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un viaggio in treno lungo un Giro d'Italia
Fri, 12 Apr 2013 11:58:31 +0000
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Il tempo è finito, il tempo è iniziato: girodiruota
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Fri, 12 Apr 2013 11:58:31 +0000
https://giroinseconda.wordpress.com/?p=342
Manca poco ormai, settimane. Giroinseconda si pensiona, credo, e lascia spazio e avventure al suo leggittimo figlio, Girodiruota. Qui potete trovare il nuovo blog: girodiruota.wordpress.com
Il viaggio sarà diverso, ma sarà sempre viaggio, forse più viaggio dell’ultimo. Partenza a Napoli, poi Ischia, poi boh. Su per l’Italia a pedalare.
Tra poco si parte. L’allenamento è scarso, come la condizione. Poco importa, si parte lo stesso perché è giusto così, è buono così. ]]>
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GIRODIRUOTA
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da Giroinseconda a Girodiruota
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Tue, 09 Apr 2013 14:59:17 +0000
https://giroinseconda.wordpress.com/?p=338
Il 9 maggio dello scorso anno partiva Giroinseconda, il racconto di un Giro d’Italia seguito dai treni regionali. Oggi, quasi un anno nuovo parte un nuovo progetto: Girodiruota. L’idea è semplice. Partenza da Napoli, sede di partenza del Giro d’Italia, e poi su verso nord, verso Brescia. Questa volta niente treni però, solo le due ruote di una bicicletta, che per l’occasione mi verrà data da i miei sponsor, che mi terranno compagnia per i 23 giorni di gara, per loro, quelli che corrono.
Il mio Giro d’Italia seguirà quello vero dai bar sport, per capire un po’ se questo sport parli ancora alla gente, smuova ancora appassionati e gente normali, insomma sia ancora il giro degli italiani. Bar sport ma non solo, c’è altro. Girodiruota sarà l’occasione per parlare di mobilità. Non solo di bici, ma di mobilità a tutto tondo, perché il ciclismo, i suoi miti e le sue leggende, dovrebbero occuparsi anche di questo. Rendere ciclabile un paese, dare la possibilità alle persone di muoversi in libertà e in sicurezza.
Manca poco alla partenza. Sto progettando un po’ di cose, percorsi, interviste, storie da raccontare. Sto cercando anche almeno un’altra sponsorizzazione che mi permetta di affrontare le spese del viaggio. A breve partirà anche una campagna di crowdfunding.
Per cui se avete suggerimenti, opinioni in merito, un’azienda pronta a credere nel progetto non esitatemi a contattarmi. Questo è l’indirizzo mail: giovannibattistuzzi@gmail.com
Grazie di tutto già da ora.
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Straming di Muoviti Roma
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Fri, 08 Feb 2013 13:14:08 +0000
https://giroinseconda.wordpress.com/?p=336
Live streaming by Ustream ]]>
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giroinseconda
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Muoviti Roma, lo streaming
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Fri, 08 Feb 2013 11:51:25 +0000
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Muoviti Roma sta partendo, manca poco ormai, è quasi fatta. Muoviti Roma inizierà alle 16, oggi 8 febbraio 2013. Muoviti Roma lo troverete oggi alle 16 all’Uban Center Roma XI in via Niccolò Odero, 13, a Roma, a Garbatella. Muoviti Roma però viene incontro anche a chi non potrà venire, ve lo porterà sullo schermo del vostro computer con una diretta streaming che potrete trovare qui: https://www.ustream.tv/channel/ciclofficinalastrada
Muoviti Roma, perché è ora. ]]>
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Muoviti Roma; è ora
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Thu, 07 Feb 2013 23:39:01 +0000
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Hai visto mai che magari qualcosa cambia. E se cambiassero davvero le cose? Che ne so, pensa se la gente capisse che non tutto gira attorno alla macchina, che per andare a prendere un caffè a mezzo chilometro di distanza con un amico, un collega, insomma qualcuno, non serve salire in auto e accelerare, ma possono bastare anche i piedi o una bici. E se cambiassero davvero le cose?
Divagazioni, speranze, volontà. Ma se cambiassero davvero le cose, se questo mito degli anni ’60 sparisse, il mito della mobilità a 4 ruote del tutti felici e contenti a bordo di un auto si volatilizzasse, o se anche solo si attenuasse, staremmo davvero tornando indietro come qualcuno pensa ancora?
No.
No ed è ora di smetterla di girare attorno alle domande e cercare finalmente le risposte, anzi formarsi da soli le risposte. Non autocelebrazione, ma fai da te, bricolage, molte volte buona volontà, qualche volta rivolta. Perché se non gridi in questo paese nessuno ti ascolta e a volte non serve nemmeno gridare, bisogna costruire qualcosa e poi mostrare agli altri che lo si è fatto davvero, così magari qualcuno si ferma a guardare e magari si chiede ‘se l’ha fatto lui perché io no?’ e così capisce che non è poi troppo difficile, che si può fare. Si può.
E qualcosa si è creato, qualcosa è stato creato, ma non dal niente, da tante piccole esperienze che sommate una ad una si sono unite formando qualcosa di più grande, qualcosa di più forte. Qualcosa si è creato pedalando tutti insieme verso una direzione precisa quella di far capire che un’altra via è possibile, che un’altra mobilità è possibile. È per questo che è nato Muoviti Roma, un convegno che non è una speranza, ma un obbiettivo, un obbiettivo che non è utopia ma soltanto una realtà futura, futuribile magari, ma che verrà. Un convegno nato dal basso, da chi ogni giorno è sulla strada e vive la strada sia in bicicletta, che con i mezzi pubblici, sia in macchina suo malgrado oppure per lavoro. Muoviti Roma, nato dalla fruttuosa collaborazione tra la ciclofficina del C.S.O.A. La Strada e il movimento #salvaiciclisti, che proprio un anno fa nasceva e che spegne così, nel migliore dei modi, la sua prima candelina.
È per questo che Giroinseconda riprende vita per un attimo, perché ci sono cose che passano, altre che non ti accorgi nemmeno che sono passate e cose che invece potrebbero essere un punto di svolta oppure solo un modo per capire dove si è e dove invece si può andare. Muoviti Roma è l’occasione per capire cosa ora è Roma e dove invece potrebbe arrivare, dove invece la potremmo portare.
È per questo che oggi, dalle 16 all’Urban Center Roma XI in via Niccolò Oddero 13 a Garbatella sarà importante esserci. Non per fare presenza, per far vedere che si è in tanti, anche se questo sarebbe un’ottica cosa per una Roma finalmente “movibile”, ma soprattutto per rendersi conto di come ciò che amiamo e che odiamo potrebbe essere differente, più vivibile, insomma, migliore.
In questo convegno parleranno in tanti (qui potete leggere il chi, come e cosa) perché la mobilità è qualcosa che va presa in toto, segata a metà e analizzata piano piano, pezzo per pezzo, altrimenti viene difficile capire cosa sia, il perché è mobile e come si possa riparare, ricostruire, renderlo umano; un po’ come una bici, ma un attimo più complesso. Parleranno in tanti e di molte cose, dalla ciclabilità all’introduzione della zone 30, dal servizio pubblico all’ingegneria del traffico, tutti con uno scopo, riuscire a prendere coscienza di come la città si muove e in questo modo potersela riprendere.
Perché che Roma sia una città splendida è una banalità che sappiamo tutti, ma una città così non può permettersi di essere un groviglio di tempo perso, di smog, di incazzature, di liti per il traffico. Perché in questo modo il bello che sta attorno a tutti nessuno lo noterà più, se non qualche turista, e quel bello si perderà, scomparirà, se ne andrà e non lo riusciremo più a riprenderlo. E allora è giunto il momento. È giunta l’ora di rifarlo nostro.
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Diciannovesima tappa: Milano (seconda parte)
https://giroinseconda.wordpress.com/2012/05/31/diciannovesima-tappa-milano-seconda-parte/
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Thu, 31 May 2012 18:27:15 +0000
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Marco Pinotti. Vince l’ingegnere. È soddisfatto il bergamasco della Bmc nonostante l’idea di far classifica si sia arenata contro lo scoglio degli anni che passano e di una gamba che, almeno nelle tre settimane, non è più quella di una volta. L’ultima cronometro è sua, ora la lotta vera, quella per la vittoria finale. Nessuna passerella com’era accaduto l’anno scorso, con Contador già sicuro da almeno una settimana di aver fatto suo il Giro, salvo poi dover ridare indietro maglia e trofeo a causa della squalifica per la positività al clenbuterolo al Tour 2010. Alla partenza i primi quattro sono concentratissimi, nell’aria c’è tensione. Joaquim Rodriguez è primo con 31” secondi di vantaggio su Ryder Hesjedal, 1’51” su Michele Scarponi e 2’18” su Thomas De Gendt. Gli altri più distanti, fuori dai giochi. LA cronometro è stata accorciata di un chilometro e mezzo e ora misura 28,5 km. Poco cambia. Hesjedal è il favorito, Purito però si è detto fiducioso. Qualche giornalista ha rimesso in ballo il nome del belga della Vacansoleil per la vittoria finale, ma due minuti sono tanta roba da recuperare e Thomas non fa di cognome Indurain o Armstrong e non è tantomeno un Cancellara.
I primi, che poi in realtà sono gli ultimi a salire in bicicletta, partono, uno dopo l’altro. De Gent inizia calmo poi inizia ad ingranare, Scarponi è agnello sacrificale perché a cronometro non è mai andato forte e i 27” di vantaggio sul 4° sono un lampo a perdersi per strada. E infatti a metà ancor prima di metà percorso il marchigiano inizia a salutare anche il gradino più basso del podio, che prende e se va, travalica i confini italiani e atterra nelle Fiandre, a casa De Gendt. Era dal 1995 che il podio non batteva tre bandiere straniere. Primo Tony Rominger, secondo Evgenij Berzin, terzo Petr Ugrumov. Prima di allora era successo altre tre volte: nel 1988 Hampsten, Breukink e Zimmermann, nel 1987 Roche, Millar, Breukink e nel 1972 Merckx, Fuente, Galdós.
Il Giro del 1995 me lo ricordo. Fu il secondo che vidi, il primo in maniera integrale. A vincerlo fu Tony Rominger che difese la maglia rosa dalla seconda all’ultima tappa. Portò a casa quattro tappe, le tre cronometro e quella che finiva a Loreto, in salita tenne a bada avversari e possibili outsider, nelle prove contro il tempo massacrò tutti, anche Berzin, che l’anno prima al Giro batté persino Miguel Indurain. Il russo chiuse secondo a 4’13”, Ugrumov terzo a 4’55”. Tony che supera la premiata coppia Gewiss che invece di coalizzarsi contro il ‘nemico’ svizzero, non ha mai smesso di farsi guerra intestina. Per il biondo di Vyborg quello fu l’ultima corsa a tappe di grande livello. A 26 anni iniziò la parabola discendente di una carriera fulminante e brevissima, chiusa a 30 anni, inabissata tra tavole imbandite e appuntamenti mondani.
Scarponi perde il podio, Rodriguez il Giro. I 28,5 km della cronometro sono un saluto lungo e disperato alle speranze di vittoria dello spagnolo, che cerca di dare tutto, ma che alla fine perde la maglia rosa per 16”, quarto distacco minimo tra primo e secondo nella storia del Giro. Il più recente era però datato 1974, quinta e ultima edizione del Giro vinta da Merckx, questa volta su Gibì Baronchelli. Dodici secondi tra primo e secondo, dodici secondi che danno al belga la leggenda e all’italiano il primo indizio di quello che sarà la sua carriera: un’eterna attesa della vittoria buona per elevarlo a campione. Un vittoria che mai arrivò, un ruolo da piazzato, da secondo.
Piazza del Duomo accoglie Ryder Hesjedal con un boato; il canadese che guarda il maxi schermo, che sente lo spagnolo in maglia rosa arrivare, un altro boato, il volto di Ryder che brilla di contentezza, ma una contentezza pacata e sobria, canadese. L’abbraccio alla propria donna, la solita nuvola di giornalisti ad abbracciare il primo, le cose da dire dette. Poi il podio, la vestizione del simbolo del primato, la rosa che conta per annali e storiografia, quella vera. La coppa, gli occhi che si fanno bagnati di gioia e incredulità. Poi il vento freddo canadese lo riprende, lo riporta giù, lo riporta in sé. Mezzi sorrisi, mezze occhiate, il solito Ryder. Un bravo ragazzo. Purito allarga le braccia, c’ha provato, veste la maglia rossa, è seccato per la la vittoria sfumata all’ultimo giorno ma l’ha presa bene. Scarponi è amareggiato per aver perso il podio, Ivan Basso invece passeggia scuro in volto, la faccia di un uomo ferito, di uno che non ha ancora interiorizzato la propria sconfitta. Quinto all’arrivo, mai veramente in corsa per la vittoria nonostante proclami, convinzioni, parole di facciata. Basso che si ricorda quando era considerato l’alternativa ad Armstrong, i due podi al Tour, le due vittorie al Giro. In mezzo una squalifica, Birillo, il ritorno, i successi, il declino.
Il podio, le premiazioni, lo scintillio di coriandoli colorati, le miss che passano, i flash, baci, abbracci, vip e non vip, la gente comune che inneggia il nome del proprio beniamino, discorsi e conferenze stampa d’addio, autorità, giornalisti a caccia dell’ultima intervista, tifosi a caccia dell’ultimo autografo, dell’ultimo ricordo, addii e ancora addii, saluti, smack. Fine del Giro, fine del gioco. Tutto tornerà, ma sarà già 2013, sarà qualcosa di nuovo, un’altra cosa e un’altra corsa. Ora il Delfinato, il Giro di Svizzera, i campionati nazionali, qualche corsa d’intramezzo, poi il Tour de France e i suoi lustrini da primo della classe e l’Olimpiade. Poi tante altre cose che ricordarle tutte è quasi impossibile.
Tutto si sbaracca, si chiudono i camion diretti verso altrove, gli ultimi saluti. Lascio il Quartiertappa, lascio il Giro, lascio Piazza del Duomo. Due passi e sono in Piazza Fontana. “È stato esattamente qua dentro. Tutto è successo in un attimo. Era il 12 dicembre 1969 erano le quattro e mezza passate da poco. Me lo ricordo bene perché era un venerdì e domenica mattina avevamo la finale della coppa di Natale. Io dovevo andare a fare l’allenamento che quel giorno era stato spostato dal primo pomeriggio al tardo pomeriggio perché l’allenatore c’aveva da fare. Mia madre era ammalata, il vicino che di solito mi accompagnava non poteva perché aveva iniziato già a lavorare e io quindi iniziai a rompere talmente tanto le palle a mio padre che piuttosto di non sentirmi frignare si fece dare un permesso di qualche ora. Uscimmo, salutammo tutti, una volta in strada sentimmo il botto. La bomba. Di quel giorno porto ancora il ricordo indelebile. Il mio orecchio destro ci sente poco o niente”. Valentino guarda l’edificio nel quale a causa di quella bomba morirono in 17 e 88 persone rimasero ferite. Adesso ha 56 anni, vive a Vidigulfo, a 25 km da Milano e come suo padre lavora in banca, ma all’Unicredit. Il padre è morto tre anni fa, sul suo letto, a 79 anni. “E pensare che poteva morire qua dentro, in quell’inferno. Di quel giorno ricordo soprattutto l’odore. Era fortissimo, sapeva di polvere, di morte, di amaro. Anche mio padre non dimenticò mai quell’odore. Ricordo una decina di anni fa quando ripassammo per Piazza Fontana per l’ultima volta che si fermò e mi disse ‘te lo ricordi quell’odore?’, mi disse che non se l’era mai dimenticato, che ce l’aveva ancora in testa, come la faccia dei suoi colleghi morti quel giorno.
Sono certo che non superò mai quell’evento, che ci convisse sino all’ultimo giorno. Ricordo le sue incazzature per come finirono i processi. Dopo l’assoluzione degli ultimi indagati nel 2005 da parte della Corte di Cassazione si arrabbiò talmente tanto che lanciò il telecomando contro la televisione e la ruppe”. Già perché la strage di Piazza Fontana ancora non ha colpevoli, non ha un mandante, non ha un perché ufficiale. Strategia della tensione la chiamavano e la chiamano. Stragi di Stato. “Io non so perché non siano stati scoperti i colpevoli, ma l’idea che mi sono fatto è che tutti questi morti servivano, non so a che cosa nello specifico, ma servivano. Ci volevano far credere che tutto ciò fosse stata opera degli anarchici, di Valpreda e di quei quattro sfigati del circolo 22 maggio. Poi sono usciti le magagne vere. Il coinvolgimento dei servizi segreti, la destra eversiva, le voci sullo Zorzi e sul Digilio. Però ancora nessuno ha pagato, se non le famiglie dei morti, se non Pinelli e Calabresi. La cosa che in 57 anni ho imparato in Italia è che forse aveva ragione Pinelli e la gente come lui, quella che non aveva rispetto e fiducia dello Stato, perché in Italia Stato è parola brutta che puzza di stragi e omicidi”.
Valentino passeggia, si allontana da Piazza Fontana, si allontana dai suoi fantasmi e mi guida sino ad un bar amico, “ormai uno dei pochi del centro dove si riesce a bere un caffè buono”. Al banco un uomo piccino dai baffi macchiati dalla nicotina. Ci saluta, fa due chiacchere con Valentino che gli spiega chi sono e cosa faccio. “De dove te sì?”, mi fa con un accento veneto un po’ indebolito dagli anni. Alla risposta Conegliano si mette a ridere. “Gavee la me prima morosa de Conejan. La pezo femena del mondo. Mi son de Vitorio Veneto, ma son trenta ani che stae a Milan”, e sono trenta anni che è amico di Valentino e che vanno in bicicletta per la Brianza. Oscar, questo il nome dell’oste, mi prepara il caffè, il suo caffè, frutto di anni di perfezionamento della miscela giusta. “Ora sono quasi arrivato al punto esatto. Mi manca solo un qualcosa che ancora non so, poi sarà perfetta. Almeno per i miei gusti”. Oscar è un amante del caffè e il suo impegno si fa sentire. La tazzina emana un odore eccellente e anche il sapore è gradevole. Oscar mi racconta di essere stato un discreto dilettante, ma che la vita dell’atleta non faceva per lui perché preferiva mangiare, bere e fumare e che per fare l’atleta bisognava rinunciare alle donne, “e l’unico modo per avere tante donne è quello di vincere tanto, ma per vincere tanto c’è troppo lavoro da fare. Una volta almeno c’era la maglia nera che dava gloria, premi e occasioni, ma ai miei tempi non c’era giù più”.
Durò poco la maglia nera, sei Giri appena, dal 1946 al 1951: Malabrocca doppietta, Bini, Carollo, Gestri e Pinarello. La tolsero perché considerata antisportiva, perché durante la gara si assistevano a delle vere e proprie battaglie, ad attese e imboscate, nascondigli e occultamenti per raggiungere l’ultima posizione. Ci voleva altrettanta maestria dei campioni perché bisognava essere ultimi ma dentro il tempo massimo.
“La maglia nera è un tributo che il Giro fece alla figura di Giuseppe Ticozzelli, un difensore che giocò alla Spal e al Casale e che nel 1926 partecipò al Giro d’Italia da autonomo. Era una figura strana il Ticozzelli. Si narra che nelle tappe che corse era solito arrivare sempre pochi minuti prima della partenza, che partisse a tutta per andare in fuga per poi fermarsi alla prima trattoria lungo il percorso per gustare le bontà locali, fregandosene di corsa, classifica e posizione finale. Prima di trasferirmi a Milano, ho lavorato per anni a Cuneo. Un giorno vado con mia moglie e alcuni amici in una trattoria fuori Mondovì e parlando con il titolare di ciclismo salta fuori il discorso della maglia nera. Il paròn mi fa ‘aspetta un attimo’ e se ne torna alcuni minuti dopo con una fotografia del Ticozzelli seduto al tavolo del locale con una costata e un fiasco di vino, la bicicletta affianco alla sedia e la sua maglia nera con la stella bianca del Casale. Era passato di là e aveva mangiato in quel locale che la famiglia gestiva dall’inizio del novecento”.
Storie di ciclismo d’annata. Ora la maglia nera non c’è più. Nel 2008 fu introdotto il numero nero dedicato all’ultimo in classifica, ma sparì già dall’edizione successiva. Quest’anno ultimo è arrivato un basco, Miguel Minguez Ayala, 23enne dell’Euskaltel-Euskadi, giunto a 5h27’06” dalla maglia rosa. La maglia rosa avrà la gloria, entrerà negli annali, Minguez invece probabilmente quando si ritirerà non se lo ricorderà nessuno. Ad eccezione di Guido, che ha passato tutto il Giro a seguire le fatiche di quella che un tempo fu la maglia nera e che ora è invece un numero come tutti gli altri. L’abolizione della maglia nera è stata l’ultima mannaia data alla dignità del perdente, l’eclissi della decenza della sconfitta.
Ryder ha vinto il Giro d’Italia, primo canadese nella storia a riuscirci, primo canadese a vincere una grande corsa. Minguez è arrivato ultimo. Il mio Giro è finito, Giroinseconda è finito e ha totalizzato qualche articolo, qualche lettore, oltre tre ore di ritardo. Già perché nell’epoca dell’Alta Velocità del Milanoromaintreore, della metropolitana d’Italia e del treno dei belli e dei carini, la situazione del trasporto locale è da maglia nera, ultimo in classifica, retrocessione assicurata.
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Milano Marco Pinotti
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Pink jersey holder and overall leader Garmin-Barracuda's Hesjedal of Canada holds the trophy after the 30km (18 miles) time trial in the 21st and last stage of the Giro d'Italia cycling race in Milan
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Diciannovesima tappa: Milano (prima parte)
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Wed, 30 May 2012 16:20:42 +0000
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È ora di alzarsi. Ultimo giorno di gara. Crono finale. Tutto si decide. Vincitori e vinti, gloria e rimpianti. In due per la vittoria, in due per il terzo posto. Poi qualcuno potrà guadagnare un posto, forse due, qualcuno li perderà, ma sono posizioni buone per statistici, per i beppeconti della situazione, perché tanto la gente, quella che si fa i chilometri per vedere i corridori salire in salita, sprintare, vincere e cadere, ama tutti ma ricorda solo il vincitore, i vincitori, al massimo chi sale sul podio. È questo che conta ormai.
Alzo la tapparella e con sorpresa noto che anche a Milano qualche volta c’è il sole. Non l’avrei mai detto perché non me l’hanno mai detto, sempre a lamentarsi che a Roma, si sta meglio perché a Roma c’è il sole. Mi preparo ad uscire e il sole però è già sparito, la foschia ha preso possesso di tutto e le nubi sono in avvicinamento. Oggi tutti a piedi, lo impone Pisapia, lo impone l’innalzamento delle polveri sottili e meglio bloccare la città oggi che c’è il Giro, piuttosto che dover sfidare i milanesi un’altra volta. Non so se i sindaci credano davvero a questa formula, oppure la utilizzino solo per far vedere che hanno a cuore il nostro benessere polmonare e che provano davvero a rendere le città più respirabili. Lasciamoli lavorare, amministrano il bene comune in modo talmente accurato e preciso che sarebbe sbagliato crocifiggerli per queste cose. Domenica a piedi e coscienza lavata, ripulita almeno sino al prossimo allarme polveri sottili, alla prossima alternanza di targhe, al prossimo blocco del traffico.
Piazza del Duomo è un tripudio di gente che curiosa si aggira tra stand pubblicitari, magliette e palloncini rosa. I bambini corrono per passare il tempo prima dell’inizio della corsa, prima della sfilata dei loro beniamini, che quest’anno sarà meno parata e più battaglia perché in palio c’è la maglia rosa e il podio, mica cosa da ridere.
Lascio zaino e borsa al Quartiertappa e mi dirigo verso Piazza Filippo Meda, che è a due passi dal Duomo, ma che per arrivarci è uno slalom incredibile, nemmeno fossi Alberto Tomba, tra pischelli esagitati, madri urlanti, giovani dagli occhi rossi e lucidi, e non è certo per il pianto, uomini incravattati che c’è il Giro e mica possiamo farci trovare impreparati da un evento tanto ‘glam’. Una modella passa, un uomo sulla settantina dai capelli alla Briatore, dagli occhiali alla Briatore, dai modi di fare alla Briatore, la guarda, sbava e mi viene addosso. Poi, non contento, mi fa “perché non guarda dove va?”. Lo guardo stupito. “Non per sembrare moralista, ma si asciughi la bava dalla bocca, potrebbe essere sua figlia. Arrivederci”. Bestemmia, mi dà del cafone. Forse c’ha ragione. Ci metto venti minuti ad arrivare dove ero diretto. Indirizzo e campanello l’ho scritto, suono, mi aprono, entro in una casa che probabilmente non potrò mai permettermi. Davanti a me Giorgio, che non è Armani, ma che c’ha gli stessi capelli, che non è stilista ma ingegnere ed esperto di viabilità. “Questa non è frutto del mio lavoro, non ci si arricchisce così tanto a fare quello che faccio. È l’unica cosa che mi ha lasciato mio padre. Il resto se l’è giocato tutto a poker”, dice ridendo. Giorgio è un ciclista, la macchina non ce l’ha perché abitare in centro a Milano e lavorare in centro a Milano, gli agevola gli
spostamenti, perché trovare parcheggio è diventata cosa lunga e laboriosa. Giorgio gira da oltre vent’anni in bicicletta e sa cosa vuol dire girare a pedali in una grande città. È per questo che quattro anni fa presentò un piano articolato e praticabile per ridurre traffico e polveri sottili e permettere a tutti i cittadini di muoversi per Milano rinunciando alla macchina. Il sindaco di allora, Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti, detta Letiziamoratti, ha risposto gentilmente con due righe. “La ringrazio per il suo lavoro, ma non era richiesto”. “Quantomeno ha risposto” dice scherzando e versando due bicchieri di Prosecco, di Conegliano, in mio onore, o almeno così sostiene. “Il piano non era niente di innovativo. Consisteva nella creazione di quattro parcheggi in periferia. Avevo individuato già le aree ed erano tutte vicine a stazioni ferroviarie o della metropolitana, bisognava solo recuperarle, perché zone industriali non più attive e destinate ad altro utilizzo. Al di fuori di questi parcheggi, oltre ai servizi pubblici, avevo predisposto la creazione di un servizio di bike sharing e la creazione di una rete di ciclabili che dall’hinterland portavano in centro. Niente eco pass, niente blocco del traffico, solo una serie di infrastrutture razionali e ben studiate per incentivare la mobilità su due ruote.
Nient’altro che l’importazione di un modello che a Berlino funziona e che evita traffico, incidenti e incazzature ai cittadini”. Giorgio, dalla grande libreria che copre la parete del soggiorno dietro il divano su cui siamo seduti, prende un quaderno ad anelli. Estrae due fogli conservati dentro due buste trasparenti. “Guarda la differenza. Questo è il sistema di ciclabili di Milano a confronto con quello di Vienna. Nel secondo foglio è un continuo di linee di diversi colori, il primo, quello di Milano è niente più che un tratteggio, una specie di puntini da unire tipo il gioco che trovi nella Settimana enigmistica. Questo è il piano di ciclabili di Bratislava, questo di Budapest. Sono tutti più avanti di noi”. Giorgio versa un altro bicchiere di Prosecco e si accende il sigaro che riposava bruciacchiato nel posacenere. “Il problema è che in Italia non si vuole venire a capo del problema. Perché se gli amministratori avessero davvero il desiderio di diminuire traffico e dare spazi alle bici, lo farebbero senza troppe storie. Non è difficile, basta mettere mano alla viabilità ordinaria di una città. Quello che fa Salva i ciclisti è bello, e fate bene a continuare così, perché girare in bici in città non solo è bello, ma sarebbe soprattutto conveniente sia alle amministrazioni cittadine che in questo modo si troverebbero ad affrontare meno spese per la risistemazione delle strade e meno manutenzione per gli incidenti che rovinano guardrail, segnaletica ecc., secondo perché ridurrebbe le emissioni di gas pericolosi e nocivi. E pensa alla diminuzione di imbottigliamenti, code e casini vari. Sarebbe un innalzamento della qualità della vita, un vero e proprio salto in avanti. La cosa che mi fa arrabbiare è che il Giro dovrebbe fare qualcosa di più. Dire ad esempio: ok noi ti portiamo la tappa e visibilità e tu metti a posto le ciclabili e se non ci sono le crei. Non l’hanno fatto, non lo hanno nemmeno pensato, mi sa. Continuano a mettere bollini. Mah”. Giorgio si alza e mi porta nel suo studio e mi indica la sua bici, una vecchia Bianchi degli anni ’70. “La mia prima e unica bici.
Me la regalarono che avevo una quindicina d’anni, l’ho usata un sacco sino ai 18, poi me ne ero completamente dimenticato e l’avevo lasciata a prender ruggine alla casa al mare. Quando mi sono stufato di dover cercare parcheggio l’ho ritirata fuori, l’ho rimessa in sesto e adesso giro quasi solo con questa”.
Lo saluto e riscendo tra le strade del centro, ancora pieno, ancora più agitato, ancora più esultante per il passaggio dei corridori. Phinney sbaglia strada, si ferma, torna indietro e continua. Addio sogni di vittoria. Qualcuno ride davanti ai maxischermi, qualcun altro si lamenta per il caldo, qualcuno corre trafelato, qualche giornalista cercano il personaggio giusto per un’intervista, io cerco da mangiare. ]]>
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Giro d'Italia 2011 - Arrivo ventunesima tappa "Rho - Milano"
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Diciottesima tappa: Trento – Passo dello Stelvio – Milano (terza parte)
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Tue, 29 May 2012 14:44:19 +0000
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Lo Stelvio incorona Thomas De Gendt, 25enne della Vacansoleil, autore di un numero pazzesco, di uno scatto secco sul Mortirolo e di una strenua difesa sulle rampe del Gigante, il passo più alto d’Italia, il secondo d’Europa. Vince De Gendt che prova a spaccare la corsa, che a 8 km dall’arrivo sfiora la rosa virtuale per 8”, che alla fine recupera posizioni, cinque, e minuti, tre e ventidue, e si piazza quarto con vista podio considerando le sue buone doti da cronoman e quelle non eccezionali di Michele Scarponi.
Bravo il belga, bravo crederci, a resistere, a combattere. Bravo anche Carrara, scudiero e artefice di un super lavoro per riportare sui primi il compagno appena evaso dal gruppo dei big. Là davanti c’era anche Cunego, all’ennesimo tentativo da lontano in questo Giro d’Italia, discreto ma nulla di più. Questa volta il veronese lotta, resiste, ma deve arrendersi al giovane fiammingo. Sarà secondo, sarà battuto, ma almeno questa volta da un uomo soltanto.
Dietro i big vanno a tratti: spingono, accelerano, Purito prova perfino l’allungo sul Mortirolo (ma nessuno lo segue e desiste), poi si guardano, aspettano che qualcuno prenda in mano la situazione. Ci pensa la Garmin con Stetina che fa un lavoraccio per non far guadagnare troppo terreno al belga in fuga, continua sempre la Garmin con Vande Velde. Quando l’americano finisce le batterie, la situazione ritorna da capo a dodici. Ancora occhiate, ancora studio, ancora una pausa, perché al traguardo mancano ancora molti chilometri, perché siamo alla terza settimana, perché nessuno è sicuro di essere davvero più forte degli altri. E così in testa ci va Hesjedal, che spinge forte ma cercando di risparmiare la gamba, che non vuole perdere la possibilità di vincere la corsa e che forse ne ha di più dei suoi avversari. Il canadese fa il ritmo, la coda del gruppetto perde i pezzi, Basso fatica, si stacca e saluta definitivamente ogni sogno di podio; perde contatto ma non affonda. A piantarsi è invece Pozzovivo che in quattro chilometri perde tre minuti e saluta anche lui i buoni propositi di primi tre posti.
Scarponi è il primo ad attaccare: lui al Giro ci crede ancora. Il suo primo scatto spezza il gruppo, il secondo lascia tutti indietro. Prova a involarsi, ci riesce per un paio di chilometri, poi le gambe si fanno legnose e la sua azione ristagna. Sotto il triangolo rosso ha una ventina di secondi su Purito e Hesjedal. Lo spagnolo vede il marchigiano e lo punta nemmeno fosse un toro di fronte ad una bandiera rossa. L’uomo Katusha si alza sui pedali, accelera e lascia il canadese, recupera l’italiano e raggiunge la quarta posizione a 3’22” da De Gendt. Scarponi giunge 12” dopo, Hesjedal, a 14”. Purito si riprende i secondi persi a Pampeago e porta a quota 31” il vantaggio sul canadese. La cronometro sarà decisiva, la cronometro incoronerà il vincitore.
Alla spicciolata arrivano tutti: l’ultimo è Ventoso a oltre tre quarti d’ora, comunque dentro il tempo massima, comunque in gioco. Salendo tra i tanti tifosi, i corridori si sono trovati un emule di Borat, il film di Sacha Baron Cohen, che vestito solo di un costume verde fluo a bretella correva affianco a corridori chiappe al vento. Qualcuno ha sorriso, qualcuno probabilmente non l’ha neppure visto. Eravamo a 2000 metri, la fatica si sentiva già.
“Oltre i duemila metri la salita cambia, diventa più dura, il tuo corpo sente l’ossigeno diminuire, si respira con più difficoltà e si va prima in acido lattico. È per questo che è facile saltare sulle cime più alte. Qui siamo oltre i 2700 metri, qui le difficoltà sono ancora maggiori”. Alessandro è medico, ciclista per diletto. Seguiva una squadra ciclistica dilettantistica, poi dopo sei mesi la lasciò: “io sono un medico, la mia missione è curare chi sta male, non utilizzare le medicine per curare i sani. E molte volte i dirigenti c’hanno provato a farmi fare ciò. ‘Sai dobbiamo vincere per gli sponsor, dobbiamo fare così, abbiamo i nostri contatti da rispettare’, alla seconda richiesta lasciai, perché non faceva per me, forse il mio successore si è trovato meglio dato che si trova al suo posto da due anni”.
La macchina del fine corsa passa, Alessandro sale in bicicletta, si lega il casco, mi saluta e inizia a scendere. Torno verso il Quartiertappa. Due giovani arrotolano una grande foto di Fausto Coppi in bianco e nero stampata su stoffa: lo Stelvio è la Cima Coppi per eccellenza. Sullo sfondo la neve e la scritta ‘W FAUSTO’, in primo piano il Campionissimo che osserva la scritta. “È stata scattata proprio qui, né. Quella è una foto di Tino Petrelli”. Luigi tira fuori dal portafoglio tre foto, la prima della moglie, ma chiede scusa e mette via, la seconda delle tre figlie, la terza di lui e Tino Petrelli abbracciati e sorridenti. “Tino aveva quindici anni in più di me, iniziò presto come fotografo, sempre qui a Publifoto, a Milano. Entrò come garzone, proprio come me. Io entrai nel ’55, lui era là da una vita. Dopo un po’ di tempo entrammo in sintonia. Tino era un brav’uomo, ogni tanto era insopportabile, ma gli volevo bene”. Luigi rimette la foto nel portafogli. Mi chiede cosa ci faccio qui e perché non sto a scrivere ancora, gli spiego il mio progetto, lui spalanca gli occhi e sorride: “non ho mai sentito di una cosa tanto da pirla. Bravo. La vuoi sapere una cosa? La scritta non la scrisse un tifoso, la scrisse Tino, perché aveva capito che Coppi quel giorno avrebbe fatto una cosa grande. Quella foto è entrata nella storia e anche Tino, perché è tutta opera sua, scenario e scatto”.
Fausto Coppi quel giorno fece davvero la storia. Era il Giro d’Italia del 1953, trentaseiesima edizione. Doveva essere il secondo Giro di Hugo Koblet, il panettiere di Zurigo che per primo riuscì a interrompere il dominio italiano nella corsa rosa nel 1950, che aveva preso la rosa a Follonica e aveva risposto sempre alla grande agli attacchi di Coppi, non perdendo neppure un metro neppure lungo i 164 km del tappone dolomitico da Auronzo di Cadore a Bolzano con Falzarego, Pordoi e Sella. Era la terzultima tappa, Coppi ci prova a ripetizione, Koblet perde duecento metri sul Pordoi, in discesa il riaggancio e l’arrivo in coppia sul traguardo di Bolzano. Il campionissimo alza bandiera bianca e riconosce la superiorità dello svizzero, prende la tappa e promette di non attaccarlo nell’ultima tappa alpina. In albergo la Bianchi prova a fargli cambiare idea, gli ripetono che il Giro non è ancora perso, lo spronano a provarci, ma Coppi non vuole saperne perché ha promesso e un campione rispetta sempre le promesse. L’indomani c’era la Bolzano-Bormio, lo Stelvio giudice di destini, di vincitori e sconfitti. Dopo le prime rampe rimangono in 5: Koblet in maglia rosa, Coppi, Bartali, Defilippis e Fornara. Ettore Milano, fedele gregario dell’Airone, in mattinata aveva avvicinato Koblet e, con la scusa di una foto, gli aveva fatto togliere gli occhiali da sole. Lo svizzero aveva gli occhi stanchi, gonfi e cerchiati. Aveva così avvisato il suo capitano. C’era però la promessa di tregua di mezzo. Se però fosse stato Koblet ad attaccare? La Bianchi fa ritmo indiavolato a inizio tappa, a Trafoi i 5 passano già con un discreto vantaggio sugli inseguitori, Coppi si avvicina a Nino Defilippis e gli chiede se ‘riesce a dare una botta’. Nino lo guarda, gli fa notare che non è uno scalatore, ma che se
glielo chiedeva lui allora ci avrebbe comunque provato. Nino prova l’allungo, Koblet prova ad andargli dietro: tregua tradita. Coppi li raggiunse poche centinaia di metri dopo e ripartì fortissimo. La strada continuava a salire tra tornanti e neve, l’Airone scollinò con quattro minuti e mezzo sulla maglia rosa, in discesa lo svizzero da egregio discesista quale era iniziò a guadagnare, poi cadde, forò, disse addio alla rosa. Fausto Coppi vinse, fece suo il suo quinto Giro, tredici anni dopo il primo ed entrò nella leggenda. Fu l’ultima grande vittoria di Fausto Coppi, fu forse la sua vittoria più bella.
Il vento torna a spirare forte, l’aria si raffredda e il mio ultimo passaggio del Giro parte. Mi ospita Paolo Tomaselli del Corriere della Sera. Il Giro è ancora incerto. A Milano il capitolo finale. “È stato un Giro decisamente equilibrato, non brutto, però neppure indimenticabile. Ho letto molte critiche sull’edizione di quest’anno, però credo che in fondo ci sia il solito nostro problema di considerare una corsa bella o brutta in relazione all’andamento degli italiani. Siamo ancora molto provinciali sotto questo punto di vista. Consideriamo ancora il ciclismo in base alla bravura dei nostri. Credo che sia per questo motivo che il Giro non riesca a rosicchiare terreno nei confronti del Tour”. L’Italia non cambia, il Giro neppure. ]]>
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Diciottesima tappa: Trento – Passo dello Stelvio – Milano (seconda parte)
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Mon, 28 May 2012 16:33:05 +0000
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Le grandi montagne sono là davanti. Il Tonale superato, il Gavia, maestoso e aggressivo sulla destra, il Mortirolo poco più avanti, lo Stelvio in avvicinamento. Antonio narra dei suoi Giri, di vecchi campioni e di giovani che si sono persi per strada, di calcio e Roberto Baggio, di Roberto Baggio prima di diventare Robertobaggio, quando incantava, giovane e acerbo, sui campi di provincia, in quella Vicenza sua casa silenziosa. Attraversiamo luoghi diventati mitici per le azioni dei campioni del ciclismo, per quelle pagine di storia in bicicletta che sono diventate epopea. Luoghi che sono stati cartina stradale di passioni giovanili, amori grandi come un Giro d’Italia.
A Edolo ci fermiamo perché questo sport è anche un business, fatto di sponsor, carovane pubblicitarie, gadget e gente in fila per accaparrarsi ricordi da mostrare ad amici e parenti, ricordi che sentenziano l’io c’ero, l’io ero lì e questo lo testimonia. A Edolo ci fermiamo perché la carovana occupa l’intera
sede stradale, per arrivare a Bormio c’è una strada e una sola ed è quella. C’è Paolo Bettini tra i tanti. C’è Paolo Bettini che è stato campione vero, due volte campione del mondo, oro olimpico ad Atene, anno domini 2004, una Milano-San Remo, due Liegi-Bastogne-Liegi, due Giri di Lombardia, due volte campione italiano, un passato da Grillo e un presente sull’ammiraglia della nazionale italiana. Anche lui sposa la causa di salvaiciclisti, anche lui chiede tutele per i ciclisti cittadini, quelli che non puntano a vincere classiche e grandi giri, ma che devono cercare di sopravvivere su strade impallate di traffico, automobilisti irrispettosi e nemmeno l’oasi di ciclabili decenti e sicure.
Poi lo spettacolo pubblicitario si interrompe per riprendere dopo in una nuova sede, le macchine ripartono e lo Stelvio si avvicina, si fa intravedere, diventa reale. Sulla strada che porta alla cima, tantissimi ciclisti cercano la vetta sui pedali, qualcuno desiste, si posiziona a bordo strada, aspetterà lì, qualcun altro arranca ma non si arrende, in pochi hanno un passo buono, uno supera tutti, zompetta sulle pedivelle, va che è un piacere. Qualche matto si butta in discesa, mani sui freni, occhi attenti, zigzaga tra ciclisti in ascesa e macchine, rischia di farsi male, di essere investito, ma anche questo è ciclismo, sport di appassionati e gente non del tutto a posto con la testa, perché salite del genere sono pazzie dettate dalla passione, da un ragionamento non razionale, completamente altro da il rapporto costi e benefici che l’economia ha imposto come sacro vangelo del dio denaro.
Finiscono le gallerie e incominciano i tornanti, uno dopo l’altro, lo spettacolo della natura addomesticata dall’uomo. Ai lati della strada la gente aumenta in maniera proporzionale all’altitudine, la neve inizia ad intravedersi e le tende piantate dai tifosi per passare la notte diminuiscono.
Qualcuno ha la brace scoppiettante e le bracciole pronte per essere mangiate, mentre l’aria si fa più fredda e profuma sempre più di neve. Le cime si iniziano a vedere, così come l’albergo, che segna la sommità del passo e l’inizio della discesa. Ma oggi non ci sarà discesa, oggi si arriva in cima e si potrebbe decidere il Giro.
Trentasei tornanti il versante lombardo che abbiamo percorso, 48 su quello altoatesino, 2757 metri sul livello del mare e 187 anni di vita. Il progetto fu firmato da Carlo Donegani, ingegnere bresciano apprezzatissimo dall’imperatore Francesco I d’Austria. Già perché all’epoca tutto questo era ancora Austria e lo è stata sino ancora per molto tempo. L’Imperatore voleva una strada veloce per collegare la Val Venosta a Milano e quello era il punto esatto, la via più breve e sensata. Ci vollero tre anni di lavori, Donegani ottenne numerosi riconoscimenti, divenne cavaliere dell’Impero austriaco, si arricchì e divenne figura celebre e rispettata, simbolo di genialità ingegneristica. Morì settantenne con il cuore malato per gli sforzi e per le donne, ma questa è solo una diceria, una leggenda.
Una leggenda come quella del Gran Zebrù. “La vedi quella cima? Quello è il Gran Zebrù”. Mathias è una guida alpina, è nato a Merano, ma ha abitato quasi sempre a Bormio. Ha quarant’anni, venti dei quali impiegati a scalare montagne solo con l’ausilio di piedi e mani. “Questi luoghi sono casa mia, li conosco come fossero le mie tasche, sempre se si possa davvero dire di conoscere la montagna. Quando dici di conoscere qualcosa vuol dire che la inizi a sottovalutare e una montagna non va mai sottovalutata perché ogni scalata è un’esperienza nuova. La montagna cambia continuamente nonostante a te sembri sempre uguale, lei muta, è un universo in continuo movimento”. Mathias si siede su di una roccia, vediamo l’arrivo piccolo e colorato centocinquanta metri più sotto. Mi offre un goccio di caffè all’alpina che porta in un termos: “al posto dell’acqua ci metto la grappa perché così scalda prima”, sorride e si arriccia i baffi che scuri gli coprono il labbro superiore. “Johannes Zebrusius era il
Gran Zebrù. Era un uomo forte e bello, coraggioso e prestante, un feudatario che veniva dai luoghi che ora sono sotto la provincia di Bergamo. Era innamorato di Armelinda e anche lei lo amava. Lei era la più bella donzella di tutto il Lario, figlia di un castellano. Lui chiese in sposa la giovane, ma il padre di lei era contrario all’amore tra i due, perché Zebrusius non era abbastanza ricco. Fu così che per convincere il castellano Zebrù prese parte ad una crociata in Terrasanta, cosa nobile allora, cosa che permetteva a chi ritornava anche di arricchirsi parecchio. Il padre di lei, colpito dal coraggio e dalla possibilità di guadagno con il matrimonio, accettò di buon grado la partenza del feudatario e gli promise in moglie la figlia. Quattro anni passarono, ma una volta ritornato in patria Zebrù scoprì che la giovane era già stata data in sposa ad un nobile milanese. Il condottiero perduto il suo amore provò ad uccidersi, ma il coltello si ruppe. Era un ammonizione del Dio per il quale aveva combattuto. Lasciò quindi i suoi possedimenti e decise di scappare in montagna per ristorare il suo amore puro e il suo animo mortalmente colpito avevano bisogno della solitudine e la preghiera. Il cuore però non dimenticava e il suo fisico a poco a poco si infiacchì e si ammalò. Quando era prossimo alla morte decise che il suo corpo sarebbe stato della montagna: gli spiriti buoni dei boschi lo coprirono con un gigantesco masso sul quale scolpirono ‘Johannes Zebrusius a.d. MCCVII’. Il masso esiste davvero e si trova poco sotto il limite del Ghiacciaio della Miniera. Il suo spirito invece si è innalzato al cielo e protegge la montagna”. Mathias beve un altro bicchiere di caffè, poi mi indica di nuovo la montagna. “Durante la prima guerra mondiale anche il Gran Zebrù fu sede di scontri. Gli austriaci ottennero la cima per primi e tenevano sotto scacco tutta la montagna. Fu ai primi di giugno che gli italiani cercarono di conquistare la posizione. Iniziarono la scalata di notte lungo una via mista di roccia e ghiaccio, mai intrapresa prima. Uno dei sopravvissuti, disse al mio maestro di montagna che furono guidati da Zebrusius. Probabilmente fu una suggestione, però non si può mai sapere. Quella è una cima strana, pure l’ho percepito quando sono arrivato in vetta”.
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Diciottesima tappa: Trento – Passo dello Stelvio – Milano (prima parte)
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Sun, 27 May 2012 17:54:14 +0000
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Mattina presto. Sveglia e via. Mi dirigo verso Mattarello, paesino di nemmeno 5mila anime a sette chilometri da Trento. Il cielo è un ammasso di nuvole che minacciano pioggia. Aspetto Antonio per muovermi verso il Passo dello Stelvio per l’arrivo della penultima tappa. Faccio colazione e mi metto a guardare la piana sotto il paese, poi i miei occhi salgono sino a incontrare le forme imponenti di una fortezza. “È Castel Beseno, la più grande struttura fortificata del Trentino. Risale al XII secolo”. Fabiano studia storia a Bologna, è nato a Trento e abita nel paese sopra a Mattarello. Ritorna ogni fine settimana per lavorare perché gli studi costano e la sua famiglia non può permettersi di pagargli per intero l’affitto. “Castel Beseno ha una storia travagliata, fatta di sangue e tradimenti. Dalle battaglie del 1400 sino a quelle di era napoleonica sotto le mura della fortezza sono morti non si sa quante migliaia di persone, milioni forse. Una decina di anni fa a seguito di alcuni lavori di restauro delle mura furono trovate due fosse contenenti ossa risalenti a due secoli differenti. Sino al ‘700 fu un punto di importanza strategica, poi la fortezza iniziò a perdere centralità, i Da Beseno persero potere e denaro e tutto fu abbandonato verso la meta del 1800. Solo nel 1973 con il passaggio della struttura alla Regione, il castello ha ripreso a vivere”. Fabiano è appassionato di leggende trentine e amante delle escursioni in montagna e Castel Beseno è spesso punto di partenza dei suoi vagabondaggi tra boschi e monti. “Il castello si dice sia abitato da fantasmi. Il più potente e perfido è quello della prima vittima illustre, il capostipite della famiglia Carbonio da Beseno. Leggenda narra che i da Beseno avessero ricevuto in dono il castello dal vescovo Adelpreto II, in seguito ucciso tra Riva ed Arco da alcuni sicari mandati da Aldrighetto I della famiglia Castelbarco. Carbonio da Beseno, intimorito per l’omicidio del vescovo cercò di arrivare ad una pacificazione con i Castelbarco per evitare altri spargimenti di sangue. Questa decisione però spaccò in due la famiglia. Una parte stava con la soluzione proposta dal capostipite, l’altra invece voleva vendicarsi del gesto cercando di uccidere chi commissionò l’omicidio. Il più determinato a cercare vendetta era Corrado, secondogenito di Carbonio. Il capofamiglia riuscì però in poco tempo a trovare un rapido accordo con la famiglia rivale che fruttò ai da Beseno un buon patrimonio. Corrado si defilò, intraprese la carriera ecclesiastica e nel 1188 divenne episcopo di Trento. Fu proprio pochi giorni dopo la sua investitura che organizzò l’omicidio del padre per eliminare il suo più grande avversario per la conquista dei territori dei Castelbarco. Carbonio fu assassinato sulla soglia del Castello con quaranta pugnalate e le sue orecchie tagliate. Da quel momento il suo fantasma si aggira per i dintorni del castello per cercare ciò che gli è stato rubato e per poter udire finalmente le trombe del Paradiso”.
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castel beseno
Manca poco ormai, settimane. Giroinseconda si pensiona, credo, e lascia spazio e avventure al suo leggittimo figlio, Girodiruota. Qui potete trovare il nuovo blog: girodiruota.wordpress.comIl viaggio sarà diverso, ma sarà sempre viaggio, forse più viaggio dell’ultimo. Partenza a Napoli, poi Ischia, poi boh. Su per l’Italia a pedalare.
Tra poco si parte. L’allenamento è scarso, come la condizione. Poco importa, si parte lo stesso perché è giusto così, è buono così. ]]>
Il 9 maggio dello scorso anno partiva Giroinseconda, il racconto di un Giro d’Italia seguito dai treni regionali. Oggi, quasi un anno nuovo parte un nuovo progetto: Girodiruota. L’idea è semplice. Partenza da Napoli, sede di partenza del Giro d’Italia, e poi su verso nord, verso Brescia. Questa volta niente treni però, solo le due ruote di una bicicletta, che per l’occasione mi verrà data da i miei sponsor, che mi terranno compagnia per i 23 giorni di gara, per loro, quelli che corrono.Il mio Giro d’Italia seguirà quello vero dai bar sport, per capire un po’ se questo sport parli ancora alla gente, smuova ancora appassionati e gente normali, insomma sia ancora il giro degli italiani. Bar sport ma non solo, c’è altro. Girodiruota sarà l’occasione per parlare di mobilità. Non solo di bici, ma di mobilità a tutto tondo, perché il ciclismo, i suoi miti e le sue leggende, dovrebbero occuparsi anche di questo. Rendere ciclabile un paese, dare la possibilità alle persone di muoversi in libertà e in sicurezza.
Manca poco alla partenza. Sto progettando un po’ di cose, percorsi, interviste, storie da raccontare. Sto cercando anche almeno un’altra sponsorizzazione che mi permetta di affrontare le spese del viaggio. A breve partirà anche una campagna di crowdfunding.
Per cui se avete suggerimenti, opinioni in merito, un’azienda pronta a credere nel progetto non esitatemi a contattarmi. Questo è l’indirizzo mail: giovannibattistuzzi@gmail.com
Grazie di tutto già da ora.
Giovanni Battistuzzi
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Muoviti Roma sta partendo, manca poco ormai, è quasi fatta. Muoviti Roma inizierà alle 16, oggi 8 febbraio 2013. Muoviti Roma lo troverete oggi alle 16 all’Uban Center Roma XI in via Niccolò Odero, 13, a Roma, a Garbatella. Muoviti Roma però viene incontro anche a chi non potrà venire, ve lo porterà sullo schermo del vostro computer con una diretta streaming che potrete trovare qui: https://www.ustream.tv/channel/ciclofficinalastradaMuoviti Roma, perché è ora. ]]>
Hai visto mai che magari qualcosa cambia. E se cambiassero davvero le cose? Che ne so, pensa se la gente capisse che non tutto gira attorno alla macchina, che per andare a prendere un caffè a mezzo chilometro di distanza con un amico, un collega, insomma qualcuno, non serve salire in auto e accelerare, ma possono bastare anche i piedi o una bici. E se cambiassero davvero le cose?Divagazioni, speranze, volontà. Ma se cambiassero davvero le cose, se questo mito degli anni ’60 sparisse, il mito della mobilità a 4 ruote del tutti felici e contenti a bordo di un auto si volatilizzasse, o se anche solo si attenuasse, staremmo davvero tornando indietro come qualcuno pensa ancora?
No.
No ed è ora di smetterla di girare attorno alle domande e cercare finalmente le risposte, anzi formarsi da soli le risposte. Non autocelebrazione, ma fai da te, bricolage, molte volte buona volontà, qualche volta rivolta. Perché se non gridi in questo paese nessuno ti ascolta e a volte non serve nemmeno gridare, bisogna costruire qualcosa e poi mostrare agli altri che lo si è fatto davvero, così magari qualcuno si ferma a guardare e magari si chiede ‘se l’ha fatto lui perché io no?’ e così capisce che non è poi troppo difficile, che si può fare. Si può.
E qualcosa si è creato, qualcosa è stato creato, ma non dal niente, da tante piccole esperienze che sommate una ad una si sono unite formando qualcosa di più grande, qualcosa di più forte. Qualcosa si è creato pedalando tutti insieme verso una direzione precisa quella di far capire che un’altra via è possibile, che un’altra mobilità è possibile. È per questo che è nato Muoviti Roma, un convegno che non è una speranza, ma un obbiettivo, un obbiettivo che non è utopia ma soltanto una realtà futura, futuribile magari, ma che verrà. Un convegno nato dal basso, da chi ogni giorno è sulla strada e vive la strada sia in bicicletta, che con i mezzi pubblici, sia in macchina suo malgrado oppure per lavoro. Muoviti Roma, nato dalla fruttuosa collaborazione tra la ciclofficina del C.S.O.A. La Strada e il movimento #salvaiciclisti, che proprio un anno fa nasceva e che spegne così, nel migliore dei modi, la sua prima candelina.
È per questo che Giroinseconda riprende vita per un attimo, perché ci sono cose che passano, altre che non ti accorgi nemmeno che sono passate e cose che invece potrebbero essere un punto di svolta oppure solo un modo per capire dove si è e dove invece si può andare. Muoviti Roma è l’occasione per capire cosa ora è Roma e dove invece potrebbe arrivare, dove invece la potremmo portare.
È per questo che oggi, dalle 16 all’Urban Center Roma XI in via Niccolò Oddero 13 a Garbatella sarà importante esserci. Non per fare presenza, per far vedere che si è in tanti, anche se questo sarebbe un’ottica cosa per una Roma finalmente “movibile”, ma soprattutto per rendersi conto di come ciò che amiamo e che odiamo potrebbe essere differente, più vivibile, insomma, migliore.
In questo convegno parleranno in tanti (qui potete leggere il chi, come e cosa) perché la mobilità è qualcosa che va presa in toto, segata a metà e analizzata piano piano, pezzo per pezzo, altrimenti viene difficile capire cosa sia, il perché è mobile e come si possa riparare, ricostruire, renderlo umano; un po’ come una bici, ma un attimo più complesso. Parleranno in tanti e di molte cose, dalla ciclabilità all’introduzione della zone 30, dal servizio pubblico all’ingegneria del traffico, tutti con uno scopo, riuscire a prendere coscienza di come la città si muove e in questo modo potersela riprendere.
Perché che Roma sia una città splendida è una banalità che sappiamo tutti, ma una città così non può permettersi di essere un groviglio di tempo perso, di smog, di incazzature, di liti per il traffico. Perché in questo modo il bello che sta attorno a tutti nessuno lo noterà più, se non qualche turista, e quel bello si perderà, scomparirà, se ne andrà e non lo riusciremo più a riprenderlo. E allora è giunto il momento. È giunta l’ora di rifarlo nostro.
P.S. Ci vediamo alle 16.
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Marco Pinotti. Vince l’ingegnere. È soddisfatto il bergamasco della Bmc nonostante l’idea di far classifica si sia arenata contro lo scoglio degli anni che passano e di una gamba che, almeno nelle tre settimane, non è più quella di una volta. L’ultima cronometro è sua, ora la lotta vera, quella per la vittoria finale. Nessuna passerella com’era accaduto l’anno scorso, con Contador già sicuro da almeno una settimana di aver fatto suo il Giro, salvo poi dover ridare indietro maglia e trofeo a causa della squalifica per la positività al clenbuterolo al Tour 2010. Alla partenza i primi quattro sono concentratissimi, nell’aria c’è tensione. Joaquim Rodriguez è primo con 31” secondi di vantaggio su Ryder Hesjedal, 1’51” su Michele Scarponi e 2’18” su Thomas De Gendt. Gli altri più distanti, fuori dai giochi. LA cronometro è stata accorciata di un chilometro e mezzo e ora misura 28,5 km. Poco cambia. Hesjedal è il favorito, Purito però si è detto fiducioso. Qualche giornalista ha rimesso in ballo il nome del belga della Vacansoleil per la vittoria finale, ma due minuti sono tanta roba da recuperare e Thomas non fa di cognome Indurain o Armstrong e non è tantomeno un Cancellara.I primi, che poi in realtà sono gli ultimi a salire in bicicletta, partono, uno dopo l’altro. De Gent inizia calmo poi inizia ad ingranare, Scarponi è agnello sacrificale perché a cronometro non è mai andato forte e i 27” di vantaggio sul 4° sono un lampo a perdersi per strada. E infatti a metà ancor prima di metà percorso il marchigiano inizia a salutare anche il gradino più basso del podio, che prende e se va, travalica i confini italiani e atterra nelle Fiandre, a casa De Gendt. Era dal 1995 che il podio non batteva tre bandiere straniere. Primo Tony Rominger, secondo Evgenij Berzin, terzo Petr Ugrumov. Prima di allora era successo altre tre volte: nel 1988 Hampsten, Breukink e Zimmermann, nel 1987 Roche, Millar, Breukink e nel 1972 Merckx, Fuente, Galdós.
Il Giro del 1995 me lo ricordo. Fu il secondo che vidi, il primo in maniera integrale. A vincerlo fu Tony Rominger che difese la maglia rosa dalla seconda all’ultima tappa. Portò a casa quattro tappe, le tre cronometro e quella che finiva a Loreto, in salita tenne a bada avversari e possibili outsider, nelle prove contro il tempo massacrò tutti, anche Berzin, che l’anno prima al Giro batté persino Miguel Indurain. Il russo chiuse secondo a 4’13”, Ugrumov terzo a 4’55”. Tony che supera la premiata coppia Gewiss che invece di coalizzarsi contro il ‘nemico’ svizzero, non ha mai smesso di farsi guerra intestina. Per il biondo di Vyborg quello fu l’ultima corsa a tappe di grande livello. A 26 anni iniziò la parabola discendente di una carriera fulminante e brevissima, chiusa a 30 anni, inabissata tra tavole imbandite e appuntamenti mondani.
Scarponi perde il podio, Rodriguez il Giro. I 28,5 km della cronometro sono un saluto lungo e disperato alle speranze di vittoria dello spagnolo, che cerca di dare tutto, ma che alla fine perde la maglia rosa per 16”, quarto distacco minimo tra primo e secondo nella storia del Giro. Il più recente era però datato 1974, quinta e ultima edizione del Giro vinta da Merckx, questa volta su Gibì Baronchelli. Dodici secondi tra primo e secondo, dodici secondi che danno al belga la leggenda e all’italiano il primo indizio di quello che sarà la sua carriera: un’eterna attesa della vittoria buona per elevarlo a campione. Un vittoria che mai arrivò, un ruolo da piazzato, da secondo.
Piazza del Duomo accoglie Ryder Hesjedal con un boato; il canadese che guarda il maxi schermo, che sente lo spagnolo in maglia rosa arrivare, un altro boato, il volto di Ryder che brilla di contentezza, ma una contentezza pacata e sobria, canadese. L’abbraccio alla propria donna, la solita nuvola di giornalisti ad abbracciare il primo, le cose da dire dette. Poi il podio, la vestizione del simbolo del primato, la rosa che conta per annali e storiografia, quella vera. La coppa, gli occhi che si fanno bagnati di gioia e incredulità. Poi il vento freddo canadese lo riprende, lo riporta giù, lo riporta in sé. Mezzi sorrisi, mezze occhiate, il solito Ryder. Un bravo ragazzo. Purito allarga le braccia, c’ha provato, veste la maglia rossa, è seccato per la la vittoria sfumata all’ultimo giorno ma l’ha presa bene. Scarponi è amareggiato per aver perso il podio, Ivan Basso invece passeggia scuro in volto, la faccia di un uomo ferito, di uno che non ha ancora interiorizzato la propria sconfitta. Quinto all’arrivo, mai veramente in corsa per la vittoria nonostante proclami, convinzioni, parole di facciata. Basso che si ricorda quando era considerato l’alternativa ad Armstrong, i due podi al Tour, le due vittorie al Giro. In mezzo una squalifica, Birillo, il ritorno, i successi, il declino.
Il podio, le premiazioni, lo scintillio di coriandoli colorati, le miss che passano, i flash, baci, abbracci, vip e non vip, la gente comune che inneggia il nome del proprio beniamino, discorsi e conferenze stampa d’addio, autorità, giornalisti a caccia dell’ultima intervista, tifosi a caccia dell’ultimo autografo, dell’ultimo ricordo, addii e ancora addii, saluti, smack. Fine del Giro, fine del gioco. Tutto tornerà, ma sarà già 2013, sarà qualcosa di nuovo, un’altra cosa e un’altra corsa. Ora il Delfinato, il Giro di Svizzera, i campionati nazionali, qualche corsa d’intramezzo, poi il Tour de France e i suoi lustrini da primo della classe e l’Olimpiade. Poi tante altre cose che ricordarle tutte è quasi impossibile.
Tutto si sbaracca, si chiudono i camion diretti verso altrove, gli ultimi saluti. Lascio il Quartiertappa, lascio il Giro, lascio Piazza del Duomo. Due passi e sono in Piazza Fontana. “È stato esattamente qua dentro. Tutto è successo in un attimo. Era il 12 dicembre 1969 erano le quattro e mezza passate da poco. Me lo ricordo bene perché era un venerdì e domenica mattina avevamo la finale della coppa di Natale. Io dovevo andare a fare l’allenamento che quel giorno era stato spostato dal primo pomeriggio al tardo pomeriggio perché l’allenatore c’aveva da fare. Mia madre era ammalata, il vicino che di solito mi accompagnava non poteva perché aveva iniziato già a lavorare e io quindi iniziai a rompere talmente tanto le palle a mio padre che piuttosto di non sentirmi frignare si fece dare un permesso di qualche ora. Uscimmo, salutammo tutti, una volta in strada sentimmo il botto. La bomba. Di quel giorno porto ancora il ricordo indelebile. Il mio orecchio destro ci sente poco o niente”. Valentino guarda l’edificio nel quale a causa di quella bomba morirono in 17 e 88 persone rimasero ferite. Adesso ha 56 anni, vive a Vidigulfo, a 25 km da Milano e come suo padre lavora in banca, ma all’Unicredit. Il padre è morto tre anni fa, sul suo letto, a 79 anni. “E pensare che poteva morire qua dentro, in quell’inferno. Di quel giorno ricordo soprattutto l’odore. Era fortissimo, sapeva di polvere, di morte, di amaro. Anche mio padre non dimenticò mai quell’odore. Ricordo una decina di anni fa quando ripassammo per Piazza Fontana per l’ultima volta che si fermò e mi disse ‘te lo ricordi quell’odore?’, mi disse che non se l’era mai dimenticato, che ce l’aveva ancora in testa, come la faccia dei suoi colleghi morti quel giorno.
Sono certo che non superò mai quell’evento, che ci convisse sino all’ultimo giorno. Ricordo le sue incazzature per come finirono i processi. Dopo l’assoluzione degli ultimi indagati nel 2005 da parte della Corte di Cassazione si arrabbiò talmente tanto che lanciò il telecomando contro la televisione e la ruppe”. Già perché la strage di Piazza Fontana ancora non ha colpevoli, non ha un mandante, non ha un perché ufficiale. Strategia della tensione la chiamavano e la chiamano. Stragi di Stato. “Io non so perché non siano stati scoperti i colpevoli, ma l’idea che mi sono fatto è che tutti questi morti servivano, non so a che cosa nello specifico, ma servivano. Ci volevano far credere che tutto ciò fosse stata opera degli anarchici, di Valpreda e di quei quattro sfigati del circolo 22 maggio. Poi sono usciti le magagne vere. Il coinvolgimento dei servizi segreti, la destra eversiva, le voci sullo Zorzi e sul Digilio. Però ancora nessuno ha pagato, se non le famiglie dei morti, se non Pinelli e Calabresi. La cosa che in 57 anni ho imparato in Italia è che forse aveva ragione Pinelli e la gente come lui, quella che non aveva rispetto e fiducia dello Stato, perché in Italia Stato è parola brutta che puzza di stragi e omicidi”.Valentino passeggia, si allontana da Piazza Fontana, si allontana dai suoi fantasmi e mi guida sino ad un bar amico, “ormai uno dei pochi del centro dove si riesce a bere un caffè buono”. Al banco un uomo piccino dai baffi macchiati dalla nicotina. Ci saluta, fa due chiacchere con Valentino che gli spiega chi sono e cosa faccio. “De dove te sì?”, mi fa con un accento veneto un po’ indebolito dagli anni. Alla risposta Conegliano si mette a ridere. “Gavee la me prima morosa de Conejan. La pezo femena del mondo. Mi son de Vitorio Veneto, ma son trenta ani che stae a Milan”, e sono trenta anni che è amico di Valentino e che vanno in bicicletta per la Brianza. Oscar, questo il nome dell’oste, mi prepara il caffè, il suo caffè, frutto di anni di perfezionamento della miscela giusta. “Ora sono quasi arrivato al punto esatto. Mi manca solo un qualcosa che ancora non so, poi sarà perfetta. Almeno per i miei gusti”. Oscar è un amante del caffè e il suo impegno si fa sentire. La tazzina emana un odore eccellente e anche il sapore è gradevole. Oscar mi racconta di essere stato un discreto dilettante, ma che la vita dell’atleta non faceva per lui perché preferiva mangiare, bere e fumare e che per fare l’atleta bisognava rinunciare alle donne, “e l’unico modo per avere tante donne è quello di vincere tanto, ma per vincere tanto c’è troppo lavoro da fare. Una volta almeno c’era la maglia nera che dava gloria, premi e occasioni, ma ai miei tempi non c’era giù più”.
Durò poco la maglia nera, sei Giri appena, dal 1946 al 1951: Malabrocca doppietta, Bini, Carollo, Gestri e Pinarello. La tolsero perché considerata antisportiva, perché durante la gara si assistevano a delle vere e proprie battaglie, ad attese e imboscate, nascondigli e occultamenti per raggiungere l’ultima posizione. Ci voleva altrettanta maestria dei campioni perché bisognava essere ultimi ma dentro il tempo massimo.“La maglia nera è un tributo che il Giro fece alla figura di Giuseppe Ticozzelli, un difensore che giocò alla Spal e al Casale e che nel 1926 partecipò al Giro d’Italia da autonomo. Era una figura strana il Ticozzelli. Si narra che nelle tappe che corse era solito arrivare sempre pochi minuti prima della partenza, che partisse a tutta per andare in fuga per poi fermarsi alla prima trattoria lungo il percorso per gustare le bontà locali, fregandosene di corsa, classifica e posizione finale. Prima di trasferirmi a Milano, ho lavorato per anni a Cuneo. Un giorno vado con mia moglie e alcuni amici in una trattoria fuori Mondovì e parlando con il titolare di ciclismo salta fuori il discorso della maglia nera. Il paròn mi fa ‘aspetta un attimo’ e se ne torna alcuni minuti dopo con una fotografia del Ticozzelli seduto al tavolo del locale con una costata e un fiasco di vino, la bicicletta affianco alla sedia e la sua maglia nera con la stella bianca del Casale. Era passato di là e aveva mangiato in quel locale che la famiglia gestiva dall’inizio del novecento”.
Storie di ciclismo d’annata. Ora la maglia nera non c’è più. Nel 2008 fu introdotto il numero nero dedicato all’ultimo in classifica, ma sparì già dall’edizione successiva. Quest’anno ultimo è arrivato un basco, Miguel Minguez Ayala, 23enne dell’Euskaltel-Euskadi, giunto a 5h27’06” dalla maglia rosa. La maglia rosa avrà la gloria, entrerà negli annali, Minguez invece probabilmente quando si ritirerà non se lo ricorderà nessuno. Ad eccezione di Guido, che ha passato tutto il Giro a seguire le fatiche di quella che un tempo fu la maglia nera e che ora è invece un numero come tutti gli altri. L’abolizione della maglia nera è stata l’ultima mannaia data alla dignità del perdente, l’eclissi della decenza della sconfitta.
Ryder ha vinto il Giro d’Italia, primo canadese nella storia a riuscirci, primo canadese a vincere una grande corsa. Minguez è arrivato ultimo. Il mio Giro è finito, Giroinseconda è finito e ha totalizzato qualche articolo, qualche lettore, oltre tre ore di ritardo. Già perché nell’epoca dell’Alta Velocità del Milanoromaintreore, della metropolitana d’Italia e del treno dei belli e dei carini, la situazione del trasporto locale è da maglia nera, ultimo in classifica, retrocessione assicurata.
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È ora di alzarsi. Ultimo giorno di gara. Crono finale. Tutto si decide. Vincitori e vinti, gloria e rimpianti. In due per la vittoria, in due per il terzo posto. Poi qualcuno potrà guadagnare un posto, forse due, qualcuno li perderà, ma sono posizioni buone per statistici, per i beppeconti della situazione, perché tanto la gente, quella che si fa i chilometri per vedere i corridori salire in salita, sprintare, vincere e cadere, ama tutti ma ricorda solo il vincitore, i vincitori, al massimo chi sale sul podio. È questo che conta ormai.Alzo la tapparella e con sorpresa noto che anche a Milano qualche volta c’è il sole. Non l’avrei mai detto perché non me l’hanno mai detto, sempre a lamentarsi che a Roma, si sta meglio perché a Roma c’è il sole. Mi preparo ad uscire e il sole però è già sparito, la foschia ha preso possesso di tutto e le nubi sono in avvicinamento. Oggi tutti a piedi, lo impone Pisapia, lo impone l’innalzamento delle polveri sottili e meglio bloccare la città oggi che c’è il Giro, piuttosto che dover sfidare i milanesi un’altra volta. Non so se i sindaci credano davvero a questa formula, oppure la utilizzino solo per far vedere che hanno a cuore il nostro benessere polmonare e che provano davvero a rendere le città più respirabili. Lasciamoli lavorare, amministrano il bene comune in modo talmente accurato e preciso che sarebbe sbagliato crocifiggerli per queste cose. Domenica a piedi e coscienza lavata, ripulita almeno sino al prossimo allarme polveri sottili, alla prossima alternanza di targhe, al prossimo blocco del traffico.
Piazza del Duomo è un tripudio di gente che curiosa si aggira tra stand pubblicitari, magliette e palloncini rosa. I bambini corrono per passare il tempo prima dell’inizio della corsa, prima della sfilata dei loro beniamini, che quest’anno sarà meno parata e più battaglia perché in palio c’è la maglia rosa e il podio, mica cosa da ridere.
Lascio zaino e borsa al Quartiertappa e mi dirigo verso Piazza Filippo Meda, che è a due passi dal Duomo, ma che per arrivarci è uno slalom incredibile, nemmeno fossi Alberto Tomba, tra pischelli esagitati, madri urlanti, giovani dagli occhi rossi e lucidi, e non è certo per il pianto, uomini incravattati che c’è il Giro e mica possiamo farci trovare impreparati da un evento tanto ‘glam’. Una modella passa, un uomo sulla settantina dai capelli alla Briatore, dagli occhiali alla Briatore, dai modi di fare alla Briatore, la guarda, sbava e mi viene addosso. Poi, non contento, mi fa “perché non guarda dove va?”. Lo guardo stupito. “Non per sembrare moralista, ma si asciughi la bava dalla bocca, potrebbe essere sua figlia. Arrivederci”. Bestemmia, mi dà del cafone. Forse c’ha ragione. Ci metto venti minuti ad arrivare dove ero diretto. Indirizzo e campanello l’ho scritto, suono, mi aprono, entro in una casa che probabilmente non potrò mai permettermi. Davanti a me Giorgio, che non è Armani, ma che c’ha gli stessi capelli, che non è stilista ma ingegnere ed esperto di viabilità. “Questa non è frutto del mio lavoro, non ci si arricchisce così tanto a fare quello che faccio. È l’unica cosa che mi ha lasciato mio padre. Il resto se l’è giocato tutto a poker”, dice ridendo. Giorgio è un ciclista, la macchina non ce l’ha perché abitare in centro a Milano e lavorare in centro a Milano, gli agevola gli
spostamenti, perché trovare parcheggio è diventata cosa lunga e laboriosa. Giorgio gira da oltre vent’anni in bicicletta e sa cosa vuol dire girare a pedali in una grande città. È per questo che quattro anni fa presentò un piano articolato e praticabile per ridurre traffico e polveri sottili e permettere a tutti i cittadini di muoversi per Milano rinunciando alla macchina. Il sindaco di allora, Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti, detta Letiziamoratti, ha risposto gentilmente con due righe. “La ringrazio per il suo lavoro, ma non era richiesto”. “Quantomeno ha risposto” dice scherzando e versando due bicchieri di Prosecco, di Conegliano, in mio onore, o almeno così sostiene. “Il piano non era niente di innovativo. Consisteva nella creazione di quattro parcheggi in periferia. Avevo individuato già le aree ed erano tutte vicine a stazioni ferroviarie o della metropolitana, bisognava solo recuperarle, perché zone industriali non più attive e destinate ad altro utilizzo. Al di fuori di questi parcheggi, oltre ai servizi pubblici, avevo predisposto la creazione di un servizio di bike sharing e la creazione di una rete di ciclabili che dall’hinterland portavano in centro. Niente eco pass, niente blocco del traffico, solo una serie di infrastrutture razionali e ben studiate per incentivare la mobilità su due ruote.
Nient’altro che l’importazione di un modello che a Berlino funziona e che evita traffico, incidenti e incazzature ai cittadini”. Giorgio, dalla grande libreria che copre la parete del soggiorno dietro il divano su cui siamo seduti, prende un quaderno ad anelli. Estrae due fogli conservati dentro due buste trasparenti. “Guarda la differenza. Questo è il sistema di ciclabili di Milano a confronto con quello di Vienna. Nel secondo foglio è un continuo di linee di diversi colori, il primo, quello di Milano è niente più che un tratteggio, una specie di puntini da unire tipo il gioco che trovi nella Settimana enigmistica. Questo è il piano di ciclabili di Bratislava, questo di Budapest. Sono tutti più avanti di noi”. Giorgio versa un altro bicchiere di Prosecco e si accende il sigaro che riposava bruciacchiato nel posacenere. “Il problema è che in Italia non si vuole venire a capo del problema. Perché se gli amministratori avessero davvero il desiderio di diminuire traffico e dare spazi alle bici, lo farebbero senza troppe storie. Non è difficile, basta mettere mano alla viabilità ordinaria di una città. Quello che fa Salva i ciclisti è bello, e fate bene a continuare così, perché girare in bici in città non solo è bello, ma sarebbe soprattutto conveniente sia alle amministrazioni cittadine che in questo modo si troverebbero ad affrontare meno spese per la risistemazione delle strade e meno manutenzione per gli incidenti che rovinano guardrail, segnaletica ecc., secondo perché ridurrebbe le emissioni di gas pericolosi e nocivi. E pensa alla diminuzione di imbottigliamenti, code e casini vari. Sarebbe un innalzamento della qualità della vita, un vero e proprio salto in avanti. La cosa che mi fa arrabbiare è che il Giro dovrebbe fare qualcosa di più. Dire ad esempio: ok noi ti portiamo la tappa e visibilità e tu metti a posto le ciclabili e se non ci sono le crei. Non l’hanno fatto, non lo hanno nemmeno pensato, mi sa. Continuano a mettere bollini. Mah”. Giorgio si alza e mi porta nel suo studio e mi indica la sua bici, una vecchia Bianchi degli anni ’70. “La mia prima e unica bici.
Me la regalarono che avevo una quindicina d’anni, l’ho usata un sacco sino ai 18, poi me ne ero completamente dimenticato e l’avevo lasciata a prender ruggine alla casa al mare. Quando mi sono stufato di dover cercare parcheggio l’ho ritirata fuori, l’ho rimessa in sesto e adesso giro quasi solo con questa”.Lo saluto e riscendo tra le strade del centro, ancora pieno, ancora più agitato, ancora più esultante per il passaggio dei corridori. Phinney sbaglia strada, si ferma, torna indietro e continua. Addio sogni di vittoria. Qualcuno ride davanti ai maxischermi, qualcun altro si lamenta per il caldo, qualcuno corre trafelato, qualche giornalista cercano il personaggio giusto per un’intervista, io cerco da mangiare. ]]>
Lo Stelvio incorona Thomas De Gendt, 25enne della Vacansoleil, autore di un numero pazzesco, di uno scatto secco sul Mortirolo e di una strenua difesa sulle rampe del Gigante, il passo più alto d’Italia, il secondo d’Europa. Vince De Gendt che prova a spaccare la corsa, che a 8 km dall’arrivo sfiora la rosa virtuale per 8”, che alla fine recupera posizioni, cinque, e minuti, tre e ventidue, e si piazza quarto con vista podio considerando le sue buone doti da cronoman e quelle non eccezionali di Michele Scarponi.Bravo il belga, bravo crederci, a resistere, a combattere. Bravo anche Carrara, scudiero e artefice di un super lavoro per riportare sui primi il compagno appena evaso dal gruppo dei big. Là davanti c’era anche Cunego, all’ennesimo tentativo da lontano in questo Giro d’Italia, discreto ma nulla di più. Questa volta il veronese lotta, resiste, ma deve arrendersi al giovane fiammingo. Sarà secondo, sarà battuto, ma almeno questa volta da un uomo soltanto.
Dietro i big vanno a tratti: spingono, accelerano, Purito prova perfino l’allungo sul Mortirolo (ma nessuno lo segue e desiste), poi si guardano, aspettano che qualcuno prenda in mano la situazione. Ci pensa la Garmin con Stetina che fa un lavoraccio per non far guadagnare troppo terreno al belga in fuga, continua sempre la Garmin con Vande Velde. Quando l’americano finisce le batterie, la situazione ritorna da capo a dodici. Ancora occhiate, ancora studio, ancora una pausa, perché al traguardo mancano ancora molti chilometri, perché siamo alla terza settimana, perché nessuno è sicuro di essere davvero più forte degli altri. E così in testa ci va Hesjedal, che spinge forte ma cercando di risparmiare la gamba, che non vuole perdere la possibilità di vincere la corsa e che forse ne ha di più dei suoi avversari. Il canadese fa il ritmo, la coda del gruppetto perde i pezzi, Basso fatica, si stacca e saluta definitivamente ogni sogno di podio; perde contatto ma non affonda. A piantarsi è invece Pozzovivo che in quattro chilometri perde tre minuti e saluta anche lui i buoni propositi di primi tre posti.Scarponi è il primo ad attaccare: lui al Giro ci crede ancora. Il suo primo scatto spezza il gruppo, il secondo lascia tutti indietro. Prova a involarsi, ci riesce per un paio di chilometri, poi le gambe si fanno legnose e la sua azione ristagna. Sotto il triangolo rosso ha una ventina di secondi su Purito e Hesjedal. Lo spagnolo vede il marchigiano e lo punta nemmeno fosse un toro di fronte ad una bandiera rossa. L’uomo Katusha si alza sui pedali, accelera e lascia il canadese, recupera l’italiano e raggiunge la quarta posizione a 3’22” da De Gendt. Scarponi giunge 12” dopo, Hesjedal, a 14”. Purito si riprende i secondi persi a Pampeago e porta a quota 31” il vantaggio sul canadese. La cronometro sarà decisiva, la cronometro incoronerà il vincitore.
Alla spicciolata arrivano tutti: l’ultimo è Ventoso a oltre tre quarti d’ora, comunque dentro il tempo massima, comunque in gioco. Salendo tra i tanti tifosi, i corridori si sono trovati un emule di Borat, il film di Sacha Baron Cohen, che vestito solo di un costume verde fluo a bretella correva affianco a corridori chiappe al vento. Qualcuno ha sorriso, qualcuno probabilmente non l’ha neppure visto. Eravamo a 2000 metri, la fatica si sentiva già.“Oltre i duemila metri la salita cambia, diventa più dura, il tuo corpo sente l’ossigeno diminuire, si respira con più difficoltà e si va prima in acido lattico. È per questo che è facile saltare sulle cime più alte. Qui siamo oltre i 2700 metri, qui le difficoltà sono ancora maggiori”. Alessandro è medico, ciclista per diletto. Seguiva una squadra ciclistica dilettantistica, poi dopo sei mesi la lasciò: “io sono un medico, la mia missione è curare chi sta male, non utilizzare le medicine per curare i sani. E molte volte i dirigenti c’hanno provato a farmi fare ciò. ‘Sai dobbiamo vincere per gli sponsor, dobbiamo fare così, abbiamo i nostri contatti da rispettare’, alla seconda richiesta lasciai, perché non faceva per me, forse il mio successore si è trovato meglio dato che si trova al suo posto da due anni”.
La macchina del fine corsa passa, Alessandro sale in bicicletta, si lega il casco, mi saluta e inizia a scendere. Torno verso il Quartiertappa. Due giovani arrotolano una grande foto di Fausto Coppi in bianco e nero stampata su stoffa: lo Stelvio è la Cima Coppi per eccellenza. Sullo sfondo la neve e la scritta ‘W FAUSTO’, in primo piano il Campionissimo che osserva la scritta. “È stata scattata proprio qui, né. Quella è una foto di Tino Petrelli”. Luigi tira fuori dal portafoglio tre foto, la prima della moglie, ma chiede scusa e mette via, la seconda delle tre figlie, la terza di lui e Tino Petrelli abbracciati e sorridenti. “Tino aveva quindici anni in più di me, iniziò presto come fotografo, sempre qui a Publifoto, a Milano. Entrò come garzone, proprio come me. Io entrai nel ’55, lui era là da una vita. Dopo un po’ di tempo entrammo in sintonia. Tino era un brav’uomo, ogni tanto era insopportabile, ma gli volevo bene”. Luigi rimette la foto nel portafogli. Mi chiede cosa ci faccio qui e perché non sto a scrivere ancora, gli spiego il mio progetto, lui spalanca gli occhi e sorride: “non ho mai sentito di una cosa tanto da pirla. Bravo. La vuoi sapere una cosa? La scritta non la scrisse un tifoso, la scrisse Tino, perché aveva capito che Coppi quel giorno avrebbe fatto una cosa grande. Quella foto è entrata nella storia e anche Tino, perché è tutta opera sua, scenario e scatto”.Fausto Coppi quel giorno fece davvero la storia. Era il Giro d’Italia del 1953, trentaseiesima edizione. Doveva essere il secondo Giro di Hugo Koblet, il panettiere di Zurigo che per primo riuscì a interrompere il dominio italiano nella corsa rosa nel 1950, che aveva preso la rosa a Follonica e aveva risposto sempre alla grande agli attacchi di Coppi, non perdendo neppure un metro neppure lungo i 164 km del tappone dolomitico da Auronzo di Cadore a Bolzano con Falzarego, Pordoi e Sella. Era la terzultima tappa, Coppi ci prova a ripetizione, Koblet perde duecento metri sul Pordoi, in discesa il riaggancio e l’arrivo in coppia sul traguardo di Bolzano. Il campionissimo alza bandiera bianca e riconosce la superiorità dello svizzero, prende la tappa e promette di non attaccarlo nell’ultima tappa alpina. In albergo la Bianchi prova a fargli cambiare idea, gli ripetono che il Giro non è ancora perso, lo spronano a provarci, ma Coppi non vuole saperne perché ha promesso e un campione rispetta sempre le promesse. L’indomani c’era la Bolzano-Bormio, lo Stelvio giudice di destini, di vincitori e sconfitti. Dopo le prime rampe rimangono in 5: Koblet in maglia rosa, Coppi, Bartali, Defilippis e Fornara. Ettore Milano, fedele gregario dell’Airone, in mattinata aveva avvicinato Koblet e, con la scusa di una foto, gli aveva fatto togliere gli occhiali da sole. Lo svizzero aveva gli occhi stanchi, gonfi e cerchiati. Aveva così avvisato il suo capitano. C’era però la promessa di tregua di mezzo. Se però fosse stato Koblet ad attaccare? La Bianchi fa ritmo indiavolato a inizio tappa, a Trafoi i 5 passano già con un discreto vantaggio sugli inseguitori, Coppi si avvicina a Nino Defilippis e gli chiede se ‘riesce a dare una botta’. Nino lo guarda, gli fa notare che non è uno scalatore, ma che se
glielo chiedeva lui allora ci avrebbe comunque provato. Nino prova l’allungo, Koblet prova ad andargli dietro: tregua tradita. Coppi li raggiunse poche centinaia di metri dopo e ripartì fortissimo. La strada continuava a salire tra tornanti e neve, l’Airone scollinò con quattro minuti e mezzo sulla maglia rosa, in discesa lo svizzero da egregio discesista quale era iniziò a guadagnare, poi cadde, forò, disse addio alla rosa. Fausto Coppi vinse, fece suo il suo quinto Giro, tredici anni dopo il primo ed entrò nella leggenda. Fu l’ultima grande vittoria di Fausto Coppi, fu forse la sua vittoria più bella.Il vento torna a spirare forte, l’aria si raffredda e il mio ultimo passaggio del Giro parte. Mi ospita Paolo Tomaselli del Corriere della Sera. Il Giro è ancora incerto. A Milano il capitolo finale. “È stato un Giro decisamente equilibrato, non brutto, però neppure indimenticabile. Ho letto molte critiche sull’edizione di quest’anno, però credo che in fondo ci sia il solito nostro problema di considerare una corsa bella o brutta in relazione all’andamento degli italiani. Siamo ancora molto provinciali sotto questo punto di vista. Consideriamo ancora il ciclismo in base alla bravura dei nostri. Credo che sia per questo motivo che il Giro non riesca a rosicchiare terreno nei confronti del Tour”. L’Italia non cambia, il Giro neppure. ]]>
Le grandi montagne sono là davanti. Il Tonale superato, il Gavia, maestoso e aggressivo sulla destra, il Mortirolo poco più avanti, lo Stelvio in avvicinamento. Antonio narra dei suoi Giri, di vecchi campioni e di giovani che si sono persi per strada, di calcio e Roberto Baggio, di Roberto Baggio prima di diventare Robertobaggio, quando incantava, giovane e acerbo, sui campi di provincia, in quella Vicenza sua casa silenziosa. Attraversiamo luoghi diventati mitici per le azioni dei campioni del ciclismo, per quelle pagine di storia in bicicletta che sono diventate epopea. Luoghi che sono stati cartina stradale di passioni giovanili, amori grandi come un Giro d’Italia.A Edolo ci fermiamo perché questo sport è anche un business, fatto di sponsor, carovane pubblicitarie, gadget e gente in fila per accaparrarsi ricordi da mostrare ad amici e parenti, ricordi che sentenziano l’io c’ero, l’io ero lì e questo lo testimonia. A Edolo ci fermiamo perché la carovana occupa l’intera
sede stradale, per arrivare a Bormio c’è una strada e una sola ed è quella. C’è Paolo Bettini tra i tanti. C’è Paolo Bettini che è stato campione vero, due volte campione del mondo, oro olimpico ad Atene, anno domini 2004, una Milano-San Remo, due Liegi-Bastogne-Liegi, due Giri di Lombardia, due volte campione italiano, un passato da Grillo e un presente sull’ammiraglia della nazionale italiana. Anche lui sposa la causa di salvaiciclisti, anche lui chiede tutele per i ciclisti cittadini, quelli che non puntano a vincere classiche e grandi giri, ma che devono cercare di sopravvivere su strade impallate di traffico, automobilisti irrispettosi e nemmeno l’oasi di ciclabili decenti e sicure.
Poi lo spettacolo pubblicitario si interrompe per riprendere dopo in una nuova sede, le macchine ripartono e lo Stelvio si avvicina, si fa intravedere, diventa reale. Sulla strada che porta alla cima, tantissimi ciclisti cercano la vetta sui pedali, qualcuno desiste, si posiziona a bordo strada, aspetterà lì, qualcun altro arranca ma non si arrende, in pochi hanno un passo buono, uno supera tutti, zompetta sulle pedivelle, va che è un piacere. Qualche matto si butta in discesa, mani sui freni, occhi attenti, zigzaga tra ciclisti in ascesa e macchine, rischia di farsi male, di essere investito, ma anche questo è ciclismo, sport di appassionati e gente non del tutto a posto con la testa, perché salite del genere sono pazzie dettate dalla passione, da un ragionamento non razionale, completamente altro da il rapporto costi e benefici che l’economia ha imposto come sacro vangelo del dio denaro.Finiscono le gallerie e incominciano i tornanti, uno dopo l’altro, lo spettacolo della natura addomesticata dall’uomo. Ai lati della strada la gente aumenta in maniera proporzionale all’altitudine, la neve inizia ad intravedersi e le tende piantate dai tifosi per passare la notte diminuiscono.
Qualcuno ha la brace scoppiettante e le bracciole pronte per essere mangiate, mentre l’aria si fa più fredda e profuma sempre più di neve. Le cime si iniziano a vedere, così come l’albergo, che segna la sommità del passo e l’inizio della discesa. Ma oggi non ci sarà discesa, oggi si arriva in cima e si potrebbe decidere il Giro.
Trentasei tornanti il versante lombardo che abbiamo percorso, 48 su quello altoatesino, 2757 metri sul livello del mare e 187 anni di vita. Il progetto fu firmato da Carlo Donegani, ingegnere bresciano apprezzatissimo dall’imperatore Francesco I d’Austria. Già perché all’epoca tutto questo era ancora Austria e lo è stata sino ancora per molto tempo. L’Imperatore voleva una strada veloce per collegare la Val Venosta a Milano e quello era il punto esatto, la via più breve e sensata. Ci vollero tre anni di lavori, Donegani ottenne numerosi riconoscimenti, divenne cavaliere dell’Impero austriaco, si arricchì e divenne figura celebre e rispettata, simbolo di genialità ingegneristica. Morì settantenne con il cuore malato per gli sforzi e per le donne, ma questa è solo una diceria, una leggenda.Una leggenda come quella del Gran Zebrù. “La vedi quella cima? Quello è il Gran Zebrù”. Mathias è una guida alpina, è nato a Merano, ma ha abitato quasi sempre a Bormio. Ha quarant’anni, venti dei quali impiegati a scalare montagne solo con l’ausilio di piedi e mani. “Questi luoghi sono casa mia, li conosco come fossero le mie tasche, sempre se si possa davvero dire di conoscere la montagna. Quando dici di conoscere qualcosa vuol dire che la inizi a sottovalutare e una montagna non va mai sottovalutata perché ogni scalata è un’esperienza nuova. La montagna cambia continuamente nonostante a te sembri sempre uguale, lei muta, è un universo in continuo movimento”. Mathias si siede su di una roccia, vediamo l’arrivo piccolo e colorato centocinquanta metri più sotto. Mi offre un goccio di caffè all’alpina che porta in un termos: “al posto dell’acqua ci metto la grappa perché così scalda prima”, sorride e si arriccia i baffi che scuri gli coprono il labbro superiore. “Johannes Zebrusius era il
Gran Zebrù. Era un uomo forte e bello, coraggioso e prestante, un feudatario che veniva dai luoghi che ora sono sotto la provincia di Bergamo. Era innamorato di Armelinda e anche lei lo amava. Lei era la più bella donzella di tutto il Lario, figlia di un castellano. Lui chiese in sposa la giovane, ma il padre di lei era contrario all’amore tra i due, perché Zebrusius non era abbastanza ricco. Fu così che per convincere il castellano Zebrù prese parte ad una crociata in Terrasanta, cosa nobile allora, cosa che permetteva a chi ritornava anche di arricchirsi parecchio. Il padre di lei, colpito dal coraggio e dalla possibilità di guadagno con il matrimonio, accettò di buon grado la partenza del feudatario e gli promise in moglie la figlia. Quattro anni passarono, ma una volta ritornato in patria Zebrù scoprì che la giovane era già stata data in sposa ad un nobile milanese. Il condottiero perduto il suo amore provò ad uccidersi, ma il coltello si ruppe. Era un ammonizione del Dio per il quale aveva combattuto. Lasciò quindi i suoi possedimenti e decise di scappare in montagna per ristorare il suo amore puro e il suo animo mortalmente colpito avevano bisogno della solitudine e la preghiera. Il cuore però non dimenticava e il suo fisico a poco a poco si infiacchì e si ammalò. Quando era prossimo alla morte decise che il suo corpo sarebbe stato della montagna: gli spiriti buoni dei boschi lo coprirono con un gigantesco masso sul quale scolpirono ‘Johannes Zebrusius a.d. MCCVII’. Il masso esiste davvero e si trova poco sotto il limite del Ghiacciaio della Miniera. Il suo spirito invece si è innalzato al cielo e protegge la montagna”. Mathias beve un altro bicchiere di caffè, poi mi indica di nuovo la montagna. “Durante la prima guerra mondiale anche il Gran Zebrù fu sede di scontri. Gli austriaci ottennero la cima per primi e tenevano sotto scacco tutta la montagna. Fu ai primi di giugno che gli italiani cercarono di conquistare la posizione. Iniziarono la scalata di notte lungo una via mista di roccia e ghiaccio, mai intrapresa prima. Uno dei sopravvissuti, disse al mio maestro di montagna che furono guidati da Zebrusius. Probabilmente fu una suggestione, però non si può mai sapere. Quella è una cima strana, pure l’ho percepito quando sono arrivato in vetta”.
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Mattina presto. Sveglia e via. Mi dirigo verso Mattarello, paesino di nemmeno 5mila anime a sette chilometri da Trento. Il cielo è un ammasso di nuvole che minacciano pioggia. Aspetto Antonio per muovermi verso il Passo dello Stelvio per l’arrivo della penultima tappa. Faccio colazione e mi metto a guardare la piana sotto il paese, poi i miei occhi salgono sino a incontrare le forme imponenti di una fortezza. “È Castel Beseno, la più grande struttura fortificata del Trentino. Risale al XII secolo”. Fabiano studia storia a Bologna, è nato a Trento e abita nel paese sopra a Mattarello. Ritorna ogni fine settimana per lavorare perché gli studi costano e la sua famiglia non può permettersi di pagargli per intero l’affitto. “Castel Beseno ha una storia travagliata, fatta di sangue e tradimenti. Dalle battaglie del 1400 sino a quelle di era napoleonica sotto le mura della fortezza sono morti non si sa quante migliaia di persone, milioni forse. Una decina di anni fa a seguito di alcuni lavori di restauro delle mura furono trovate due fosse contenenti ossa risalenti a due secoli differenti. Sino al ‘700 fu un punto di importanza strategica, poi la fortezza iniziò a perdere centralità, i Da Beseno persero potere e denaro e tutto fu abbandonato verso la meta del 1800. Solo nel 1973 con il passaggio della struttura alla Regione, il castello ha ripreso a vivere”. Fabiano è appassionato di leggende trentine e amante delle escursioni in montagna e Castel Beseno è spesso punto di partenza dei suoi vagabondaggi tra boschi e monti. “Il castello si dice sia abitato da fantasmi. Il più potente e perfido è quello della prima vittima illustre, il capostipite della famiglia Carbonio da Beseno. Leggenda narra che i da Beseno avessero ricevuto in dono il castello dal vescovo Adelpreto II, in seguito ucciso tra Riva ed Arco da alcuni sicari mandati da Aldrighetto I della famiglia Castelbarco. Carbonio da Beseno, intimorito per l’omicidio del vescovo cercò di arrivare ad una pacificazione con i Castelbarco per evitare altri spargimenti di sangue. Questa decisione però spaccò in due la famiglia. Una parte stava con la soluzione proposta dal capostipite, l’altra invece voleva vendicarsi del gesto cercando di uccidere chi commissionò l’omicidio. Il più determinato a cercare vendetta era Corrado, secondogenito di Carbonio. Il capofamiglia riuscì però in poco tempo a trovare un rapido accordo con la famiglia rivale che fruttò ai da Beseno un buon patrimonio. Corrado si defilò, intraprese la carriera ecclesiastica e nel 1188 divenne episcopo di Trento. Fu proprio pochi giorni dopo la sua investitura che organizzò l’omicidio del padre per eliminare il suo più grande avversario per la conquista dei territori dei Castelbarco. Carbonio fu assassinato sulla soglia del Castello con quaranta pugnalate e le sue orecchie tagliate. Da quel momento il suo fantasma si aggira per i dintorni del castello per cercare ciò che gli è stato rubato e per poter udire finalmente le trombe del Paradiso”.
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