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]]> https://ilragno.wordpress.com/2021/05/03/you-shouldve-asked/feed/ 10 ladymismagius La mia solidarietà digitale: conoscenza libera e gratuita https://ilragno.wordpress.com/2021/03/08/la-mia-solidarieta-digitale-conoscenza-libera-e-gratuita/ https://ilragno.wordpress.com/2021/03/08/la-mia-solidarieta-digitale-conoscenza-libera-e-gratuita/#comments Mon, 08 Mar 2021 16:36:52 +0000 https://ilragno.wordpress.com/?p=2587 E così, per me le lezioni sono finite. Il 18 dicembre, con l’ultimo incontro dell’ultimo laboratorio, in didattica a distanza, si è svolta l’ultima lezione dell’anno accademico 2020-2021 del corso di laurea magistrale in Analisi dei processi sociali presso l’Università di Milano-Bicocca. In questo secondo semestre non mi resta che trovare un relatore o una relatrice e iniziare a scrivere la tesi, oltre che a studiare per gli ultimi esami che mi mancano, da dare a giugno. Nel mentre, sto continuando a svolgere la mia attività presso l’Ecomuseo Adda di Leonardo, un progetto che sto vedendo crescere e che mi regala tanta fatica e parecchie soddisfazioni in cambio dell’energia e della determinazione che ci riverso con amore e orgoglio. Il rinnovato tempo libero è anche un’opportunità per me di riscoprire ciò che mi è mancato durante il lockdown della primavera 2020: camminare nei boschi, andare in bici lungo il fiume, e assistere al risveglio della natura dopo un inverno che mi è sembrato al contempo senza fine e brevissimo, perché schiacciato fra impegni che mi hanno assorbita completamente, ma che sono soddisfatta di essere riuscita a portare a compimento.

Ma questo rinnovato tempo libero, che finalmente sento come realmente uno spazio di libertà, è anche uno spazio di opportunità: in questo anniversario del DPCM che ha dato avvio al lockdown sull’intero territorio italiano e che è stato per tutti una doccia gelida circa la realtà e la dimensione del problema Covid-19, non voglio ricordare solo l’impatto drammatico che ancora oggi stiamo tutti vivendo, anche se è inevitabile pensarci. Pensare al suono delle ambulanze sullo sfondo delle lezioni, all’uscire in una città deserta in un silenzio surreale, alle immagini dei mezzi dell’esercito nei viali di Bergamo, allo stringere la mano del mio compagno durante le conferenze stampa del presidente del consiglio Conte, sforzandomi di pensare che anche se non sarebbe andato tutto bene ne saremmo usciti, in qualche modo, sorridere di fronte alle lenzuola con gli arcobaleni, simboli che si estendono dallo spazio privato delle case verso lo spazio pubblico delle strade. Solidarietà è una parola che si è usata molto e che spero impareremo a praticare di più, ogni giorno, ricordando che la solidarietà è il primo modo che abbiamo per tamponare le ingiustizie, per esprimere i nostri doveri di cittadini, per fare la nostra parte. Non per niente la Costituzione afferma nitidamente che ognuna/o di noi è tenuto ai propri “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2) che non si esprimono solo nel pagare le tasse e rispettare le leggi, ma devono essere ridefiniti in termini di responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri – prenderci cura dell’ambiente, della salvaguardia delle istituzioni della società, delle persone più vulnerabili, delle nuove generazioni, di coloro che sono ai margini – attraverso l’impegno civico e la partecipazione
In questo momento sto esprimendo il mio impegno attraverso il mio lavoro nell’Ecomuseo: stiamo costruendo opportunità per il territorio, opportunità di sviluppo attraverso il turismo e la valorizzazione dei beni culturali, di riscoperta di un senso di appartenenza che ci unisce in una storia comune, di tessitura di relazioni e network per condividere e realizzare progetti e idee. Inoltre, con l’aiuto di mia madre sto continuando a perlustrare le strade che si estendono dal paese verso le campagne per raccogliere il vetro. Guanti da lavoro, bicicletta e borse della spesa, abbiamo raccolto più di 500 bottiglie di vetro e sacchi interi di lattine in alluminio, che saranno avviati al riciclo e contribuiranno a un circolo virtuoso invece di restare dispersi nell’ambiente. Questo lavoro non è glamour, ma quando si comincia a vedere l’estensione dello scempio che avvolge i nostri territori non si può smettere di vederla, e fare qualcosa al riguardo è alla portata di tutti. Non basta non buttare i propri rifiuti nell’ambiente per dire di aver fatto il proprio dovere di cittadina/o: occorre compiere quel passo in più in nome con impegno e responsabilità.

Un altro modo in cui possiamo nutrire la nostra consapevolezza civica è quello di cogliere le opportunità di apprendimento che ci vengono messe a disposizione dall’estensione degli strumenti digitali inaugurata con la pandemia. È un risultato positivo che la ridefinizione dei modi di vivere gli eventi culturali dovuta alla pandemia abbia reso più accessibili iniziative e contenuti che altrimenti sarebbero stati riservati a coloro che potevano fruirli di persona. L’accessibilità della conoscenza è una tematica importante di questi tempi, perché dobbiamo essere consapevoli dei divari che attraversano la nostra società, generando ingiustizie e impedendo a tutti di fruire delle stesse opportunità. Pensiamo ad alcuni privilegi di cui spesso ci dimentichiamo: il privilegio di avere accesso a Internet e di saper usare il computer, che ci permette di accedere ad alcuni bonus e misure di sostegno economico che ad altre/i cittadine/i sono negate, come il Bonus Mobilità o il cashback tramite l’app Io; il privilegio di avere la cittadinanza italiana e quindi dei documenti che sono quelli di default e ci permettono di portare a termine delle procedure burocratiche senza attriti e di avere accesso a opportunità che ad altri sono precluse (due esempi vicini a me: ai programmi di stage del Ministero degli Esteri non possono accedere studenti e studentesse privi di cittadinanza italiana, anche se hanno un’altra cittadinanza europea; se il permesso di soggiorno è scaduto/in corso di rinnovo, gli studenti e le studentesse extracomunitari/e non possono ottenere la registrazione dei loro voti d’esame sul libretto). Per molte/i di noi, un privilegio è sapere l’inglese, e quindi avere accesso a un universo di libri, risorse, corsi, seminari, eventi, fumetti, serie TV e film che non sono ancora stati tradotti in italiano e forse non lo saranno mai. 

Vorrei invitarvi, lettori e lettrici di questo piccolo spazio, ad esplorare alcune opportunità fruibili attraverso i mezzi digitali di cui sono venuta a conoscenza e che penso siano utili e interessanti, perciò pubblico una lista di segnalazioni, alcune in italiano e altre i inglese. Un piccolo passo verso la condivisione solidale di idee che secondo me meritano di essere diffuse e rilanciate. Il titolo del post riprende l’iniziativa Solidarietà Digitale promossa dall’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) nella primavera del 2020, durante il primo lockdown, in cui tutta una serie di risorse sono state messe a disposizione di tutte/i gratuitamente da varie aziende per aiutare i cittadini a coltivare abilità, accrescere la propria formazione e trascorrere il tempo della costrizione con qualcosa in più a disposizione. 

  • Il percorso BBetween Civic Engagement – DeplastificAzione dell’Università di Milano-Bicocca è un corso online sul tema dell’impatto dell’inquinamento da plastica sugli ambienti marini, accessibile a tutte/i coloro che hanno un account Microsoft (@outlook, @hotmail) oppure Google (@gmail), oltre agli account universitari (Idem/EduGain). Si può ottenere, alla fine del percorso, un open badge che certifica l’acquisizione delle competenze sul tema, che può essere inserito nel proprio CV.
  • L’Università di Yale ha dei corsi online ad accesso libero, fra cui segnalo quello su African American History: from Emancipation to the Present per conoscere meglio le questioni razziali negli Stati Uniti. Il corso è solo in inglese, ma per chi ne ha la possibilità penso sia importante conoscere meglio questa tematica, perché educazione e consapevolezza sono sempre i primi passi per cambiare noi stessi e lavorare per cambiare il mondo. In ogni caso, ci sono anche tantissimi altri corsi gratuiti con argomenti che spaziano dalla chimica organica ai mercati finanziari, dall’architettura dell’antica Roma al Don Chisciotte, dalla storia del capitalismo all’Antico Testamento. Altri corsi ancora curati da Yale sono disponibili su Coursera, gratuitamente, registrandosi al sito. 
  • La casa editrice Settenove è una stella luminosa per quanto riguarda libri senza stereotipi per bambine e bambini e formazione su questioni di genere. Se avete la possibilità di sostenerla acquistando uno dei loro libri, fatelo. Se invece in questo momento vi è difficile supportare cause, lo capisco: è un periodo difficile. Ci sono anche dei materiali didattici scaricabili gratuitamente
  • Molti incontri, seminari e conferenze che in passato si sono svolti in presenza, in questo contesto si sono svolti online e sono quindi accessibili anche dopo la conclusione dell’evento. In particolare ho trovato molto interessante questo dibattito tra Elsa Fornero e Marta Fana, economiste, sul tema delle disuguaglianze economiche e di opportunità che attraversano la nostra società. 
  • Il documentario di Ken Loach (in inglese sottotitolato in italiano) The Spirit of ’45, che racconta la storia della nascita del Welfare State nel Regno Unito, è incredibilmente intenso e attuale nel nostro contesto in cui è apparso in tutta la sua evidenza il fatto che tenere i sistemi di welfare operativi al minimo indispensabile in circostanze “normali” ci rende del tutto impreparati ad affrontare circostanze impreviste.
  • In occasione dell’otto marzo numerosi seminari e tavole di discussione virtuali sulle questioni di genere offrono opportunità di riflettere e approfondire numerosi aspetti della persistente diseguaglianza strutturale fra uomini e donne nella nostra società. Fra quelli che conosco, vi segnalo Donne e lavoro di cura durante la pandemia e Uguaglianze e differenze: perché lottare per la parità di genere?, organizzati dall’Università di Milano-Bicocca. I seminari online hanno il grande pregio di poter essere ascoltati come podcast mentre si lavora, e offrono riflessioni dense e stimolanti con cui occupare un paio d’ore per assorbire idee e spunti. 
  • Per chi è a proprio agio con i contenuti in inglese ed è interessato al campo della personal finance, ovvero del prendersi cura dei propri soldi imparando a spendere meno e spendere meglio, costruendo uno stile di vita solido e che rispecchia i nostri obiettivi e progetti, Clever Girl Finance offre una serie di corsi gratuiti accessibili registrandosi al sito. Se alcuni contenuti sono applicabili solo al contesto americano, altri sono validi spunti per riflettere sulla propria situazione e su come migliorarla a prescindere dal contesto. Sullo stesso tema, Her first 100k ha un webinar su come dare un taglio agli acquisti d’impulso e maturare consapevolezza sui soldi che spendiamo, rivolto in particolare alle giovani donne (categoria di cui anch’io faccio parte e che uso con orgoglio).
  • Grazie al blog di Paolo Attivissimo ho scoperto l’esistenza di un programma dedicato alle fake news e ad altri problemi dell’informazione, di cui alcuni episodi sono disponibili gratuitamente online per poterli vedere anche al di fuori dell’orario di messa in onda: Fake – la fabbrica delle notizie. Non l’ho ancora visto, ma ho in programma di recuperarlo appena possibile.
  • Per chi legge in inglese, l’Università della California ha una serie di volumi scaricabili gratuitamente ad accesso libero che contengono ricerche su argomenti molto diversi. Se state cercando una lettura impegnata ma stimolante, provate a vedere se c’è qualcosa che vi ispira. Anche la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) ha una biblioteca digitale di pubblicazioni gratuite dove potete trovare report ma anche brevi saggi di una serie intitolata “Big Ideas” con contributi di ospiti fra cui Jeremy Rifkin, Massimo Bottura e Bebe Vio.
  • Google offre una serie di corsi gratis su temi come il marketing digitale e l’avviare un’attività di commercio online, ma sulla piattaforma ci sono anche corsi correlati su argomenti come parlare in pubblico, costruire una narrazione efficace per le proprie idee e cercare lavoro online. Non è proprio il genere di argomenti che interessa a me, ma credo che possano essere utili per chi vuole magari rafforzare le proprie competenze in ambito digitale per il proprio curriculum. Di questi tempi, non guasta mai.
  • Una nuova generazione di ragazze sta lavorando all’intersezione fra educazione finanziaria e femminismo, lavorando per offrire gli strumenti per costruirsi una propria stabilità economica – anche quando il futuro è incerto, le carriere precarie, i guadagni magri, ed è difficile sentirsi adulte/i – e al contempo riconoscendo che le ingiustizie sistemiche plasmano il campo di gioco in cui tutte/i noi dobbiamo fare le nostre scelte. Ingiustizie generazionali, legate al genere, all’etnia, all’interno delle quali il compito di costruire il nostro futuro non può essere sminuito dalla retorica delle opportunità e del merito, ma deve partire da scelte consapevoli e da uno sguardo ampio, sistemico. Per chi se la cava con l’inglese, potete seguire conversazioni stimolanti e ispiratrici come questo dialogo fra Kara Perez di We Bravely Go e Lauren McGoodwin di Career Contessa sul costruire una carriera oppure questa potente e magnifica tavola rotonda sulle ineguaglianze, questo workshop su come negoziare un aumento di stipendio, oppure ancora quest’altra tavola rotonda su come costruire il proprio budget. Ascoltare voci diverse e poco note è un’occasione per imparare cose nuove che non avremmo probabilmente occasione di scoprire altrove, ed è importante ricordare che non sono solo le voci delle donne ai vertici a rappresentare “quelle che ce l’hanno fatta”, ma anche chi sta costruendo nuove strade. Queste donne emanano una forza che trovo magnifica, la forza quieta della competenza sorretta dal desiderio di costruire cambiamento attraverso l’empowerment e la consapevolezza. 
  • Questo blog non promuove nessuna azienda, né tantomeno è sponsorizzato da qualcuno (chi pagherebbe per avere visibilità su uno spazio così piccolo, che si occupa di tematiche così di nicchia?), perciò tutte le segnalazioni che trovate sono qui perché ritengo sinceramente che siano interessanti e di valore come occasioni per imparare qualcosa. Per cui vi segnalo un ciclo di webinar del Banco BPM sul tema della relazione fra donne e denaro, di cui ho appena seguito l’episodio di oggi, dedicato agli investimenti nell’economia sostenibile, che è stato davvero stimolante, soprattutto in relazione al ripensare il paradigma della crescita, pensando invece in termini di bisogni e ricordando che le risorse ambientali rappresentano il contesto e il limite entro cui si colloca il nostro agire.
  • Come avrete notato, questo post riflette anche il mio interesse crescente per la personal finance (in italiano diremmo economia domestica?), il quale a sua volta rispecchia il mio desiderio di prepararmi alla vita da adulta avendo tutte le risorse possibili per costruire la mia indipendenza economica. Sono sempre stata una persona frugale, perché i miei genitori mi hanno educata a una forte sensibilità ambientale, al risparmio e a rifiutare il superfluo, ma mi rendo conto che tradurre in pratica una mentalità richiede strumenti e conoscenze che non sono scontati, ma per fortuna là fuori ci sono molte risorse per acquisirli e approcciarsi alla gestione dei propri soldi con consapevolezza e intenzionalità. Purtroppo molte di queste risorse sono in inglese e quindi c’è ancora un problema di accessibilità, ma almeno per chi mastica la lingua possono essere un ottimo punto d’inizio, e se conoscete risorse sul tema in italiano, fatemi sapere. Intanto, vi segnalo una serie di corsi gratuiti offerti da TheSkimm.
  • Le molestie nei luoghi pubblici sono un’esperienza che accomuna quasi tutte le donne e non pochi uomini, lasciando tracce emotive che accrescono il senso di vulnerabilità in presenza di estranei, impedendoci di vivere lo spazio pubblico come uno spazio che ci appartiene, dove possiamo esistere libere e fiere, dove possiamo lasciare il segno con la nostra presenza ergendoci con la forza della nostra voce, del nostro occupare spazio. Possiamo emanare forza solo quando ci sentiamo stabili e al sicuro, e infatti le molestie esistono per creare un clima di insicurezza che impedisce alle donne di appropriarsi simbolicamente dello spazio pubblico, ma obbliga a reazioni difensive come il chiudersi in sé stesse, occupare meno spazio possibile, cercare di essere invisibili. I molestatori “agiscono il patriarcato” esprimendo il loro senso di entitlement al corpo femminile in pubblico. Stand Up! è un progetto nato a partire da Hollaback! per fare formazione su come combattere le molestie quando si è spettatori o vittime di azioni indesiderate in modo semplice e sicuro, senza esporci né al rischio di creare un’escalation della situazione, né a quello di fare figuracce di fronte a una situazione che abbiamo frainteso. E comunque, lo dico a me stessa per prima, il timore di fare figuracce non dovrebbe dissuaderci di fronte alla possibilità di aiutare un’altra persona in una situazione difficile! Per prenotare un posto per seguire il webinar di formazione, andate qui: la formazione dura un’ora ed è davvero per tutte/i. 

Questo post è un lavoro in corso che sarà aggiornato con nuove segnalazioni man mano che mi capitano sottomano. Avete segnalazioni e risorse da condividere? Ho riattivato i commenti! Sentitevi libere/i di contribuire a scambiare materiali, e grazie. 

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https://ilragno.wordpress.com/2021/03/08/la-mia-solidarieta-digitale-conoscenza-libera-e-gratuita/feed/ 2 ladymismagius
Iconoclastia e il rifiuto di stare a sentire: se vi preme la Storia, smettete di usare argomenti fuffa https://ilragno.wordpress.com/2021/01/17/iconoclastia-e-il-rifiuto-di-stare-a-sentire-se-vi-preme-la-storia-smettete-di-usare-argomenti-fuffa/ Sun, 17 Jan 2021 17:47:44 +0000 https://ilragno.wordpress.com/2021/01/17/iconoclastia-e-il-rifiuto-di-stare-a-sentire-se-vi-preme-la-storia-smettete-di-usare-argomenti-fuffa/ Fortezza Nascosta:
Tempo fa scrissi un articolo sulla natura dei monumenti e delle controversie che spesso li circondano. No, la polemica sulle statue non è una cosa nuova, esiste da quando qualcuno ha deciso che mettere figurine sui piedistalli fosse una buona idea. L’intero concetto di monumento è complicato e si presta…]]>

Quando trovi qualcuno – o qualcuna – in grado di esprimere quel grumo di idee che ti porti dentro con grande esasperazione mentre guardi la gente pensando “Come cavolo fanno a non capire?!”, non resta che applaudire e invitare tutti voi a leggerla.

Avatar di tenngerFortezza Nascosta

Tempo fa scrissi un articolo sulla natura dei monumenti e delle controversie che spesso li circondano. No, la polemica sulle statue non è una cosa nuova, esiste da quando qualcuno ha deciso che mettere figurine sui piedistalli fosse una buona idea.

L’intero concetto di monumento è complicato e si presta a diversi approcci. In questo articolo voglio limitarmi a quella che secondo me è una delle funzioni principali, e considerare alcuni degli argomenti anti-iconoclasti più ricorrenti.

Quindi accomodatevi sulla vostra poltrona preferita mentre io vi spiego cosa dovete pensare.

Scherzi a parte, si tratta di argomenti davvero vastissimi e ho già dovuto tagliare circa metà di quello che avevo scritto per non fare un articolo eterno. Purtroppo il blog non si presta molto a trattare un soggetto del genere, quindi prendete questa come la mia opinione, considerando che l’intera faccenda è necessariamente appiattita e semplificata all’estremo. Non è l’unico approccio…

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]]> ladymismagius Il punto della situazione https://ilragno.wordpress.com/2021/01/08/il-punto-della-situazione/ Fri, 08 Jan 2021 10:05:48 +0000 https://ilragno.wordpress.com/?p=2541 Buon 2021 a tutti i miei lettori e a chi dovesse passare di qui per caso, e a una persona in particolare il cui sostegno – in questo spazio e oltre – significa moltissimo per me. Sono di nuovo qui a scrivere, in un ambiente nuovamente familiare e accogliente, grazie a Sendivogius del blog Liberthalia, che mi ha gentilmente segnalato come procedere per ripristinare l’editor classico di WordPress. Grazie, davvero.

L’inizio dell’anno è sempre tempo di bilanci e sono grata di avere il tempo per fermarmi, scrivere e fare il punto della situazione voltandomi a guardare il sentiero che ho percorso finora. La parte più importante della mia vita è sempre l’università: in questo momento, sono iscritta al secondo anno del corso di laurea magistrale in Analisi dei Processi Sociali in Bicocca. I corsi sono finiti, e l’ultimo giorno di lezioni è passato in sordina, complice anche la didattica in remoto. Adesso mi attende un semestre completamente vuoto, da riempire con stage, tesi, gli ultimi esami a giugno. Spero che sarà un’opportunità per coltivare tutte le cose che ho trascurato quando sono stata assorbita dalle lezioni e dai compiti annessi.

In un certo senso, l’intero 2020 è stato un anno trascorso in apnea, in cui ho perso il senso delle stagioni: non ho avuto la possibilità di vivere la primavera se non vedendola dalla finestra o quando uscivo per fare la spesa, l’estate è stata del tutto assorbita dalla preparazione dei progetti per gli esami, l’autunno è stato risucchiato dai ritmi di una didattica a distanza densa e senza pause, ed è arrivato l’inverno. Mi sembra di essere tornata a respirare solo adesso, sapendo che tutti gli elaborati per l’appello d’esami di gennaio sono conclusi e consegnati, e non resta che attendere gli esiti. Sento il bisogno fisico di fermarmi e ritrovare le cose che sono sfuggite al mio sguardo e rimaste da parte, mentre correvo a testa bassa per stare dietro alle cose da fare. A dicembre ero convinta che non ce l’avrei fatta a rispettare la scansione che mi ero promessa per sostenere gli esami, ma adesso che comincio a vedere la cima della montagna non sembra più così irraggiungibile, e mi sembra di avere perfino abbastanza tempo per riposare e rifocalizzarmi non solo sul cammino da compiere, ma anche su me stessa e su quello che ho realizzato finora.

Anche se il 2020 è stato difficile, mi reputo fortunata. Essendo una persona abbastanza introversa, le cui ‘batterie sociali’ si esauriscono rapidamente a contatto con le altre persone e per cui la solitudine e lo spazio personale sono importanti per il mio equilibrio, non ho risentito particolarmente del primo lockdown. Durante uno dei corsi del semestre appena trascorso, ci è stato chiesto di scrivere una riflessione personale su come abbiamo vissuto la pandemia e cosa ne abbiamo tratto. Credo che valga la pena riportarla qui perché rende l’idea di cosa abbia rappresentato per me questo anno anomalo.

“La domanda a cui mi appresto a rispondere, l’implicito che aleggia sul foglio bianco, è come la pandemia da Covid-19 abbia trasformato la mia vita e come io l’abbia affrontata, e per estensione qual è stato l’impatto e quali risorse abbia innescato, o fatto scaturire, nella mia generazione.
Non posso affrontare questa domanda senza partire da me, e nello specifico dalla mia visione del mondo. Non studierei sociologia se non volessi cambiare il mondo, e se non credessi che il mondo può essere reso un posto migliore. Credo che questo sia possibile solo tessendo reti dall’impegno individuale al cambiamento collettivo, per affrontare i problemi a ogni scala a cui si presentano. Questa prospettiva, che qui non posso che delineare nei suoi contorni più ampi, si traduce in un’ottica sulla vita mossa da un profondo senso di dovere e responsabilità nei confronti di questi problemi: non sentirei di stare vivendo nel modo giusto se non infondessi consapevolezza e responsabilità nelle mie scelte, se non cercassi di essere all’altezza dei miei ideali nella quotidianità. Quando voglio ricordare a me stessa di stringere i denti e fare la cosa giusta, sono alcuni versi di canzoni a incarnare questa motivazione: “I know that I must do what’s right/sure as Kilimangiaro rises like Olympus over the Serengeti” (Africa, Toto); “It all seems so stupid/It makes me want to give up/But why should I give up/When it all seems so stupid?” (Shame, Depeche Mode).
Fondamentalmente, tutto questo è per dire che mi sento una guerriera, nella vita, impegnata a combattere una battaglia per tracciare il mio sentiero e costruire qualcosa con la mia vita che abbia un significato che va oltre me stessa e che, quando sarà arrivato il momento di fermarmi e di guardare indietro verso il sentiero che avrò percorso, mi farà sentire di aver fatto la mia parte e di poter riposare con il cuore fiero nella consapevolezza di non aver vissuto invano.
La pandemia non ha fatto altro che rafforzare questa mia determinazione, e in questo senso posso dire di averla vissuta bene. In parte è anche merito delle circostanze: ho avuto la fortuna di poter trascorrere il primo lockdown con il mio compagno, con il quale ho una relazione a distanza che dura ormai da nove anni. Non avevamo mai trascorso così tanto tempo assieme, scherzando mi sono trovata a definire il lockdown come una ‘prova tecnica di convivenza’ e insieme ci siamo resi conto che possiamo farcela, che nella quotidianità dello stare insieme ci rafforziamo a vicenda e ci rendiamo persone migliori, sostenendoci reciprocamente nell’impegno di fare la cosa giusta, che sia fare allenamento tra una lezione e l’altra oppure andare a fare la spesa a piedi. Nel complesso, del primo lockdown porto ricordi felici, in cui l’orizzonte ristretto di quel piccolo appartamento è stato per me un nido in cui immaginare concretamente il futuro di quando io e lui potremo vivere insieme, un orizzonte che, con il passare del tempo, desideriamo sempre più ardentemente sentire vicino, pur nella consapevolezza che prima di compiere questo passo dovremo avere un piano e tutte le risorse per portarlo a termine. Il tempo del lockdown è scandito da alcune immagini, l’erba nelle aiuole che cresceva rigogliosa senza nessuno a tagliarla, i papaveri sul ciglio della strada, svegliarsi presto sapendo di poter camminare fino dal panettiere per ritirare la Magic Box settimanale di prodotti da forno, sedersi sul muretto che delimita i confini del balcone al tramonto per leggere e sentire il sole sulla pelle, gli abbracci prima di dormire, le videochiamate con le amiche.
Quando sono tornata a casa, con la riapertura, con la valigia in mano in una stazione ferroviaria deserta, ho sentito un forte senso di nuovo inizio, di rinnovamento. Nel corso dell’estate, ho fatto un punto di cercare di impegnarsi più di prima nella mia quotidianità, anche per supplire alla mancanza di quelle forme di impegno collettivo che rendono tangibile l’appartenenza condivisa a una comunità. La cosa che mi è mancata più di tutte è stata Puliamo il Mondo, la giornata in cui si gira con guanti e sacchi della spazzatura per raccogliere l’immondizia ai margini delle strade che portano fuori dal paese, verso la campagna. Nel mio paese, ci sono sempre due squadre: i genitori con i bambini restano in paese e raccolgono piccoli rifiuti, mentre una squadra di volontari “tosti”, come ci definiamo ridendo, si inoltra verso le aree dove per raccogliere la spazzatura bisogna calarsi nei fossi e nelle macchie di bosco dove persone poco dotate di spirito civico abbandonano grandi quantità di rifiuti.
Mi è mancata questa dimensione dell’impegno collettivo, così ho preso l’abitudine di raccogliere i rifiuti portando una borsa della spesa con me ogni volta che avevo qualche commissione da svolgere. Zaino in spalla, guanti da lavoro e bicicletta, ho pensato spesso al valore della circolarità di tutte quelle bottiglie di vetro e lattine di alluminio che ritornano nel circuito del riciclaggio per trovare nuova vita. Dovremmo tutti pensare maggiormente in termini circolari, tornare a sentirci “tutti collegati nel grande cerchio della vita”, percepirci come parte di un ecosistema vulnerabile e di una comunità vulnerabile per altri versi, ricordarci che dobbiamo restituire per quello che ci è stato dato, per quello che ci preesiste e che senza di noi non è scontato che continui a esistere.
Non posso dire davvero come la mia generazione abbia affrontato la pandemia, ma credo che quello che ho percepito attorno a me, a partire dalla mia esperienza, è che per noi è stato più facile adattarci al nuovo orizzonte, alla nuova dimensione della socialità a distanza. Lo abbiamo fatto non perché non sentiamo la mancanza dei rapporti in carne e ossa, ma perché collettivamente il nostro spirito è stato quello di una promessa di ritrovarci – quando tutto questo sarà finito, allora potremo riabbracciarci, nel mentre…I know that I must do what’s right.
Ho percepito un grande spirito di adattamento e determinazione, anche in coloro che hanno dovuto compiere scelte drastiche dall’oggi al domani, decidere dove trascorrere i mesi successivi, su quale luogo e dimensione poggiare i piedi in attesa di poter ripartire. Io stessa, all’inizio di questo secondo lockdown, ho esitato molto nel decidere se restare a casa con i miei genitori o fare la valigia, prendere il treno e correre dal mio compagno prima che i metaforici cancelli si chiudessero. Ho scelto di restare, sapendo che non lo rivedrò almeno fino a gennaio, ma in realtà chi può dirlo? Ho scelto di restare, perché I know that I must do what’s right.
Credo che per la mia generazione, per i millennial, la pandemia non abbia schiacciato gli orizzonti in modo drastico perché tutti noi avevamo già messo in conto che il futuro sarebbe stato incerto, complicato, da affrontare passo dopo passo. Per contesto, io sono del 1995: avevo 13 anni quando la crisi economica del 2008 ha colpito, facevo la terza media. Prima di congedare la mia classe, la professoressa di lettere ci diede un decalogo intitolato “Dieci regole per avere un futuro”, stampato su un foglio A3. È stato un po’ il simbolo del fatto che il futuro sarebbe stato una strettoia, qualcosa per cui combattere, qualcosa per cui essere preparati. Per anni l’ho tenuto come un poster appeso all’armadio, come monito: niente ci sarà dato, niente sarà facile, dovremo conquistarci l’orizzonte a cui aspiriamo passo dopo passo, come una montagna da scalare.
Ancora oggi, quando guardo al futuro vedo una battaglia da combattere, un cambiamento da costruire, un orizzonte da conquistare. Niente è cambiato con la pandemia: tutto quello che come generazione abbiamo ereditato è tanto lavoro da fare.
Un’altra cosa che ho tenuto per anni appesa sull’armadio, è un’altra citazione dei Depeche Mode:

You can’t change the world
But you can change the facts
And when you change the facts
You change points of view
If you change points of view
You may change a vote
And when you change a vote
You may change the world

(Depeche Mode, New Dress)
Non se questa sia una risposta alla domanda. Spero che renda l’idea.”

 

Sentiero fra le colline, Parco del Curone. Andare avanti, con fiducia e determinazione, ma fermarsi a guardare il paesaggio. 

PS: Ho trovato riflessioni molto illuminanti sullo scenario che stiamo attraversando e sulle sue implicazioni in questo numero speciale della rivista dell’Associazione Italiana di Sociologia, Sociologia Italiana. Tutti gli articoli sono disponibili integralmente online e scaricabili in formato .pdf.

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ladymismagius
Un addio, o forse un arrivederci – e qualche citazione https://ilragno.wordpress.com/2020/11/12/un-addio-o-forse-un-arrivederci-e-qualche-citazione/ https://ilragno.wordpress.com/2020/11/12/un-addio-o-forse-un-arrivederci-e-qualche-citazione/#comments Thu, 12 Nov 2020 18:50:05 +0000 https://ilragno.wordpress.com/?p=2523 Cari lettori,
come potreste sapere, WordPress ha recentemente stabilito la migrazione permanente dal vecchio editor di testi a uno nuovo, molto meno intuitivo e molto più scomodo. Fra gli sviluppatori e la comunità dei blogger si sono levate proteste e sono stati elaborati degli strumenti volti a disattivare in modo permanente le nuove funzionalità, giusto per dirvi quanto sono state “apprezzate”. Tuttavia, questi strumenti operano tramite plugin, e l’accesso a questi plugin non è possibile con un piano gratuito. Non ho in questo momento soldi da spendere per fare l’upgrade a un piano a pagamento, e non intendo dare dei soldi a WordPress per potere ottenere l’annullamento di una modifica che WordPress ha imposto a discapito del volere dei suoi utenti. 

Io ho sempre scritto post molto lunghi, e con questo nuovo editor di testi ciò è diventato più difficile e macchinoso, e onestamente sono molto contrariata dal fatto di dover litigare con uno strumento per un’attività che svolgo nel mio tempo libero, che fra l’altro è sempre più ridotto ai minimi termini. A questo punto la soluzione credo che possa essere quella di chiudere il blog, almeno temporaneamente, almeno finché non avrò più tempo per respirare e compiere il processo di adattamento a questo nuovo editor. Intendo far rimanere accessibile tutto quello che ho scritto in questi otto anni di esistenza del blog, ma chiudere i commenti per segnalare il fatto che si tratta – da oggi in poi – di un blog non più attivo. 

Negli ultimi mesi l’attività di questo blog è stata pressoché inesistente e di questo vorrei scusarmi con tutti voi, chi mi segue e chi è capitato qui per caso. A tutti voi, vorrei lasciare come saluto una serie di citazioni che ho raccolto negli ultimi mesi e che rappresentano per me gemme di pensiero e ispirazione da conservare e rileggere di tanto in tanto. La raccolta di citazioni è un po’ un cliché da blog, ma è bello trovare qualcosa nelle parole di altri che ci aiuti ad andare avanti, e in questi tempi difficili e gravosi estendere l’orizzonte del nostro pensiero oltre l’oscurità è, credo, qualcosa da cui tutti potremmo trovare un briciolo di conforto. Ecco perciò un po’ di citazioni in ordine sparso.

  • Chi ha la fortuna di nascere benestante, secondo alcuni avrebbe il ‘dovere’ di vivere da conservatore, o da colonialista, da fascista. Se vive da progressista, se pratica solidarietà, se non è razzista, è un fottuto radical chic. E se è femmina è una troia” (Nicola Piovani).
    Questa citazione non è proprio una gioia, ma mi ricorda una frase di Max Pezzali: “Ti potranno dire che non può esistere/niente che non si tocca o si conta o si compra perché/chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te” (dalla canzone Ci sono anch’io, che fra l’altro è stata usata nella colonna sonora del film Disney Il pianeta del tesoro, uno dei miei preferiti). Non dobbiamo permettere a nessuno di portarci via la solidarietà, l’impegno civico, il desiderio di rendere il mondo un posto migliore. Non dobbiamo cedere alla retorica dell’egoismo e dell’indifferenza, perché quando usciremo da questa pandemia ci sarà ancora più lavoro da fare per ricostruire una società gravemente provata da problemi strutturali che in questi mesi sono solo peggiorati. Il mio ottimismo ha sempre preso la forma della voglia di lottare. 
  • Quella che pare una rinuncia alla leggerezza, è in realtà una liberazione: significa darsi la possibilità di essere la versione sempre migliore di sé stessi” (Marzia D’Amico).
    Un’altra citazione nello spirito della precedente: voler lottare e impegnarsi per rendere il mondo un posto migliore significa portare un peso, ma è anche qualcosa che apre un orizzonte all’interno del quale nei giorni migliori si può trovare una forza immensa. Che è quello che auguro a tutti voi, di trovare dentro di voi le risorse che vi facciano risplendere e vi guidino. 
  • Assorbi e butti fuori, assorbi e butti fuori, ti metti in gioco, ti guardi dentro, non ti piaci, ti vomiti addosso responsabilità che non hai, poi ti riguardi riinizi a piacerti e, più o meno, vai avanti così per tutta la vita e continui quel viaggio […]. Ora i miei piedi si muovono diversamente, hanno una direzione decisa, anche se non so dove mi porteranno, a volte si fermano e battono la pianta sul pavimento, come se fossero in attesa. In attesa poi di cosa non si saprà mai credo, ma l’attesa accompagna e crea aspettative che oh, prima o poi, qualcosa di bello tornerà eh” (Manuela, L’estate dei trentenni). 
    Questa citazione mi parla del desiderio di rinnovamento e dell’energia sopita dentro di noi, in attesa. Vi auguro di trovare un modo di indirizzare quell’energia, di renderla un’energia creativa che nutre e trasforma, che aiuta e sostiene, che ci porta avanti con il nostro percorso e ci aiuta ad affrontare la fatica. Trovare questa energia c’entra con il trovare noi stessi, un’impresa non facile ma necessaria. 
  • …e una mente aperta che ricordo a tutti, non essere una frattura del cranio ma semplicemente un modo per sopravvivere e per accogliere nuove idee e nuovi progetti” (Manuela, L’estate dei trentenni). 
    Siamo tutti schiacciati da una quotidianità che sembra divenuta l’unico orizzonte, ma l’apertura mentale ci aiuta a guardare oltre noi stessi e oltre il presente. 
  • Non so e non credo che il body shaming sulle donne finirà. So però che è essenziale non farsene spezzare. Per ogni ‘cesso’ e ‘scrofa’ che riceviamo, l’antidoto è ricordare la forza che quelle parole vorrebbero spegnere. La bellezza che sappiamo riconoscere in noi stesse è la fonte della libertà che vorrebbero negarci” (Michela Murgia). 
    Forse il vostro ostacolo non è il body shaming, ma tenete stretta la consapevolezza della vostra forza luminosa, delle vostre qualità. Non permettete a nessuno di tentare di spezzarvi, e quando succede, vi auguro di riuscire a trovare la forza di rialzarvi nella consapevolezza che il mondo non può essere lasciato agli stronzi. Mai.
  • Però, non abbiate paura del potere. All’inizio della mia carriera, non avrei mai detto che ne desideravo di più. Mi sembrava un sinonimo di compromesso, prevaricazione, arroganza. Una cosa poco pulita, non una legittima aspirazione. Ma il potere è un mezzo: significa decidere. Diventa sporco se lo usano persone corrotte. Resta maschile se solo gli uomini lo maneggiano. Non è né buono né cattivo: dipende cosa ne fai quando ce l’hai. Imparate a gestirlo: offre l’opportunità di migliorare le condizioni di tutti” (Lilli Gruber). 
    Un’altra citazione nel filone ‘il mondo non può essere lasciato agli stronzi’. Che è uno stato d’animo, di determinazione e consapevolezza del proprio valore, che di nuovo auguro a tutti.
  • Stop leaving the big dreams for the millionaires” (Kumiko Love). 
    Il potere resta concentrato nelle mani dei ricchi per tanti fattori strutturali, ma ciò è molto più facile se ci convinciamo di non avere alcun potere di cambiare le cose, di aspirare a una realtà più equa, più solidale. Il primo passo per rivendicare un cambiamento è credere che valga la pena lottare per un sogno.
  • La speranza è qualcosa che si impara a esercitare quando si è incoraggiati a farlo. Non nasce da sola e può anche esaurirsi, se non viene usata. Serve allora un ambiente politico, sociale e culturale dove le persone sono abituate a sperare. Perché è dalla speranza che discendono poi le diverse immagini di futuro, così come la spinta e la possibilità di negoziarle” (Arjun Appadurai). 
    Naturalmente, non credo che una sola persona abbia il potere di cambiare le cose: il cambiamento è un processo che deve coinvolgere le comunità, estendersi oltre l’individuo, essere preso per mano e nutrito per farlo crescere. La speranza deve tradursi in impegno per non appassire e morire. L’impegno deve essere visibile e condiviso per ispirare gli altri. Questo è ciò che possiamo fare da soli, ma il resto lo possiamo fare solo insieme. 

Spero che questa raccolta di citazioni, che è anche un viaggio nel mio stato d’animo degli ultimi mesi, possa essere qualcosa che porterete con voi, magari trascrivendo qualcuna di queste frasi sull’agenda o su un post-it da appendere in giro. Qualunque cosa succeda, vi auguro di avere la possibilità di riuscire a uscirne. Nel mentre, take care & stay safe

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Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, di Stuart Hall (parte 7) https://ilragno.wordpress.com/2020/09/25/representation-cultural-representations-and-signifying-practices-di-stuart-hall-parte-7/ https://ilragno.wordpress.com/2020/09/25/representation-cultural-representations-and-signifying-practices-di-stuart-hall-parte-7/#comments Fri, 25 Sep 2020 11:02:44 +0000 https://ilragno.wordpress.com/?p=2477 Di nuovo, devo scusarmi con chi sta seguendo serie per la mancanza di aggiornamenti tempestivi: spero sempre di poter rimediare, ma la vita si mette di mezzo. Considerando quanti blog sono definitivamente morti per gli stessi motivi, spero di trovare comprensione. Per riassumere: questa è una serie di post, ormai arrivata alla settima puntata, che intende offrire una trattazione punto per punto del saggio Representation: Cultural Representations and Signifying Practices (1997), a cura di Stuart Hall. La sesta puntata ha riguardato la distinzione fra approccio semiotico e approccio discorsivo alla rappresentazione e come il contributo di Roland Barthes abbia svolto il ruolo di giunzione fra questi due approcci, il secondo dei quali è stato elaborato principalmente da Michel Foucault. Con l’aiuto di Laclau e Mouffe, abbiamo cercato di comprendere meglio il framework di Foucault: spero di esserci riuscita, perché si tratta di un pilastro importante del costruzionismo sociale e di uno sguardo sulla realtà che richiede una curva d’apprendimento inizialmente ripida e controintuiva, ma che è in grado di illuminare aspetti del funzionamento della società che non possono essere compresi altrimenti. In ogni caso, la sezione commenti è aperta a discussioni sia sugli aspetti più teorici che sulle possibili direzioni di riflessione che sorgono da questi argomenti, e io cercherò di rendere comprensibile quello che sto cercando di dire al meglio delle mie possibilità.

Eravamo rimasti a un’importante acquisizione della prospettiva costruzionista: “gli oggetti fisici esistono, ma non hanno alcun significato fisso [intrinseco]: essi assumono significato e diventano oggetti di intelligibilità solo all’interno del discorso“. Abbiamo fatto l’esempio delle regole del calcio come costruzione discorsiva che rende una palla un pallone da calcio, e quindi regola le pratiche attorno a quella palla: ad esempio, il fatto che a tutti i giocatori fuorché il portiere sia proibito toccare la palla con le mani. Quello con cui noi esseri umani pensiamo quindi non è la realtà materiale degli oggetti, ma i significati e i discorsi che li rivestono e che sono per noi come l’acqua per i pesci, qualcosa in cui siamo immersi e senza cui non possiamo esistere. Noi pensiamo parole, e abbiamo visto cosa sono le parole – segni che hanno senso all’interno delle mappe concettuali costruite dalla nostra cultura. E, più in grande, noi pensiamo idee e discorsi che circolano nella società e che noi possiamo assorbire, rielaborare, criticare, ma che sono il paesaggio di pensiero entro cui noi ci collochiamo, e noi non possiamo esistere nel vuoto, perciò non possiamo pensare al di fuori di questo paesaggio, così come non possiamo pensare senza un linguaggio. Nel pensiero di Foucault, ci riassume Hall, “la conoscenza riguardo e le pratiche attorno a tutti questi argomenti […] non esisteva e non poteva esistere in modo significativo al di fuori di specifici discorsi, ovvero al di fuori dei modi in cui essi venivano rappresentati nel discorso, prodotti dalla conoscenza e regolati dalle pratiche discorsive e dalle tecniche disciplinari di una particolare società ed epoca”. L’espressione cruciale qui è “in modo significativo”: le cose esistono là fuori, ma quello che conta sono le condizioni che ci rendono possibile comprenderle, afferrarle, pensarle, le condizioni della loro intelligibilità.

Foucault era interessato anche al “modo in cui la conoscenza era messa in opera attraverso pratiche discorsive in specifici contesti istituzionali per regolare la condotta degli altri”, ovvero alla relazione fra conoscenza e potere, e al “modo in cui il potere operava all’interno di ciò che ha chiamato un apparato istituzionale e le sue tecnologie (tecniche)”. Prendiamo un esempio, quello dell’apparato istituzionale che punisce il crimine: esso si fonda su “discorsi, istituzioni, arrangiamenti architettonici, regolamenti, leggi, misure amministrative, affermazioni scientifiche, affermazioni filosofiche, moralità, filantropia, ecc. L’apparato è sempre inscritto in un gioco di potere, ma è anche sempre collegato a certe coordinate di conoscenza. Questo è ciò in cui l’apparato consiste, strategie di relazioni di forze che supportano e sono supportate da forme di conoscenza”, scriveva Foucault. Pensiamo a un pezzo di Discorso che ha plasmato, come ci insegnano a scuola, in modo forte la nostra concezione di qual è lo scopo del carcere e, quindi, come il carcere deve essere organizzato: la famosa opera Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, pioniere della concezione rieducativa della pena che è tutt’ora inscritta nella nostra Costituzione (Art 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”). Questo è un Discorso sul crimine, ma non è l’unico possibile: sono sicura che avremo sentito tutti dei discorsi populisti su come i carcerati siano uno spreco di risorse dello Stato, discorsi deumanizzanti per cui queste persone sono feccia con merita nulla, discorsi a favore della pena di morte. A seconda del Discorso che lo Stato sceglie di seguire nei suoi principi e nelle sue leggi, l’organizzazione del sistema carcerario sarà molto diversa, e questo è un esempio molto visibile del legame fra conoscenza (chi è il criminale, perché si delinque, cosa bisogna fare per ridurre il crimine) e potere (come puniamo i criminali).

Il tassello successivo di questa relazione fra conoscenza e potere riguarda i corpi: Foucault ha orientato la sua attenzione sulle relazioni fra conoscenza, potere e corpo nella società moderna, convinto che la conoscenza sia inestricabilmente avvinta in relazioni di potere dal momento che essa viene applicata alla regolazione della condotta sociale nella pratica. Qui Hall sente il bisogno di fare una distinzione fra la posizione marxista sulla relazione fra conoscenza e potere e quella foucaultiana: “Marx ha sostenuto che, in ogni epoca, le idee riflettono la base economica della società, e quindi le ‘idee dominanti’ sono quelle della classe dominante che governa un’economia capitalista, e corrispondono ai suoi interessi dominanti. L’argomento principale di Foucault contro la teoria marxista classica dell’ideologia è che essa tendeva a ridurre tutte le relazioni fra potere e conoscenza a una questione di potere di classe e di interessi di classe. Foucault non negava l’esistenza delle classi, ma era fortemente contrario a questo elemento di riduzionismo economico o di classe […]. Il marxismo tendeva a porre in contrasto le ‘distorsioni’ della conoscenza borghese con le proprie pretese di ‘verità’ – la scienza marxista. Ma Foucault non credeva che alcuna forma di pensiero potesse reclamare uno status di verità assoluta di questo tipo, al di fuori del gioco del discorso. Tutte le forme di pensiero politico e sociale, secondo lui, erano inevitabilmente avvinte nel gioco reciproco di conoscenza e potere”. Naturalmente, il pensiero marxista non si è fermato a Marx, e uno sviluppo successivo importante per contestualizzare il nostro discorso è quello della nozione di egemonia di Antonio Gramsci – che in Italia è noto principalmente come martire dell’antifascismo, ma all’estero è un nome che ricorre nelle scienze sociali proprio per l’elaborazione di questo concetto di egemonia -, che Hall spiega in questi termini: “La nozione [di egemonia] di Gramsci era quella secondo cui gruppi sociali specifici lottano in molti modi diversi, incluso il piano ideologico, per vincere il consenso degli altri gruppi e perseguire una sorta di ascendente su di loro sia nel pensiero che nella pratica”.

Il pensiero di Foucault si distingue da quello marxista/gramsciano perché ritiene “non solo che la conoscenza sia sempre una forma di potere, ma che il potere sia implicato nelle questioni di se e in quali circostanze la conoscenza debba essere applicata o meno. Questa questione dell’applicazione e dell’efficacia del potere/conoscenza era più importante, secondo lui, della questione della sua ‘verità’. La conoscenza legata al potere non solo assume l’autorità di essere ‘la verità’, ma ha il potere di rendersi vera. Tutta la conoscenza, una volta applicata nel mondo reale, ha effetti reali, e almeno in quel senso ‘diventa vera’. La conoscenza, una volta usata per regolare la condotta altrui, implica dei vincoli, delle regole e il disciplinamento delle pratiche. Quindi, ‘Non c’è relazione di potere senza la correlata costituzione di un campo di conoscenza, né alcuna conoscenza che non presupponga e costituisca al contempo delle relazioni di potere’ (Foucault, 1977a)”. Non è semplice comprendere la portata di queste affermazioni, ma Hall è un’ottima guida e ci offre questa spiegazione: “La conoscenza non opera nel vuoto. È messa al lavoro, attraverso certe tecnologie e strategie di applicazione, in situazioni specifiche, contesti storici e regimi istituzionali. Per studiare la punizione, occorre studiare come la combinazione di discorso e potere – potere/conoscenza – ha prodotto una certa concezione del crimine e del criminale, ha avuto certi effetti concreti sia per il criminale che per colui che punisce, e come questi sono stati messi in pratica in certi regimi di prigionia storicamente specifici”. Foucault ha parlato di questa applicazione della conoscenza come di “formazioni discorsive che sostengono un regime di verità”, e Hall ci offre un ulteriore esempio: “può essere o non essere vero che essere figli di genitori single inevitabilmente conduce alla delinquenza e al crimine. Ma se tutti credono che sia vero, e puniscono i genitori single di conseguenza, questo avrà conseguenze reali sia per i genitori che per i bambini e diventerà ‘vero’ in termini di effetti concreti, anche se in un qualche senso assoluto non è mai stato dimostrato irrefutabilmente”. In un’epoca di fake news, post-verità e disinformazione, Hall ci dà un valido motivo per cui è importante che le affermazioni che hanno basi scientifiche, al di là delle questioni epistemologiche che ne definiscono la verità, circolino nella conversazione collettiva come formazioni discorsive dotate di autorevolezza, perché è all’interno del Discorso che si plasmano le rappresentazioni che orienteranno le decisioni. Se restiamo all’esempio, lo Stato potrebbe decidere di applicare politiche favorevoli alle ‘famiglie tradizionali’ e tentare di penalizzare i divorzi nella convinzione che i benefici sociali del crescere con due genitori debbano essere protetti, e questo potrebbe avere conseguenze negative per le donne vittime di violenza domestica, che potrebbero avere meno risorse – sia economiche, che di credibilità – per lasciare compagni abusanti e rivendicare la custodia dei figli in tribunale. Questo già succede, anche se il legame con la formazione discorsiva sui danni del crescere con un solo genitore è solo un esempio – per sapere su quali formazioni discorsive i legislatori basano le loro decisioni, bisogna fare lunghe e rigorose ricerche sugli atti parlamentari, incluse le audizioni presso le commissioni competenti, e sul modo in cui le proposte di legge sono presentate sia in Parlamento che ai media e quindi ai cittadini.

Ma torniamo a Foucault. Egli ha affermato: “Ogni società ha il suo regime di verità […]; ovvero, i tipi di discorso che accetta e fa funzionare come veri, i meccanismi e le istanze che consentono a una persona di distinguere le affermazioni vere da quelle false, i mezzi con cui ognuna di loro riceve sanzione e lo status di coloro che hanno il compito di stabilire ciò che conta come vero” (Foucault, 1980). Nella nostra società, la scienza è senz’altro un regime di verità, ma lo sono anche l’essere portatori del Discorso di un’istituzione, il giornalismo e il sistema dei media, il sistema scolastico…e non è detto che tutti questi altri attori e istituzioni rispettino i criteri di verità e rigore della scienza come dovrebbero. Abbiamo esplorato il lato ‘conoscenza’ del binomio conoscenza/potere: immergiamoci ora più nel dettaglio nella concezione foucaultiana del potere: secondo l’autore, il potere circola ed è “dispiegato ed esercitato attraverso un’organizzazione reticolare” (Foucault, 1980) in cui tutti noi siamo avvinti, oppressori e oppressi. “Le relazioni di potere permeano tutti i livelli dell’esistenza sociale e quindi si trovano ad operare in ogni sito della vita sociale – nelle sfere private della famiglia e della sessualità tanto quanto nelle sfere pubbliche della politica, dell’economia e della legge. [Il potere] ‘non pesa solo su di noi come come una forza che dice di no, ma attraversa e produce cose, suscita piacere, forme di conoscenza, produce discorso. Deve essere pensato come un network produttivo che scorre attraverso l’intero corpo sociale (Foucault, 1980)”, spiega Hall. È una concezione complicata e controversa, su cui esiste un ampio spazio per essere in disaccordo, ma prima di tutto occorre mettere a fuoco qualche altro punto: “Senza negare che lo Stato, la legge, il sovrano o la classe dominante possano avere posizioni di dominio, Foucault sposta la nostra attenzione lontano dalle grandi strategie macro del potere, verso i piccoli circuiti localizzati, le tattiche, i meccanismi e gli effetti attraverso cui il potere circola [i quali] connettono il modo in cui il potere lavora sul terreno alle grandi piramidi del potere attraverso quello che lui chiama un movimento capillare”, chiarisce Hall. È un approccio che il femminismo comprende bene, se pensiamo per esempio a come il dominio maschile patriarcale si esprime capillarmente attraverso sia le discriminazioni istituzionalizzate, sia nelle pratiche e nei codici che connotano un’interazione, un ambiente, come ostile e sottilmente minaccioso per le donne. La paura di camminare per strada da sole di notte è un’espressione del potere maschile che si imprime sui corpi delle donne – non possiamo impedirci di avere paura, non possiamo espungere la nostra vulnerabilità fuori da noi come se il potere non avesse peso o effetto, possiamo solo lottarci contro ogni volta – e una perfetta espressione di quella che Foucault chiama “microfisica del potere”. Il patriarcato sarebbe molto meno resistente se si esprimesse solo a livello macro, ma non condizionasse l’esperienza e il sentire delle donne nella loro quotidianità, nel loro privato, nelle loro percezioni.

Questo approccio al potere lo “radica in forme di comportamento, corpi e relazioni locali di potere che non dovrebbero affatto essere viste come una semplice proiezione del potere centrale” (Foucault, 1980). La paura di camminare per strada da sole di notte non è un’emanazione della struttura sociale patriarcale, ma è una specifica forma di potere attraverso cui il patriarcato agisce e si mantiene in essere, così come i capillari (per restare nella metafora) non sono una proiezione delle grandi vene e arterie, ma un loro complemento, la parte del sistema dove si svolge la funzione cruciale di scambio ossigeno/anidride carbonica a livello cellulare. Come dicevamo, è il corpo il sito della lotta fra le diverse formazioni di conoscenza/potere, l’oggetto su cui si applicano le tecniche di regolamentazione, e “Formazioni discorsive e apparati differenti dividono, classificano e inscrivono il corpo in modi diversi nei loro rispettivi regimi di potere e ‘verità’. […] Naturalmente questo ‘corpo’ non è semplicemente il corpo naturale che tutti gli esseri umani possiedono in ogni epoca. Questo corpo è prodotto all’interno del discorso, secondo le differenti formazioni discorsive – lo stato della conoscenza […], ciò che conta come ‘vero’ […], gli specifici apparati e tecnologie […]. Questa è una concezione radicalmente storicizzata del corpo – una sorta di superficie su cui i differenti regimi di potere/conoscenza inscrivono i loro significati ed effetti. Essa pensa il corpo come ‘totalmente plasmato dalla storia e dai processi storici di decostruzione del corpo’ (Foucault, 1977a)”, chiarisce Hall. Il modo in cui in una data epoca storica e in un dato contesto sociale siamo socializzati imprime stratificazioni di significati sui corpi che dipendono da specifiche formazioni discorsive, alcune dominanti, altre in opposizione alle prime. In alcuni casi questo atto di imprimere è letterale: pensiamo alla vergogna, che come abbiamo appreso nella serie su Pierre Bourdieu e la sua fondamentale opera Il dominio maschile, è un’emozione corporea prodotta da processi sociali di creazione di stigma, per cui è il fatto che qualcosa sia socialmente visto come negativo, imbarazzante, umiliante o sporco che ci fa vergognare di quella cosa, mentre magari sarebbe del tutto indifferente in un contesto in cui non assume quelle connotazioni. Un altro esempio sono le forme dell’immaginario collettivo che ci portano a erotizzare – ad attribuire significati di desiderabilità sessuale e bellezza – certe forme del corpo piuttosto che altre, che chiaramente cambiano attraverso le epoche e le società.

Il radicare gli effetti dei dispositivi di potere/conoscenza nella corporeità è un modo per radicarli anche in particolari contesti sociali e storici, restituendo alla questione delle rappresentazioni e dei discorsi un ancoraggio alla materialità: non è un caso che Foucault si sia occupato di sessualità, di follia e di regimi punitivi, ambiti in cui la costruzione di soggetti emerge fortemente dall’applicazione di norme conoscitive e regolative ai corpi, in cui il potere si esprime nella capacità di dire e fare sul corpo delle ‘vittime’, di produrre discorsi e pratiche che si riflettono esplicitamente sul corpo.

Nella prossima puntata parleremo meglio di questo aspetto analizzando alcuni esempi e concluderemo il capitolo, ripercorrendo il filo del discorso sviluppato in queste otto puntate. La sezione commenti, come ho già avuto modo di dire, resta aperta per voi.

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