Il Giappone. Che Paese. Adoro la loro lingua anche se non la comprendo. Tutte quelle ù e quelle à, sempre accentate, almeno nel sonoro. E quell’alfabeto tutto loro. Uno pensa sia un’eccezione, una popolazione che utilizza caratteri peculiari. Poi ti viene da pensare che pure il mondo arabo ha il suo bel alfabeto, i koreani, i cinesi, i russi, gli ukraini. Ti viene da chiederti se non sia tu in minoranza.
Ogni tanto ci vengo per lavoro. Qualche tempo fa mi sono trovato ad accompagnare un collega dal medico. Un freddo di pazzi. Umidità e vento tagliente. Qui i dottori aprono l’ambulatorio alle 6 del mattino. Mica male. Alle sei e zero zero siamo i primi davanti la porta a doppio battente. Il mio collega prova ad aprire ma è chiusa. Spinge un paio di volte, trema tutto, pure il palazzo, ma la porta non si smuove. Ci accomodiamo su una panchina in cemento lì vicino. Da queste parti è pieno di panchine. Strani i dettagli che colpiscono la nostra attenzione.
Dopo qualche minuto arriva un giapponesino intabarrato in un cappotto tre taglie più grande del necessario, il mio collega lo ferma e gli fa cenno di mettersi in fila, che c’è prima lui, col mento indica la porta e dice “closed”.
Dopo dieci minuti arriva un altro paziente, mentre io cerco di evitare il congelamento del cervello sognando sauna e bagno turco. I giapponesi sanno come si forma una linea, accidentaccio. Alle 7 siamo tutti spazientiti ma in riga, io temo mi si stiano creando stalattiti nelle mutande e mi chiedo che ho fatto di male per decidere di accompagnare il mio collega.
Di lontano intravedo un napoletano. Come lo so? So riconoscere un compatriota lontano centomila leghe pure sotto i mari. Berretto di lana alla Pulcinella, mani nelle tasche a tipo guascone, sorrisetto di circostanza agli stronzi in fila e lui che passa tranquillo, ci supera tutti, va alla porta, spinge, vede che non si apre, quindi fa quello che qualsiasi essere dotato di un neurone in più del mio collega farebbe: prova a tirare, la porta si apre e parte la rissa. I giapponesi sono buoni e cari ma se si incazzano so’ tremendi. Gli hanno tirato mele, pere e pure ananas al mio amico, tutte le loro schiscette. Ed io me la ridevo mentre filosofeggiavo per evitare il congelamento dei neuroni. La lingua è come una porta, se non sai come si apre il mondo che c’è al di là di essa ti rimane precluso, puoi solo intravederlo. E penso a come il mondo si sia dotato di dogane, di frontiere, di dazi, di visti, di permessi di soggiorno, di respingimenti alle frontiere, di divisioni forzate mentre un bimbo sbuffa perché sua mamma gli vuol fare la centesima foto, ed è uguale a ogni altro bimbo che sbuffa in ogni altra parte del mondo, l’amore è una lingua così universale e non c’è bisogno di studiare poi molto, per saperla parlare.
Basta sapere quando spingere. E quando tirare.
