
Cari amici: Pensavamo di vivere in un mondo civile, pacifico e pacifista, dove il comportamento delle persone fosse ispirato alle norme evangeliche, e invece ci ritroviamo in un mondo Jannaccesco, basato sulla violenza e sull’esclusione immotivate di Vengo anch’io? (No tu no) del 1967.
Anche in altri tempi il politicamente corretto, alla moda, di Mogol, dove le rivoluzioni si fanno senza il cannone, come in La rivoluzione (1967), cantata da Gianni Pettenati, e i fiori nei cannoni della Proposta dei Giganti (1967) s’incontravano con la purezza quasi pasoliniana di Luigi Tenco, con i campi da arare di Ciao amore, ciao (1967), ma si scontravano con il desiderio giovanile di provare emozioni. Solo che il “prendere a pugni un uomo solo perché è stato un po’ scortese”, nel brano del 1970, oggi diventa, come al bel tempo antico, accoltellare un uomo solo perché… (non si sa nemmeno il perché). Anche allora la narrazione della violenza giovanile esplodeva con Arancia meccanica di Stanley Kubrick (1971) e, non molto tempo dopo, ritroviamo la violenza assassina nel film generazionale di Terrence Malick La rabbia giovane (1973).
Questo perché il Repetti in arte Mogol, nella sua incredibile capacità di immedesimarsi nello spirito dei giovani del suo tempo, ne registra tesi e antitesi, contrasti, aspirazioni e incertezze e alla popolare illusione gandhiana della rivoluzione unisce i turbamenti e le ansie della gioventù degli anni Sessanta, turbamenti e ansie che oggi, nel 2026, non sono molto diversi, mentre è cambiato il quadro valoriale di riferimento.
Siamo arrivati finalmente al “mondo migliore, dove uno sia già pronto a tagliarti una mano, un bel mondo sol con l’odio ma senza l’amore”; ci siamo arrivati a colpi di competizione e di meritocrazia. Abbiamo costruito una società dove chi non ha merito, chi non eccella nelle arti, nelle scienze o nelle lettere, nella finanza o nel diritto, chi non abbia doti di particolare facondia o di speciale bellezza è escluso e si sente in diritto di rubare o uccidere per affermarsi e ottenere gli stessi vantaggi di chi merita il plauso sociale. Siamo tornati ai tempi in cui il guappo, il picciotto o il balente, se non si sentono in grado di elevarsi con lo studio o con particolari abilità, fanno valere la loro possanza fisica o la loro incrollabile determinazione, per affermarsi come criminali ed essere ammirati almeno come vilains, eroi negativi di un fumetto infinito e spaventoso, il fumetto della vita. Insomma, dopo tanto girovagare, tanta politica, tanto buonismo, tanta inclusione, tanto politically correct, siamo tornati ai tempi del film di Sergio Corbucci, Er più, o ancor prima alle sane usanze rinascimentali, dove il coltello era di casa. Difesa personale, onore, abilità guerresca tornano di moda e tutti devono imparare a difendersi, in qualche maniera. Coltelli all’italiana, in stile Cavalleria rusticana, o fucili d’assalto all’americana (gli amerikani sono sempre all’avanguardia), l’onore e il rispetto si conquistano con la violenza e le offese si lavano col sangue, alla faccia di papi e sbandieratori di arcobaleni.










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. Le mattine sono ancorate
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Baudo e Benigni
L’immagine, celebrata in tv, di Pippo Baudo assieme a Benigni, rappresenta il peggio che la nostra cultura popolare sia stata in grado di produrre, nel secondo Novecento e nei primi anni del Duemila.
Pippo e Benigni, insieme, sono la quintessenza di quel becero asservimento ai valori e ai miti fasulli della nostra cultura nazional-popolare.
Con loro si celebra l’Italia della finta trasgressione, l’Italia della finta lotta alla mafia, del finto contrasto alla droga.
Dicono che quell’Italia sia morta, finita, invece sta ancora qui, tra noi, viva e vegeta, l’Italia di Benigni, dei presidenti della repubblica, delle buone cose che i benpensanti vogliono ancora ascoltare per rassicurarsi, del buonismo programmatico, della costituzione più bella del mondo, anche se manifestamente datata e inapplicabile, del capitalismo dominante e ormai indiscusso, dell’orrore evocato e ridotto a narrazione, a spettacolo, nei talk show su delitti e nefandezze pubblici e privati.
Quell’Italia, questa Italia, è stata in grado di esorcizzare il diavolo del pensiero deviante e trasgressivo, di eliminare anche fisicamente le forme più o meno disturbanti di opposizione, attraverso l’assassinio o la criminalizzazione delle figure che infastidivano il Potere, attraverso il terrorismo, manovrato e infiltrato da servizi di varia origine geografica o ideologica.
La narrazione prevalente della verità di regime ha trovato poi un parafulmine nella parola “fascismo”, per allontanare dal Potere ogni responsabilità e assolvere amici e avversari presenti e reali. Lo stesso Pasolini si fece trascinare in quest’equivoco lessicale, contribuendo non poco alla semplificazione manichea di comodo, per cui anche oggi basta attribuire l’etichetta di fascista a tutto il male esistente nella società e nella politica, assolvendo i responsabili reali dei delitti e delle ingiustizie, che si salvano salendo sull’arca di un antifascismo di maniera.
Quanto siano stati esponenti e portabandiera di questa Italia ipocrita e semplificatrice, assolutoria e populista personaggi come Baudo o Costanzo e i loro seguaci e continuatori lo diranno gli storici, ammesso che una funzione critica ancora possa esistere in un futuro in cui le fila della vita economica e politica saranno presumibilmente tenute dal grande cervello artificiale che sostituirà il pensiero umano.