DOMANDA

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Queste foto mostrano due pistole Beretta 92, una vera, l’altra a salve. Voi siete un carabiniere, vi trovate in una zona di spaccio per un’operazione nell’ambito della lotta contro lo spaccio. Improvvisamente da dietro un cespuglio, a circa 20 metri di distanza, sbuca un uomo che vi punta contro questa pistola.
Domanda n° 1: siete in grado di decidere in un decimo di secondo se sia vera o a salve?
Domanda n° 2: nel caso aveste indovinato che si tratta di una pistola a salve, siete in grado di decidere, in un centesimo di secondo, se è stata lasciata “al naturale” o se è stata modificata per renderla in grado di sparare pallottole vere?
Se avete risposto correttamente molto probabilmente in questo momento si starà organizzando il vostro funerale, dato che lui era lì per sparare ed era un rapinatore abituale e non è molto probabile che ci andasse armato solo per finta; se avete dato la risposta sbagliata ora siete indagati per omicidio VOLONTARIO. Dategli ancora due giorni  e non escludo che tireranno fuori anche la premeditazione, e magari anche le modalità efferate e i futili motivi, e 30 anni di galera, magari col 41bis, non ve li toglie nessuno.

barbara

EIN IOTER CHATUFIM BEAZA

Non ci sono più rapiti a Gaza

Non ci sono più rapiti a Gaza

(la didascalia dice ostaggi, ma loro li hanno sempre chiamati, giustamente, rapiti)

L’esercito ha recuperato il corpo di Ran Gvili, non ucciso in deportazione, si badi bene, ma ucciso in Israele e poi deportato cadavere, per usarlo come arma contro Israele (e no, questo i nazisti di 85 anni fa non lo facevano). Deportato e mai restituito, alla faccia degli accordi di tregua.

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barbara

IL 27 GENNAIO

L’ho boicottato l’anno scorso e torno a boicottarlo quest’anno. Tornerò a prendere parte alle varie iniziative che vengono organizzate quando accanto alle immagini del 1942 e seguenti troverò quelle del 7 ottobre 2023 e dei successivi 700 giorni. Quando insieme alle testimonianze dei sopravvissuti alla deportazione nei campi di sterminio troverò quelle dei sopravvissuti alla deportazione a Gaza. Quando accanto alle documentazioni  sui criminali nazisti di 85 anni fa troverò quelle sui criminali nazisti di oggi, ben peggiori, più efferati, più disumani dei loro predecessori, nessuno dei quali aveva mai raggiunto i loro livelli. E, soprattutto, quando alle commemorazioni non rischierò più di sentire “Sì ma anche loro oggi, però…”, né di trovarmi faccia a faccia con quelli che il 27 gennaio vanno a versare la loro infame lacrimetta e il loro ipocrita “mai più” per poi passare gli altri 364 giorni a vomitare odio e schifose menzogne sugli ebrei che oggi tentano disperatamente di difendersi da un identico progetto di sterminio totale. Razza di putridi e verminosi sepolcri imbiancati, il vostro “mai più” era oggi, e voi avete scelto il campo dei carnefici. Non voglio mai più avere davanti le vostre facce e sentire il vostro tanfo.

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ANNUNCIO DI PROGRAMMA AGGIUNTIVO
Il “Comitato Giorno della Memoria” della mia città, costituito, tra gli altri, dalla famigeratissima Scuola di pace, autentica fabbrica di odio e disseminatrice di menzogne, e dalla Curia, che ritiene di dover emettere un proclama sulla sofferenza palestinese senza una sola parola sulla sofferenza del popolo israeliano e sugli ostaggi, organizza periodicamente viaggi della memoria. Tutti i membri di questo comitato hanno scelto di informarsi dalle veline degli sgozzaebrei, non importa quanto assurde, non importa quanto grottesche, non importa quanto deliranti, talmente irreali e surreali che giureresti che non se le potrebbe bere neanche un bambino di sei anni ritardato e ubriaco. Hanno DELIBERATAMENTE scelto di credere a queste e attenersi rigorosamente a queste, e di ignorare tutte le notizie reali e documentate.
Con loro sono stata a Fossoli, a Dachau e ad Auschwitz. Già da molti mesi, da quando hanno cominciato a rotolarsi con gran gusto in quelle loro fogne di bocche l’oscena parola genocidio, a un ritmo che fa pensare molto più a un disturbo ossessivo compulsivo che a un desiderio di denuncia, ho deciso che non parteciperò mai più ad alcuno dei loro viaggi.

Quanto a voi, come per il Josef K. del Processo, la vostra vergogna vi sopravviverà.

barbara

JE SUIS IRANIENNE

È un libro di Mona Jafarian, iraniana che vive fin da piccola in Francia ma che torna spesso in Iran. Lo ha scritto dopo le rivolte del 2022 per la morte di Mahsa Amini. È stato in questo libro, tra l’altro, che ho scoperto che il motto che abbiamo imparato qui è incompleto: il motto completo è “Donna, vita, libertà; uomo, patria, prosperità” perché loro, le donne iraniane, a differenza delle nostre pseudofemministe, non sono escludenti, né maschiofobiche. Sono 12 capitoli, contenenti le interviste a 12 donne condotte quasi tutte telefonicamente; testimonianze tutte straordinariamente toccanti, alcune agghiaccianti, come questa che ho tradotto e che vi propongo.

IO SONO MAHNAZ

Sono nata a Teheran, ho 19 anni e vivo in uno dei quartieri della città in cui le contestazioni sono  state fra le più intense. Parecchi giovani della mia zona sono oggi nel braccio della morte e rischiano l’impiccagione per avere manifestato. Siamo stati spesso citati nei media di tutto il mondo per via delle azioni che abbiamo condotto. Sono certa che tutti si ricordano del video di queste ragazze che ballano senza velo sulla canzone Calm down. Ebbene, sono ragazze del mio quartiere! Quando Mahsa Amini è stata portata all’ospedale, tutti parlavano di questa ragazza che era stata picchiata per un velo portato male. Ci riunivamo coi miei amici, e la rabbia montava. Tutti noi avevamo avuto a che fare con la polizia morale e conoscevamo la loro brutalità.
La storia che vado a raccontarti accade una sera in cui ero a Darband insieme ai miei amici.
Portavo il velo sulle spalle e non sui capelli e tenevo per mano il mio compagno. Qui, come sai, avere un ragazzo è rigorosamente vietato, e altrettanto mostrare i capelli. Avevamo abbassato la guardia e non abbiamo visto la polizia morale proprio davanti a noi. C’erano tre donne in chador e due uomini in divisa kaki. Abbiamo avuto qualche scambio di battute ma la discussione è presto salita di tono. Hanno cominciato a chiamarmi con tutti i nomi possibili. Una di loro mi ha detto: «Ragazze di Teheran, bisogna addestrarvi con più rigore affinché il Corano entri finalmente nella vostra testa. Dato che non temete l’inferno, vi insegneremo a temere noi!» E senza preavviso mi ha afferrato i capelli e mi ha tirato la testa verso terra. Il dolore è stato così intenso che ho avuto l’impressione che la pelle del cranio si staccasse.
Afhin, il mio compagno, ha tentato di farle lasciare la presa, ha urlato: «Lasciatela, portate via me al suo posto!» È stato allora che gli uomini armati l’hanno buttato per terra e hanno cominciato a caricarlo di colpi di manganello. I nostri amici erano spaventati, non osavano muoversi. Mentre avevo sempre la testa giù lo sentivo lanciare grida di dolore e ho sentito le persone nel ristorante di fronte urlare: «Lasciateli! Lasciateli!» Allora la donna in chador che mi teneva i capelli ha detto ai poliziotti di aiutarla a mettermi nel furgoncino. Io non avevo intenzione di fare resistenza, li avrei seguiti camminando, ma mi hanno trascinata per terra, sempre per i capelli. Piangevo così forte che avevo l’impressione di stare per perdere conoscenza. I nostri amici ci seguivano, sentivo il pianto della mia migliore amica che li supplicava di fermarsi. Mi hanno scaraventata sul furgone, hanno chiuso la porta e sono partiti a cercare nuove vittime. Quella notte altre due donne hanno subito la stessa sorte. In seguito ci hanno condotte al commissariato per la notte e poi trasferite in un centro di rieducazione, un posto in cui degli agenti del regime ti fanno prediche sul corano e su ciò che ti potrebbe succedere se ricominciassi. Al commissariato ho subito molti colpi. Ogni volta che uno di loro mi passava vicino mi schiaffeggiava la nuca, faceva finta di sistemarmi il velo e ne approfittava per tirarmi di nuovo i capelli. E c’era quest’uomo con la barba sporca e con una pancia enorme. Non dimenticherò mai il suo sguardo pieno di odio. Mi si è avvicinato e mi ha detto: «Allora, sei tu la puttana che vuole farsi sbattere dai ragazzi?» e mi ha afferrato il seno sinistro e l’ha stretto con tutte le sue forze. Il dolore ha invaso tutto il mio corpo ma sono rimasta in silenzio per paura che si arrabbiasse e mi facesse di peggio. Mentre teneva in mano il mio seno mi ha messo il suo manganello sul cavallo dei pantaloni. Ho tentato di chiudere le cosce ma me le ha colpite con tutte le sue forze col suo tonfa. Strofinava il suo manganello sopra la mia… sai, fra le gambe. Il tutto guardandomi dritto negli occhi e insultandomi. Le lacrime mi scorrevano sulle guance ma non osavo dire una parola. Mi sentivo umiliata. Altri agenti ci vedevano ma nessuno diceva niente. Non ti so dire quanto tempo è durato ma mi è sembrato interminabile. Infine mi ha sputato in faccia e io mi sono dovuta tenere la saliva perché le manette mi impedivano di pulirmi la guancia correttamente. Al centro di rieducazione mi hanno lasciata tranquilla e il giorno dopo sono potuta uscire. Non ho mai detto al mio compagno e ai miei genitori ciò che avevo subito. Mi vergognavo e temevo molto le loro reazioni. Paura che decidessero di vendicarmi e che il mio compagno o mio padre venissero uccisi. Ma ho raccontato tutto alle mie due migliori amiche.
Sai, la maggior parte di noi erano già state picchiate, molestate, torturate, aggredite sessualmente o a volte perfino stuprate da dei basiji o da uomini della  polizia morale. In questo Paese hanno pieni poteri e godono di un’impunità totale. È per questo che la morte di Mahsa ci ha fatti tutti impazzire. Era l’assassinio di troppo. Hanno risvegliato tutti i nostri dolori sepolti. Quando è piombato l’annuncio della sua morte, sapevo che nel nostro quartiere ci saremmo mobilitati. Sono scesa alla base del mio palazzo per raggiungere gli altri giovani che erano riuniti in uno spazio all’interno della residenza in cui ci ritrovavamo abitualmente. Mahsa era curda, e sapevamo che il Kurdistan non avrebbe lasciata impunita la sua morte. Abbiamo deciso che la sera stessa saremmo scesi in strada a protestare. Ed è così che per settimane ho partecipato a tutte le manifestazioni in strada.
All’inizio non immaginavamo quanto massicce sarebbero state le proteste. Tutte le città si sono sollevate, c’erano centinaia di migliaia di giovani dappertutto. Lasciavamo a casa i nostri telefoni perché non potessero geolocalizzarci. Ci portavamo tutto il materiale necessario per nascondere i nostri visi e proteggerci dai gas lacrimogeni, ma anche per curarci se restavamo feriti. Certe sere dovevamo fare marcia indietro perché le pattuglie erano troppo numerose. Credo che quel demonio di Khamenei avesse dispiegato sulle strade tutti i suoi uomini. Non puoi immaginare quanto erano numerosi. Si sarebbe detto un Paese in guerra – salvo che Khamenei faceva la guerra al suo stesso popolo. Li abbiamo sfiniti. Certi basiji  dormivano per terra come cani per via dei turni di servizio uno dietro l’altro, senza riposo, per reprimerci. Avremmo potuto farcela ma noi combattevamo a mani nude e loro avevano armi; noi facevamo fatica a organizzarci per designare i luoghi di ritrovo senza che le informazioni venissero intercettate dal servizio informazioni. Avremmo avuto bisogno di più gente in strada, ma la gente aveva paura. Come sai, questo regime è detestato da tutti, ma solo la nostra generazione ha il coraggio di affrontarli [in realtà nelle manifestazioni del 2009, durate un anno, a scendere in strada era stata la generazione precedente). Gli altri erano traumatizzati. Ho capito dopo perché avevano così paura. Bisogna vedere la violenza di cui il regime dava prova. Ci sparavano addosso con cartucce a pallini! Quando qualcuno veniva catturato lo picchiavano talmente che lo lasciavano a terra per morto. Una sera ho visto coi miei occhi uno di loro passare con la moto sul corpo di una ragazza priva di sensi. Ho visto sangue, grida, ferite di pallottole, giovani privi di sensi e perfino un cadavere. Khamenei aveva lanciato una vera e propria macelleria. Settimana dopo settimana eravamo sempre meno numerosi a manifestare. Molti erano in prigione, altri erano stati feriti e certi non avevano più la forza di uscire e affrontare una tale violenza. Io ho resistito a lungo, fino al giorno in cui è avvenuta la tragedia.
Era un giovedì sera, eravamo un gruppo di quattro. Dovevamo ritrovare gli altri in un punto di raccolta stabilito, evitando gli sbarramenti e le pattuglie. Ci mancavano al massimo cinque o seicento metri per raggiungerlo, e camminavamo in questa stradina quando abbiamo sentito correre dietro di noi. Non ho neanche avuto il tempo di cominciare a scappare che ci avevano già raggiunti: una decina di lebasse shakhsi, dei miliziani vestiti in borghese. Due di noi sono riusciti a prendere la fuga ma Payman e io siamo state prese. Hanno cominciato a picchiarci. Hanno perquisito i nostri zaini, ci hanno insultate e hanno detto che chiunque volesse far cadere Khamenei l’avrebbe pagata col suo sangue. Uno scooter è arrivato alla nostra altezza; ci hanno caricato Payman e le hanno tirato su la maglia sulla faccia perché non potesse vedere niente. Un uomo guidava la moto e un altro si è messo dietro di lei. Ero pietrificata dalla paura: sapevo ciò che ci attendeva. Avevamo avuto abbastanza testimonianze  di amici sulle torture subite. In quel momento avrei preferito essere morta che essere presa. Due uomini sono rimasti con me e gli altri hanno cominciato ad allontanarsi da noi in cerca di nuove vittime. Avevano chiamato una pattuglia per venirmi a prendere e portarmi a un centro di interrogatorio. Uno di loro ha acceso una sigaretta e mi ha offerto un tiro. Io ho rifiutato, allora ha spento la sigaretta sulla mia mano. Il dolore era intenso, violentissimo. Ho urlato e lui mi ha colpito in faccia per farmi tacere. Il mio labbro si è spaccato contro i denti, ho sentito in bocca il sapore del sangue. È stato allora che mi ha detto: «La pattuglia sarà qui fra dieci minuti, e tu sai già che cosa ti aspetta… Ma io ti offro una possibilità di uscirne prima: inginocchiati e fammi un pompino e poi avrai un po’ di tempo per correre e tentare di sfuggire!» Il suo collega moriva dal ridere: «Escono in strada per avere più libertà, per potersi vestire come puttane, e quando se ne devono prendere le responsabilità, piangono…» È allora che due pedoni ci sono passati accanto e hanno chiesto ai due miliziani che cosa stava succedendo. Hanno detto di circolare, che loro erano del regime, che io ero una «rivoltosa» e che aspettavano dei rinforzi per accompagnarmi. Uno di loro ha mostrato la sua arma e ha detto loro di non impicciarsi. Ho visto dallo sguardo dei due uomini che erano desolati per me, ma cosa potevano fare? I due miliziani hanno cominciato a ridere quando quelli si sono allontanati. Mi hanno detto: «Ci avevi sperato, eh? Pensavi di sicuro che potessero fare qualcosa per te! Ora imparerai a rispettare la repubblica islamica!»  Ho cominciato a sperare che la pattuglia arrivasse in fretta per accompagnarmi, per sfuggire loro, ma avevo ancora il ricordo dell’altra volta al commissariato e di quell’uomo orribile con la barba sporca e la pancia grossa. È pazzesco vedere come questi, che si spacciano per religiosi, siano i più barbari! Questi che ci reprimono perché avremmo offeso il loro Dio con le nostre azioni sono quelli che commettono il peggio in suo nome. Pensavo che l’interruzione dei due pedoni li avesse calmati, ma è tornato alla carica e mi ha detto: «Allora, il pompino e la libertà o la prigione?» È stato allora, credo, che sono crollata psicologicamente, sono stata sopraffatta dalla rabbia e gli ho sputato addosso. Allora il suo collega mi ha sbattuta contro il muro e mi ha piantato il gomito sulla gola. Non riuscivo più a respirare s sono scivolata per terra. Il primo è venuto verso di me e mi ha trascinata sulla strada facendomi scendere dal marciapiede. La mia testa ha sbattuto sul marciapiede. Mi ha dato un calcio alla pancia. Mi sono appallottolata, ma lui era così arrabbiato… Questo bastardo si è buttato a terra sopra di me e ha cominciato a prendermi a pugni. Poi mi ha strappato i pantaloni, mi ha scoperto il seno e ha cominciato a violentarmi. Ho solo sentito che l’altro gli diceva « Fermati, basta.» Poi si è alzato e mi ha lasciata per terra.
La pattuglia è arrivata molto più tardi. Per tutto quel tempo sono rimasta per terra, il viso girato verso la strada per non incrociare i loro sguardi. Avevo male dappertutto, avevo del sangue che mi colava negli occhi, nella bocca, tra le gambe. Volevo solo essere morta. Questo bastardo ha detto loro: «Lasciatela, ha avuto quello che meritava.» Mi hanno infangata. Mi hanno sporcata. Hanno fatto in modo che fino alla fine della mia vita non possa mai più avere a che fare con un uomo. Li maledico. Li odio tutti. Vorrei che le fiamme dell’inferno che augurano a noi venissero a portarli via. Fino a quando dovremo sopportare questa sofferenza? Per quanto tempo ancora dovremo vivere la loro barbarie? Non posso neppure reclamare giustizia. Sono condannata al silenzio e a vivere con tutto l’orrore di questa notte e della mia fottuta vita in questo Paese di merda.

Mona Jafarian, Je suis iranienne, L’Observatoire

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barbara

IRAN DI NUOVO

No, tranquilli, non sta succedendo niente. Niente di grave, per lo meno. In ogni caso niente di brutto. Il governo sta semplicemente provvedendo al bene di tutti.

Nel frattempo, secondo alcune fonti, il numero delle persone uccise è salito a 43.000, 350.000 i feriti e circa 10 000 accecati.

Questo video è di due giorni fa.

barbara

UNA DOMANDINA PICCOLA PICCOLA

E facile facile.

Come tutti sappiamo, per due anni non un solo abitante di Gaza è morto di vecchiaia, o di malattia, o per un incidente, o ucciso nel corso di una lite, o per vendetta, o in una rapina, no, neanche per sogno: tutti ammazzati dai sionisti, lo sappiamo da fonte sicura, affidabile e attendibile. Per un totale di circa 60.000 morti. In due anni. Che è chiaramente un genocidio. Senza fosse comuni, senza mucchi di cadaveri, senza intoppi nei funerali, niente di niente, però è un genocidio, lo sappiamo tutti.
In Iran sono state uccise circa 20.000 persone, un terzo di quelle – autenticissime – di Gaza. In una decina di giorni. Vogliamo fare due conti? A Gaza una media di 82 morti al giorno, in Iran 2000. A Gaza il 3% della popolazione in 730 giorni, cioè lo 0,0042 al giorno, in Iran lo 0,21% in 10 giorni, cioè lo 0,021% al giorno. Per sterminare l’intera popolazione iraniana uccidendo a questo ritmo ci vorrebbero 4750 giorni, per un totale di 13 anni. Per sterminare l’intera popolazione di Gaza con questo ritmo ci vorrebbero 30.731 giorni per un totale di 50 anni. Sappiamo tuttavia che nel corso di questi due anni di guerra la popolazione di Gaza aumentata di 100.000 persone, che in 50 anni rappresenterebbe un aumento di due milioni e mezzo – che corrisponde effettivamente al ritmo medio di aumento di quella popolazione – per sterminare le quali occorrerebbero altri 84 anni durante i quali aumenterebbe di altri quattro milioni e due per sterminare i quali… Però quello a Gaza è un genocidio (lo era dal primo giorno di guerra, per la verità, anzi, lo era da decenni: per la precisione “si arriva a occultare un popolo che patisce un genocidio parcellizzato in decenni”, come ha scritto il candidato sindaco per il PD della mia città) e quello in Iran ai nostri strenui difensori dei diritti umani non passa neanche per la testa di chiamarlo genocidio. Anzi, neanche massacro. Anzi, neanche lo denunciano. Non ne parlano proprio. La domanda è: perché?

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Nel frattempo Roger Waters, tanto per non smentirsi, si schiera con decisione dalla parte dei carnefici mentre la Grande Politica Internazionale

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barbara

IRAN ANCORA

E mentre la carneficina prosegue spietata e implacabile, l’intera diplomazia mondiale – per non parlare di quelle famigerate fogne putride di Scuole di Pace, ANPI, CGIL e via cloacheggiando – si mobilita per scongiurare un possibile intervento statunitense; il popolo iraniano invece

Meraj Tehrani, an Iranian rapper who managed to escape from Iran through Turkey in the last two days, tearfully tells about what is happening inside Iran.

E poi

«Senza intervento esterno, il regime teocratico in Iran non può cadere»

Di Carlo Marsonet

16 Gennaio 2026

Intervista a Pejman Abdolmohammadi, maggior studioso in Italia di storia dell’Iran e del Medio Oriente: «Quella in corso è una rivoluzione patriottica contro la dittatura degli ayatollah. Un coinvolgimento Usa non sarebbe colonialismo»

Chi esultò nel mondo libero per la Rivoluzione khomeinista del 1979 difficilmente può gioire oggi vedendo gli studenti che si ribellano al regime teocratico. Chi invece ha a cuore la libertà – una libertà concreta, reale, senza aggettivi – certamente sì. Si tratta di un momento storico per l’Iran, secondo Pejman Abdolmohammadi, maggior studioso in Italia di storia dell’Iran e del Medio Oriente. Professore associato all’Università di Trento e Visiting Professor a Berkeley, Abdolmohammadi aiuta da anni a comprendere l’Iran e gli avvenimenti del Medio Oriente coi suoi libri: La Repubblica islamica dell’Iran. Il pensiero politico dell’Ayatollah Khomeini (2009), L’Iran contemporaneo: le sfide interne e internazionali di un paese strategico (2015, con Giampiero Cama), Contemporary Domestic and Foreign Policies of Iran (2020, con Giampiero Cama). Da poco è in libreria col suo ultimo volume, Il nuovo Medio Oriente: potere, diplomazia e realismo, mediante il quale fornisce una prospettiva analitica del Medio Oriente ben poco affine al mainstream. Parliamo di questo e di ciò che sta avvenendo in Iran con lui.

Professore Abdolmohammadi, si tratta veramente di un momento storico per l’Iran, di una lotta di liberazione nazionale?

È così, senza dubbio. Potremmo anche parlare di una rivoluzione patriottica contro un sistema che è, va ricordato senza tentennamenti, teocratico-totalitario: i massacri di civili, dei veri e propri crimini contro l’umanità, ne sono l’ennesima testimonianza. Si vuole recuperare, insomma, quel mondo persiano pre-islamico per dare vita a un nuovo Iran: laico, democratico e liberale. Esistono difficoltà forti, certo. Ma le manifestazioni dimostrano che la stragrande maggioranza delle persone nel paese, soprattutto giovani, vogliono mettersi alle spalle il regime dei “barbuti”.

Quali sono le difficoltà strutturali che questa “rivoluzione nazionale” deve affrontare perché si affermi? Qual è il sostegno di cui effettivamente gode il regime degli ayatollah?

La difficoltà più stringente consiste nel fatto che il regime mantiene un proprio nocciolo duro, come le repressioni dimostrano. Ma parliamo, indicativamente, di un 10 per cento della popolazione totale, che è composta soprattutto di giovani che vogliono essere liberi di vivere come vogliono. Ciò che serve è la pressione internazionale del mondo libero, che al momento manca o latita. Serve inoltre un intervento esterno, ma non per far cadere il regime, quanto piuttosto per indebolirlo.

Dunque, i molti analisti e attivisti che gridano all’esportazione della democrazia che gli Stati Uniti vorrebbero imporre sono fuori strada? Sono guidati dal solito e mai domo bias anti-occidentale?

È senz’altro così. Anche quello di cui si parla in queste ore, e cioè di un possibile coinvolgimento americano, non sarebbe un intervento boots on the ground, quanto piuttosto un intervento mirato e diretto contro il regime: un intervento insomma che serva a indebolire le strutture repressive e i gangli del potere, attraverso attacchi missilistici e forse attacchi informatici precisi. Chi parla, ideologicamente, di colonialismo è fuori strada. Occorre dirlo: senza l’indebolimento del sistema totalitario, è difficile che questo possa cadere semplicemente dall’interno.

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Durante una manifestazione a Berlino a sostegno del popolo iraniano, un uomo mostra un cartello e chiede a Trump di salvare l’Iran e colpire Khamenei (foto Ansa)

Detto degli Stati Uniti, quale ruolo ha e può giocare l’Unione europea?

L’Ue non ha grande interesse per questo possibile cambiamento. Non avrebbe nemmeno la forza per fare qualcosa, questo è chiaro. Ma basta vedere quanta ostilità richiama il figlio dello Shah come possibile garante della transizione: un nome non imposto dall’esterno, si badi, ma fatto nelle stesse piazze iraniane. L’attore chiave rimangono comunque, in questo quadro, gli Stati Uniti.

Gli attori del tutto ostili al nuovo Iran quali sono?

I paesi arabi del Golfo Persico, ovviamente, su tutti l’Arabia Saudita. Ma anche la Turchia, l’Azerbaigian, il Pakistan e parte, quasi paradossalmente, del mondo globalista occidentale. Ho detto “quasi” perché è sufficiente ricordare storicamente quanto appoggio occidentale abbia avuto la Rivoluzione khomeinista del 1979. Ciò che vediamo, per semplificare, è la lotta tra chi rincorre e lotta per la libertà e chi auspica e sostiene il dispotismo.

Venendo al suo ultimo libro (Il nuovo Medio Oriente: potere, diplomazia e realismo), lei propone un’utile guida per comprendere le trasformazioni sul piano internazionale, e segnatamente in Medio Oriente, occorse dopo l’elezione di Donald Trump nel 2017. Parla di un vero e proprio cambio di “paradigma” e di un “realismo elegante” che pare segnare questa nuova epoca. Ci può spiegare il nucleo delle sue argomentazioni?

Il cambio di paradigma si verifica, per l’appunto, nel 2017. Con l’elezione di Trump ma anche con la Brexit. Significa insomma il ritorno al paradigma precedente alla caduta della presidenza Nixon. Un’era basata sul rapporto uno a uno tra i paesi, sul commercio, sulla diplomazia: torna insomma la politica e lo scambio sostituisce la predicazione morale; tornano i patti tra sovranità al posto dell’uniformità; quello che chiamo l’“artigianato del possibile” scalza la retorica del destino. L’idea è quella di superare un mondo fatto di idealismo e di proclami, per tornare invece a una prospettiva pienamente realista: un quadro in cui a contare sono le intese di potere tra sovranità che scoprono di ottenere di più scambiando che predicando. Parlo di “realismo elegante” proprio per evidenziare tutto questo. (Qui)

Aggiungo questi altri appelli

E infine invito ad ascoltare questo. E sottolineo “ascoltare”: anche se ci sono i sottotitoli in inglese, e voi non conoscete il farsi, ascoltate lo stesso.

barbara

FORZA RAGAZZI, FORZA!

Visto che i mass media italiani sono per lo più ciechi sordi e muti, provvediamo noi volenterosi a portare un po’ di informazione.

Franco Londei

Incredibile filmato che giunge dalla provincia iraniana di Ilam (Città di Abdanon) e che mostra persone che riempiono le strade mentre inneggiano contro il leader.
Il secondo video mostra decine di agenti di polizia che rinunciano a reprimere e salutano da un tetto. L’uomo che filma dice: “La polizia si è unita al popolo”

Non conosco il farsi, ma so che “marg bar” significa morte a, e la parola che segue non è né America, né Israel.
Teheran: una folla immensa attacca i  palazzi governativi

Enrico Richetti

non capisco tutto, ma posso segnalare che la notizia del giorno, per Yedioth Acharonot, quotidiano israeliano, è la rivolta popolare contro il regime degli ayatollah, con grida “Morte a Khamenei!”. Appurato che l’Italia si trova sullo stesso pianeta dell’Iran, perché i giornalisti in Italia tacciono o quasi? La Storia sta passando davanti a loro e non se ne accorgono? Che figura!!!!!!!!!!!!!!!

Giovanni Bernardini

CACCA

Sembra che negli ultimi giorni siano stati uccisi in Iran manifestanti a decine. Eppure, possiamo starne certi, se il regime iraniano dovesse cadere ci sarebbe in Italia, e non solo, un bel po’ di gente che strillerebbe in difesa di Kameyny e dei suoi complici.
Difenderebbero un regime in cui gli omosessuali vengono impiccati, le adultere frustate e in alcuni casi lapidate, gli apostati e i bestemmiatori condannati a morte. Difenderebbero la “polizia morale” che pesta e a volte uccide giovani donne che non indossano “correttamente” il velo, il carcere e la fustigazione “sotto controllo medico” degli oppositori e delle oppositrici politiche. Lo farebbero perché odiano l’individualismo atomistico, il mercato disumanizzante, la “dittatura del denaro” che come tutti sanno è sterco del demonio, la “finta democrazia” che non consente al popolo di far sentire la sua “vera” voce, la libertà sessuale che risveglia i più biechi istinti degli esseri umani. Odiano gli USA, massima espressione di questa pseudo civiltà e odiano ancora di più Israele e gli ebrei, eterni usurai che vogliono dominare il mondo, come ci hanno fatto sapere i celebri “protocolli dei savi anziani di Sion”.
In una parola: odiano l’occidente e i suoi valori fondanti. Lo odiano di un odio profondo, assoluto e nel loro latrare mischiano idiozie di sinistra con altre, prese pari pari dalla peggior destra.
Agli strilli pseudo colti contro “l’atomismo capitalistico” (e qui si rifanno a Marx, ammesso che lo abbiano letto) ne aggiungono altri contro le demoplurocrazie (e qui strizzano l’occhio al duce…). I più pseudo acculturati fra loro si rifanno a Schmitt e strillano contro le potenze marittime che mirano al dominio del mondo. Non li preoccupa troppo il fatto che Schmitt abbia aderito al partito nazionalsocialista nel 1933 e che nel 1935 abbia esaltato le famigerate leggi di Norimberga, quelle che proibivano, fra le molte altre cose, i matrimoni fra ebrei e “ariani”. Marx e Mussolini, Hitler e Khameni, Maduro, e Pol Pot, Islam, fascismo e comunismo, un minestrone potrebbe dire qualcuno. No, NON di minestrone si tratta. Questa è CACCA (e mi scuso con la cacca).

Una prova di coraggio

Che ricorda molto da vicino quest’altro:

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E un’altra prova di coraggio, tutto sommato non tantissimo diversa, visto che c’è chi per avere mostrato i capelli è finito sotto terra

(resta da capire come si faccia ad avere dei capelli così, ma questa è un’altra storia. Motivo in più, comunque, per offrire al mondo la gioia di godere di tanta bellezza)
E ancora un altro documento:

La fine della Repubblica islamica iraniana segnerebbe una rivoluzione epocale per tutto il Medio Oriente paragonabile alla Rivoluzione francese per l’Occidente. Si determinerebbe come l’evento epocale di portata storica più importante e sconvolgente dal 1945 ad oggi. Sono ore di grande aspettative per l’evento storico più stravolgente degli ultimi 100 anni. Non sappiamo il giorno in cui sarà scritta la nuova storia del medioriente, ma sappiamo che l’ora è sempre più vicina. Nel video, giovani prendono il controllo delle strade di Sarableh. Un manifestante abbatte un cartellone pubblicitario con l’immagine del leader della Repubblica Islamica , mentre la gente applaude in segno di sostegno.

Dissento dal paragone con la rivoluzione francese, fatta dai ricchi stanchi di essere dominati dall’aristocrazia parassita e non certo dai più oppressi, orrendo tritacarne che ha fatto fuori circa 300.000 persone, in buona parte poveracci che neanche sapevano esattamente che cosa stesse succedendo e perché venissero portati alla forca. Concordo invece con l’analisi della situazione attuale.

Stanno via via abbattendo tutti i simboli del regime della Repubblica islamica iraniana! – Questa sera a Qeytarieh è stato dato alle fiamme una gigantografia con le immagini di Qasem (soprannominato “cotoletta”) e di altri comandanti dei guardiani della rivoluzione () tra scrosci di applausi.

ULTIM’ORA: Liberata anche la città di Ahvaz, capoluogo della provincia di Khoozestan, dove l’Iran possiede numerosi giacimenti petroliferi e raffinerie. Sono già decine le città liberate dalla Repubblica islamica, finite in mano agli insorti.

Gli aguzzini, oltre ad assassinare tanti insorti, tentano di fermare la rivoluzione in corso anche così:

Da pochi minuti il regime ha chiuso Internet!
Centinaia di migliaia di Iraniani sono scesi stasera in piazza rispondendo all’invito del Principe Reza Pahlavi, figlio dello Shah. Dodicesimo giorno e tutta la Persia è in rivolta contro la repubblica islamica. Bruciate bandiere della repubblica islamica e sostituite con la bandiera persiana del Leone e il Sole. Bruciate foto di Khomeini, Khamenei e Soleimani

E infine un auspicio

Im tirzu…

Concludo con questa analisi, che ci spiega perché questa volta (forse) c’è davvero speranza che ci riescano.

Trema la Repubblica islamica: la rivoluzione che nessuno vuole raccontare

Era dalle proteste esplose dopo l’uccisione di Mahsa Amini, nel 2022, che non si vedevano sollevazioni popolari di questa portata. Allora, al regime, servirono oltre tre mesi di repressione brutale per soffocare le rivolte, con Ali Khamenei costretto a rifugiarsi in località segrete. Seguì una stretta senza precedenti: arresti di massa, processi sommari, esecuzioni – oltre mille l’anno – e una persecuzione sistematica di ogni forma di dissenso. Per un periodo, quella violenza riuscì a congelare la piazza.
Ma il regime non è mai riuscito a riconquistare il controllo sociale. Il velo obbligatorio, pilastro simbolico della Repubblica islamica, non è più stato imposto con efficacia. La sua contestazione è diventata una bandiera del dissenso e, nelle grandi città, troppe donne hanno smesso di indossarlo perché la coercizione potesse funzionare. È stata una sconfitta simbolica, il segnale della perdita di autorità dello Stato su ampi settori della società.
All’interno, il regime è sempre più isolato da una popolazione largamente ostile, stremata da condizioni economiche drammatiche: inflazione fuori controllo, disoccupazione, crollo del potere d’acquisto, servizi essenziali al collasso. Da anni il sistema vacilla, tra repressione e una generazione che non ha più paura.
Sul piano internazionale, l’Iran ha perso gran parte del suo peso strategico. La sconfitta di Hamas, l’indebolimento di Hezbollah e il ridimensionamento degli Houthi hanno eroso l’architettura delle proxy regionali che per anni avevano garantito a Teheran influenza nel Medio Oriente. Quel “confine esterno” che proteggeva il regime e gli permetteva di proiettare potere è oggi fortemente compromesso.
Nel frattempo è caduto anche Assad in Siria, un colpo pesantissimo sia per Mosca che per Teheran. La Siria di Assad era il principale alleato arabo dell’Iran e il pilastro centrale del cosiddetto “asse della resistenza” contro Israele e Stati Uniti. Attraverso Damasco, Teheran poteva proiettare potenza nel Levante, evitare l’isolamento regionale come potenza sciita non araba e, soprattutto, mantenere aperto il corridoio terrestre verso il Libano, indispensabile per armare, finanziare e sostenere Hezbollah. È per questo che, dal 2011 in poi, l’Iran ha investito decine di miliardi di dollari, consiglieri dei Pasdaran e migliaia di miliziani sciiti per salvare Assad: senza quell’intervento, il regime siriano sarebbe probabilmente crollato prima. 
Restava l’ultima carta: il nucleare. Un possibile accordo con l’Occidente e la rimozione delle sanzioni avrebbero potuto offrire ossigeno economico. Ma anche questa prospettiva è saltata, travolta dagli attacchi israeliani contro le infrastrutture nucleari, che hanno reso evidente quanto il margine di manovra del regime si sia ridotto.
La Repubblica islamica è rimasta in piedi soprattutto per l’assenza di alternative credibili e per la volontà internazionale, spesso riluttante, di mantenerla come male conosciuto. Ma questa stabilità apparente nasconde un vuoto profondo. Gli iraniani sono divisi, frammentati, finora incapaci di convergere su un progetto politico condiviso per il dopo. Eppure hanno un nemico comune: un regime in putrefazione, che trascina il Paese verso il fondo. 
È dalla Rivoluzione Verde del 2009 che l’Iran esplode ciclicamente in rivolte popolari: ogni tre o quattro anni, il Paese torna in piazza. Ogni volta con numeri più ampi, ogni volta con un grado di determinazione maggiore. Non sono fiammate isolate, ma colpi ripetuti che picconano dall’interno un regime sempre più fragile. La repressione riesce a soffocare le rivolte, ma non a ricostruire l’autorità.
Queste proteste sono diverse – e più pericolose per il regime – perché segnano un salto di qualità rispetto alle ondate precedenti. Gli iraniani hanno interiorizzato la lezione del 2022: non più mobilitazioni spontanee facilmente isolabili, ma gruppi organizzati, radicati localmente e guidati da leadership diffuse, difficili da decapitare. Due anni fa, in un’intervista, Mohsen Sazegara, uno dei fondatori dei Pasdaran poi passato all’opposizione, mi disse che il movimento iraniano aveva compreso le proprie debolezze strutturali delle rivolte del 2022. Gli attivisti, raccontava, avevano iniziato a formarsi in modo sistematico, a usare i social media non più soltanto come strumenti di testimonianza, ma anche come mezzi di coordinamento operativo, e soprattutto a lavorare alla costruzione di una leadership riconosciuta e diffusa, capace di superare la dimensione studentesca e puramente simbolica. È forse per questo che, a differenza del 2022, il tema della leadership è oggi emerso con forza. In oltre trenta città coinvolte dalle rivolte, il messaggio è stato uniforme: “lunga vita allo Shah”, un richiamo che segnala la ricerca di un riferimento politico condiviso. 
Questa volta esistono protocolli di sicurezza, reti di informazione sul campo che aggiornano in tempo reale sugli spostamenti delle forze di repressione e vere e proprie operazioni di deterrenza contro polizia e Pasdaran. Soprattutto, la protesta – che si è estesa perfino Qom, la roccaforte sciita – non si limita più alla piazza: in diversi casi si passa all’attacco e all’occupazione di uffici governativi, sedi del potere locale e perfino installazioni militari; e poi la rimozione di statue e di telecamere di sorveglianza. È il passaggio dalla contestazione alla sfida coordinata, fatta di target e mirata al controllo territoriale.
Che la Repubblica islamica tema di non essere in grado di riprendere il controllo lo si deduce dalla telefonata d’emergenza del 30 dicembre, in cui il presidente Masoud Pezeshkian, ha contattato Vladimir Putin per chiedere il sostegno di Mosca nella gestione e nella repressione delle proteste in corso. Poche ore dopo, sono atterrati a Teheran alcuni aerei russi provenienti dalla Bielorussia, un dettaglio che ha alimentato vari sospetti: dal supporto logistico all’estrazione di personale dalle ambasciate. Poi, il primo di gennaio, l’aeroporto di Teheran è stato chiuso.
Un eventuale coinvolgimento diretto di Russia e Cina a sostegno del regime iraniano rischierebbe di aprire uno scenario molto simile a quello del Myanmar dopo il colpo di Stato del 2021. In quel caso, l’appoggio politico, militare e tecnologico di Mosca e Pechino ha permesso alla giunta di sopravvivere, trasformando una crisi interna in una repressione strutturata e di lungo periodo. Per l’Iran significherebbe poter contare su equipaggiamenti antisommossa, addestramento delle forze di sicurezza, intelligence e cyber-sorveglianza. Ma questo tipo di sostegno ha un costo: consolida una dipendenza strutturale da potenze esterne, radicalizza lo scontro con la società e trasforma la crisi in una guerra permanente.
Un altro aspetto da considerare è che un coinvolgimento più diretto da parte di Russia e Cina a sostegno di Teheran aprirebbe un ulteriore fronte di pressione per entrambe, ma soprattutto per Mosca, in un momento di fragilità estrema. La Russia è già militarmente, economicamente e politicamente assorbita dalla guerra in Ucraina, e con una crescente dipendenza proprio da Pechino. Per Mosca, l’Iran potrebbe passare da alleato utile a zavorra strategica.
Su questo punto la storia è istruttiva. Mosca non è riuscita a correre in aiuto di Bashar al-Assad quando il suo regime è entrato nella fase terminale. La Russia, che per anni aveva garantito la sopravvivenza di Damasco non disponeva più né delle risorse per intervenire come in passato. La guerra in Ucraina ha assorbito uomini, mezzi e attenzione politica, trasformando l’alleanza siriana da asset a fardello. Il fatto che Assad sia caduto senza un intervento russo segnala i limiti attuali di Mosca: se non è riuscita a salvare un alleato vitale come la Siria, difficilmente può permettersi di aprire un nuovo fronte operativo a sostegno dell’Iran senza esporsi a un sovraccarico che rischierebbe di accelerarne l’indebolimento.
Sul fronte israeliano, a differenza di quanto avvenuto alcuni mesi fa, quando Benjamin Netanyahu si era rivolto direttamente agli iraniani, questa volta Israele ha scelto il silenzio. Un’assenza di dichiarazioni che appare tutt’altro che casuale. La linea sembra essere quella di non offrire a Teheran l’occasione di esternalizzare la crisi, trasformando una rivolta interna in un confronto con il “nemico sionista” e alimentando la consueta retorica dell’accerchiamento. Restare fuori consente di lasciare il regime a cuocere nel suo brodo. 
C’è poi la questione del silenzio mediatico internazionale. Ancora una volta, di fronte a rivolte popolari in Iran, i grandi quotidiani globali abbassano il volume. L’Iran resta un terreno scivoloso. I diritti delle donne e il sacrificio delle ragazze uccise per il velo vengono evocati con facilità, ma guai a mettere realmente in discussione il regime. La rivoluzione islamica continua a essere, per una parte significativa del progressismo occidentale, un simbolo intoccabile: il cuore della retorica contro l’“Occidente corrotto”, uno snodo storico e ideologico da cui non ci si è mai emancipati. Poco importa che, una volta al potere, Khomeini abbia fatto massacrare decine di migliaia di marxisti e oppositori: si possono condannare gli eccessi repressivi, purché il mito resti in piedi. 
La caduta della Repubblica islamica farebbe forse meno rumore di quella dell’impero sovietico, ma avrebbe una portata storica comparabile. E la rimozione non riguarda solo la sinistra, infatti, neppure la destra sovranista e filorussa ha interesse a raccontare un Iran in fiamme, perché Teheran è un tassello dell’asse anti-occidentale e anti-globalista. Così il racconto viene attenuato, diluito, rinviato. Si fa finta che non stia accadendo nulla, o che si tratti dell’ennesima protesta economica destinata a spegnersi, nella speranza che anche questa volta il regime sopravviva e l’equilibrio, per quanto marcio, resti intatto.
ALESSANDRA LIBUTTI, qui.

Nel frattempo la repressione, more solito, prosegue spietata, ma le piazze del “genocidio a Gaza”, al pari dei mass media, restano cieche, sorde e mute.

barbara

ANCORA DUE PAROLE SUL VENEZUELA

 E inizio facendovele dire da chi sa di che cosa parla

Quest’ultimo sembra avere le idee un po’ confuse su Salvini, che ce l’ha con quelli che rifiutano di integrarsi e non si rado perfino di imparare la lingua, che rubano aggrediscono spacciano stuprano delinquendo in misura enormemente superiore agli italiani, che vietano alle proprie madri figlie sorelle di uscire di casa, di andare a scuola, che praticano il terrorismo: tutt’altra cosa rispetto al furore ideologico di Landini&Soci.

Siete senza vergogna

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E poi si chiedono perché nessuno li prende più sul serio. Ma non è “ingenuità”, e nemmeno un “errore di valutazione”, o “idealismo fuori tempo massimo”. Si tratta, piuttosto, di connivenza morale scatenata da BIAS cognitivi intossicati, dove il bon sauvage ha la prevalenza, a prescindere. Pronti a schierarsi (comunque e quantunque) dalla parte del carnefice, purché esso si dichiari anti-occidentale, anti-capitalista o anti-liberista. Non importa quanti morti, quanti campi di rieducazione, quante fosse comuni, quante esecuzioni sommarie.
Basta cambiare nome al boia: compagno, rivoluzionario, resistente, antimperialista, anticapitalista… Il sangue versato, la repressione attuata, le sentenze ignobili, diventano accettabili. Il massimalista nega la realtà e prova un maldissimulato feticismo per il potere autoritario e l’odio agghindato da giustizia sociale.
Per questo, puntualmente, ogni volta che la storia presenta il conto, si gira dall’altra parte, senza criterio, senza memoria, pronto a montar su barricate reali e/o virtuali, sposando le cause peggiori.
Oggi è la volta di Maduro. Ieri lo è stata per Lenin, Stalin, Choibalsan, Hoxha, Tito, Gottwald, Ho Chi Minh, Kim Il Sung, Rákosi, Ulbricht, Chervenkov, Zhivkov, Mao Zedong, Castro, Ceaușescu, Siad Barre, Hafez al-Assad, Pol Pot, Mengistu, Agostinho Neto, Machel, Karmal, Khomeini, Arafat, Ortega, Bashar al-Assad, Putin, Khamenei, Haniyeh. Senza memoria e senza vergogna.
Giulio Galetti, qui.

Alla ricca lista aggiungerei Salvador Allende, che era stato eletto come presidente di un Paese democratico ma che ha subito iniziato a usare i poteri conferitigli dalla sua carica per trasformare sempre più il Cile in un Paese comunista, con le consuete conseguenze sociali e, innanzitutto, economiche, fino a rendere indispensabile e inevitabile, per fermare la deriva, il colpo di stato fascista di Pinochet.

Maduro, così ha venduto il Venezuela ai terroristi islamici

Secondo funzionari statunitensi l’Isla Margarita è diventata negli anni la più importante base operativa di Hezbollah in Occidente

Uno scooter con un uomo della Milizia alla guida e il passeggero che imbraccia un fucile mitragliatore, sparando in corsa sulle vittime designate, in primis civili.

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Questa è diversa e decisamente più “soft”, ma penso possa rendere l’idea.

La scena è speculare: stesso stile, stesso metodo, stessi fotogrammi di assassinio nelle strade di Caracas o di La Guaira, così come nei territori palestinesi o a Gaza. Una matrice comune, ma anche un addestramento comune, come molti sapevano e sanno: e non avrebbe potuto accadere diversamente dato che gli istruttori, erano e sono gli stessi in Medio Oriente così come in Venezuela: in Siria e Libano i trainer di Hezbollah e di Hamas; dall’altro lato dell’oceano Atlantico ancora loro, i formatori di guerriglia cittadina di Hezbollah, Hamas e Iran.
Dietro l’immagine “diroccata” delle spiagge che negli anni settanta e ottanta erano quelle dei vip, nell’Isla Margarita si cela la più pericolosa roccaforte del terrorismo islamico, al di fuori delle mura amiche dei Paesi mediorientali, dell’Iran e delle troppe città europee che hanno alzato bandiera bianca. Pochi giorni prima di Natale, lo aveva denunciato senza mezzi termini il segretario di Stato, Marco Rubio. Ecco alcuni brani riportati in esclusiva da Fox news e poi ripresi da altri media.
“La singola minaccia più grave” per gli Stati Uniti proviene – aveva detto pochi giorni fa Rubio durante la conferenza stampa di fine anno – dall’emisfero occidentale ed è portata da gruppi criminali terroristici transnazionali, che hanno costruito prima con Chavez e poi Maduro, una straordinaria testa di ponte nell’Isla Margarita; soppiantando resort e alberghi, con campi di addestramento militare ma anche centrali operative di intelligence, inclusa quella che per anni avrebbe garantito a palestinesi dell’ala estrema, membri di Hamas e specialmente a Hezbollah di provenienza siriana e libanese di poter contare su un passaporto venezolano e quindi di entrare in Europa nonché negli Stati Uniti, per una via privilegiata.
Tra il 2010 e il 2019 le autorità venezuelane avrebbero rilasciato oltre 10.400 passaporti a individui provenienti dal Medio Oriente. Secondo funzionari statunitensi, l’avamposto venezuelano è la più importante base operativa di Hezbollah nell’emisfero occidentale, rafforzata dalla crescente presenza iraniana e dalla protezione del regime di Maduro. Un avamposto che addestra e garantisce la polizia parallela (la milizia) del dittatore, ma anche una base logistica per azioni terroristiche in tutto il mondo occidentale. Inoltre nell’isola si sarebbe consolidata – secondo l’intelligence e non solo americana – l’alleanza fra i grandi cartelli della droga (in particolare con il Cartel de los Soles) e i terroristi.
In una testimonianza scritta presentata al Senate Caucus on International Narcotics Control per un’audizione del 21 ottobre, Marshall Billingslea, ex sottosegretario per il finanziamento del terrorismo e i crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha fatto risalire la trasformazione dell’isola a oltre due decenni fa. Sotto Hugo Chávez, ha scritto, il Venezuela «aprì le sue porte a Hezbollah, permettendo al gruppo guidato dalla Forza Al Quds di stabilire una presenza significativa sull’isola di Margarita».
Secondo Billingslea, Hezbollah si è radicato nell’economia dell’isola di Margarita, sfruttandone lo status duty-free e l’accesso transfrontaliero alla Colombia per generare entrate tramite il contrabbando e l’importazione di droga. Ha affermato che il gruppo gestisce un’ampia gamma di aziende sull’isola e mantiene anche diversi campi di addestramento. Uno sviluppo recente in Medio Oriente ha ulteriormente accresciuto l’importanza dell’isola di Margarita, ha detto Billingslea. La campagna di Israele contro Hezbollah in Libano ha danneggiato la leadership militare e l’infrastruttura finanziaria del gruppo, costringendolo a fare maggiore affidamento sulle reti all’estero: Hezbollaah ha trasferito centinaia di combattenti in Venezuela rendendo ancora più importante per il gruppo terroristico la raccolta fondi e la generazione di entrate provenienti dall’America Latina e trasformandosi in una minaccia diretta per gli States.
Parallelamente il ruolo dell’Iran in Venezuela si è rafforzato insieme a quello di Hezbollah. Non solo per il monopolio nel commercio di armi e droni in cambio di oro, ma anche per la rete strategica di banche venezuelane a gestione iraniana. Proventi su droga, narco-traffico, armi e petrolio si incrociano proprio in banche che non potrebbero esistere e operare in Paesi islamici, perché contrarie alla Sharia, ma estremamente comode per gestire una finanza ombra. Sanzionate da Stati Uniti e Unione europea hanno trovato sbocchi comodi in Cina e Russia. Fra queste Iran-Venezuela Bi-National Bank, quindi Banco Internacional de Desarrollo (BID).
Bruno Dardani, qui.

Infatti questo Power Point che documenta la pesantissima infiltrazione di hezbollah e del terrorismo islamico in generale risulta presente nel mio archivio dal 2009.

 GUERRA_SANTA_EN_AMERICA_LATINA

barbara

DUE IMPRESCINDIBILI PAROLE

sulla strage di Crans-Montana. Ok le indiscutibili responsabilità di chi non ha rispettato le norme e di chi non le ha fatte rispettare, ma di quel branco di imbecilli che usavano giochi pirotecnici in un interno e con questi hanno direttamente appiccato l’incendio,

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ne vogliamo parlare? Di quel branco di imbecilli che a incendio in corso invece di scappare continuavano a ballare o riprendevano col cellulare il fuoco che si andava estendendo per avere una story spettacolare da postare sui social,

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ne vogliamo parlare? (C’era un’altra foto in cui si vedevano molti cellulari alzati a riprendere e altri sullo sfondo che ballavano, ma non la ritrovo più: evidentemente è stata fatta sparire in quanto troppo compromettente) L’uscita sarà anche stata piccola e inadeguata, ma se avessero cominciato a uscire quando il soffitto ha preso fuoco, e l’incendio era molto piccolo e potevano uscire con calma perché non c’era motivo di ammassarsi in preda al panico, non se ne sarebbe salvato qualcuno in più? Ovviamente la maggior parte dei morti e dei feriti non hanno appiccato incendi e non hanno filmato lo spettacolo, ma resta il fatto che la causa scatenante del disastro è venuta da alcuni di loro. Dite che sto facendo victim blaming? Ok, sto facendo victim blaming. Essere morti e avere sofferto non sono titoli di merito, e non basta morire per diventare innocenti.
Poi mi rende davvero furiosa l’accostamento coi massacri del 7 ottobre: quelli non sono morti per un comportamento di incosciente imprudenza aggravata da inadempienze tecniche, sono stati assassinati a sangue freddo dopo essere stati selezionati e designati come bersagli. Davvero basta il fatto che in entrambi i casi stessero ballando e fossero tutti o quasi più o meno strafatti (ma un altro migliaio, il 7 ottobre, non stava affatto ballando e non era per niente strafatto) per accostare due eventi così abissalmente distanti? Ma davvero siamo arrivati ad avere la mente così obnubilata?

barbara