesco a spiegarmelo. Il suo carattere era l'esatto opposto del mio: vivace, esuberante, chiacchierone, temerario, incapace di star fermo per più di un minuto. Io, che scontavo pesantemente quell'anno in meno di età rispetto agli altri, mi sentivo catapultato in una realtà troppo diversa rispetto a quella della scuola materna; istintivamente, forse, trovai in lui ciò che avrei voluto essere, quella vitalità e quell'incoscienza che non riuscivo a sbloccare dentro di me.
Ogni tanto ci trovavamo a giocare, di solito veniva lui a casa mia, ed era un divertimento continuo. Lui aveva una fantasia sterminata, era abilissimo a inventare giochi e situazioni. Per alcuni mesi, poco più di un anno, mi sono sentito importante per qualcuno, almeno quanto lui lo era per me.
Quella sera di fine dicembre, vacanze di Natale della classe terza, lui era in auto con suo padre. Forse per il ghiaccio, nella curva dopo il cimitero del paese l'auto sbandò e si cappottò. Il padre si salvò. Lui, sbalzato fuori, no.
Il suo addio è stato per me un colpo durissimo, la prima notizia terribile che mi abbia riguardato da vicino. Ho dovuto ridefinire le mie giornate, cercarmi nuovi amici, ma soprattutto ho perso in un attimo - e troppo presto - quel poco di innocenza dell'infanzia che ancora avevo. La notizia addolorò tutto il paese, con degli strascichi penosi: la madre impazzì dal dolore, spesso veniva a trovarci a scuola, entrava in classe col viso stravolto sotto l'immancabile fazzoletto, e la maestra era costretta a sospendere la lezione a volte anche per un'ora, perché non se la sentiva di congedarla. Io le scrivevo ingenuissime poesie in cui quasi beatificavo suo figlio, e così, senza volerlo, amplificavo ulteriormente la sua disperazione. E' morta pochi anni fa, senza essersi mai ripresa.
Molti anni dopo, sembra che il destino abbia voluto goffamente rimediare a quello scherzo orrendo, donandomi, sempre il 29 dicembre, più di una settimana in anticipo sul previsto, la mia secondogenita Martina. Da allora vivo questo giorno con un sentimento ambivalente: la gioia immensa del padre, la rassegnazione per l'amico che avrei sempre voluto avere.
Si chiamava Marco.
martedì 8 marzo 2016
Il nove marzo
- Ciao, cara.
[gelida] -Ciao.
- Buona Festa della Donna, amore. Guarda che bella mimosa ti ho preso.
[gelida a livello antartico] - Sei in ritardo. L'8 marzo era ieri.
- Ma per me l'8 marzo è tutti i giorni dell'anno! Non serve aggrapparsi a una ricorrenza per celebrarvi! Una data prestabilita non significa che per i restanti 364 giorni dell'anno ci dimentichiamo tutte le ingiustizie e le sottomissioni che avete passato, e tuttora passate, ed è per questo che voglio ringraziarti di essere al mio fianco, amata e rispettata, ogni giorno che Dio manda in terra! Tu sei importante per me al di là di qualsiasi rito consumista, di qualsiasi stereotipo, di qualsiasi conformismo!
- D... davvero?
- Sì, mia cara. Buona Giornata della Donna, qualunque giorno sia.
- Grazie.
- Prego, amore.
- Hanno già approvato il divorzio breve?
[gelida] -Ciao.
- Buona Festa della Donna, amore. Guarda che bella mimosa ti ho preso.
[gelida a livello antartico] - Sei in ritardo. L'8 marzo era ieri.
- Ma per me l'8 marzo è tutti i giorni dell'anno! Non serve aggrapparsi a una ricorrenza per celebrarvi! Una data prestabilita non significa che per i restanti 364 giorni dell'anno ci dimentichiamo tutte le ingiustizie e le sottomissioni che avete passato, e tuttora passate, ed è per questo che voglio ringraziarti di essere al mio fianco, amata e rispettata, ogni giorno che Dio manda in terra! Tu sei importante per me al di là di qualsiasi rito consumista, di qualsiasi stereotipo, di qualsiasi conformismo!
- D... davvero?
- Sì, mia cara. Buona Giornata della Donna, qualunque giorno sia.
- Grazie.
- Prego, amore.
- Hanno già approvato il divorzio breve?
Etichette:
autoanalisi della mutua,
Quando uno più uno fa quattro
martedì 13 gennaio 2015
Il buono creduto stronzo
Oggi pomeriggio, parlando con un mio collega, mi sono reso conto di quanto, a volte, il lavoro che fai possa portare gli altri ad avere una percezione di te totalmente diversa da come pensi in realtà di essere.
Chi mi conosce sa che sono una delle persone più miti, calme ed anti-conflittuali dell'orbe terracqueo.
Chi ha avuto a che fare con me per motivi di lavoro, difficilmente se ne accorgerebbe; anzi, più probabilmente, penserebbe l'esatto opposto. E non perché nel mio lavoro (anzi, nei miei lavori che si sono susseguiti negli anni) io abbia modificato una virgola del mio comportamento: non sono uno di quei Mister Hyde che, tra le quattro pareti del loro ufficio, sfogano le proprie frustrazioni su malcapitati sconosciuti. Buono ero, buono sono, e buono rimango. Eppure...
Quando ho fatto un anno di stage all'azienda di trasporti di Bologna, il mio principale incarico era quello di raccogliere i rapporti disciplinari a carico degli autisti e sanzionarli secondo un rigido tariffario delle multe. Immaginatevi con quale faccia gli autisti, già stressatissimi per il loro lavoro, si presentavano nel mio ufficio.
Nel mio decennio come assistente di un docente universitario, periodo in cui ostentavo un look giovanilistico, ero conosciuto tra gli studenti come "l'assistente cattivo con le mèches", e questo non per sadismo, ma solo perché avevo mandato via un paio di studenti che volevano prendermi in giro, fingendo di aver studiato. Tanto era bastato per etichettarmi come uno sotto cui era meglio non finire.
Adesso, l'apoteosi: quando telefono agli enti di formazione per chiedere chiarimenti su un piano formativo, non riesco neppure a immaginare gli accidenti che mi tirano dietro, considerato che poi gli stessi formatori devono tornare dall'azienda, spiegare cosa non andava, scusarsi per il ritardo nell'approvazione del Piano, eccetera. Presso alcuni consulenti devo aver raggiunto un livello di antipatia all'incirca tra Hitler ed Equitalia.
Eppure sono sempre io: il Kutavness tranquillo, diplomatico e remissivo che sono sempre stato. Ma la percezione di sé presso l'altro, una volta mediata dalla posizione lavorativa e dal ruolo ricoperto, cambia a volte anche diametralmente.
A volte mi chiedo: riuscirei a fare questo lavoro se fossi diretto, aggressivo e irascibile? Se, anziché "Mi dispiace, ma l'accordo sindacale è incompleto", mi venisse da urlare: "E' la terza volta che sbagliate questa cosa, coglioni! Ma ci avete la segatura, in testa?" (come, a volte, mi verrebbe voglia di fare)? Non lo so; pur tuttavia, questo ribaltamento di immagine che mi ha dato il lavoro, così insensato e paradossale, in fondo non mi dispiace. E' molto pirandelliano, e ben descrive quanto sia difficile costruirsi, giorno per giorno, interazione dopo interazione, quell'illusoria ancora di salvezza chiamata identità.
Chi mi conosce sa che sono una delle persone più miti, calme ed anti-conflittuali dell'orbe terracqueo.
Chi ha avuto a che fare con me per motivi di lavoro, difficilmente se ne accorgerebbe; anzi, più probabilmente, penserebbe l'esatto opposto. E non perché nel mio lavoro (anzi, nei miei lavori che si sono susseguiti negli anni) io abbia modificato una virgola del mio comportamento: non sono uno di quei Mister Hyde che, tra le quattro pareti del loro ufficio, sfogano le proprie frustrazioni su malcapitati sconosciuti. Buono ero, buono sono, e buono rimango. Eppure...
Quando ho fatto un anno di stage all'azienda di trasporti di Bologna, il mio principale incarico era quello di raccogliere i rapporti disciplinari a carico degli autisti e sanzionarli secondo un rigido tariffario delle multe. Immaginatevi con quale faccia gli autisti, già stressatissimi per il loro lavoro, si presentavano nel mio ufficio.
Nel mio decennio come assistente di un docente universitario, periodo in cui ostentavo un look giovanilistico, ero conosciuto tra gli studenti come "l'assistente cattivo con le mèches", e questo non per sadismo, ma solo perché avevo mandato via un paio di studenti che volevano prendermi in giro, fingendo di aver studiato. Tanto era bastato per etichettarmi come uno sotto cui era meglio non finire.
Adesso, l'apoteosi: quando telefono agli enti di formazione per chiedere chiarimenti su un piano formativo, non riesco neppure a immaginare gli accidenti che mi tirano dietro, considerato che poi gli stessi formatori devono tornare dall'azienda, spiegare cosa non andava, scusarsi per il ritardo nell'approvazione del Piano, eccetera. Presso alcuni consulenti devo aver raggiunto un livello di antipatia all'incirca tra Hitler ed Equitalia.
Eppure sono sempre io: il Kutavness tranquillo, diplomatico e remissivo che sono sempre stato. Ma la percezione di sé presso l'altro, una volta mediata dalla posizione lavorativa e dal ruolo ricoperto, cambia a volte anche diametralmente.
A volte mi chiedo: riuscirei a fare questo lavoro se fossi diretto, aggressivo e irascibile? Se, anziché "Mi dispiace, ma l'accordo sindacale è incompleto", mi venisse da urlare: "E' la terza volta che sbagliate questa cosa, coglioni! Ma ci avete la segatura, in testa?" (come, a volte, mi verrebbe voglia di fare)? Non lo so; pur tuttavia, questo ribaltamento di immagine che mi ha dato il lavoro, così insensato e paradossale, in fondo non mi dispiace. E' molto pirandelliano, e ben descrive quanto sia difficile costruirsi, giorno per giorno, interazione dopo interazione, quell'illusoria ancora di salvezza chiamata identità.
martedì 25 marzo 2014
Il segreto del suo successo
Da mesi i bolognesi sono letteralmente impazziti per una mostra che si tiene nel centralissimo Palazzo Fava, dedicata all'epoca d'oro della pittura olandese (XVI-XVII secolo). Protagonista assoluta della mostra, richiamo apparentemente irrefrenabile, simbolo iconografico numero uno dell'esposizione è la cosiddetta "ragazza dall'orecchino di perla", ritratta da Vermeer in un quadro del 1665.
La "ragazza dal turbante" (questo il titolo originale dell'opera, poi Hollywood e Scarlett Johansson hanno fatto il resto) è stata finora capace di attrarre migliaia e migliaia di visitatori, nonostante il biglietto d'ingresso tutt'altro che economico, acquisendo una visibilità tale da mettere in secondo piano quadri di Rembrandt e Hals, non proprio due imbrattatele qualsiasi. Intorno a lei si è scatenato un marketing martellante, con contorno di merchandising ufficiale e non: lo sguardo della ragazza è finito ovunque (su piatti, tazze, fermacarte, agende e qualsiasi altra cosa sia merchandizzabile), con risultati variabili dall'accettabile al raccapricciante (ho visto gadget non ufficiali che, se davvero Vermeer l'avesse ritratta così, come minimo la ragazza gli avrebbe sfondato la tela in testa).
Ma, osservandola in mille riproduzioni, e in attesa di ammirarla presto dal vero, non posso fare a meno di chiedermi: che cos'ha, questa ragazza, di tanto ipnotico? Che cosa porta alcuni critici a paragonarla addirittura alla Gioconda?
Osservo con attenzione il quadro, di modeste dimensioni, in cui la ragazza, con il curioso copricapo "esotico" e il vezzoso orecchino, sembra girarsi verso il pittore:
Guardo la luce, il chiaroscuro, i colori, gli occhi, le labbra dischiuse, e finalmente capisco.
Come l'enigmatico sorriso di Monna Lisa continua a stregarci da oltre cinquecento anni, così anche la ragazza di Vermeer, da oltre tre secoli, continua a conquistare turisti e critici con un'espressione di fronte alla quale l'uomo comune depone le armi e si pone in adorazione:
lo sguardo da gatta morta.
La "ragazza dal turbante" (questo il titolo originale dell'opera, poi Hollywood e Scarlett Johansson hanno fatto il resto) è stata finora capace di attrarre migliaia e migliaia di visitatori, nonostante il biglietto d'ingresso tutt'altro che economico, acquisendo una visibilità tale da mettere in secondo piano quadri di Rembrandt e Hals, non proprio due imbrattatele qualsiasi. Intorno a lei si è scatenato un marketing martellante, con contorno di merchandising ufficiale e non: lo sguardo della ragazza è finito ovunque (su piatti, tazze, fermacarte, agende e qualsiasi altra cosa sia merchandizzabile), con risultati variabili dall'accettabile al raccapricciante (ho visto gadget non ufficiali che, se davvero Vermeer l'avesse ritratta così, come minimo la ragazza gli avrebbe sfondato la tela in testa).
Ma, osservandola in mille riproduzioni, e in attesa di ammirarla presto dal vero, non posso fare a meno di chiedermi: che cos'ha, questa ragazza, di tanto ipnotico? Che cosa porta alcuni critici a paragonarla addirittura alla Gioconda?
Osservo con attenzione il quadro, di modeste dimensioni, in cui la ragazza, con il curioso copricapo "esotico" e il vezzoso orecchino, sembra girarsi verso il pittore:
Guardo la luce, il chiaroscuro, i colori, gli occhi, le labbra dischiuse, e finalmente capisco.
Come l'enigmatico sorriso di Monna Lisa continua a stregarci da oltre cinquecento anni, così anche la ragazza di Vermeer, da oltre tre secoli, continua a conquistare turisti e critici con un'espressione di fronte alla quale l'uomo comune depone le armi e si pone in adorazione:
lo sguardo da gatta morta.
lunedì 15 aprile 2013
Peppa Pig, o l'antitesi della pedagogia
Essere costretti dai propri figli a guardare decine e decine di volte gli stessi episodi di Peppa Pig, la diabolica maialina antropomorfa che, insieme alla Pimpa e ai Barbapapà, ha preso in ostaggio il palinsesto di Rai YoYo, permette di individuare alcuni tratti comuni di questo cartone animato che, a ben vedere, stridono con qualsiasi principio pedagogico e dipingono, in ultima istanza, una situazione famigliare borderline che potrebbe interessare molto da vicino gli assistenti sociali.
Riassumiamo, a beneficio dei genitori, le situazioni disfunzionali che, a lungo andare, potrebbero spingere Peppa alla strage in famiglia o, in alternativa, all'auto-macellazione:
1. I genitori, Mamma e Papà Pig, non sgridano MAI i loro figli. Il massimo che riescono a fare è un rimprovero bonario che, spesso, sfocia in una fugace presa d'atto da parte di Peppa e in una successiva risata, spesso con ribaltamento sulla schiena incluso. Ho visto Peppa e George in più episodi fare robe da chiodi, dall'infangare mezza casa al mandare in tilt il PC dove la mamma stava lavorando, dal ruttare a tavola al dare del vecchio rimbambito a Nonno Pig, e in NESSUNA di queste circostanze c'è mai stata una sanzione da parte dei genitori. Emblematico è l'episodio in cui la cameretta dei due sembra sconvolta da Katrina: prima i genitori chiedono sommessamente di riordinare, poi danno loro una mano (tranne Papà Pig che si attarda con George); infine, una volta ridotta di nuovo, in pochi minuti, la cameretta ad uno scenario post-apocalittico, i genitori tornano dai figli e, invece di urlare loro "RIMETTETE SUBITO TUTTO IN ORDINE, FOTTUTI VANDALI!", commentano: "Beh, almeno per qualche minuto è stata in ordine". E giù risate e ribaltamento sulla schiena. Autorevolezza sotto zero. Provate a farlo coi vostri figli, se avete nostalgia di Pietro Maso.
2. George, due anni, in cinquanta e passa episodi non è mai riuscito ad interessarsi davvero a qualcosa di diverso dal suo "dinosauo" verde. E "dinosauo" è la sua risposta a qualsiasi domanda. Un insegnante di sostegno ravvisa in questo comportamento una chiara propensione all'autismo. I genitori, però, sembrano non accorgersi minimamente di tutto questo e, con beata inconsapevolezza, lo lasciano nel suo mondo.
3. Papà Pig è un fallito. Come definire altrimenti uno che, per appendere un semplice chiodo nel muro, tira giù mezza parete? Come definire altrimenti uno che crede di sapere tutto ma in realtà non ha un minimo di senso dell'orientamento, sbaglia le previsioni ancor più di Bersani e delega qualsiasi decisione importante a Mamma Pig? La figura paterna, in Peppa Pig, è ectoplasmica a dir poco.
4. Peppa è una maialina smorfiosa e saccente, con evidenti difficoltà relazionali. Prende in giro George un episodio sì e uno no, e nell'altro gli dice "tontolone", contribuendo alla nascita dell'effetto scenico più divertente del cartoon: le lacrime "a doccia" del fratellino. Litiga in continuazione con Susy Pecora, e per fortuna che lei sarebbe la sua migliore amica: con gli altri che fa, chiama i bracconieri? Non ha il minimo rispetto per la figura paterna, né per i nonni, dai quali spesso i due maialini sono parcheggiati.
5. A proposito di questi ultimi, Nonno e Nonna Pig stravedono per i loro nipotini, e li viziano come e più dei genitori. Nonno Pig soffre di amnesie che mettono seriamente a rischio la sua convivenza sociale, come quando dimentica Peppa e compagni su un isolotto disabitato, e i genitori, invece di denunciarlo, lo osservano mentre riparte senza nemmeno essersi accorti che i loro pargoli non sono a bordo.
6. Un discorso a parte merita la Signora Coniglio, la factotum della serie, costretta a reinventarsi di volta in volta commessa, autista, vigile del fuoco, guida turistica, bigliettaia, pilota di elicottero, cassiera e fashion blogger, in un'esaltazione molto inglese del "job" e del precariato a go-go.
7. Ciò nonostante, tutti, ma proprio tutti, sono sempre fastidiosamente felici, buttandosi a ridere per qualsiasi sciocchezza succeda o per qualsiasi stupidaggine esca dalla bocca di quella mefitica porcella. Sono risate forzate, al punto che anche un bambino di 3 anni si chiede: "Ma che cosa avranno mai da ridere stavolta?". Mah, forse perché finora ce l'hanno fatta a non diventare braciole.
8. Last but not least, Peppa Pig è censurabile anche per aver riportato in auge quel terribile vocabolo che credevamo estinto da secoli: "GALOSCE". Ma qui è un problema dei nostri doppiatori che, si sa, sono i più bravi del mondo.
In conclusione, se volete che i vostri figli crescano equilibrati e consapevoli cittadini di domani, evitate Peppa Pig come la peste. Non solo vi ringrazieranno, ma mangeranno anche le salsicce più volentieri.
Riassumiamo, a beneficio dei genitori, le situazioni disfunzionali che, a lungo andare, potrebbero spingere Peppa alla strage in famiglia o, in alternativa, all'auto-macellazione:
1. I genitori, Mamma e Papà Pig, non sgridano MAI i loro figli. Il massimo che riescono a fare è un rimprovero bonario che, spesso, sfocia in una fugace presa d'atto da parte di Peppa e in una successiva risata, spesso con ribaltamento sulla schiena incluso. Ho visto Peppa e George in più episodi fare robe da chiodi, dall'infangare mezza casa al mandare in tilt il PC dove la mamma stava lavorando, dal ruttare a tavola al dare del vecchio rimbambito a Nonno Pig, e in NESSUNA di queste circostanze c'è mai stata una sanzione da parte dei genitori. Emblematico è l'episodio in cui la cameretta dei due sembra sconvolta da Katrina: prima i genitori chiedono sommessamente di riordinare, poi danno loro una mano (tranne Papà Pig che si attarda con George); infine, una volta ridotta di nuovo, in pochi minuti, la cameretta ad uno scenario post-apocalittico, i genitori tornano dai figli e, invece di urlare loro "RIMETTETE SUBITO TUTTO IN ORDINE, FOTTUTI VANDALI!", commentano: "Beh, almeno per qualche minuto è stata in ordine". E giù risate e ribaltamento sulla schiena. Autorevolezza sotto zero. Provate a farlo coi vostri figli, se avete nostalgia di Pietro Maso.
2. George, due anni, in cinquanta e passa episodi non è mai riuscito ad interessarsi davvero a qualcosa di diverso dal suo "dinosauo" verde. E "dinosauo" è la sua risposta a qualsiasi domanda. Un insegnante di sostegno ravvisa in questo comportamento una chiara propensione all'autismo. I genitori, però, sembrano non accorgersi minimamente di tutto questo e, con beata inconsapevolezza, lo lasciano nel suo mondo.
3. Papà Pig è un fallito. Come definire altrimenti uno che, per appendere un semplice chiodo nel muro, tira giù mezza parete? Come definire altrimenti uno che crede di sapere tutto ma in realtà non ha un minimo di senso dell'orientamento, sbaglia le previsioni ancor più di Bersani e delega qualsiasi decisione importante a Mamma Pig? La figura paterna, in Peppa Pig, è ectoplasmica a dir poco.
4. Peppa è una maialina smorfiosa e saccente, con evidenti difficoltà relazionali. Prende in giro George un episodio sì e uno no, e nell'altro gli dice "tontolone", contribuendo alla nascita dell'effetto scenico più divertente del cartoon: le lacrime "a doccia" del fratellino. Litiga in continuazione con Susy Pecora, e per fortuna che lei sarebbe la sua migliore amica: con gli altri che fa, chiama i bracconieri? Non ha il minimo rispetto per la figura paterna, né per i nonni, dai quali spesso i due maialini sono parcheggiati.
5. A proposito di questi ultimi, Nonno e Nonna Pig stravedono per i loro nipotini, e li viziano come e più dei genitori. Nonno Pig soffre di amnesie che mettono seriamente a rischio la sua convivenza sociale, come quando dimentica Peppa e compagni su un isolotto disabitato, e i genitori, invece di denunciarlo, lo osservano mentre riparte senza nemmeno essersi accorti che i loro pargoli non sono a bordo.
6. Un discorso a parte merita la Signora Coniglio, la factotum della serie, costretta a reinventarsi di volta in volta commessa, autista, vigile del fuoco, guida turistica, bigliettaia, pilota di elicottero, cassiera e fashion blogger, in un'esaltazione molto inglese del "job" e del precariato a go-go.
7. Ciò nonostante, tutti, ma proprio tutti, sono sempre fastidiosamente felici, buttandosi a ridere per qualsiasi sciocchezza succeda o per qualsiasi stupidaggine esca dalla bocca di quella mefitica porcella. Sono risate forzate, al punto che anche un bambino di 3 anni si chiede: "Ma che cosa avranno mai da ridere stavolta?". Mah, forse perché finora ce l'hanno fatta a non diventare braciole.
8. Last but not least, Peppa Pig è censurabile anche per aver riportato in auge quel terribile vocabolo che credevamo estinto da secoli: "GALOSCE". Ma qui è un problema dei nostri doppiatori che, si sa, sono i più bravi del mondo.
In conclusione, se volete che i vostri figli crescano equilibrati e consapevoli cittadini di domani, evitate Peppa Pig come la peste. Non solo vi ringrazieranno, ma mangeranno anche le salsicce più volentieri.
mercoledì 10 aprile 2013
Titoli truffaldini / 2
Sto leggendo un articolo su Repubblica.it intitolato "Un mondo senza pena di morte sembra sempre più vicino", sull'ultimo rapporto di Amnesty International sulle esecuzioni capitali. Poi, scorrendo l'articolo, leggo che i Paesi-boia danno dati sempre meno attendibili sul numero di uccisioni, che in 4 Paesi sono riprese le esecuzioni capitali e che negli USA il loro numero è rimasto costante rispetto al 2011.
A questo punto mi chiedo: chi devo mandare affanculo per primo? Il titolista, Repubblica.it o Amnesty?
A questo punto mi chiedo: chi devo mandare affanculo per primo? Il titolista, Repubblica.it o Amnesty?
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
Elenco blog personale
-
-
-
Rebranding3 mesi fa
-
-
-
speriamo che duri9 anni fa
-
La radio che vorrei9 anni fa
-
Polpette di spinaci e ricotta9 anni fa
-
-
nel tunnel12 anni fa
-
-
Ora delle scene mute12 anni fa
-
Luoghi (ristretti) comuni15 anni fa
-
Oggi e domani16 anni fa
-
Lettori fissi
Informazioni personali
- kutavness
- Nato nella bassa lughese, vive a Bologna e lavora a Modena. Nonostante questo progressivo spostamento dalla gaudente Romagna all'operosa Emilia, rimane di fatto un pigro fancazzista che passa le giornate a leggere blog e ad importunare gli altri su Facebook. Insomma, l'ennesimo spreco di un cervello potenzialmente brillante.
