Ricordo che ero distesa nella neve, una macchiolina rossa calda che si stava raffreddando, ed ero circondata dai lupi. Mi leccavano, mi mordevano, si avventavano sul mio corpo spingendolo ancora più a fondo. Così accalcati bloccavano quel poco di calore che il sole offriva. Il ghiaccio scintilliva sulle loro gorgiere e i loro fiati formavano figure opache sospese nell’aria. L’odore di muschio dei loro manti mi faceva pensare a un cane bagnato o alle foglie che bruciavano, un odore piacevole e spaventoso insieme. Le loro lingue mi sciolgono la pelle, le zanne impietose mi strappavano le maniche e si impigliavano tra i miei capelli, premevano sulla clavicola, alla giugulare.
Avrei potuto gridare, ma non lo feci. Avrei potuto reagire, ma non lo feci. Ero lì distesa e li lasciavo fare, guardando il cielo bianco dell’inverno diventare grigio.
Un lupo spinse il naso nella mia mano e contro la mia guancia, coprendomi il viso con la sua ombra. I suoi occhi gialliguardavano diritto nei miei, mentre gli altri lupi mi strattonavano da ogni parte.
Rimasi a fissare quegli occhi il più a lungo possibile. Gialli. E a guardargli meglio, con pagliuzze brillanti di tutte le gradazioni dell’oro e del nocciola. Non volevo che distogliesse lo sguardo, e non lo fece. Volevo protendermi ad afferrare la sua gorgiera, ma le mie mani rimasero serrate sul petto, e le braccia aderenti al corpo per il gelo.
Non riuscivo a ricordare che cosa si prova a stare al caldo.
Poi il lupo se ne andò e, senza di lui, gli altri lupi si avvicinarono. Sempre più vicini, soffocanti. Mi sembrava di aver qualcosa nel petto, che si agitava.
Non c’era il sole; non c’era luce. Stavo morendo. Non riuscivo a ricordare com’era fatto il cielo.
Ma non morii. Ero persa in un mare di ghiaccio, e poi rinacqui in un mondo caldo.
Ricordo questo: i suoi occhi gialli.
Credevo che non li avrei più rivisti.