E’ il 13 agosto, sono nella stanza dell’ufficio dove lavoro e sono pienamente consapevole del fatto che non dovrei svolgere attività diverse da quelle oggetto del mio pluriennale contratto di “account”. Ma, come da incipit, è il 13 agosto e – stranamente per quel che solitamente accade tra queste mura tanto distanti tra di loro – l’unica attività nella quale è possibile essere impegnati è: pensare. E se penso tanto, scrivo. Dunque le scrivo di come è cambiata la mia vita in questo principio di duemiladiciotto.
“Cosa mai le sarà successo? Se non vado errato ha solo 34 anni… e, stando alla cronaca nella quale quotidianamente siamo immersi, soltanto un argomento di oggettivo rilievo occuperà non più di due capoversi.” Sì, è senz’altro così come dice, non si è “nulla” di fronte alle disgrazie e ai fatti che accadono nel nostro (ei fu) bel Paese e nel resto del mondo. Ma questa storia qui la vorrei raccontare ugualmente. Era la notte tra il 26 e il 27 Gennaio e, in una manciata di secondi, ho sentito cedere il mio intero corpo. Soltanto il cuore sembrava essere più che mai vivo, non facendomi mancare neanche un battito e, anzi, aggiungendone qualcuno di troppo. Il petto risuonava come una grancassa, mentre ciò che rimaneva di me era “inanimato”, sul mio letto matrimoniale, condiviso in via esclusiva con i miei pensieri e qualche pupazzo lasciatomi in eredità dalla me bambina e da qualche amica sognatrice quanto me.
Non divaghiamo che, pur essendo uno strumento di grande abilità psicologica, al momento è di dubbia utilità. Ebbene, avevo appena ricevuto la telefonata di mia madre, nella quale mi diceva, tra le lacrime e con un filo di voce: “è volata via”. Mia sorella era volata in cielo, non ce l’aveva fatta. Le nostre giornate di soccorso (pronto e “reale”) nulla avevano potuto nei confronti di un destino che bussò alla porta della mia famiglia più di 40 anni fa. Francesca era disabile ed è sempre stata il centro della mia vita famigliare. C’era spazio quasi esclusivamente per lei e grazie allo smisurato amore ricevuto, da mia madre in primis, da noi altri in secondo luogo, ha vissuto tanto a lungo da lasciarci tutti sgomenti quella notte maledetta. Maledetta, sì, perché per tutta la mia giovane vita avevo cercato i perché, i come, le cause e le risposte a quella malattia, a quella disabilità totale che ha reso inabili anche noi. Fragili, più sensibili, più apprensivi, ma non necessariamente più uniti nella difficoltà.
Ognuno di noi (io, mia madre, mio padre e mio fratello) ha trovato dentro di sé il proprio modo di accettare e vivere quella situazione; ma mia sorella, durante i suoi 42 anni, ha dispensato talmente tanti sorrisi, ha posato i suoi grandi e buoni occhi marroni su così tante persone – tra familiari, assistenti domiciliari, medici e persone care – che… quanto mi manca! Sembrerà paradossale ma mi manca quel “centro” che per trentatré anni ha racchiuso la mia infanzia e la mia adolescenza. Mi manca non poterle più cantare Sugar Sugar degli Archies. E ballare. Sì, ballavo come una matta mentre lei – senza probabilmente capire nulla – mi guardava divertita. Quanto le piaceva quella canzone, la metteva di buonumore quando il suo fisico dava segni di cedimento, dal più banale (un mal di pancia che non sapeva comunicare) al più grave (febbre alta, difficoltà respiratoria).
E furono proprio i suoi polmoni a portala via da questa vita, dalla nostra vita, tanto difficile ma con vie d’incredibile amore visibili da alcuni solo al microscopio. Io stessa, per lungo tempo, ho maledetto la mia famiglia, tutto ciò che ne era venuto fuori, me stessa, la mia incapacità di far avvicinare le persone, la mia voglia di indipendenza mista ad una dipendenza pressoché totale da alcune amicizie, che consideravo – e considero tuttora – la mia seconda (e per certi versi, prima) famiglia.
Da quel giorno in poi ho capito che avrei dovuto ricostruirmi del tutto, il vuoto dentro di me era tale da togliermi, in pochissimi giorni, fame e sonno. E i sorrisi. Non sorridevo più, non volevo più far nulla. Francesca (per noi, Ciotti) non c’era più e con lei erano andate via tutte le mie certezze. Cosa ne sarebbe stato della mia famiglia? Cosa ne sarebbe stato di me? Sarei tornata a sorridere? Sentivo il piombo dentro, rifiutavo ogni tipo di aiuto. Temevo di non riuscire ad essere di sostegno per mia madre, che nel cuore grande ha tutti i colori del mondo. Non volevo vedere nessuno, volevo piangere lei e piangermi addosso.
Uno scossone, qualche tempo dopo, ha resuscitato la mia voglia di vivere e di fare. Con piccoli aiuti (farmacologici, ndr) e tanta forza di volontà, ho ripreso in mano tutto ciò che amavo. Sono tornata prestissimo a lavorare, diete a base di solo gusto, qualche sigaretta (ahimè divenute di troppo e onnipresenti), i migliori amici di sempre, la musica giusta e lunghissime ore di svuotamento della mia cantina interiore. Ed è così che sono tornata. Non la stessa che a Capodanno sperava in un amore col botto ma quella che poi, improvvisamente, quell’amore col botto l’ha trovato inciampando in una persona che ha visto in me tutto ciò che ero e che sono adesso. Semplicemente me, con le mie paure, le mie pause fatte di lacrime sul viso e risate spontanee e di cuore, con la mia testa che frulla a diecimila chilometri orari, la mia curiosità e il mio grande amore per tutto ciò che è “diverso”, delicato, sensibile, buono.
Perché tocca proprio prendersi cura del buono, sempre. Tenerlo per mano anche quando sembra stia scivolando via. E’ proprio lì che la stretta deve farsi più forte, perché l’amore e la speranza non ci lascino più. Ti ringrazio Francesca, per la ricchezza che mi, ci, hai lasciato. Non mi stancherò mai di raccontarla.