| CARVIEW |
Sai, la scorsa settimana ho fatto anch’io il Covid, insieme ai miei genitori (mio fratello non vive più con noi, è andato a convivere con la sua ragazza e loro per fortuna sono rimasti negativi anche se erano venuti a trovarci la domenica precedente). Io sono stata abbastanza bene, un forte raffreddore e tanto senso di debolezza, ma ho visto l’impatto su mia madre (che è anche fumatrice, e con le malattie respiratorie non aiuta). Non so se da te sia lo stesso, ma qui in Lombardia l’isolamento obbligatorio con tre dosi del vaccino è sette giorni, prima del tampone di controllo che dà il “via libera” se negativo e comporta il rilascio del documento di guarigione. In quella settimana, mi sono sentita davvero come se mi avessero portato via una parte della cittadinanza, e quando è arrivato il tampone negativo per me è stato come se mi avessero ridato il pieno diritto di andare là fuori, fare la spesa, incontrare gente, insomma, la libertà. è stata solo una settimana, e per fortuna non ho avuto sintomi gravi, ma è stata una settimana di tempo sospeso, come se la mia vita si fosse fermata per un giro. Tutti sono stati molto comprensivi per gli impegni che ho dovuto spostare da presenza a remoto o cancellare proprio, ma per me è stato strano lo stesso. Certo, solo il fatto di aver potuto riorganizzare rapidamente le cose in funzione di questo evento imprevisto dimostra quanto il Covid sia parte del nostro orizzonte, se non della nostra normalità, ma è strano quando capita a te per davvero.
]]>è passato un sacco di tempo e ti chiedo scusa per non averti risposto prima, ma ho sempre meno energie mentali per seguire questo blog e sento che la mia vita sta andando in una traiettoria molto diversa rispetto al momento in cui ci scrivevo con una certa consistenza. Però, come sai, non voglio chiuderlo perché vedo che ogni tanto qualcuno lo trova ancora. Per il resto, sono d’accordo con te: bisogna confrontarsi con le macchie che fanno parte della nostra storia, e non rimuoverle, per poter guarire le ferite e costruire una pace fondata sulla riconciliazione, non sul nascondere i torti e le colpe sotto il tappeto. Questo da entrambe le parti. Ma, attenzione, dire “da entrambe le parti” non vuol dire che la colpa è sempre divisa equamente, 50% da una parte e 50% dall’altra, specie dove esistevano significative differenze di potere fra una parte e l’altra (per esempio, fra nazifascisti e partigiani).
]]>Per esempio io sono nato e vivo in una città con una storia di quasi 3000 anni, occupata nella storia da tantissimi popoli, mille anni fa era addirittura un califfato.
Qualcuno dice che questo significa è un esempio di accoglienza, però qui parliamo di vere invasioni, eserciti stranieri non migranti, voglio dire se i russi o i cinesi invadessero la città, non so quante di queste persone sarebbero felici, ovviamente la mia è una iperbole e una provocazione, ma è per fare capire il concetto, che sia da sinistra che da destra può essere fallato.
Però come ha detto una volta uno psicologo sloveno, che parlava del rapporto tra gli sloveni e gli italiani, e della nostra storia in comune, e del nostro passato drammatico in alcuni momenti, solo riconoscendo gli aspetti positivi si possono riconoscere gli aspetti negativi e viceversa, cioè siamo sia il popolo del rinascimento, dall’ottimo cibo, cultura e musica, ma siamo anche quelli, che fucilavano civili, bruciavano villaggi, torturavano ecc… del resto Mussolini ispiro Hitler non il contrario, e per l’odio verso gli slavi, vale lo stesso principio. ]]>
Mi chiedo se abbia senso, un nord del mondo cosi ultra vaccinato, e miliardi di persone senza neanche una dose, del resto da un punto di vista economico non penso sia quello il problema, ma forse riguarda un problema di produzione dei vaccini, che da solo la liberazione dei brevetti magari non risolve, ma sicuramente si sarebbe dovuto aumentare la capacità produttiva dei vaccini, certo 9 miliardi di dose somministrate in circa 12 mesi non sono affatto male, ma ci sono anche le altre malattie, che non possiamo ignorare, e se bisogna fare tre dosi, il discorso cambia, considerando appunto che ci sono miliardi di dosi senza vaccino.
Non so se valga la pena avere un nord del mondo ultra vaccinato, per evitare pochi morti, del resto i dati in Israele tra morti, terapie intensive , ospedalizzazioni, tra persone con due dosi e persone con tre dosi, non sono cosi mostruosi, oppure non vaccinare miliardi di persone col rischio di nuove varianti, di cui qualcuna potrebbe bucare il vaccino, vedremo presto chi avrà ragione, ovviamente spero di sbagliarmi.
Ti faccio tanti auguri di un buon Natale per te e per la tua famiglia 🙂 ]]>
Concordo, e sono preoccupata per le diseguaglianze di accesso al vaccino. Vorrei che lo sforzo internazionale per raggiungere la copertura anche nei Paesi meno ricchi accelerasse, e che per il futuro sviluppassimo sistemi di collaborazione e solidarietà più responsivi ed efficaci. Questa è davvero una sfida cruciale del nostro tempo, la riduzione delle disuguaglianze intendo, e la pandemia è solo l’ennesimo canarino nella miniera di questo problema.
]]>Sono stata al cinema a vederlo con il mio ragazzo – siamo stati fortunati, era un giorno settimanale e quindi in sala eravamo più o meno dieci persone, noi e altri due gruppetti – ma visto che devi ancora vederlo non ti racconto nulla delle mie impressioni!
]]>Molti conservatori ti risponderebbero che il problema non è essere gay, lesbica o bisessuale, ma vivere questa identità nella sfera pubblica e chiederne un riconoscimento pubblico. Di fatto, solo i più tradizionalisti si oppongono proprio all’idea dell’omo- o bi-sessualità, la maggior parte si sente pure magnanima e aperta a ritenere che una persona abbia diritto a essere gay “a casa sua”, nella sfera privata. Il problema naturalmente è che chiedere di confinare una parte della propria identità nel privato è comunque un atto di violenza simbolica, perché rendendo invisibili gli altri orientamenti sessuali sostiene l’idea che l’eterosessulità sia l’unico orientamento “giusto”, “valido” e “naturale”. In realtà noi progressisti spesso tendiamo a fare la stessa cosa con le identità religiose delle persone, quando adottiamo una prospettiva “alla francese” sulla laicità e pretendiamo che una persona sia cattolica “a casa propria” e basta: siamo ancora lontani da una vera accettazione accogliente delle differenze che si sviluppa attorno alla convivenza civile e al riconoscimento dei valori democratici.
Riguardo alle radici, una bella metafora di Gerd Baumann dice che le radici non sono sangue, ma vino: il vino è “naturale”, perché viene dall’uva, ma non potrebbe esistere senza il lavoro di trasformazione umana, la pigiatura dell’uva, la fermentazione del mosto ecc.: questo significa che le nostre radici non sono qualcosa che esiste là fuori, ma sono il prodotto di una rielaborazione della storia che abbiamo fatto e facciamo collettivamente, e per questo ogni appello alle radici che le considera come qualcosa di cristallizzato, eterno, immutabile e autoevidente è una forma di essenzialismo, cioè di attribuzione alla natura di ciò che appartiene alla cultura. La storia è materia vivente, come il vino, e ciò che riconosciamo come radici è il frutto delle storie che costruiamo e raccontiamo. Quando ci raccontiamo di essere il popolo del Rinascimento pensiamo all’arte, all’architettura, non certo alle signorie, alla frammentazione dell’Italia in tanti Stati, alle cospirazioni e alle disuguaglianze sociali, per dire: scegliamo gli aspetti positivi del nostro passato e ci riconosciamo in quelli. Quindi le radici andrebbero sempre prese un po’ con le pinze, come un patrimonio aperto, non come se fossero scolpite nella pietra.
Ciao, per quanto riguarda quel libro, la mia valutazione negativa deriva proprio dal fatto che mi aspettavo più contesto, più prospettiva, che mi si aiutasse a capire quali trasformazioni hanno attraversato sia i ruoli sociali che i modelli di femminilità accessibili alle ragazze e alle donne in Giappone. Proprio in questi giorni ascoltavo su Breaking Italy la storia del matrimonio della principessa Mako, che ci ricorda il peso delle tradizioni e dell’etichetta nella cultura giapponese. Tuttavia, penso che sia una cultura che in Occidente non conosciamo abbastanza, e da un libro che pretende di offrire uno sguardo dentro questa cultura mi aspetto di non dover fare ipotesi per ricostruire il contesto di ciò che mi viene raccontato, ma che mi venga spiegato. Insomma, è un libro carino al contrario degli altri nel post che ritengo proprio uno spreco di tempo e di carta (o di spazio di archiviazione) e non sono pentita di leggerlo, ma non mi ha dato abbastanza. Mi spiego?
]]>Peccato soprattutto per quello sulle donne giapponesi, li la situazione penso che sia molto complessa, evidentemente nei paesi asiatici, anche quelli democratici, il femminismo non sembra riuscire a imporsi, a differenza dell’occidente per esempio.
Ciao e a presto. ]]>