Tra i milioni di film, ogni tanto rivedo questo.
Lascia il segno e lo consiglio.
L’eterno fascismo italiano.
Domo mea

Golfo di Tavolara, Sardegna orientale. Conosco ogni sasso di questo posto, fuori e dentro l’acqua. Tornarci é sempre una coltellata di emozioni, troppi ricordi.

In ogni caso ho giá dato disposizioni per essere sparso qui.
Note a margine – The Who 22/07/2025

La notizia della morte di Ozzy ce la danno loro, dedicando Can’t explain.
Mi legano a lui tanti ricordi, anche se per me i Black Sabbath erano Ronnie James Dio e il disco Heaven and Hell.
Però Ozzy era Ozzy cazzo, l’ho visto litigare con la security al Rolling Stone e far salire tutti, TUTTI, sul palco.
Per tutto il concerto hai la sensazione di assistere a qualcosa di epico in chiusura. Mai capitato, una sensazione strana, ci si guarda in faccia straniti. Questi qua sono su un piano diverso, quello degli Zep, dei Floyd, gente così. Daltrey e Townshend hanno centosessant’anni in due, anzi uno in più visto che Daltrey ne ha ottantuno. Vanno avanti senza fermarsi dalle dieci a mezzanotte, zero pause, vorrei sapere che minchia prendono, visto che l’età avanza. Hanno ovviamente un solido gruppo che fa il lavoro sporco, il suono è pulito, giuro cristallino, siamo a Segrate a vedere gli Who.
CIoè capite, fantascienza.
Qualche ovvio cedimento nel cantato, ma quell’altro maltratta la Fender per due ore, si sbraccia come faceva cinquant’anni fa e non si capisce come faccia a non lussarsi la spalla. Poche balle, la musica è stupenda, audio perfetto, sullo sfondo il mega schermo rimanda la loro storia.
Sul crescendo di See Me Feel Me mi commuovo sempre, ma come fai a non rabbrividire ascoltando Won’t get fooled again, Baba o’Riley e via dicendo per mezzora.
A costo di fare il vecchio acido di merda, confermo che di musica così non se ne fa più e sospetto nessuno ne farà più.
Zanzare, birrette, tshirt verde col bersaglio, tutto come da copione, solo che gli Who non li vedremo più.
No vabbeh
Robe vecchie a random
There is no dark side of the
moon really, matter of
fact, it’s all dark
Milano anno 2032
-Quando vuole tenente, è collegato, dica qualcosa per testare i livelli, parli ora.
-Mi chiamo Sergio Di Falco, la matricola la conoscete, suppongo che tutti voi abbiate un’autorizzazione per essere al corrente del mio incarico operativo.
-Va bene così tenente, siamo tutti a conoscenza di cosa fa nell’Arma.
-Ora che il vostro analizzatore di stress vocale è pronto, gradirei una spiegazione.
-Non sia sarcastico.
-Sarcastico? Perché sono stato convocato e spedito come un pacco senza preavviso alle tre del mattino?
-I motivi della sua presenza qui sono impellenti per la sicurezza nazionale.
-Prevedo la vostra sicurezza nazionale in forte dubbio dopo l’operazione di due notti fa.
-Si attenga ai fatti tenente, se possibile, siamo qui per capire.
-I fatti. Avete il rapporto, i moduli, la carta, avete tutto.
-Francamente tenente, risulta piuttosto difficoltoso immaginare.
-Intendeva dire credere.
-Non era quello che intendevo dire.
-Lasciamo perdere. Naturalmente su quel rapporto non troverete tutto.
-Si spieghi meglio, possibilmente dal principio.
-Va bene, va bene, il compitino del cazzo insomma.
-Generale, il volume dell’ultima frase.
-Lasci perdere. Tenente eviti per cortesia.
-Vorrei, se mi è concesso, risparmiare i particolari dell’indagine, non sta a me capire come siamo arrivati davanti a quella porta. Quello che posso dire è che i colleghi dell’investigativa hanno portato a termine qualcosa di straordinario, che rasenta la perfezione.
-Vada avanti.
-Lo scopo è ottenere in un preciso momento, un nome, una faccia, un luogo. Tutto perfetto, ma nel nostro mestiere siamo abituati a confrontarci con una piccola kappa la variabile che in un’equazione può cambiare l’aspetto della figura che hai costruito con pazienza, mese dopo mese, notte dopo notte, in un susseguirsi apparentemente senza fine di ricerche.
Nel nostro caso, il cervello di un assassino.
Mi sono addestrato per affrontare qualsiasi tipo di minaccia, armi, arti marziali, tiro rapido.
Nessuno insegna però ad affrontare la ferocia primordiale di un cervello il cui unico scopo è perseguire la sistematica devastazione dell’individuo, nella maniera più cruenta possibile, nessuno è in grado di farlo.
Cinque omicidi.
Avete visto le foto, siete stati sui luoghi di ritrovamento dei cadaveri.
La città è Torino.
Si presta bene, l’inverno è probabilmente il più duro per una città di quella grandezza in Italia. Freddo, nebbia, sempre e comunque neve, rallentano tutto, coinvolgono la macchina delle indagini in problemi logistici spaventosi.
Il buio nasce e prospera nelle vie, troppi angoli oscuri, il fiume, il ghiaccio, la paura.
Sembra quasi che Roberto Farnese sia stato partorito dalla città per gioco, per spostare pedine, per assaporare l’odore del sangue, per godere dei nostri sforzi sempre e comunque a vuoto.
C’è una parola chiave in questa storia, la parola è collegamento.
Per assurdo la totale MANCANZA di collegamento, tra le vittime e la loro fine.
Una casalinga, un ragazzino di dieci anni, un dirigente di banca, una prostituta, uno studente universitario. In realtà mancanza assoluta non è esatto, qualcosa accomuna questi omicidi, dal principio.
Il massacro.
Sangue, corpi smembrati, fatti a pezzi, intestini rivoltati sul pavimento, occhi strappati a forza e schiacciati sulla tappezzeria. Arti troncati, teste ritrovate impalate sulle maniglie delle porte, puro e semplice desiderio di devastazione.
Impronte precise di un corpo che si rotola nel sangue.
Vi siete mai tuffati in un prato innevato da bambini? Avete provato quella strana euforia, sapere che se anche ci si butta per terra non succederà niente, la neve attutirà il colpo.
L’impressione che i colleghi hanno avuto è quella di un bambino in preda a una gioia primordiale, assoluta. Lo stupore è totale, insomma siamo in Italia, non siamo preparati a una cosa del genere ci troviamo presto assediati dai media senza ben sapere come gestire questo caso alfa.
Poi succede qualcosa, in realtà è sfortunato più che distratto, uno dei sacchetti dentro al quale raccoglie i panni usati per l’ultima mattanza ha un difetto di fabbricazione quasi invisibile, ma sufficiente per far trovare al custode che divide la spazzatura una camicia intrisa di sangue fresco. Il custode è un ex carabiniere e la telefonata al 112 è cosa normale, in poco tempo l’appartamento viene messo sottosopra, Farnese svanisce, nel nulla.
Roberto Farnese è un geniale professore di meccanica razionale al politecnico di Torino, ottiene la cattedra a trentacinque anni perché ogni consiglio universitario è in grado di riconoscere una mente eccelsa quando l’ha di fronte.
Tecnicamente non esistono parole per definire un individuo così, è un uomo di successo, fisico allenato. Alto, bruno, occhi neri, poche donne all’interno della facoltà non desidererebbero un’avventura con lui.
Anna Lo Iacono gli apre la porta con una naturalezza disarmante, lo fa accomodare in salotto, Farnese compie un mezzo giro e le stacca parte della faccia con un attrezzo estremamente affilato. Ci mette quaranta minuti a ucciderla del tutto, le si siede sul petto estrae, supponiamo, un coltello più piccolo e comincia a lavorarsela dalla gola.
Alla fine vengono rinvenuti schizzi di sangue sul lampadario.
Non abbiamo altri esempi del genere, ma a poco a poco riprendiamo le sue tracce, passo dopo passo, giorno dopo giorno, finchè viene avvistato nel centro di Milano. I capelli lasciati crescere, la barba a spezzare l’identikit del viso, quello che lo tradisce sono gli occhi, puri come due pezzi di lava solidificata.
La donna che lo riconosce è scossa dai tremiti quando lo racconta alla pattuglia della polizia.
Tutto ricomincia da quell’avvistamento, lo seguiamo, sappiamo dove vive, sappiamo che si sta preparando a espatriare, viene fotografato mentre acquista tre grosse valige in un grande magazzino. Dopo una riunione interforze viene decisa un’azione congiunta.
Con un collega della polizia selezioniamo due elementi che assieme a noi costituiranno il team, per la prima volta il GIS si trova ad operare con i ragazzi del nucleo operativo, i NOCS.
C’è la convinzione che per un nemico speciale debba essere messa in campo una forza speciale. Il blitz viene curato nei minimi particolari, contrariamente al solito modus operandi ci viene concesso un preavviso di tre giorni, al termine dei quali siamo pronti.
L’idea è che non abbia ostaggi con sé, in realtà nessuno è sicuro di questo, nessuno ha notato niente di strano in quell’appartamento, le discrete indagini tra i vicini ci raccontano le solite cose, giornate silenziose a cui seguono nottate se possibile ancora più tranquille.
Fissiamo la data per la notte del sette aprile, tempo cronometrato per irruzione, saturazione, ricerca ed eventuale distruzione target, tre minuti.
Avete visto le planimetrie dell’appartamento, parliamo di circa duecentoquaranta metri quadri, dobbiamo entrare, disorientarlo, se possibile catturarlo, portarlo fuori il più in fretta possibile.
Abbiamo di fronte un individuo con una mente matematica, terribilmente intelligente, decisamente senza freni, di nessun tipo.
-Veniamo al blitz tenente, cerchi di essere preciso, le registrazioni audio e video ambientali dicono molto poco, abbiamo bisogno del resoconto più fedele che lei riesce a ricordare.
-Decidiamo che l’irruzione partirà dalla porta d’ingresso, non c’è modo di entrare da due punti, il palazzo ha una conformazione difficile. Impossibile calarsi senza farsi notare prima di sfondare le finestre, un elicottero è fuori discussione, troppo rumore. In pratica si parla di far saltare la vecchia porta con tre colpi di calibro dodici ai cardini e schizzare dentro. Non prevediamo particolare reazione dal soggetto ma ognuno di noi ha ben presente quello che è in grado di fare, decidiamo per una dotazione completa offensiva, niente al caso.
02.59
Quattro ombre.
Creature dell’immaginario, contorni sfuocati nel gelo di una notte senza speranza.
I custodi dei vostri muri questa volta si trasformano, scendono lungo le scale dell’inferno alla ricerca della bestia, devono farlo, quando un predatore minaccia il branco bisogna unire le forze.
E stanarlo.
Di Falco alza il pugno guantato nero, le dita compongono un secco tre, coglie i gesti nervosi, un leggero contrarsi della mascella, la mano che sistema gli occhiali antivampa, il flettersi delle falangi sul grilletto degli FN SCAR-L.
Due.
Sarigu impugna un FRANCHI SPAS 17 senza problemi, ancorato alla spalla, il busto proteso verso il cardine inferiore, iridi d’acciaio, braccia flesse ad accogliere il freddo contatto con il riot-gun, primo bossolo nella camera di sparo.
I due NOCS fanno sciabolare le torce MAGLITE agganciate ai fucili d’assalto al centro della porta di legno scrostato.
Uno.
Tempo congelato allo zero assoluto.
Un’orrida lingua di fuoco si protende verso la porta, una, due, tre volte, pallettoni BBX ad alta velocità impattano sul legno scheggiato, il risultato è prossimo a quello ottenibile con una carica di tritolo.
Semplicemente la porta crolla con uno schianto sul pianerottolo semibuio.
Il bagliore primordiale di un fuoco impossibile, granate flash, luce chimica, lampi che feriscono le retine, paralizzano qualsiasi tipo di reazione violenta.
Lo scopo è invadere qualsiasi angolo, violare, incidere, cauterizzare nel minor tempo possibile. Avanzano in mezzo a un concerto di respiri mozzati, nervosi. Avanzano perché è stato insegnato loro ad agire molto prima di pensare, puro incontrollato istinto di devastazione sistematica.
Stanze, tante, troppe.
Persiane oscurate, piccoli rumori di cose che sembrano sgattaiolare nel buio. Le ombre avanzano rasente il lungo corridoio. Le canne delle armi automatiche scrutano ogni spigolo, il soffitto è altissimo, Di Falco cerca di distinguerne la congiunzione con le pareti ma è impossibile.
Cercano di non permettere all’adrenalina di prendere il sopravvento, cercano di vedere al di là della coltre di angoscia nera che si apre di fronte a loro.
-E’ sicuro di non voler fare una pausa? Mi sembra provato.
-Mancanza di sonno, ho solo bisogno di dormire.
-Prosegua pure.
03.03
Per primo viene l’odore, NOCS numero uno barcolla visibilmente e si appoggia alla parete di sinistra. Un sottile fiato d’imprecazioni sibila dalla bocca coperta dal passamontagna nero.
Sarigu stringe il fucile in una morsa, a ogni passo fa guizzare lo sguardo, non va come avevano previsto, niente scontro a fuoco, niente urla, niente di niente.
Solo odore.
Filtra, penetra attraverso vari livelli di addestramento posti come barriera, raggiunge le paure, si apre un varco.
Le ombre si arrestano, freeze inchiodato dal panico, Di Falco scuote la testa, uomini che serrano le dita sulle armi.
Carne, carne morta, questa è carne morta.
-Tenente, a questo punto vorremmo ascoltare ancora una volta il file audio registrato dopo l’irruzione, o per lo meno la parte più comprensibile, ci sono molte cose ancora poco chiare.
-Va bene, procedete.
-Estratto ventidue, procura della repubblica di Milano, codice classificazione rosso tre, ministero degli interni. Ambientale sette.
-Sergio che cazzo succede.
-Non mi piace Francesco, dove si è cacciato?
-Tenente l’odore, santo cielo ma cos’è quest’odore di.
-Zitti cazzo, zitti tutti, lo sentite anche voi?
-Va bene ora calmi. Occhi e orecchie aperte, Francesco la vedi anche tu? Quella non è la porta che dà sul salone? Il salone centrale.
-Sì Sergio sì.
-Voglio una ripetizione precisa del maledetto sfondamento di prima, siamo d’accordo? Ci siete tutti?
-Va bene.
-Sì, sì tenente.
-CLACK. Ci sono Sergio.
-Al tre si entra, niente flash stavolta, voglio vederci subito.
-Via col ballo.
WHUUUUMP…WHUUUUMP…WHUUUUMP.
-DENTRO! DENTRO! DENTROOOOOO!
-Ma cos…OCCRISTOSANTISSIMO…sparaaaaaaaaaaaa…spara anche tu! Fallo fuori…fallo…
BHUANNNNNNNGHHHHHH
-ANDATIIIIIIIII SERGIO SONO ANDATIIIIIIII…ma da doveeeeeeee…da doveeeeeee
-Giù Francesco porcaputtana stai giùùùùùùù…ricarica, ricaricaaaaa cristo santoooooo
-ECCOLO…eccolooooo…sparaaaaaaaa…come fa Sergio…COME FA????
-Shhhhhhhhhhhhhhhh click.
-Fine sessione, estratto ventidue.
-Effettivamente mi avevano detto che era decisamente confusa come registrazione, purtroppo tenente temo che il resto spetti a lei, se desidera possiamo, qualcuno sa che ore sono? Insomma Di Falco se lei è stanco, da quanto non chiude occhio?
-Sto bene signore, come le ho già detto, prima finiamo, prima potrò provare a riposare.
-Come vuole.
-Sarigu sfonda la porta con tre colpi, esattamente come all’ingresso. La trappola è classica, un filo da pesca teso lungo lo stipite, un barattolo pieno di benzina e fosforo, un piccolo innesco elettrico. Spero che i due poliziotti siano morti prima di cominciare a sentire sfrigolare la carne. Non so per quale ragione siano entrati per primi, erano davanti, tutto lì. Ho visto il plexiglass degli occhiali colare nelle orbite, ho visto i guanti incendiarsi, li ho visti bruciare, qualche minuto dopo è cominciato.
-Cominciato?
-Quella cosa ci ha assalito.
-Si senta libero di spiegare con serenità Di Falco, qui nessuno ha intenzione di mettere in dubbio le sue parole, ci sono troppi…segni di quello che è successo.
-Segni.
03.05
Il rombo delle armi automatiche si perde nell’atmosfera fumosa di cordite, il salone è enorme, pieno di un vuoto abisso.
Corpi.
Accatastati sui mobili antichi di legno scurissimo, appesi a grossi ganci da macellaio inchiodati alle pareti, alcuni riuniti a formare curiose sculture rosse di sangue, ovunque arti strappati, violati, segni profondi di zanne acuminate.
Sarigu crolla, riesce in qualche modo a sfilarsi l’elmetto nero e il passamontagna prima di essere scosso dai conati che lo spezzano in due sul pavimento intriso di macchie rapprese.
Il tenente Sergio Di Falco sente con chiarezza scivolare via i pochi bagliori di consapevolezza, sa perfettamente che quello che si affaccia alla sua mente ha un solo nome.
Follia.
Abbassa lo sguardo e scopre la canna dell’arma percorsa da un fremito inarrestabile, si osserva una mano come se la notasse per la prima volta, l’odore è spaventoso, pervade ogni singolo centimetro della stanza. Costringe a nascondersi nella luce dei ricordi di un bambino felice. Sarigu si rannicchia in posizione fetale borbottando qualcosa, sembra non accorgersi del sangue che gli lambisce la guancia e le labbra. Di Falco cade sulle ginocchia, lo sguardo fisso sul cranio di una bambina appoggiato con noncuranza sul ripiano in mogano scuro di una cassettiera, lo SCAR alza piccoli spruzzi che si perdono nell’atmosfera umida.
-Quando avete ripreso contatto con la creatura?
-Signore non credo di riconoscere questa persona, soprattutto il suo accento.
-Non si preoccupi tenente, il capitano Gudenko collabora col ministero degli interni a questa indagine come, consulente esterno.
-Avevate il sospetto che potessimo incontrare qualcosa del genere. Voi lo sapevate, cristo santo, un russo.
-Tenente cerchi di calmarsi ora.
-Mi scusi generale, se permette.
-Va bene capitano Gudenko.
-E’ una caccia iniziata circa otto anni fa; assieme a me, lei e il suo amico Sarigu siete gli unici AL MONDO sopravvissuti ad uno scontro, come sa il sottotenente è ancora in forte stato di shock, la sua testimonianza è basilare. Dobbiamo capire in qualche modo, capire. Mi parli degli occhi.
-Non l’ho immaginato, è successo davvero.
-Sì tenente, sì.
03.07
L’ombra in ginocchio tenta in tutti i modi di arrestare la marea nera, limpide stilettate di dolore gli agganciano l’anima. Immagini rapide di massacri in ogni epoca, in ogni luogo conosciuto, l’essere apre la mente, l’uomo vede.
Semplicemente vede.
La tregua dura un attimo, solo un attimo.
Riesce a rialzarsi, le mani trovano l’impugnatura dell’arma, il raggio dell’illuminatore di nuovo puntato sull’incubo.
Il colpo arriva inaspettato, violentissimo, viene sbattuto contro la parete, all’improvviso si trova in mezzo a quei corpi in diversi stadi di decomposizione. La morte è con lui, dentro di lui, il contatto con quella carne lo precipita di nuovo nel buio, la creatura aspetta in fondo al tunnel.
E colpisce.
-Tenente ora si calmi, brigadiere, qualcosa da bere.
-E’ passato, passato.
-Di Falco, si concentri la prego, sono là fuori, spetta a noi trovare il modo di stanarli.
-Se solo, se solo le mie mani smettessero di tremare.
-Può ripetere? Brigadiere il microfono del tenente è basso, per favore.
03.10
Almeno un paio di costole rotte regalano continue fitte lancinanti al centro del petto, il flat-jacket assolutamente inadeguato a ricevere un colpo di una potenza del genere. L’ombra raggomitolata su sé stessa emette dei rantoli sottili, con fatica si appoggia alla parete e comincia a cercare nel buio l’arma automatica, poi all’improvviso lo vede.
I lucidi capelli neri poggiano sulle spalle atletiche, il taglio degli occhi leggermente a mandorla conferisce al viso della bestia un che di grottesco, di sbagliato.
La cosa che una volta era Roberto Farnese è in piedi in mezzo al salone, torreggia su di lui dal suo metro e novanta, è nuda, il corpo ricoperto di simboli tracciati col sangue, sorride, con noncuranza si scosta una ciocca dagli occhi, respira a fondo l’aria viziata della stanza, il petto muscoloso si alza e si abbassa lentamente.
Penetra.
Lo solleva con una facilità sconcertante inchiodandolo al muro, il carabiniere prova a muoversi ma una forza spaventosa lo costringe ad alzare lo sguardo sull’orrore senza fine.
Il viso del professore non esiste più, al suo posto due file di zanne giallastre colano bava lungo il collo e sul petto, l’alito fetido di carne morta gli inonda la faccia ad ogni respiro.
La morte è questa.
È sereno, ha combattuto, ha perso, ma è sereno, è pronto per abbandonarsi, ora di andare.
Reggendolo con un braccio solo la creatura arretra la spalla per affondare il colpo decisivo, Di Falco riesce a scorgere lunghi speroni artigliati che ricoprono la mano e l’avambraccio macchiato di sangue e resti di carne umana.
Chiude gli occhi.
L’urlo spaventoso sale alto lungo le pareti.
Il tenente si ritrova per terra ancora tra i corpi mentre il mostro si gira di scatto urlando di dolore.
Francesco tiene il pugnale da combattimento a due mani, spinge contro la base del collo con tutte le forze, spruzzi di una sostanza nauseabonda rischiano di soffocarlo, è costretto a fare un passo indietro lasciando conficcata la lama.
Con uno scatto violento la creatura lo colpisce al centro del petto, rosse strisce si aprono appena sotto la gola dell’uomo che piomba sul pavimento come un sacco di stracci. Torna a fronteggiare l’ufficiale ma trova un oggetto allungato che gli penetra le fauci. Lo scatto è fortissimo, le mascelle deformate fino all’inverosimile si serrano sui polsi di Di Falco che sente le zanne scavargli la carne fino alle ossa.
L’uomo apre gli occhi annaspando aria per il dolore disumano, le iridi nerissime si aprono ancora su di lui, oceani roventi di dolore infinito gli incendiano il petto, grosse lacrime solcano le guance.
Tira il grilletto della Beretta Cougar 45 ACP, ascolta il suono delle ossa del mostro che scoppiano come palloncini, continua a piantare pallottole blindate in quel cranio mostruoso fino a polverizzarne i nervi, i legamenti, le mascelle, il cervello.
Si ferma solo quando tutti i dodici proiettili si sono aperti la strada nella carne fetida e le zanne gli lasciano libere le mani.
-Ha cacciato in gola a quella cosa un caricatore completo?
-Sì capitano, suppongo sia stato un riflesso condizionato dalla morsa, in pratica si è sparato da solo.
-Io non credo tenente, penso che lei abbia resistito.
-Non so cosa sia stato capitano Gudenko, forse solo furia.
-Ha notato il momento in cui la creatura è mutata? Nei tratti fisici intendo?
-No, quando abbiamo fatto irruzione ed è scoppiata la bomba era già…insomma aveva…quelle cose lungo le braccia, le zanne e tutto il resto e si muoveva a una velocità pazzesca.
-Capisco, se non le dispiace avrei qualche ultima domanda da farle, magari davanti a un bicchiere, se è possibile offrirle una vodka decente in questa città.
-Capitano, non credo che il tenente.
-Nessun problema signore, se per lei va bene passerei prima dall’ospedale per sapere di Francesco.
-Non è stanco? Non vuole dormire?
-Credo che troverò quello che ha da dire il capitano più interessante di una dormita, vero capitano?
-Mi chiami Jaak tenente, solo Jaak.
-E lei Sergio.
L’uomo conosce l’abisso.
Per tutta la notte ho cercato di raccontargli meglio che potevo delle cose vive, abbiamo bevuto, gli ho parlato di Arkady. Ha capito.
I suoi occhi non ridono più.
Capitano Jaak Gudenko, unità sette, dieci aprile duemilatrentadue, fine registrazione.
Ritorno a Kabul
L’uomo nel video è inequivocabilmente Denzel Washington.
Impugna una bottiglia di Jack Daniel’s che ha intenzione di finire. Intorno, nella stanza, una luce soffusa dal sapore tropicale, fuori attraverso il chiaroscuro, vampe cattive di tempesta caraibica.
Tuoni.
Denzel è alcolizzato, si capisce dalle mani che gli tremano, dalle labbra secche, da come guarda un calibro nove che si rigira tra le dita.
Ha la testa piena di voci, di urla, si capisce bene anche questo.
Il telecomando è un oggetto preciso, multicolore, peso bilanciato, ergonomico, pieghe sottili.
Accarezzando la superficie setosa della plastica dura le zigrinature impresse a caldo s’impigliano nei calli delle mani, il telecomando saltella leggermente e mi cade.
Denzel osserva dalla finestra, la bottiglia va in frantumi.
Il temporale aumenta d’intensità.
Conoscete il gesto, mani aperte applicate al viso, lento percorrere verso l’alto, barba lunga, zigomi, occhi, fronte, capelli all’indietro.
Non le conto più, le volte, ma ad ogni passata spero di riuscire a scorgere qualcosa di diverso, stampato dietro le retine.
Denzel ora è all’aperto, sotto l’acqua che scroscia.
– Sei un patetico cliché.
Ripeto ad alta voce, poi apro la bottiglia di bourbon.
L’M113 sferraglia convinto lungo Khwaja Rawash, stipati all’interno del bestione possiamo solo invidiare il mitragliere appollaiato in cima al cingolato, le mani serrate al sistema d’arma, gli occhi che guizzano in cerca di una possibile minaccia.
Dentro, sotto l’urto dei quaranta gradi, infagottati nelle mimetiche fuori ordinanza, i visi coperti dalle kefia o più semplicemente dai cappucci neri, proviamo a resistere all’impulso di esplodere dal portellone come tappi di spumante.
Pattugliamento operativo della zona aeroportuale, noi quattro del GOI, due lagunari dell’esercito.
Il trasporto si blocca di colpo, gli intercom gracchiano, qualcuno sbatte contro le paratie soffocando una bestemmia.
– Possibile contatto.
Un caporale spalanca la pesante porta d’acciaio, ci catapultiamo fuori armi in pugno e il sole aggredisce le pupille, la marea di braccia alzate pare un campo di grano battuto dal vento.
Bambini.
Coperti di stracci, in corsa convulsa verso di noi, urlando, ridendo, le mani tese, i piedi nudi che sollevano l’onnipresente polverone.
Il lagunare si gira.
– Tenente dio bon, che si fa.
Sorrido, venticinque, ventisette anni.
– Suggerirei caramelle, lei?
Si mette l’AR in spalla e solleva uno scricciolo scheletrico, poi gli mette tra le mani un paio di barrette energetiche ai cereali, lo scricciolo salta in terra e corre via urlando il suo personale trionfo.
– Le prime vittime, donne e bambini.
– Sempre loro, sempre e solo loro.
Marco, primo capo, il migliore del suo corso su a Spezia.
– Ti sentisse George doubleU.
– Troppo occupato a scegliere il ferro giusto per un bunker, nel suo ranch.
– E noi qui a fare il lavoro sporco per lui.
Getto una manciata di Golia tra i bambini, il polverone aumenta in maniera esponenziale. In lontananza un bagliore di vetro, accompagno il respiro con un sussurro.
– Copertura.
Svaniscono all’istante come fantasmi, vivono la paura, la RESPIRANO. Tutto questo molto prima di noi.
Ci appostiamo al riparo del trasporto truppe, sono quattro mezzi, due blindi pesanti e due jeep, le bandierine spiccano sulle antenne radio.
Francesi.
Quarto bicchiere ricolmo di liquido ambrato, percorso in rapida progressione, la bocca comincia a puzzare di acido, lingua impastata, riflessi che svaniscono.
Denzel è ferito dopo aver tentato di sventare il rapimento di una bambina, lo accusano di essere uno dei complici, programma la vendetta.
Ridacchio soddisfatto, giusto per sentire la mia voce distorta, non c’è proprio niente da ridere tutte le voci occupano la loro casella, ordinate, precise, quasi marziali.
Tutte le voci tornano a turno e vengono a bussare dal retro, anticipando di un soffio i visi, gli occhi, le mani, la carne.
Ancora un altro bicchiere.
Hanno occhialoni neri Carrera, lunghi scialli arabi attorcigliati alla faccia e alla testa alla maniera dei Tuareg, mimetiche e anfibi leggeri, perfettamente adatti al clima.
Sono nati per combattere nel deserto, loro qui ci sguazzano.
Legionari.
Faccio il saluto a un capitano e azzardo un improbabile francese.
– Bonjour capitain.
Si alza gli occhiali, ha uno sguardo tagliente, verdegrigio.
– Tenente. Siete CONSUBIN vero?
– Splendido, un italiano, chissà perché tendo sempre a dimenticare quello “Straniera” dopo Legione. Sì capitano, noi quattro della marina, loro fucilieri della Serenissima.
Pare sorpreso.
– Truppe da sbarco? Che ci fate qui caporale? Non vedo paludi o canneti.
Il ragazzo non prende bene il vago sberleffo del legionario italiano.
– Andiamo ovunque ci sia bisogno di servire il nostro paese, almeno noi ne abbiamo uno certo.
Va oltre e intervengo prima che la situazione degeneri.
– Caporale le ricordo che sta parlando a un suo superiore.
– Si rilassi tenente, il ragazzo ha più o meno ragione, che ne dice di un goccetto di tregua.
– Ho paura che il gruppo sia messo male in fatto di superalcolici.
– Lei ha due veneti in squadra e neanche un goccio di grappa? L’esercito italiano è cambiato.
Seconda bruciante occhiata del fuciliere.
– Va bene. Guillaume! Cognac, vite!
Un mastodontico sergente si avvicina reggendo una fiaschetta metallica. Il capitano sorride.
– Un po’ di sapore di Francia in questo delirio.
La prima sorsata mi riempie di calore, il liquore scende che è una meraviglia.
– Cosa le sembra tenente?
Passo la fiasca ai ragazzi che apprezzano, i serenissimi storcono il naso ma marcano la presenza.
– Ottimo capitano, davvero ottimo, tipico della Legione procurare Cognac ai suoi soldati in mezzo al deserto, n’est pas?
Si riappropria del liquore.
– Già, la tradizione e l’honneur prima di tutto. Mi dica, come vi sembra la situazione qui.
Non ho intenzione di sprecare giri di parole.
– Tutto questo è inutile, la gente vive nel medioevo, passano le giornate a schivare le pallottole di una tribù rivale o delle guardie coraniche del cazzo. Quando ce ne saremo andati ripiomberanno nel loro quotidiano.
– Una visione geopolitica singolare, ma efficace, senza dubbio.
– Mi dica capitano, il suo governo non è contrario anche a questo intervento, oltre che all’Iraq?
– Touchè tenente, spesso gli stati hanno due facce e questo è un fatto.
Qualcosa attira l’attenzione di tutti, qualcosa in fondo alla via.
Denzel si regala il massacro annunciato, una macchina di morte finalmente libera.
Spengo il televisore, i pixel friggono per una frazione di secondo, il livello del liquido nella bottiglia è appena al di sotto della metà.
Dov’è finito tutto quel mare che avevamo dentro.
La voglia di bucare il tramonto sui gommoni, indossare le bombole e svanire.
Dove.
Noi, gli incursori del gruppo operativo, credevamo di essere parte di un ristretto circolo di eroi, il meglio del meglio, quelli di Spezia.
Gli eroi muoiono all’alba soli come cani.
Il calibro nove pare pesare una tonnellata, per l’ennesima volta scivola nella camera di sparo della Beretta scarrellata.
Scatto del meccanismo, canna in bocca a due mani in attesa dello sparo.
Forza Denzel premi questo cazzo di grilletto, fallo.
La figura avanza barcollando solo un po’.
Il calore mischia i contorni, il tempo contrae il respiro del mondo, fotogrammi rallentati di un divenire già visto.
Inevitabilmente la prima parola del legionario è un secco “merd” seguito da un gesto imperioso verso il sergente, il sottufficiale si precipita con la radio.
Fatico a mettere insieme i pensieri.
Lo scricciolo avanza deciso, le braccia scheletriche sollevate sopra la testa, i piedi nudi, i calzoni di tela leggera strappata e niente altro.
Sette, otto anni al massimo.
Mi giro verso Marco, lo trovo accartocciato dietro al portellone del blindato, l’occhio destro sulla focale dello Steyr, nocche sbiancate, mascella contratta.
Uno dei due lagunari è rimasto al mio fianco e balbetta.
– Cristodio, cristodiddio, che si fa tenente, che si fa.
Scricciolo è ad una cinquantina di metri, a questa distanza la cintura di esplosivo si distingue nettamente. La mano destra impugna un interruttore a chiusura, nella sinistra la barretta ai cereali.
– Tenente, tenente!
Il legionario si sbraccia, vado verso di lui galleggiando in una bolla attutita.
– I miei superiori se ne lavano le mani, il comando è suo, mi sente? La decisione spetta a lei!
Piccoli occhi neri come il carbone, carnagione olivastra, peserà si e no venti chili.
– Decisione? Quale decisione?
Avanza sorridendo, passo dopo passo, le braccia sempre in alto.
– Quello è C4, li vede tutti gli altri bambini intorno? Li vede?
Li vedo, percepisco i loro respiri, le loro occhiate, vorrei urlare, inventare una magia e farli svanire in un solo rapidissimo istante, vorrei.
Ma lui è a trenta metri e ora il pollice è nettamente sul meccanismo.
Essere, divenire fluido silenzioso, muoversi ben prima che i pensieri giungano alle terminazioni nervose.
Questo ci viene insegnato.
Il fucile d’assalto scivola in un solo movimento, puro riflesso coordinato.
Premi questo cazzo di grilletto.
Il temporale scandisce il battere delle tempie con poderose scariche elettriche, scagliare la bottiglia contro la parete ha lasciato un arabesco di schizzi che lambiscono il soffitto. In piedi, davanti alla finestra, osservo la pioggia mutare in grandine, abbattersi sui pochi passanti che non hanno ancora trovato riparo.
Nella destra la pistola di ordinanza, nella sinistra la comunicazione dello stato maggiore, poche parole infarcite di burocrazia in tinta mimetica.
Frasi che parlano di onorificenza conferita, estrema freddezza nella salvaguardia del personale militare e dei civili presenti, frasi che ordinano il ritorno al servizio attivo.
Penso a colui che ha confezionato quel vestito di morte, che si sarà accosciato per farlo indossare, penso a un sorriso fiducioso, pochi passi nella polvere.
Appoggio la Beretta sul tavolo e mi prendo la testa tra le mani, ora il pulsare si è trasformato in un sordo crampo luminoso.
Tornare a Kabul, perché i bambini non debbano aver bisogno di eroi.
Questo signore qui.

Ha trentasette anni e la faccia di quello che col grembiule ti passa il panino con la salamella alla festa dell’Unità. Questa sera, per me, questo signore è l’emblema della sofferenza eroica, di chi è stato schifato da sempre e, permettetemi l’azzardo, degli ultimi. Il calcio è tante cose, sicuramente troppe, ma queste sere ripagano e io spero sempre che, in fondo, alcune squadre abbiamo una morale diversa. Una l’abbiamo ricordata qualche giorno fa. Quella che invece da sempre fa parte di me, dopo questa sera, verrà ricordata per sempre
C’è solo l’Inter.
Today’s the day
Da lunedì tutto diverso.
Forse e dico forse, dovrei appendere scarponi e guanti al chiodo. Ho bisogno di bere qualcosa di forte.
Il volto della pioggia
I was born on fire
baptized in sweat
i walk alone when the sun sets
my heart is hard and my blood is cold
from getting kicked in the teeth
Dopo
-Non è così. Milano non è così, non può.
Le gocce precipitano simili a proiettili d’artiglieria campale sulle macchine accatastate, sfregiate, distorte.
La fiammata dello zippo nasce tra le mani incurante della tempesta tiepida; torno a osservare l’uomo incatenato all’enorme semiasse del rimorchio arrugginito di un bisonte d’acciaio, defunto da tempo.
Continua a scuotere la testa perplesso e a ripetere come un disco rotto, non è Milano, non è Milano. Le gocce scavano solchi nel fango, piccoli canali naturali rivolano tra le gambe distese, gli lambiscono i piedi.
Scalzi.
Prima
La fioca luminescenza dei pixel riempie lo sguardo macchiato di eyeliner, dita smaltate battono sui tasti velocemente mentre una piccola piega nervosa incornicia la bocca sottile.
Con un gesto secco sposta una ciocca di capelli biondi dalla fronte, le parole scorrono sul monitor come piccoli insetti impazziti.
Le solite quattro chiacchiere, cazzate su quanto guadagnano, su come scopano, sul culetto tondo, modellato a forza di bisturi e chilometri nelle strade.
Accende l’ennesima sigaretta e socchiude le palpebre, il fumo invade l’umida penombra della stanza, gocce di sudore sfidano la forza di gravità improvvisando equilibrismi sulla liscia convessità del mento.
Milena fa volare le mani sulla tastiera, ha comprato il computer qualche mese fa su consiglio di un’amica italiana e si è scoperta appassionata del web, le piacerebbe che sua madre potesse vederla ora, quasi simile a un’impiegata di quelle che le piacevano tanto, lungo i viali di San Paolo, con i tailleur stretti.
Milena alza sei, settemila euro al mese vendendo il corpo da abile commerciante, ha scoperto che agli italiani piace passare un po’ di tempo con la sua carne sfilata, i seni riempiti a regola d’arte da una resina polimerica anallergica, col suo piccolo pene perfettamente funzionante, maschio/femmina, fai la tua scelta non resterai deluso.
Chiudi sessione, arresta sistema.
Si alza facendo frusciare la camicia da notte di seta cruda rosa, i tacchi a spillo dei sandali stringati infieriscono sulle caviglie sottili, ogni pacco deve avere una confezione regalo, quella è la sua.
Lo specchio fissato a fianco del letto matrimoniale rimanda un’immagine slanciata, capelli mossi biondo/rossicci precipitano sulla schiena fino all’osso sacro, braccialetti d’argento tintinnano al polso sinistro, ancora quella vena sul bicipite.
Qualche cliente si è lamentato dell’eccessiva definizione dei muscoli delle braccia, troppo maschile, poco morbida, poco donna.
Si fottano, lei è magra, si fotta anche la piega dura della mascella, è un regalo di suo padre, che quando contraeva i denti prima di prenderla a cinghiate scolpiva un profilo classico, da divo del cinema americano.
La suoneria del cellulare la fa sobbalzare, persa in una curiosa voragine di ricordi virata a un blu mare chiaro, spiagge bianche, musica e miseria nera.
La voce mi esce decisa, leggermente roca di sigarette forti e liquore.
-Ciao bionda, ti ho vista sul sito.
Un leggero brivido comincia a risalirle la spina dorsale, chiude gli occhi, cerca le parole per quell’uomo forte.
-Amore che bella voce che hai, ti piacciono le foto?
Reagisco uno spruzzo d’acido puro, scintillante.
-Non chiamarmi amore. Quanto vuoi per una cosa tranquilla, senza fretta.
Adesso il brivido si è tramutato in una vera sirena d’allarme che spezza il buio di un mare in tempesta.
-Scusami, non so se sono libera magari prova a richiamare fra un po’.
Rido e la risata sincera tintinna attraverso gli impulsi elettronici scagliati dal satellite.
-Dai su, non mi dirai che ti ho messo paura, è un periodo difficile, insomma speravo di distrarmi un po’ con te questo pomeriggio. Coraggio non faccio problemi di soldi e magari ci scappa qualche regalino extra quando sono lì.
Le unghie battono leggermente sul comodino, un piccolo tictic ovattato, sospira, il fumo crea riflessi azzurri nella penombra.
-Va bene allora, diciamo che sono centocinquanta se ti va.
-Ok, dove stai?
-Zona Sempione, quando sei nei paraggi richiama e ti dico l’indirizzo esatto.
Una leggera pausa.
-Allora a fra poco.
Odia lo specchio del bagno, il neon montato in una plafoniera smaltata le dà un’aria malata, verdastra. Non c’è rimedio, quella luce malinconica in fondo alle iridi chiare non se ne va, evita sempre di guardare negli occhi il padrone di casa quando chiede l’affitto, ha sempre paura che voglia approfittare di quella debolezza.
Sguardo, triste, indifeso. Merda!
La stanza è pulitissima, ci tiene molto che il cliente possa ricordare servizi igienici immacolati, sua madre passava le ore con la schiena piegata sulle mattonelle sbeccate, rideva, mentre l’odore dei fagioli sul fuoco riempiva la casa.
Prova a sorridere ma è una giornata strana, fradicia di pioggia malata. Milano è avvinghiata a un terribile effetto serra che la trasforma in un’immensa pozzanghera lercia, scirocco teso a spazzare le vie, gocce pesanti che scavano le ossa fino in fondo.
Per la seconda volta il telefono strappa un’imprecazione leggera.
-Sono io, allora?
Ancora in tempo, ancora in tempo.
-Via Bertini, al quattro, quando sei davanti al cancello fammi uno squillo e ti apro, secondo piano.
Click.
Non ha neanche risposto deve avere proprio voglia di vederla, le labbra s’incurvano leggermente.
Apre in un soffio il cassetto del comodino, il rasoio da barbiere è sempre lì, ben affilato, il manico d’osso scuro dà sicurezza anche se non l’ha mai usato.
Cellulare, altro brivido, ti vuoi calmare o no? Schiaccia il pulsante del portone.
Ultimo sguardo in giro, la camera è in ordine, il copriletto a fiori ben stirato ha qualche traccia di bruciatura di sigaretta, ma non si può avere tutto.
Si avvicina alla porta e la socchiude, i passi sono rapidi su per le scale, una falcata atletica.
È alto, bruno, gli occhi grigi lontani, sorride ma il sorriso non raggiunge mai quei due pezzi d’acciaio, naso pronunciato e pizzetto spruzzato di grigio.
La osservo con calma, ha paura, non puoi non avere paura facendo un mestiere del genere.
-Sei davvero bellissima, le foto non sono truccate.
Milena si rilassa un po’, un cliente, solo un normale cliente.
-Vieni.
Mi prende per mano e va verso il letto, si siede e comincia ad accarezzarsi l’inguine e il seno. Mi sorride.
-Dai spogliati, sei carino.
La blocco.
-Fermati.
Rabbrividisce, faccio guizzare lo sguardo lungo la stanza, professionale, sicuro, le volto le spalle, lei stringe il copriletto in una morsa di ferro.
L’automatica nera spunta dalla cintura dei pantaloni, un oggetto tozzo, minaccioso. È il momento, mi avvicino lentamente e le siedo di fronte, una piccola poltrona di velluto.
-Dobbiamo parlare.
Ha un guizzo nervoso.
-Non farmi male, non farmi male, te li do i soldi, te li do.
È un movimento fluido, controllato, estraggo un piccolo astuccio di cuoio.
-Sono l’ispettore Marco Novelli. Abbiamo bisogno di te.
Soffoca un’esclamazione sorpresa, uno sbirro, un maledetto sbirro.
Liscio la barba e guardo attorno ancora una volta, occhi da rapace, inflessibili.
Tornano a posarsi su di lei.
-Vincenzo Ravasi.
-Non…non so chi.
Appare dal nulla, un flash colorato intriso di dolore e disprezzo. Lo schiaffo la manda a scivolare lungo la sponda del letto, i tacchi s’impigliano nel tappetino di lana grezza, tirano i fili colorati. Non ho tempo da perdere.
-Tutta l’Italia sa chi è, non prendermi per il culo.
Milena sente la goccia scivolare sulle labbra, molto prima di vederla impiastricciata sul dorso della mano percepisce il sapore rosso, caldo.
Accendo due Chesterfield e gliene porgo una assieme a un fazzoletto di carta, ricomincio a parlare impassibile, lontano.
-Pare che abbia una passione per voi, a volte suoi emissari ne contattano una e la portano bendata in uno dei suoi rifugi, lui ci si diverte, paga e amici come prima.
Una piccola speranza, un appiglio leggerissimo.
-Ma chissà dove sarà ora e poi non conosco nessun emissario.
Il ghigno da lupo le provoca una brutta sensazione di ghiaccio addosso.
-Ce l’abbiamo noi quel nome e ti assicuro che non è stato facile ottenerlo, qualcuno si è dovuto sporcare parecchio. Il problema è che non possiamo semplicemente seguirlo, tutto avviene troppo velocemente dobbiamo avere qualcuno all’interno.
Non è una domanda è semplicemente un’affermazione, lei sente il cuore perdere un paio di battiti mentre prova a familiarizzare con l’idea.
-Io.
Mi alzo all’improvviso e ricomincio a passeggiare nella camera, ogni tanto un soprammobile colpisce la mia attenzione.
-Il tuo nome è uscito dall’agenda di uno spaccia che mi deve un paio di grossi favori.
Mi avvicino accosciandomi, la scavo in fondo è il mio mestiere. Quel nome che aveva provato in tutti i modi a scordare ora le sale alle labbra come dotato di vita propria.
-Guido, Guido Tedeschi.
-Ottima memoria e prima che tu possa dire che lo conosci appena, chi mi dice che tu non sia implicata nei traffici chimici dell’amico tossico?
Fregata, inchiodata, chiusa in una cella senza via di scampo, niente speranza, niente di niente. Tutto per colpa di quel maledetto che ogni tanto le forniva un po’ di coca per i momenti bui. Deve provare comunque a dettare delle condizioni, non può arrendersi così.
-Se lo faccio voglio che mi cancelliate da qualsiasi cazzo di lista nera. Non voglio più visite.
La risatina sprezzante, da sbirro.
-Va bene, hai la mia parola, nessun’altra visita.
Si alza e prima che possa dire qualcosa ho due banconote verdi tra le mani.
-Non avevamo detto centocinquanta?
Ora le piaccio.
-Avevamo anche parlato di un regalino extra.
Allunga un braccio ma prima di riuscire a afferrare i soldi si ritrova a fissarmi ancora negli occhi, il polso serrato in una morsa. Il respiro le muore in gola, la tratto come se stessi lavorando un pezzo di carne con un coltello affilato.
In fondo la situazione non è molto diversa.
-I soldi per ora te li sei guadagnati, prova a farmi qualche scherzo e il chirurgo plastico la prossima volta avrà ben poco da ricostruire.
Annaspa come un burattino sfiancato.
-Lasciami, ti prego mi fai male.
ADESSO sono soddisfatto.
-Bene, ricordatelo.
Fuori è la città
Apro l’Alfa e siedo al posto di guida inforcando gli Oakley a specchio, la Beretta sul sedile del passeggero, fondina slacciata. Collego all’auto il cellulare, un leggero soffio alza una grandinata di goccioline in sospensione, poi Sinatra intona This town e il sorriso si distende.
I fiati ci danno dentro alla grande, canticchio pezzi della canzone ma una chiamata mi strappa alla visione dell’arco in fondo a corso Sempione. Un’unica parete di nuvole solide invade l’orizzonte del parco, il traffico dell’ora di punta si fa pesante.
-Novelli.
L’uomo non fa niente per mimetizzare il disprezzo.
-Dove cazzo sei sbirro.
-Felice di sentirti Gregor, hai sempre quel tocco leggero tipo pulizia etnica che ti riempie di fascino slavo.
-Vaffanculo poliziotto, come va il lavoro.
Stringo il volante di legno lucido Sinatra è passato a Somethin’ stupid, quella canzone mi ricorda la mia ex moglie.
-Il lavoro procede, tu piuttosto hai fatto la tua parte?
Un grugnito pesante.
-I bambini sono all’asilo poliziotto, tutti quanti.
Bambini, Gregor Dusan ex membro delle forze speciali del compianto presidente Milosevic non può fare a meno di atteggiarsi a super agente segreto, con conseguente codice per le telefonate.
-Sei proprio un coglione Gregor, parlami della squadra.
Ringhia, incredibile come gli venga naturale, come un mastino intrappolato in un corpo umano.
-Io e due ragazzi fidati, montanari albanesi, palle d’acciaio.
Uno scroscio violento d’acqua s’infrange sul parabrezza, la musica scivola lenta, sono assolutamente sicuro che non smetterà mai più di piovere, i passanti indossano spessi pastrani gommati, il coefficiente di acidità dell’acqua che precipita dal cielo è pericolosamente vicino al danno cutaneo.
-E con i miei in tutto siamo sei, spero che i tuoi balordi non combinino qualche casino, sarebbe davvero disdicevole.
Il tono di voce ammette ben poche repliche, Dusan inghiotte veleno ma sa che lo tengo al guinzaglio.
-Non ti preoccupare sbirro, aspetto notizie.
Mette giù senza dire altro e io torno a osservare i fanali che bucano il muro di pioggia. Attraverso il parco della triennale, le collinette erbose hanno un colore giallastro, grosse macchie di fango scavato segnalano i punti più colpiti dal veleno.
Summer wind sottile come la carezza di un bambino, in Cadorna la pioggia è riuscita in qualche modo a sciogliere la vernice colorata dell’enorme ago piantato nel culo del piazzale. Il risultato è un guazzabuglio di colori impossibili, striature verde marcio, passanti che corrono al riparo delle pensiline della stazione nord, mendicanti slavi coperti di stracci corrosi.
Eccola qui, Milano.
L’auto corre verso i navigli, mi chiedo come sia possibile che l’essere umano si abitui a tutto, l’inquinamento, la miseria nera, le piogge a PH estremo, gli attentati degli integralisti religiosi.
I poliziotti corrotti.
Un ghigno leggero, quelli sono sempre esistiti, fin da quando a un gruppo di ominidi è stato dato il potere di far rispettare le leggi della comunità. In fondo arrotondare il misero stipendio del ministero degli interni fa parte dell’economia del libero scambio commerciale, puttane e droga sono merce richiestissima.
Domanda, offerta.
In quest’ottica, la difesa del mercato e delle regole rientra nei diritti e nei doveri di un imprenditore moderno. Un investimento va fatto fruttare e difeso strenuamente dalla concorrenza.
Parcheggio lungo l’Alzaia naviglio grande, la radio gracchia una volta il mio codice d’intervento, teoricamente sono in servizio per ancora una mezz’ora.
Spengo rapidamente e indosso il parka, quando sono ben coperto arraffo la pistola, accendo una sigaretta ed esco nell’aria umida, di fronte a me l’insegna del Salamander splende di riflessi anodizzati.
L’uomo è seduto al banco, quattro shots di tequila ambrata di cui tre vuoti appoggiati sulla lastra d’acciaio satinato, una Sig Sauer infilata nella cintola dietro la schiena fa capolino a ogni sorso, nessuno sembra farci caso.
Appena mi vede solleva il bicchiere in un brindisi muto, faccio segno alla ragazza alle spine e mi accomodo sullo sgabello a fianco dell’uomo.
La tipa è truccata con uno spesso strato di cipria bianca, occhi bordati neri, denti ricoperti di resina nera, labbra viola, neo gotici, neo dark, neo che cazzo ne so.
-Scotch liscio, single malt.
Si allontana con un grugnito.
-Sempre fedele alle tradizioni Novelli?
Mi passo le mani sulla faccia, qualche goccia è scivolata dal parka e brucia leggermente la fronte.
-Di sicuro meglio di quella merda messicana.
Valerio Colombo, sovrintendente capo, ex membro del NOCS, rispedito di pattuglia dopo che quattro minorenni albanesi della sua scuderia si erano fatte convincere dagli affari interni a fargli il servizio.
Inutile dire che dopo un periodo di sospensione Colombo aveva ripreso il lavoro e delle puttane non si era più saputo nulla.
Il Glendullan va giù che è un piacere, assaporo per un attimo l’aroma secco di torba. Lo sbirro mi richiama alla realtà.
-Allora? Per quand’è?
Al sodo, subito, da perfetto uomo d’azione.
-Gregor è pronto, il pacchetto regalo teso al punto giusto, non ci resta che.
L’uomo barcolla all’ingresso del locale visibilmente alterato, le unghie ingiallite danzano un balletto di scatti nervosi, prova a trascinarsi verso di noi ma un enorme buttafuori lo intercetta al volo.
-Guarda guarda, parli del diavolo e spuntano le vene.
Ci avviciniamo mentre Tedeschi s’impegna a liberarsi dalla stretta del giovane palestrato, un tentativo oltremodo patetico.
Appoggio una mano sulla spalla del ragazzo, sembra di toccare una superficie di legno tiepida.
-Giulio, lascia questa feccia a noi, fatti un drink alla nostra salute.
Si gira e gli infilo dieci euro nel gilet di pelle zebrata, annuisce regalando uno sguardo spento di steroidi abusati.
Trasciniamo il rifiuto al cesso, i piedi sfiorano il pavimento di plastica traslucida, pochissimi sguardi seguono i nostri movimenti.
Colombo lo spinge contro il muro dietro la porta mentre blocco l’ingresso. Estrae l’automatica e con l’altra mano stringe il collo. Una macchia di urina si allarga sul pavimento, il poliziotto sembra non farci caso e comincia a far andare su e giù la canna della pistola indicando la faccia dell’uomo.
-Avanti da bravo, avanti, apri la bocca, apri su, non vorrai mica che ti frantumi quei quattro denti che ti sono rimasti no? Apri la bocca su.
Il tossico si divincola, Valerio picchia duro nei testicoli e quando lui si affloscia in avanti spalancando la bocca gli fotte la gola con l’acciaio brunito della pistola.
Tocca a me.
-Quante volte ti abbiamo detto che non devi cercarci nei locali? Quante volte?
-Gfhì, gfh
-Ma nonostante tutto continui a farlo, caro mio mi sa che stavolta mi sono proprio rotto le palle.
-Gmn….mn.
Colombo si gira verso di me.
-Pensi che abbia qualcosa d’importante da dirci?
-Lo spero per lui, leva dai.
Estrae la canna e la ripulisce sull’impermeabile stracciato del drogato. Lo prendo per le orecchie trascinandolo al centro della stanza, una ginocchiata allo sterno è sufficiente per farlo crollare sul pavimento fradicio, è il mio turno e la Beretta danza nella destra come dotata di vita propria. Punto alla nuca facendo in modo che la pressione sia dolorosa.
-Ora di parlare verme e che siano buone notizie.
Sputa un bolo di sangue e catarro, è ridotto a uno straccio, sussulta senza fiato, probabilmente sta per avere una crisi d’astinenza.
-Il…il pacco è in viaggio, il mio amico dice che sarà a casa questa sera, fra…fra un paio d’ore insomma.
Gli allungo una scarpata al costato, sbatte la testa contro un lavandino e si accartoccia in posizione fetale. Mi avvicino, respirando crea delle bollicine di saliva rossastra sul pavimento.
-Sai benissimo che non è questo che voglio, siamo pronti da mesi per questa serata, dimmi del tuo amico, lo farà?
Colombo schizza in avanti, una coppia perfetta.
-Fammelo seccare Marco, liberiamo la civiltà occidentale da questa merda putrida, gli pianto una cazzo di calibro nove in testa.
La larva ha un sussulto.
-Nnoo, vi prego, no…lo farà, me l’ha promesso, lo farà.
-Bene, pare che tu non sia del tutto inutile dopotutto.
Un’occhiata al poliziotto alla mia sinistra, si piazza sulla porta di schiena, torno a girarmi verso il tossico, lo aiuto a rimettersi in piedi.
-Forza su, dai alzati.
Si solleva con uno sforzo immane, specchiandosi scoppia in lacrime e tenta di ripulirsi alla meglio.
-Dio…dio mio come ho fatto, come…
Un paio di pacche sulle spalle, tiro fuori due biglietti arancio e glieli porgo, s’illumina in un istante.
Quando chiude le dita sui soldi lo spingo cattivo dentro un box, la porta di legno scricchiola e si spalanca verso l’interno. Precipita sulla tazza, gli occhi ghiacciati in un’espressione di pura meraviglia. Avvito un lungo cilindro di fibra sulla canna dell’automatica e alzo il braccio, teso verso di lui.
Abbassa le mani rassegnato e un tonfo attutito gli apre il cranio a raggiera sulle piastrelle luride.
Richiudo con calma la porta e siamo fuori.
Faccio segno con due dita alla tipa pallida. Quando si avvicina ho in mano un biglietto da duecento, la fisso negli occhi.
-Chiudi i bagni e aspetta un quarto d’ora prima di chiamare i colleghi, intesi?
Altro grugnito, fine del problema tossico.
Ora è buio e le luci schiacciano sui pietroni della darsena riflessi malati, Valerio abita in piazza Cinque Giornate in una casa d’epoca, da qui è un attimo, costeggio le mura spagnole ormai sgranate a un paio di metri d’altezza.
Parla tre minuti al cellulare e chiude la chiamata con uno scatto dell’indice.
-Dimmi del tuo socio.
Mi fido di lui ma non si sa mai.
-Un maledetto paracadutista del Tuscania, solita trafila, Afghanistan, Yemen, campagna di Algeria, la prima, quella del duemiloaventinove.
Evito per un pelo una barbona con un carrello in mezzo alla carreggiata.
-Cristo una merda di carabiniere!
Valerio ridacchia e si accende un toscano.
-ERA un carabiniere, poi l’hanno beccato mentre cercava di far entrare in Italia cinque chili di neve purissima nel serbatoio di un blindo.
Mi viene da ridere, libero mercato, libera iniziativa.
La pioggia continua a scannarsi giù per i muri della circonvallazione, grosse pozze slabbrate nascondono buchi nell’asfalto degni di mine anticarro, le sospensioni dell’Alfa hanno qualche sussulto di troppo.
Valerio mi guarda.
-Che dici ne usciamo?
In realtà non è preoccupato, il suo è solo un modo per…fare della conversazione. Ma è una domanda precisa, lo conosco da troppo per raccontargli cazzate.
-Lo sai Valerio, stiamo per tirare in piedi un casino che metà basta. Ravasi avrà intorno un esercito a parargli il culo, questo è appurato. Ma non si aspettano una cosa del genere e conto molto sulla sorpresa di trovarlo con in bocca l’uccello del pacco regalo. I casi sono due, o ne usciamo da eroi e con la piazza pulita dalla concorrenza, o ci fanno un mazzo planetario.
Ora sghignazza soddisfatto.
-Cristo! Non mi sono mai divertito così tanto da quando lavoro con te. Apre la portiera e si fionda nell’androne.
-Aspetto la chiamata.
Gli alzo un pollice e richiudo la portiera, piccole gocce rigano di grigio la pelle del sedile.
Merdosa pioggia del cazzo.
Abito in via Archimede, a uno sputo da Valerio, i box sotterranei sono una bella comodità e soprattutto sono asciutti. Lascio la cerata in macchina e prendo l’ascensore, disinserisco l’allarme alla porta e decido di rilassarmi un po’ in vista della serata impegnativa.
Dalla finestra dell’ultimo piano la città sembra un’immensa pozza umida, formiche si accartocciano lungo i viali del centro, qualche luce qua e là, i pochi locali che ancora sopravvivono al razionamento energetico deciso dalla regione Lombardia.
Uno scroscio più violento degli altri colpisce il vetro, striature giallastre miste di sabbia e polvere di zolfo, mi verso una dose abbondante di whisky appoggiando i piedi sul tavolo di cristallo di fronte al divano.
Prima di schiacciare il tasto d’invio sul cellulare mi fermo un attimo a pensare, deve sentirsi braccata ma allo stesso tempo non farsi prendere dal panico, si regge tutto su di lei.
Riconosce il numero dal display, la voce è tesa, impaurita.
-Sì.
Guidarla verso quel maledetto appuntamento come un vecchio zio che ti porta al luna park.
-Credo che a quest’ora avrai ricevuto la chiamata, sbaglio?
-No, no, il tuo amico ha chiamato.
Ridacchio.
-Chiamalo ancora mio amico e quando ti vedo ti rompo un braccio. Piazza Frattini al quattro?
Sospira.
-Esatto, fra un’ora e mezza.
Il prezzo pattuito dall’uomo all’interno per quest’informazione era un buco in testa a Tedeschi e una fetta del futuro mercato creato dal vuoto di Ravasi.
Tagliare i ponti col passato e arricchirsi, un sogno legittimo.
-Cerca di stare tranquilla, saremo lì anche noi, un furgone parcheggiato in una via laterale, dovrai fare in modo di lasciare aperto il portone. Sali, fai il tuo dovere e appena sentirai casino trova un ottimo posto e abbassa la testa. Tutto chiaro?
-Non lo so se sono capace.
Ha bisogno di una stretta. Alzo la voce.
-Non mi prendere per il culo, fai la puttana, potresti far credere a quel mafioso che quello che hai in mezzo alle gambe è un wurstel bavarese. Non perdere il controllo e vedrai che andrà tutto bene, intesi?
È un soffio ma è più tranquillo.
-Va bene, allora…
Non la lascio finire.
-Allora metti giù e preparati, voglio un servizio di prima categoria.
Click.
Una puttana orgogliosa, il mondo va davvero a rotoli.
La voce di Valerio sprizza adrenalina.
-Siamo dentro? Siamo dentro vero?
Se non lo conoscessi come le mie tasche sarei preoccupato per questa voglia di entrare in azione, ma so benissimo che quando sarà il momento si tramuterà in una macchina inarrestabile.
-Congratulazioni sovrintendente, lei è invitato a un party molto esclusivo, diciamo fra un’ora al nido.
Riacquista professionalità in un istante.
-Roger, a fra un’ora allora.
Non ho voglia di risentire Gregor, un sms sarà sufficiente per confermare orario e luogo di ritrovo. Invio il messaggio allo slavo, attendo la conferma di ricezione e mi avvicino al rack Sony prendendo con calma un chiavetta dallo scaffale.
Non c’è niente come lo swing di una grande orchestra, fiati sincronizzati, spazzole sui tamburi, Duke Ellington a dirigere il tutto. Il concerto alla Carnegie Hall riempie la stanza, scelgo un paio di jeans scuri, maglione a collo alto e giacca impermeabile vulcanizzata, nera come la notte.
Alla cintura fisso una fondina a strappo per la Beretta.
L’inizio di Things ain’t what they used to be, mi strappa alle ultime riflessioni sul piano, una specie di presagio.
Guardo lo specchio all’ingresso, sono alto, occhi scuri, il grigio sulle tempie e sulla barba mi dà l’aria del marinaio piuttosto che del poliziotto.
Poliziotto.
Non ha più un significato, da tanto tempo ormai. Prepararsi un futuro fuori da questa merda, QUESTO è l’unico significato che accetto.
Sorrido, nel frattempo cerchiamo di divertirci.
Richiudo la porta alle spalle e lascio i fiati del Duca ad accarezzare Just squeeze me.
Milano, ancora.
Tentacoli di asfalto luccicante d’acqua, sbeccato, irto di ferite slabbrate che nessuno riparerà mai. Furgoni che si trascinano spinti da improbabili sistemi di propulsione casalinga. Auto a metano a celle d’idrogeno, più semplicemente a benzina raffinata clandestinamente nei sotterranei della città.
Assolutamente fuorilegge, assolutamente tollerata.
L’Alfa civetta buca il muro di umidità solida, dove abbiamo sbagliato, quando abbiamo sbagliato? Scaccio i pensieri con un gesto brusco, un tocco rabbioso al cambio sequenziale, forse anche questo, ogni cosa ormai richiede solo una piccola pressione gentile. Appoggiare il polpastrello, sfiorare con la mano aperta, è sufficiente un piccolo esame della cornea.
Via Donati.
Ora di lasciare fuori i dubbi sul decadimento della società . Il Daewoo blu è parcheggiato vicino alle rovine di un piccolo market saccheggiato e dato alle fiamme.
Zona di rivolta, Ravasi si è scelto un ottimo rifugio, qui raramente esercito e polizia effettuano pattugliamenti accurati, il rischio di prendersi una pallottola in faccia è decisamente alto.
Gocce pesanti un tac-tac cattivo sul cappuccio ben allacciato, due colpi al portellone, uno più breve e le cerniere scricchiolano verso l’esterno.
Cinque belve in gabbia, nella penombra rischiarata da un paio di Mag-Lite vedo crani rasati, giacche mimetiche gommate, braci di sigaretta che illuminano volti decisi, lettere tatuate sulle dita macchiate di nicotina, casse allungate di legno chiaro, i bambini.
AK-94, l’ultima e più letale versione del vecchio Kalashnikov, legno sostituito dalla fibra plastica, caricatore trasparente.
Non c’è bisogno che mi dilunghi in particolari, Gregor e Valerio hanno sicuramente fatto il loro dovere, impugno un fucile d’assalto.
-Il pacco è a destinazione?
Valerio, in un soffio teso.
-E’ dentro da dieci minuti.
-Bene, muoviamoci allora.
Sei ombre rischiarate dai pochi fanali in circolazione, pozzanghere che sollevano luridi spruzzi fangosi, gli scarponi che battono sul marciapiede rovinato. Intorno a noi l’odore e la percezione di qualcosa che sta andando in rovina da troppo tempo, senza che nessuno abbia pensato di porvi un rimedio.
Il portone è davvero accostato, una gomma da masticare inserita nella serratura lo fa sembrare chiuso, ma basta una leggera spinta e si spalanca all’interno senza un suono. Sono pronto a corrispondere un extra per questa trovata.
La palazzina ha quattro piani, guardie armate nell’atrio all’ingresso, dietro ai pilastri di marmo e al terzo. Ravasi si è scelto l’attico per stare tranquillo.
Strisciamo con calma su per i gradini che portano alla guardiola, nessuno è mai davvero pronto a fronteggiare un assalto frontale, diretto e inaspettato.
I due mafiosi seduti fanno appena in tempo a flettere le gambe nel gesto di alzarsi che una sventagliata di blindati, ridotta ad un curioso frusciare secco dai silenziatori, li manda a rotolare in mezzo al loro sangue sul pavimento lucido.
Impugno la radio di uno dei due strappandola dalle dita contratte, gli occhi sbarrati pieni di morte.
Abbiamo il codice, tutto facile tutto liscio.
-Paradiso, qui inferno, paradiso qui inferno, cambio.
Fruscio veloce.
-Inferno qui paradiso avanti.
-Prendo l’ascensore, troppa birra, troppo fare un cazzo, ho bisogno del bagno.
Una risata cattiva, gutturale.
-Ok inferno, ti aspettiamo.
Quattro di noi scivolano sulla prima rampa di scale, dopo un paio di minuti io e Valerio controlliamo i caricatori e entriamo nell’ascensore, mentre le porte si chiudono facciamo due bei respiri per calmare l’adrenalina.
Quarto piano.
Esplodiamo fuori dall’ascensore come tappi di spumante da quattro soldi, il pianerottolo è grosso e si capisce che è stato arredato per essere un prolungamento dell’appartamento, due eleganti cassettiere di noce scuro sono appoggiate al muro ai lati della porta d’ingresso.
Sbagliato, tutto sbagliato.
Non ci sono spari, nessun vociare confuso, niente urla, nessun passo affrettato, nessuna raffica silenziata di AK.
Due esplosioni sorde mi costringono a chiudere gli occhi e serrare le mascelle, dalla rampa di scale un silenzio velenoso e fumo acre.
Tutto sbagliato.
Spazzati via da due granate, la carne e il sangue ad affrescare le pareti, un tripudio di macelleria sventrata.
Poi, la pressione.
Alla nuca, gelida, intuisco la circonferenza di metallo sulla pelle scoperta, fregato come l’ultimo dei dilettanti, la solita frase arriva qualche decimo di secondo dopo.
-Spiacente Marco, solo affari, niente di personale.
Facile da immaginare, forse troppo e l’intuito da poliziotto a farsi benedire da qualche parte.
-Spero che ne valga la pena.
Sa esattamente dove cercare, mi leva il mitra e la pistola al fianco, è deciso e molto tranquillo. Mi spinge verso la porta accostata.
-Certo, metà della torta.
Scuoto la testa.
-Valerio ti credevo più furbo, cosa credi che farà Ravasi quando ti avrà al guinzaglio.
La pressione si fa più decisa.
-Inutile, non funziona.
Il soggiorno è arredato in maniera sontuosa, due enormi divani in pelle troneggiano al centro della stanza, mobili laccati neri. Il capomafia è seduto al centro, alle spalle due scagnozzi impugnano le pistole tenendole rivolte verso il pavimento, la puttana mi osserva distante, è ancora vestita, lo spacco nella gonna risale fino all’inguine, i tacchi dorati scintillano colpiti dalla luce di una grossa lampada alogena.
Ravasi sorride soddisfatto, patetica parodia di un padrino d’altri tempi.
-Ottimo lavoro signor Colombo, davvero ottimo lavoro.
Si rivolge ai due con un gesto della mano, senza neanche guardarli.
-Fuori?
Senza staccarmi gli occhi di dosso quello più alto alza la pistola e calibra il mirino in mezzo agli occhi.
-Fottuti alla grande, neanche si sono accorti della trappola tesa sulle scale, gli è bastato inciampare sul filo trasparente.
Fa uno strano gesto a mano aperta e mima il rumore del botto con la bocca.
Gli occhi di Ravasi si fanno sottili.
-Va bene, poniamo fine a questa cosa, portiamolo da qualche parte e facciamolo sparire.
Si gira verso la bionda.
-Vedremo poi cosa fare di te.
Spalanca la bocca in un terrore muto, il fiato le scivola via tutto in colpo.
-Io cosa c’entro? Lasciami andare non parlerò, non lo dirò a nessuno.
Ora la sua voce ha assunto una precisa tonalità maschile, il panico probabilmente.
L’uomo non si lascia commuovere.
-Sai, ammazzare un poliziotto del suo calibro non è affare di tutti i giorni, meno testimoni ci sono meglio è.
Reagisce come una gatta infuriata, ringhiando di rabbia si getta sul viso del mafioso scavando con le unghie affilate profondi solchi rossastri. Per una fondamentale frazione di secondo nessuno riesce a organizzare una qualsiasi reazione.
Non mi faccio pregare.
Rotolo per terra al riparo del primo divano e nello stesso tempo falcio gli stinchi di Valerio con un calcio violentissimo, lui si piega gemendo e un paio di spari schizzano verso il muro mentre contrae le dita sul grilletto.
Questo mi dà il tempo di volare al fodero agganciato al braccio sotto al maglione. La lama da diciassette centimetri schizza in mano rapida, l’arma più vicina è quella dell’uomo che mi ha tradito, mi getto su di lui e una vampata di calore seguita da un bruciore terribile mi esplode al centro della coscia.
Cerco di non farci caso, gli trovo la gola urlando, lo schizzo di sangue impatta sul divano mentre, curiosamente, i due scagnozzi si concentrano sulla puttana che continua ad aggredire il mafioso.
Lo sparo la manda a sbattere contro il piano di cristallo di un tavolino, la superficie va in mille pezzi, ma è troppo tardi.
La Sig di Valerio impenna violentemente sotto il rinculo dei grossi proiettili, i due crollano come stracci abbattendo due file di mensole piene di libri.
Incredibilmente Ravasi alza le mani e ricomincia a sorridere, gli punto addosso l’automatica, percepisco nettamente il sangue che mi cola dalla coscia, il dolore è terribile.
Con un movimento lentissimo l’uomo congiunge i palmi aperti e inizia un applauso soddisfatto.
-Bravissimo, davvero bravissimo, una dimostrazione di professionalità fuori del comune. Sono gli uomini come te che fanno carriera nelle organizzazioni come la mia; non faccio fatica a riconoscere e ricompensare nella giusta maniera il vero talento.
Si appoggia con calma allo schienale, lo tengo sotto tiro.
-Avanti, qual è il tuo prezzo?
In un attimo sono su di lui, non finisce la frase, il primo colpo con il calcio della pistola gli frattura uno zigomo, sangue e saliva schizzano a destra, torno indietro doppiando con un rovescio alla tempia.
Sviene senza emettere un suono.
Gli sfilo la cintura e improvviso un laccio emostatico, l’emorragia cessa, sono fortunato probabilmente la pallottola è entrata e uscita senza causare troppi danni.
Lei si muove leggermente, mi avvicino, ha un fiore porpora aperto in mezzo al petto, un filo rosso scivola dalle labbra.
Le prendo la mano riesce solo a gorgogliare qualche parola incomprensibile, muore.
Non doveva andare così, le promesse vanno mantenute.
Mi giro verso il mafioso riverso sul divano, lo scaravento per terra con un calcio.
Dopo.
Il fuoco è un ottimo mezzo, dopotutto.
Ravasi ha perso il controllo della vescica, l’urina va a mischiarsi con la pioggia mista a fanghiglia scura; lo guardo, una bambola di pezza troppo cresciuta con la testa che ciondola e gli occhi liquidi. L’ago bluastro scaturisce dal cannello ossidrico, chiudo l’accendino e uso la fiamma dell’attrezzo per accendere una Chesterfield.
Sbuffo di fumo, acqua dal cielo, piove da due mesi quasi ininterrottamente, ora di cominciare il lavoro.
-Non, non lo farai davvero eh? Mi vuoi fare paura vero? È per spaventarmi vero?
Dopo, ci sono solo urla.
