JOAN –

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Faccio la guardia a quelli che, infreddoliti, entrano in sala per fare in fretta colazione: escono dalla nebbia esterna per infilarsi dentro questa fatta di sigarette e cappuccini caldi.
Controllo la mensa, non esiste cosa più stupida al mondo, non esiste attualmente uomo più stupido di me. Il freddo ha cristallizzato per sbaglio questo mondo di brina e case di pianura, ne avevo un ricordo ancora vivo ma ero andato lontano, a sud, alle mie radici; questo gelo mi impone coscienze diverse, sogni diversi, vite diverse. Controllo da ufficiale la mensa di questa caserma prima che tra un quarto d’ora suoni l’adunata e si alzi la bandiera, il mio spirito vola bassissimo.
Non ci sono colori, non c’è un futuro visibile dentro questo inverno, nulla che rompa l’assedio dell’indifferenza di vivere. Io in fondo non sono nulla e mi confonderò tra poco nella nebbia uscendo sul selciato esterno.
– Un caffè tenente? – Annuisco, lui sorride lo prepara e me lo porge sul bancone. Prendo la tazzina e mi giro guardando la mattina che automaticamente si apre davanti a me.
Joan esce dagli altoparlanti come una magia, come un sogno insperato: io non capisco come ma è lei in una vecchia ballata di Bob Dylan, passa un tempo infinito che si scioglie nello sguardo complice del ragazzo del bar
– Lo sapevo che le sarebbe piaciuto tenente, l’ho capito da molte cose in questi giorni.

 Modena 20 Gennaio 1980

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Scriviamo come aggrappandoci agli scogli in un mare tempestoso. I baci e le bocche col loro alito di vita ci passano davanti. TUTTE.
Quelli che mancano all’appello stanno defilati: sanno che verrà il loro tempo, che la loro assenza grida più forte di tutte. Li vuoi Sara? Ne sei sicura? Con essi verrà anche la fine, quella di questa dimensione vitale, l’unica su cui abbiamo messo le mani in attesa delle altre solo intraviste tra un rigo e l’altro.
Vuoi veramente correre loro incontro uomo? Io no. Io aspetto qui senza fretta ho già congedato malamente gli ambasciatori della grande sovrana… penso che me la farà pagare.