| CARVIEW |
et maintenant
PEACE OF MIND. E TANTI SALUTI…
Mazzi di fiori, torta al cioccolato. Una pianta di orchidea. Un portafoglio Liu-Jo, grande, mi serviva proprio, ma non è di pelle vera. Un copricostume che ho dovuto cambiare perché quello scelto per me dalle colleghe di inglese era stretto, corto e pure trasparente, che alla mia età forse non è il caso.
E poi la banalità delle frasi: Auguri per la tua nuova vita! Quale vita? Auguri per dover abdicare al mio ruolo sociale ed essere tagliata fuori da un luogo che bene o male mi dava un senso di appartenenza? La nuova vita del cui tenore rischierò tagli drastici per la decurtazione della paga mensile?
Oppure: “cosa pensi di fare, adesso?”
Risposta: NIENTE. L’ozio non è il padre dei vizi, è un lusso che richiede l’abilità di pregustarlo. Vado a spasso. Vado a Milano. Porto fuori i nipotini, vado al mare e affitto una casa per due mesi. Leggo, lavoro a uncinetto (no, cucinare no, Dio me ne scampi). Shopping nei mercatini, attenta a non spendere troppo.
Dovrei forse cercarmi un lavoro alternativo? E allora perché mai e’ stata inventata, questa benedetta pensione?
Nella pensione ci sguazza chi vive in coppia, e ha messo da parte abbastanza soldi nell’arco della propria esitenza, e può quindi permettersi di viaggiare o di fare cose. O quei coglioni che dicono “finalmente posso iscrivermi in palestra”. Io invece detesto le palestre, non amo (o non amo più) viaggiare (nel senso di cercare un altrove) e necessito di una cifra giusta per arrivare a fine mese.
Ma l’ozio si’, l’ozio va bene.
Certo che ero stanca, eh. Stanca di quello che la scuola è diventata: adolescenti col cellulare sempre in mano, PCTO che disturba lo studio, educazione civica lasciata all’estemporaneità dei docenti, l’ossessione dell’orientamento, la progettualità sul nulla.
Colleghi che parlano, e parlano, e straparlano, madonna quanto parla certa gente, e se tenti di replicare alzano il tono di voce per coprirti (tu sei quella che non parla, che cazzo vuoi intervenire?).
Nel caso non fosse abbastanza chiaro, i mei sentimenti sono contrastanti, da un lato un senso di liberazione, dall’altro un senso di smarrimento. Se fosse stata una scelta, sarei stata preda di non pochi conflitti. Ma invece non posso farci niente, e questo mi da’ una certa pace: peace of mind.
GLI ZII
E’ da molto, da prima del Covid, che non sento la zia Marta, l’unica zia rimasta in vita. Chissà, forse è morta. La sentivo per Natale, o mi telefonava per il compleanno; l’avevo chiamata io per informarla della nascita dei nipotini, una volta l’avevo anche incontrata per darle dei filmini di famiglia in Superotto che avevo ritrovato e convertito in DVD. Ma ogni volta percepivo, in questi contatti, qualcosa di inautentico.
Mio zio Attilio, deceduto già da parecchi anni, era il fratello minore di mia madre. Marta, sua moglie, e’ la zia acquisita. Le figlie, le mie cugine, un poco più giovani di me, non vivono più nella Città, e da decenni non ho alcun contatto con loro.
Quando si è bambini, si crede che in una coppia di zii entrambi abbiano lo stesso valore, e non si sa che in realtà il valore maggiore ce l’ha quello con il quale si ha legame di sangue, mentre l’altro, o l’altra, è solo una persona “acquisita” che, in caso di vedovanza o di separazione, è destinata a sparire all’orizzonte.
Lo zio Attilio aveva dei begli occhi azzurri (che le figlie non hanno ereditato), i capelli già precocemente bianchi e una faccia che sembrava di gomma. Rideva continuamente delle proprie battute, che sfornava in continuazione e che facevano ridere solo lui, mentre il nostro compito era di assumere un’espressione gaia e fintamente divertita. Ma se eri tu a fare una battuta, o a rispondere alle sue sullo stesso tono, ti ignorava o ti guardava con sospetto. Per giunta, tra una battuta e l’altra riusciva a infilare qualche frase serissima, che tu non coglievi, nello sforzo di continuare a mostrarti divertito, e ci facevi pure la figura dello stolto.
Completamente diversa era zia Marta che, religiosissima, aveva tutto l’aspetto di una suora laica: senza mai un filo di trucco, e abiti castigati senza il minimo segno di civetteria. Era dolce, accondiscendente ed apparentemente pronta ad ascoltarti; c’era però in lei qualcosa di falso, come se tutto fosse una questione di dovere o di facciata: sembrava l’incarnazione dell’ipocrisia.
Gli zii erano ostili ad ogni forma di modernità, sembravano rimasti fermi al dopoguerra. Le figlie vestivano abiti fuori moda. Se si parlava di qualcosa di attuale, zia Marta diceva: chiediamo a Gipsy, che lei è moderna! e non ho mai capito se fosse un complimento o un insulto.
Quando venivano a casa nostra, gli zii rifiutavano ostinatamente qualsiasi cosa provavamo ad offrire, dal caffè all’aranciata al bicchier d’acqua, come se rifiutare ciò che veniva loro offerto fosse una forma distorta di buona educazione. Se però era solo zio Attilio, a passare da noi, mio padre affettava del salame e si bevevano un bicchiere di vino. “Vedi? E’ lei! E’ la Marta!” (sottinteso: ”…che gli impone di rifiutare tutto!”) diceva mia mamma a mio padre parlando di lei.
Lo zio e la zia erano una coppia molto unita, vivevano quasi in simbiosi. Si erano conosciuti al Conservatorio ed entrambi suonavano nell’orchestra del Teatro Municipale, rispettivamente l’oboe e la viola. Ma non sono mai riuscita a pensare a loro come musicisti. La loro vita di routine, la loro inattualità, l’obbedienza totale alle convenzioni, l’assenza del minimo tocco di originalità o di ogni autentico interesse artistico-musicale-intellettuale, li catalogava come due impiegati, la cui mansione era quella di eseguire dei brani con uno strumento.
Mio zio aveva studiato ingegneria senza mai laurearsi e, secondo mia madre, aveva interesse per la tecnologia, così un giorno, – i computer non erano ancora diffusi e Internet era sconosciuto – gli mostrai uno dei primissimi videogiochi tascabili, un gatto che inseguiva un topo, pensando di stupirlo. Ma reagì con uno sguardo paternalistico, e un paio delle sue famose battute, come se mi trovasse patetica e volesse prendermi in giro.
In definitiva, visto che con mio zio la comunicazione era pressoché impossibile, io tendevo a preferire mia zia. Ma mia zia era falsa.
Una sola cosa di lei ricordo con tenerezza. Mi chiamava donnino, una bizzarra espressione come a dire “piccolo esemplare di donna”, ma la pronunciava come se avesse una enne sola, donino, e a me piaceva molto perché mi faceva sentire un “piccolo dono”.
NO, TU NO
Filed under: flash della memoria, incomunicabilità, la caduta degli dei, paese di mare |
Lascia un commento A undici anni cercai di entrare nella compagnia dei ragazzini della spiaggia. Era una bella compagnia, a cui io guardavo con invidia. Erano maschi e femmine dagli undici ai sedici anni, e godevano di una libertà a me sconosciuta. Potevano andare al bar della spiaggia a giocare a ping-pong o a biliardino senza che un genitore li tallonasse, facevano il bagno in mare a tutte le ore, si ritrovavano nel tardo pomeriggio a casa dell’uno o dell’altro lasciando le biciclette parcheggiate a fianco dei cancelli.
I genitori, tutti amici tra loro, chiacchieravano e prendevano il sole sui lettini e non erano ansiosi di controllarli in continuazione. Nessuno correva loro dietro per verificare che avessero il cappellino per proteggersi dal sole. Nessuno di loro, infatti, lo indossava. Il cappellino era l’ossessione costante dei miei genitori, che non mi lasciavano mai senza.
“Ma gli altri bambini non lo portano!” dicevo io.
“Loro sono abituati” mi ero sentita rispondere, la risposta più assurda che potessero darmi: perché non potevo abituarmici io?
Il gruppo di ragazzini e le loro famiglie provenivano tutti dalla Cittadina Adiacente, e probabilmente, in qualche modo, si frequentavano anche d’inverno. Io provenivo dal Capoluogo di Provincia, per il quale gli abitanti della Cittadina Adiacente provavano un’invidia che tramutavano in disprezzo. Forse era quella, la barriera che c’era tra me e loro. Mi vedevano come un’infiltrata. Pero’ tentai: lentamente, provai a stringere amicizia.
Con la scaltra Alice, molto rispettata nel gruppo, che a dodici anni ne dimostrava quindici, era già campionessa di nuoto e aveva un flirt con Gianmarco, che di anni ne aveva sedici.
Con le sorelle Greco, Marta e Maddalena, dodici e undici anni. Erano parte di una famiglia numerosa, sei figli : potevano permetterselo, il padre era un imprenditore molto ricco.
Guardavo le loro partite di biliardino e a volte prendevo il posto di un giocatore mancante. Ignoravo mia nonna che mi correva dietro con il cappellino, e qualche parola con qualcuno di loro riuscivo a scambiarla.
Mia zia, che mi incoraggiava a quelle amicizie, mi diceva: quando vanno a fare il bagno o da qualche parte, tu di’: “Vengo anch’io!” e aggregati.
Una volta feci proprio così. Le Greco stavano andando in acqua e io dissi “aspettatemi! arrivo!” Ma mentre le raggiungevo, vidi una delle due guardarmi, rabbuiarsi e dire all’altra: “OH, NOO!”
Tornai indietro.
A casa, piansi. Mia zia, era inutile che mi desse dei consigli ottimistici, cosa ne sapeva lei delle dinamiche che regolano un gruppo di ragazzini, che molto spesso e’ un circolo chiuso e inaccessibile a chi non e’ del giro.
A deludermi ulteriormente furono i miei genitori. In auto, mentre stavamo andando da qualche parte, espressi tutto il mio sdegno per come ero stata trattata. “Quelle vacche!” dissi parlando delle Greco. Certo, “vacche” non era il termine appropriato, ma “stronze” era una parola che non mi apparteneva, e poi per una bambina ferita e delusa cosa importa qual è, il lessico appropriato.
Mio padre mi disse che non dovevo dire “vacche”.
“Come no? Vacche!” ripetei.
Mio padre accosto’ l’auto, freno’, poi si girò a darmi uno schiaffo. Non lo scordai mai. Umiliazione su umiliazione.
In tempi recenti il figlio di Jannacci, Paolo, ha spiegato in una trasmissione televisiva che “Vengo anch’io? No, tu no”, la canzone più popolare di suo padre, è in realtà tristissima, perchè parla di chi è escluso perchè non è visto come una persona “giusta”, perchè non ha quelle peculiarità che al gruppo interessano.
Ho quindi capito che quella canzone, che era uscita proprio quell’anno e mi faceva molto ridere, alludeva esattamente a ciò che io stavo vivendo. All’epoca non ci avevo assolutamente pensato. E altre volte, in anni successivi, mi sarebbe capitato di guardare con distacco qualcosa di drammatico che veniva rappresentato a teatro o al cinema, ed essendo puramente fictional, non riconoscere in esso una situazione, rischiosa o dannosa, che in quel momento stavo vivendo in prima persona. Bisogna stare all’erta, invece. La vita ci manda degli avvertimenti.
Non mi avvicinai mai più al gruppo, nelle estati successive mi limitavo ad osservarli da lontano. Mi trovai altre amicizie, meno ambite e meno – apparentemente – prestigiose.
Non hanno fatto una fine propriamente gloriosa, le sorelle Greco. I genitori devono aver avuto un crollo finanziario, solo una cosa del genere può giustificare la vendita della grande seconda casa di famiglia al mare. Al suo posto sorge ora un brutto condominio. A quanto ne so, Marta è finita a fare l’impiegata in una Ausl, mentre Maddalena non ha mai lasciato la casa dei genitori ed è diventata una goffa zitellina di provincia.
RIVANGARE IL PASSATO
Sono con Tania, in un bel ristorantino della sua Cittadina. Da quando ci siamo ritrovate, ogni tanto parliamo di suo cugino Pino, che era il mio migliore amico. So che le due famiglie hanno rotto i ponti da molti anni, per dissidi familiari. Solo trenta chilometri li separano, ma non si sono mai più visti da allora, e anch’io non ho mai saputo più niente di lui. Lei ha provato a contattarlo su Facebook, su mia richiesta, ma non ha mai ottenuto risposta.
Io le espongo la mia teoria: le vostre questioni familiari non c’entrano niente, io penso che Pino fosse gay, e che abbia voluto rompere con tutti i suoi parenti e il suo passato per vivere liberamente la sua vita senza essere giudicato da nessuno.
“Ma certo che era gay! “ mi dice, a sorpresa “avevo visto anche il suo compagno!…”
Io e lei non avevamo mai parlato di questo. Ma mi dice che secondo lei la cosa non c’entra nulla, è irrilevante, e i loro contrasti familiari ci sono realmente stati.
Parlando, Tania digita sul cellulare, lo cerca su Facebook, e vede che c’è il numero di telefono. Non accade di frequente che su Facebook ci sia il numero di telefono, mi dice. Io non lo so perché non ho Facebook.
Tania ha una faccia tosta che nessuno può immaginarsi. Lo chiama.
Non risponde.
“Prova tu con il tuo cellulare” mi dice.
“Prova tu con il MIO cellulare”.
Prende il mio cellulare e rifa’ il numero.
Pino risponde.
Lui le dice letteralmente che dopo così tanti anni, lei e lui non hanno più niente da dirsi.
“Ma qui con me c’è Gipsy” replica lei “il telefono e’ il suo… ti vorrebbe tanto rivedere…mi parla sempre di te…” e me lo passa.
“Pino!!! Finalmente!!!”
Al contrario di me, lui non esprime nessun entusiasmo, nessuna sorpresa.
Gli dico che avevo provato, molti anni prima, a contattarlo tramite suo fratello, ma non ero riuscita. Lui sembra non saperne nulla. Il tono è freddo, distaccato. Gli dico che mi piacerebbe incontrarlo e lui risponde che viene spesso nella mia Città perché li’ ha molti amici. Ma il mio ricordo di lui è indissolubilmente legato al Paese di Mare e gli dico: “io ad agosto e settembre ho affittato una casa al mare. Se non riesci a venire prima, nella Città, possiamo vederci li’, che è più vicino a te”.
“Ah, affitti sempre la stessa casa al mare?” mi dice, e mi sembra che nella domanda ci sia un tono, se non proprio derisorio, quasi di sufficienza, come fossi una persona prevedibile che si trascina noiosamente a fare le stesse cose da anni.
“In realtà nel Paese di Mare non c’ero mai più venuta” gli dico “ma solo da cinque anni, da quando ho i nipotini, affitto una casa per l’estate. Un’altra, sempre diversa”.
“Ah, i nipotini” mi dice senza entusiasmo.
“Va bene, allora quando puoi, chiamami”
“Va bene”.
***
E così ho fatto i conti col passato. Che non si può ripetere, come anche Gatsby non voleva capire.
Sono assolutamente certa che Pino non mi richiamerà mai.
La vita scorre, le cose cambiano, non sono necessarie liti per rompere con il passato. Sembra assurdo, ma provo un certo sollievo. Ora posso, per quanto riguarda il mio amico Pino, chiudere il baule dei ricordi ove ci sono istantanee che resteranno solo mie. Le scorribande sulla sua Cinquecento. Un bagno notturno senza costume, io lui e Marco, in una spiaggia sconosciuta. Sulla neve, quando avevamo guardato le foto per scegliere il maestro di sci più avvenente, e avevamo inventato una canzoncina su di lui al ritmo di Jingle Bells. La visita al Salone del Mobile, quando stavo mettendo su casa. Gli orsacchiotti regalati ai miei figli, l’ultima volta che ci vedemmo; uno è andato perduto nel corso degli anni, con l’altro giocano ora i miei nipotini. E’ il loro orsacchiotto Pino.
Le esperienze richiedono condivisione (forse), e chi le ha vissute con noi le può poi rinnegare, ma i ricordi nessuno ce li può rubare: quelli restano solo nostri.
I DIRITTI
Nel 2008 mi rivolsi al commissariato di polizia locale. La ragione riguardava una serie di telefonate anonime che stavo ricevendo, prima sulla rete fissa di casa, poi sul cellulare. Il chiamante non parlava, chiudeva la comunicazione appena rispondevo. La cosa inquietante fu che nella prima di queste telefonate, ricevuta alle undici di sera sul fisso, e unicamente in quella, la persona, una voce maschile, aveva detto il mio nome, come per accertarsi che fossi io. “Si?” avevo risposto, e la persona aveva riattaccato. Da allora, fu un continuo: due, tre volte al giorno, poi per tre-quattro giorni niente, poi ricominciava di nuovo. Risultava sempre, ovviamente, un numero sconosciuto.
La denuncia mi fu consigliata dall’addetta alla compagnia telefonica dove mi ero recata per chiedere il tabulato. Nel tabulato risultavano solo i numeri che avevo chiamato io, non quelli di chi mi aveva chiamato, “per ragioni di privacy“, ma stiamo scherzando? Solo con una denuncia potevo conoscere il numero di chi mi aveva chiamato, mi disse l’addetta. E così feci.
Importante da dire, la legge sullo stalking non esisteva ancora, sarebbe entrata in vigore solo l’anno successivo.
Ma non avevo intenzioni bellicose, volevo semplicemente sapere chi mi stava ripetutamente chiamando, non ne avevo forse il diritto? La privacy del persecutore superava i diritti del perseguitato, ma come era possibile una cosa del genere?
Io un sospetto piuttosto forte ce l’avevo. Su di un tizio conosciuto in una chat, che avevo incontrato un paio di volte senza che tra me e lui fosse accaduto assolutamente nulla, poi ci eravamo sentiti altre volte via sms, ma nessuno dei due aveva sentito l’esigenza di proseguire la frequentazione. Il tizio, che aveva alcuni lati positivi, mi aveva però lasciata un poco perplessa perché avevo percepito qualche suo atteggiamento un po’ bizzarro e, nei suoi discorsi, una velata attitudine allo stalking, quello stalking che ancora legalmente non esisteva (mi aveva fatto una domanda, che avevo eluso, corrispondente alla domanda segreta per entrare nella mia casella di posta, e me lo aveva poi anche detto). Secondo me non poteva essere altri che lui, e avrei voluto saperlo, lo avrei chiamato, gli avrei chiesto cosa voleva.
Avevo portato alla polizia una lista di tutte le chiamate, con i giorni e gli orari, dicendo che volevo unicamente sapere, tramite loro, a chi corrispondeva quel numero sconosciuto, perché la compagnia telefonica non era stata in grado di soddisfarmi.
Non vollero la mia lista. Evidentemente hanno i loro mezzi, pensai.
Ma non successe assolutamente nulla. In pieno agosto, quando le chiamate erano ormai cessate ed ero in vacanza, ricevetti una chiamata dal comando della polizia. Finalmente, pensai. E invece niente. A chiamarmi fu evidentemente un poliziotto novellino, un “sostituto” estivo, che chiedeva piccoli chiarimenti e candidamente si stupì molto del fatto che i suoi colleghi non avessero accettato il mio foglio con la lista dei giorni e orari delle chiamate. Le farò sapere, mi disse. Ma non venni richiamata mai più.
Contemporaneamente affrontai comunque il tizio, che mi aveva inviato uno dei suoi bizzarri sms, e al quale risposi scrivendogli “ma la pianti con queste telefonate anonime?” Lui rispose con altro sms senza peraltro ammettere né negare, dicendo che lo avevo deluso e che lo facevo vomitare. Non lo sentii mai più, e non fu certo una grande perdita.
Ma il punto fu il comportamento menefreghista della polizia. Cosa gli costava esaudire la mia richiesta? Perché non avevo il diritto di sapere chi era il cretino che mi infastidiva? E se le telefonate fossero state un avvertimento di un serial killer?
Quando mi capita di sentire di denunce risultate poi inutili e vane, in fatti di cronaca ben più gravi, al cui confronto il mio caso è una sciocchezza, mi viene da pensare a quei giorni assurdi.
L’UNIVERSITA’ E L’OSMOSI
Filed under: flash della memoria, incomunicabilità, persone |
Lascia un commento Finita la scuola, indecisa tra Lettere, Lingue e Pedagogia, mi iscrissi a Lingue. L’impatto con l’Università fu traumatico. Mi ero immaginata di iniziare una nuova vita e conoscere tanti nuovi amici, non fu così. L’ultimo anno alle superiori mi ero divertita, avevo quattro-cinque amiche con cui facevo gruppo: la scuola garantiva la nostra frequentazione quotidiana. Ma loro avevano preso altre strade. E qui, alle lezioni, non obbligatorie e secondo piani di studio individuali, non c’erano mai le stesse persone. La sede della facoltà era defilata rispetto al quartiere universitario vero e proprio. Non riuscivo a farmi delle amicizie, non capivo come si facesse.
Sapevo purtroppo che a studiare nella Città c’era anche un gruppo di ragazzi della Cittadina Adiacente al Paese di Mare, nella cui compagnia avevo invano tentato di entrare, e che rappresentavano un’insidia. Giancarlo l’Animalaccio, con cui avevo tentato di avere una storia. La sua amica Vittoria, che mi ignorava. Altri, che mi sfottevano. Temevo di incontrarli.
Nella vita che stavo iniziando mi sentivo terribilmente sola, e mi vergognavo di esserlo. Ero appena stata lasciata dopo pochi giorni – rifiutata, in pratica – da un certo Paolo, che era l’ex di una mia compagna delle superiori; mi aveva attratta per una vaghissima somiglianza con Giancarlo l’Animalaccio, e sul quale avevo puntato tutto per riuscire ad avere una vita “normale”. Normale: una compagnia di amici, un ragazzo. Ma era andata male con lui così come con l’Animalaccio. Non ci riuscivo. Non ce la potevo fare.
Passavano le settimane e la solitudine e la vergogna di essere sola aumentavano. Poi ci fu il colpo di grazia. Passando per l’affollato quartiere universitario scorsi, seduto nella vetrina del bar, lui: Giancarlo l’Animalaccio. Alzò la mano per salutarmi, e sorrise. Impossibile, mi dissi. Uno che mi ha mollata senza una ragione, uno che mi ha presa in giro e che ora mi evita e mi sfotte, non può avermi rivolto un saluto così cordiale. Stavo per rispondere, per fortuna mi girai indietro. Dietro di me c’era, in tutto lo splendore della sua “popolarità”, la bella Vittoria, la “ragazza più ambita della Cittadina Adiacente”, secondo le parole dello stesso Giancarlo. Era lei, che lui stava salutando.
Corsi a rifugiarmi a casa, decisa a non uscire mai più. Non sopportavo quella situazione. Non vedevo via d’uscita.
Ma forse una via d’uscita c’era. Era un colpo di testa. Da adolescente pensavo che le situazioni si risolvessero non con le decisioni ponderate, ma con colpi di testa improvvisi.
Telefonai alla mia ex compagna di scuola, Rosalba, che era la ex di quel Paolo che mi aveva rifiutata, ma era ignara della mia storia con lui. Si era iscritta a Psicologia a Padova. Le dissi qualcosa come: aspettami, arrivo. Poi andai alla segreteria dell’università e chiesi il trasferimento a Padova, facoltà di Magistero, corso di laurea in Psicologia. Quando i miei lo seppero, fu il finimondo. Lo presero come un’ostilità nei loro confronti: volevo forse andarmene da casa? vivevo in una città universitaria e volevo studiare altrove! Ma non potevano farci niente: ero maggiorenne.
Andando a Padova, dove nessuno mi conosceva, mi sarei tolta da quell’ambiente insidioso. Avrei avuto un’amica con cui studiare e con cui andare alle lezioni. Ma soprattutto – e questa era la ragione più bizzarra, la più bizzarra delle ragioni – avrei potuto assorbire da lei, “per osmosi”, ciò che lei evidentemente aveva e che io non possedevo, la ragione per cui uno come Paolo era rimasto con lei per più di un anno, mentre a me mi aveva rifiutata.
E inoltre, la Psicologia mi avrebbe aiutato a capire me stessa e insegnato a vivere.
Inutile dire che la mia decisione fu un fallimento. Padova era lontana, ogni giorno due + due ore di treno, che diventavano anche di più, perché il treno non era mai in orario. L’ambiente mi era più estraneo che mai. Il corso di laurea prevedeva anche esami scientifici, che non mi piacevano. La mia compagna di studi, Rosalba, era molto meno simpatica e molto più noiosa di quello che credevo. Dopo Paolo, si era fidanzata con un ragazzo davvero brutto, ma con una bella macchina, un fighetto che mi pareva l’emblema della mediocrità.
(Gli anni di cui parlo erano anni di grande fermento. Ma nessuna delle persone che frequentavo sembrava accorgersene)
E il discorso dell’osmosi era assolutamente idiota, e non serviva più, visto che un fidanzato poi me l’ero trovata, quello che poi avrei sposato, anche se non sarebbe stata una scelta azzeccata. Approfittando del fatto che quest’ultimo era geloso e infastidito dal fatto che studiassi a Padova, il settembre successivo mi ritrasferii a Lingue, nella Città. I due esami che avevo sostenuto mi vennero convalidati come complementari. L’Animalaccio e i suoi amici che mi sfottevano non li rividi mai più. Ma mi ero ormai persa il bellissimo corso monografico su Montale che il docente di Letteratura Italiana aveva tenuto l’anno prima.
E l’ignara Rosalba? Tenace, proseguì da pendolare gli studi a Padova, si laureò. La incontrai dopo la laurea e mi disse: forse entro in un’équipe di psicologi. Fini’ a lavorare come impiegata alle poste. Lavoro’ in posta fino alla pensione.
IL LICEO MANCATO
Dopo le medie, mi rifiutai di andare al liceo classico, come mia madre voleva, e come mi avevano consigliato i professori. Me ne sono sempre pentita. Sarebbe stata la mia scuola: amavo il latino, e il greco mi sarebbe piaciuto. E avrei frequentato un ambiente culturalmente più stimolante e socialmente migliore.
Ma io volli fare a tutti i costi le magistrali, e le ragioni erano tante, e non tutte così valide.
Innanzitutto, avevo una mezza idea di fare la maestra elementare. Credevo di amare i bambini, in realtà con i bambini degli altri non ci ho mai saputo fare. Me ne accorsi alle prime supplenze alle scuole primarie, quando contemporaneamente mi iscrissi all’università. Ero terrorizzata e dopo pochi mesi mi tolsi dalle graduatorie.
Poi: era l’unica scuola dove si studiavano pedagogia e psicologia. In particolare, ero affascinata dalla psicologia. Oggi, se uno dei miei studenti mi dice di volersi iscrivere alla facoltà di Psicologia, storco il naso.
Quelli che si iscrivono alla facoltà di Psicologia sono quelli che in realtà vogliono capire se stessi.
Poi: non volevo fare quello che i miei genitori mi dicevano di fare. Loro da me volevano il massimo. Avevano ragione. Ma io non volevo dare il massimo. Apprendevo con molta facilità, ma studiare di più lo trovavo una fatica inutile, quando all’università potevo arrivarci anche con una scuola meno difficile.
Altra ragione: le magistrali allora duravano quattro anni invece di cinque, poi si poteva accedere alla facoltà di Magistero, dove c’erano i corsi di laurea che mi interessavano, e io volevo bruciare le tappe. Io ho sempre voluto bruciare le tappe. Eliminando un anno di scuola, sarei diventata adulta un anno prima. Ora so che è un’idiozia, ma io nella mia condizione di adolescente non mi trovavo bene.
E per ultima, la ragione più idiota di tutte. Avevo paura di essere presa in giro dalle amicizie che avevo al mare, le uniche che mi interessavano (dove tutti frequentavano i tecnici e professionali più disparati). Avevo paura di essere considerata altezzosa, che mi chiamassero secchiona o santarellina o brava bambina.
Io non volevo essere una brava bambina, volevo essere una cattiva ragazza. I maschi preferivano le cattive ragazze. In realtà non è affatto vero: è una cosa che simulano. Ma sanno simularlo molto bene, cosicché le cattive ragazze avevano il codazzo di ammiratori e venivano invitate alle feste, mentre una brava bambina era tenuta un po’ a distanza, perché incuteva rispetto. E così imparai – errore gravissimo – ad identificare il rispetto con l’indifferenza e il distacco. Non ci si libera mai da ciò che si impara da giovani, e forse è per quello che nei principali frangenti della vita ho sempre avuto difficoltà a farmi rispettare, non avendo pienamente chiaro cosa fosse il rispetto e in che cosa davvero consistesse.
L’ESTATE. LA RADIO. EGIDIO.
Estate dei miei dieci anni. La passavo, come tutte le altre estati, nel Paese di Mare con la nonna. I miei genitori arrivavano solo per il weekend. In alcuni periodi c’era anche zia Nives, la sorella di mia nonna. La zia Nives viveva a Milano, ricordo l’indirizzo preciso perché durante l’inverno le scrivevo, prima che si trasferisse a Varese.
Con la nonna andavo in spiaggia solo la mattina. Il pomeriggio non si andava in spiaggia, perché “faceva troppo caldo”. In spiaggia, al mattino, avevo qualche amichetta: Linda, che aveva un anno meno di me e viveva vicino a Rovigo. Ivana, che venne solo quell’anno, era parente di “zia” Ottavia e viveva sulle colline modenesi.
Egidio no, era già troppo grande, sedici anni, e non ci frequentavamo già più.
Tania aiutava nel negozio di alimentari dei genitori, Rosa l’avrei conosciuta solo l’anno dopo.
Nel tardo pomeriggio andavo con la nonna a fare un giro in pineta, o alla pista di pattinaggio. Ma c’erano quelle ore morte, subito dopo pranzo, in cui “ci si doveva riposare”. Riposare da cosa, in vacanza, non si sa. Io ho sempre odiato l’idea di dormire al pomeriggio, una cosa che tuttora considero letale. Ma in qualche modo dovevo pur adattarmi a quelle ore pomeridiane. E allora mi mettevo nel soggiorno, in penombra, su una poltroncina, con una sedia davanti sulla quale appoggiavo le gambe, e una scorta di giornaletti e parole crociate. Non ricordo quali giornalini fossero: di certo non i fotoromanzi, quelli ho iniziato a leggerli l’anno dopo, quand’ero alle medie. Ricordo essenzialmente le parole crociate.
(per anni, in seguito, avrei detestato le parole crociate: mi ricordavano il “riposo” forzato e la solitudine di quei pomeriggi d’estate)
Ma soprattutto, ascoltavo la radio. A quell’epoca, esistevano solo Radio 1 e Radio 2 (c’era anche Radio 3, ma era come non ci fosse, trasmetteva solo musica classica, che non mi interessava).
Dalle due alle due e mezza su Radio 2 c’era Juke-box, un programma di canzoni di moda. Poi due programmi delle case discografiche. Poi giravo la rotella e passavo su Radio 1 e li’ c’era un programma, già iniziato, che si chiamava Zibaldone Italiano, e le canzoni erano più brutte, più antiquate. Alle quattro iniziava Pomeriggio con Mina (si’, la cantante, proprio lei). Avevo un registratore a nastro, ogni tanto registravo qualcosa, col microfono, attenta che non ci fossero rumori di fondo. Una mezz’ora ancora, e poi mi alzavo. Ma tra una trasmissione e l’altra c’erano due programmi stranissimi, di pochi minuti.
Uno era il Listino della Borsa Valori di Milano. Ascoltavo rapita tutti quei nomi misteriosi: Montedison… Eridania… Eridania privilegiate… Sono convintissima che una delle parole che passavano era Internet, non so a cosa allora corrispondesse quel nome. Quando, trent’anni dopo, l’Internet che tutti conosciamo si sarebbe diffuso, il nome mi avrebbe sempre ricordato quel periodo, e il Listino della Borsa Valori di Milano che ascoltavo alla radio.
L’altra trasmissione misteriosa era il Bollettino per i Naviganti. Mare forza tre, mare forza cinque. Non ho mai capito il perché delle pause lunghissime tra una frase e l’altra, a volte anche tra una parola e l’altra. Forse per renderle più comprensibili, perché in mare le trasmissioni radio sono disturbate.
La radio mi ha sempre affascinata perché sono voci che vengono dal buio. Non si sa cosa succede, mentre quelle persone parlano. Magari cose terribili, e l’idea mi ha sempre un po’ spaventata. Affascinata e spaventata. Non è come la televisione, dove si vede tutto. Quando lo speaker sbaglia nel parlare, ad esempio, o c’è una pausa troppo lunga, o un’interferenza, ecco che penso che una di quelle cose terribili stiano accadendo.
Egidio
Ho rivisto Egidio dopo oltre quarant’anni, per le strade della Cittadina Adiacente al Paese di Mare, con un barboncino al guinzaglio. Ero con Tania, che lo ha fermato: io non lo avrei mai riconosciuto. “Guarda chi c’è!…” gli ha detto Tania, indicandomi. Ho detto chi ero, lui guardando altrove ha menzionato il nomignolo con cui mi chiamava da bambina, poi per due-tre minuti ha sempre parlato Tania: di banalità, del più e del meno.
Egidio rispondeva a monosillabi e non si è mai rivolto a me, non mi ha chiesto della mia famiglia, di cosa avevo fatto in tutti questi anni, non mi ha detto che aveva avuto piacere di rivedermi. Ma soprattutto mi ha colpito il suo aspetto. Si era forse abbassato di dieci centimetri? L’avevo sempre visto altissimo, e non solo quando io avevo sei anni e lui dodici, ma anche quando faceva il figo con le turiste, con i capelli lunghi e i jeans a zampa d’elefante. Non è mai stato bello, con quella mascella sporgente e un po’ storta: Sibilla ne aveva disegnato una caricatura memorabile, che avevo ritrovato in un cassetto qualche tempo fa, peccato poi l’abbia persa di nuovo. Ora è un vecchietto anonimo, molto dimesso nel vestire, senza alcuna traccia della travolgente esuberanza di un tempo.
Chi era Egidio?
Non è cosa frequente trovare un ragazzino di dodici anni che gioca con una bambina di sei. Ma Egidio era così. Era il mio migliore amico. Era uno degli innumerevoli nipoti di Ottavia, e quando veniva a trovare la zia, si fermava tutto il pomeriggio con me. Mi aveva insegnato a fare una risata agghiacciante, che lui era solito fare, per gioco. Ha tentato, invano, di insegnarmi a fischiare con due dita in bocca. Bisogna piegare la lingua, mi diceva. Ma non ci sono mai riuscita.
Andavamo in pineta a catturare le farfalle con il retino. Ce n’erano tantissime, allora. Le mettevamo in un secchiello da spiaggia chiuso con un altro retino, e le portavamo a casa. Al tramonto alzavamo il retino e le liberavamo. Così mi aveva insegnato mio padre: tenerle prigioniere solo per un po’, per osservarle: e poi liberarle.
Egidio venne alla festa per la mia Comunione e Cresima, che allora si tenevano nello stesso giorno. Ho molte foto di quel giorno, io con l’abito bianco, lui con la giacca e la cravatta, seduti su una panchina. “Sembrano due sposini!” aveva detto mia nonna. Però avevano anche un po’ riso di lui, perché aveva le scarpe gialle. Non so quale tonalità di giallo fosse, forse qualcosa di simile alle Timberland, che non erano ancora di moda, fatto sta che capii che lo consideravano un po’ zotico.
Smettemmo di frequentarci quando lui iniziò l’Istituto Tecnico Industriale, quando prese ad uscire con una compagnia di amici e non era più opportuna l’amicizia con una bambina delle elementari.
Durante la mia adolescenza, al Blue Devil avevamo un paio di volte ballato un lento insieme. “Mi sembra di ballare con mia sorella!” mi aveva detto. Anche per me era così.
E davvero una parola per me avrebbe potuto spenderla, quando l’ho rivisto per strada quarant’anni dopo, con l’aria dimessa, la barba mal rasata e quel ridicolo cagnolino.
IL TEMPO PRESENTE E IL TEMPO PASSATO
E’ singolare che in questo blog io non riesca a parlare di ciò che mi fa soffrire.
Di ciò che mi fa soffrire ora, nel tempo presente.
Se parlo spesso di cosa mi ha fatto soffrire nel passato, è per la sensazione di averla scampata bella, di esserne uscita, tutto sommato, indenne, come chi è riuscito a trovare rifugio durante un acquazzone che sarebbe potuto trasformarsi in un’alluvione, come chi è riuscito a trovare un porto comunque sicuro mentre stava naufragando, e da quel punto, guardare indietro è come una sensazione di sollievo, di serenità.
Se parlo di rimpianti per qualcosa che non è stato, o di rimorso per qualche scelta sbagliata, perché i rimorsi e i rimpianti viaggiano sempre in coppia fino a diventare una sola cosa (ogni rimorso per una scelta errata porta sempre con sé il rimpianto per l’opzione non scelta) è per la curiosità, impossibile da soddisfare, verso il “come sarebbe stato se”. E per liberarmi dal peso dell’errore, causato o subìto.
Se giudico o critico persone del mio passato, è perché so di essere stata, a mia volta, spesso giudicata e criticata.
Se invece parlo con nostalgia di altre cose del passato, questa è una cosa normale, di una normalità che sfiora la banalità.
Ma dichiarare bancarotta su qualcosa su cui si era puntato tutto è sempre difficile e più che mai doloroso. La frase, bellissima, letta di recente in un libro di Peter Cameron, è: le cose che desideriamo con tutto il cuore e per le quali lottiamo disperatamente sono quelle che ci riservano le delusioni più cocenti.
E allora fingere che vada tutto bene, come se l’unica cosa che conta fosse l’avere imparato ad accettare se stessi, che è comunque una grande conquista, ma non è l’unica, perché gli strali che ti si abbattono addosso ora, portano in un modo o nell’altro, o in una certa misura, ad individuarne le origini proprio in quel passato dal quale si è scampati, e guarda caso, il porto sicuro tanto sicuro poi non era, perché da quello stesso passato era stato prodotto.
Il tempo presente e il tempo passato
Son forse presenti entrambi nel tempo futuro,
E il tempo futuro è contenuto nel tempo passato
Se tutto il tempo è eternamente presente
Tutto il tempo è irredimibile.
“Ciò che poteva essere” è un’astrazione
Che resta una possibilità perpetua
Solo nel mondo delle ipotesi.
Ciò che poteva essere e ciò che è stato
Tendono a un solo fine, che è sempre presente.
Passi echeggiano nella memoria
Lungo il corridoio che non prendemmo
Verso la porta che non aprimmo mai
Sul giardino delle rose. Le mie parole echeggiano
Così, nella vostra mente.
Ma a che scopo
Esse smuovano la polvere su una coppa di foglie di rose
Io non lo so.
(T.S.Eliot, Four Quartets)
In originale:
Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.
What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.
But to what purpose
Disturbing the dust on a bowl of rose-leaves
I do not know.
MANIPOLAZIONI
Filed under: deliri di altri, incomunicabilità, inganni, non sopporto, riflessioni |
Comments (2) Generalmente è un’amica conosciuta da poco, tramite altri amici comuni, una persona simpatica ed estroversa.
Le proponi di andare al cinema una sera, a vedere l’ultimo di Woody Allen. Lei accetta con apparente entusiasmo. Poi:
si presenta in ritardo (forse ha già in mente qualcos’altro), propone di andare al cinema per un’altra strada, non la solita, a piedi quando si era deciso di andare in macchina, o in macchina quando si era deciso di andare a piedi. Per strada incontra un amico (queste persone conoscono un sacco di gente) o, addirittura, si fa abbordare da qualcuno, e ci si ferma a bere un aperitivo. Poi, visto che per il cinema è già tardi, si finisce in birreria dove incontra altri due amici un po’ bizzarri e alla fine si finisce tutti ad una festa improbabile con persone improbabili, dove magari non ci si diverte neppure. La serata ha preso tutt’altra direzione.
E la cosa più sconcertante è che noi, che ci tenevamo a vedere il film di Woody Allen, restiamo affascinati dall’imprevedibilità di quella persona, per la quale, in fin dei conti, proviamo ammirazione: le siamo quasi grati per averci “vivacizzato” la serata, anche se non ci siamo divertiti affatto (per colpa nostra, evidentemente!).
Siamo caduti nella rete manipolatoria.
Il fatto è che questo non lo capiamo e non l’ammetteremmo mai, come se la persona in realtà ci avesse salvati dalla nostra prevedibilità, dalla nostra mediocrità, dalla nostra impopolarità (lei, che conosce tanta gente…).
Attenzione! Ancora una volta: se non si ha sufficiente autostima, se non si ha un carattere forte, non si deve aver paura della mediocrità, dell’impopolarità, nemmeno della noia, perché si diventa le vittime ideali dei manipolatori.
Eppure Il sorpasso l’abbiamo visto tutti. E il povero Trintignant ci ha pure lasciato la pelle. Evidentemente non abbiamo imparato nulla…
No, c’è un’altra spiegazione, e sta nel mancato riconoscimento della situazione. Sappiamo benissimo che esistono persone manipolatrici. Sappiamo benissimo che non dobbiamo essere manipolati. Tuttavia, in quel momento, non riusciamo a riconoscere quella persona come manipolatrice, e quella situazione come situazione di manipolazione.
È come per le truffe agli anziani: bisogna parlarne, dicono, far sapere che esistono. Ma sono convinta che molti ci cadano non per una mancata conoscenza del fenomeno, che anzi conoscono bene, ma per non saper riconoscere come “truffa” ciò che stanno vivendo in quel preciso momento. E’ una diversa forma di ingenuità: non “non lo sapevo” ma “certo che lo sapevo, ma non mi sembrava quello il caso”.
-
Articoli recenti
Archivi
- luglio 2024
- giugno 2024
- aprile 2024
- febbraio 2024
- gennaio 2024
- dicembre 2023
- luglio 2023
- marzo 2023
- febbraio 2023
- dicembre 2022
- luglio 2022
- giugno 2022
- Maggio 2022
- gennaio 2022
- settembre 2021
- agosto 2021
- luglio 2021
- giugno 2021
- dicembre 2020
- settembre 2020
- luglio 2020
- giugno 2020
- Maggio 2020
- aprile 2020
- marzo 2020
- gennaio 2020
- dicembre 2019
- ottobre 2019
- settembre 2019
- luglio 2019
- Maggio 2019
- ottobre 2018
- agosto 2018
- luglio 2018
- giugno 2018
- marzo 2018
- gennaio 2018
- agosto 2017
- giugno 2017
- Maggio 2017
- gennaio 2017
- dicembre 2016
- marzo 2016
- dicembre 2015
- ottobre 2015
- settembre 2015
- agosto 2015
- luglio 2015
- giugno 2015
- Maggio 2015
- marzo 2015
- gennaio 2015
- dicembre 2014
- ottobre 2014
- settembre 2014
- agosto 2014
- luglio 2014
- dicembre 2013
- novembre 2013
- settembre 2013
- agosto 2013
- luglio 2013
- giugno 2013
- Maggio 2013
- aprile 2013
- marzo 2013
- febbraio 2013
- gennaio 2013
- novembre 2012
- ottobre 2012
- settembre 2012
- agosto 2012
- luglio 2012
- giugno 2012
- Maggio 2012
- aprile 2012
- febbraio 2012
- gennaio 2012
- dicembre 2011
- novembre 2011
- ottobre 2011
- settembre 2011
- agosto 2011
- luglio 2011
- giugno 2011
- Maggio 2011
- marzo 2011
- febbraio 2011
- gennaio 2011
- dicembre 2010
- novembre 2010
- ottobre 2010
- settembre 2010
- agosto 2010
- luglio 2010
- giugno 2010
- aprile 2010
- gennaio 2010
- dicembre 2009
- ottobre 2009
- settembre 2009
- agosto 2009
- luglio 2009
- giugno 2009
- Maggio 2009
- aprile 2009
- gennaio 2009
- dicembre 2008
- novembre 2008
- ottobre 2008
- settembre 2008
- agosto 2008
- luglio 2008
- giugno 2008
- Maggio 2008
- aprile 2008
- marzo 2008
- febbraio 2008
- gennaio 2008
- dicembre 2007
- novembre 2007
- ottobre 2007
- settembre 2007
- agosto 2007
- luglio 2007
- giugno 2007
- Maggio 2007
- aprile 2007
- marzo 2007
- febbraio 2007
- gennaio 2007
- dicembre 2006
- novembre 2006
- ottobre 2006
- settembre 2006
- agosto 2006
- luglio 2006
- giugno 2006
- Maggio 2006
- aprile 2006
- marzo 2006
- febbraio 2006
- gennaio 2006
- dicembre 2005
- novembre 2005
- ottobre 2005
- settembre 2005
- agosto 2005
- luglio 2005
- giugno 2005
- Maggio 2005
- aprile 2005
- marzo 2005
- febbraio 2005
- gennaio 2005
- dicembre 2004
- novembre 2004
- ottobre 2004
- settembre 2004
- agosto 2004
- luglio 2004
- giugno 2004
- Maggio 2004
- aprile 2004
- marzo 2004
Categorie
- arte
- attualità
- blog
- cazzeggio
- cesarepavese
- cinema
- citazioni
- cronaca anno di prova
- cultura
- deliri di altri
- dubbi
- flash della memoria
- giochi letterari
- immagini
- impressioni
- incomunicabilità
- inganni
- la caduta degli dei
- lavorare stanca
- libri
- linguaggio
- luoghi
- luogni comuni
- malinconie
- mare
- misteri
- musica
- non raccontiamoci balle
- non sopporto
- paese di mare
- persone
- poesie
- presente
- riflessioni
- scrivere
- sogni
- Uncategorized
- viaggi
- visioni
- zoo di vetro
Meta
Blogroll
-
Abbonati
Abbonato
Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.