Guido Gustavo Gozzano nacque a Torino nel 1833, dopo aver compiuto senza entusiasmo gli studi medii, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, ma non si laureò mai, preferendo frequentare come auditore la facoltà di lettere, attratto soprattutto dalle lezioni di Arturo Graf che influì non poco sulla sua formazione. Vale bene ricordare che Gozzano è con Gaeta, l’unico poeta del Novecento ammesso da Croce. La sindrome psicologica e sociologica di Gozzano è stata splendidamente descritta, prima che da Sanguineti, da Cecchi, come estetismo a specifica tinta d’annunziana. L’operazione poetica gozzaniana, consistette in breve, secondo le parole di Eugenio Montale, nell’attraversare D’Annunzio, per poi approdare ad un territorio tutto suo. La sua vena è quella di uno schietto narratore in versi un po sulla linea di tanta poesia veristica minore del tardo ottocento. Gozzano fondò la sua poesia sull’urto di una materia psicologicamente povera, frusta, apparentemente adatta ai soli toni minori, con una sostanza verbale ricca, gioiosa, estremamente compiaciuta del sé. Con Gozzano si afferma per la prima volta in modo consapevole e conseguente quel carattere problematico arbitrario del rapporto fra la poesia e la realtà, che nega così il naturalismo pascoliano come la sfarzose messe in scena di d’Annunzio, e che sarà costitutivo di tutto il novecento poetico. Da ciò l’ambiguità della posizione gozzaniana nei confronti della poesia. Da una parte sentita come attività di cui ci si vergogna (io mi vergogno, si mi vergogno d’essere un poeta! – motivo d’interesse di tutti i crepuscolari), dall’altra come unico mezzo per percepire una realtà che sfugge ormai all’individuo biografico privo di un suo ruolo sociale.
Guido Gozzano – Ketty
Supini al rezzo ritmico del panka
sull’altalena di cedro il giorno muore
giunge dal tempio un canto or mesto or gaio
giungono aromi dalla jungla in fiore
bel fiore del carbone e dell’acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
alto riversa nella sedia a sdraio
(Sputa. Nell’arco della sua saliva
m’irroro di freschezza, ha puri i denti
pura la bocca, pura la gengiva)
cerulo bionda, le mammelle assenti
ma forte come un giovinotto forte
vergine folle da gli error prudenti
ma signora di sé, della sua sorte
sola giunse da Ceylon a Baltimora
dove un cugino le sarà consorte
ma prima delle nozze, in tempo ancora
(esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l’esplora)
error prudenti e senza rimembranza
Ketty zufola e fuma
la virile freschezza l’inurbana tracotanza
attira il mio latin sangue gentile
non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita la chiome
delle palme s’ingemmano di stelle
ora di sogno, e Ketty sogna –
or come vivete, se non ricco, al tempo nostro?
È quotato in Italia, il vostro nome?
Da noi procaccia dollari l’inchiostro
oro ed alloro! Dite e traducete
il più bel verso d’un poeta vostro
Dico, e la bocca stridula ripete
in italo-britanno il grido immenso
-due cose belle ha il mon…perchè ridete!?
-non rido oimè non rido
a tutto penso che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso
voi non udiste, voi tra i marmi santi
irridevate i Budda millenari
molestavate i chela e gli elefanti
vive in Italia, ignota ai vostri pari
una casta felice d’infelici
come quei monni astratti e solitari
sui venti giri non degli edifici
vostri s’accampa quella fede viva
non su gazzette, come i dentifrici
sete di lucro, gara figgitiva
elogio insulso, ghigno degli stolti
più non attinge la beata riva
l’arte è paga di sé, preclusa ai molti
a quegli data che di lei si muore
ma intender non mi può, benchè m’ascolti
la figlia delle cifre e del clamore
intender non mi può, tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice sulla fronte ardente
gelido è il braccio che ella m’abbandona
come cosa non sua
come una cosa non sua concede l’aglile persona
-o yes, ricerco aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte
l’illustrious lòchs collection più famosa
ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento
dalla Patti a Marconi a Bonaparte…
mordicchioil braccio, con martirio lento
dal polso percorrendo all’ascella
a tratti brevi, come uno stromento
e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie
-dischiomerò per voi l’Italia bella
-manca D’Annunzio tra le mie primizie
(vane l’offerte furono e gl’inviti
per tre capelli delle sue calvizie
-vi prometto sin d’ora i peli ambiti
completeremo il codice ammirando
a maggior gloria degli Stati Uniti)
l’attiro a me (l’audacia superando
per cui va celebrato un cantarino napolitano
dagli Stati in bando…)
imperterrita indulge al resupino
al temerario – o Numi! – che l’esplora
tesse gli elogi, di quel suo cugino
ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze
al pugilato esperte…in Baltimora
il cugino l’attende, a giuste nozze.