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Inizio precisando che il mio obiettivo, in questo articolo, non è fare pubblicità o campagna elettorale verso questa o quella forza politica. Non essendo iscritto ad alcun partito e movimento, e non avendo interessi personali e\o economici che mi leghino ad uno di essi, mi considero sufficientemente libero di esprimere pubblicamente la mia analisi. Quello che segue è, quindi, una sorta di resoconto dei ragionamenti che io stesso ho seguito per scegliere a chi affidare il mio voto.
Sgombriamo intanto il campo dalla domanda che potrebbe risultare più ovvia: perché votare? La stanchezza ed il timore di sprecare un’altra volta il proprio voto è palpabile, specialmente in periodi di crisi. Non si va a votare perché “tanto sono tutti uguali” oppure perché si vuole “mandare un messaggio”, senza contare tutte le persone che si recano alle urne per scrivere messaggi ed improperi sulla scheda dedicati alla classe politica attuale. Bene, considero questi ragionamenti piuttosto debolucci!
Come ricordava perfino un comico come Benigni, chi dice “sono tutti uguali” fa un favore ai ladri, agli incapaci e agli stupidi, perché significa che non li ha riconosciuti in mezzo alla folla. Se costoro restano ai loro posti di potere è proprio perché sono riusciti a convincerci che di meglio non si possa trovare. E gli onest ed i volenterosi che si afacciano, timidi, qua e la sul panorama vengono confusi nel marasma e accomunati agli altri senza appello.
Per quanto riguarda il mandare un messaggio tramite l’astensione, sono più che convinto che, se è difficoltoso cambiare classe dirigente perfino votando in massa, lo sarà ancora di più astenendosi. Non riesco ad immaginarmi una situazione in cui, a fronte di una astensione al 60%, gli alti papaveri dei vari partiti si dimettono e fanno spazio alle novità. No, se una eventualità simile si verificasse, i seggi verrebbero spartiti tra il rimasto 40% ed i teatrini contiunuerebbero come da copione. Per concludere, annullare la scheda non provocherà altro che qualche risata tra gli scrutinatori del seggio: nessuno politico può (né ha mai provato a) leggersi 50 milioni di schede elettorali crucciandosi di eventuali commenti negativi.
Venendo al cuore del problema, chi votare? O meglio, chi voterà il sottoscritto, e come è giunto a questa conclusione? E’ presto detto, ho seguito alcune regole che mi sono autoimposto:
- Ricorda che la politica non è il calcio, e l’elettore non è un tifoso.
- Ricorda che non voti una persona ma una lista di persone.
- Ricorda che non eleggi un governo ma un parlamento.
- Informati quanto puoi e sfrutta al massimo le informazioni che possiedi.
La prima regoletta sembra banale ma non lo è, in molti paesi, tra cui l’Italia, il voto viene dato per tradizione o per fede: “voto da quella parte perché ho sempre votato lì!”. Se vai a mangiare in una pizzeria ci vai perché ti piace la pizza che fanno lì, non perché sei andato lì anche tutte le altre volte.
La seconda e la terza sono regole che ho trovato quasi impossibile far comprendere bene ai miei stessi familiari. Ipnotizzati dalla propaganda, milioni di persone si ostinato a votare la persona, rappresentata dal capopartito o dal capopopolo di turno, dimenticandosi di stare materialmente votando per le centinaia di persone che andranno a ricoprire gli scranni delle due Camere e che in seguito decideranno la sorte di eventuali governi oltre che di tutte le leggi del quinquennio successivo. Un esempio rapido: chi nel 1996 votò l’Ulivo perché apprezzava Romano Prodi, candidato premier, si vide deluso due anni dopo quando i parlamentari che aveva eletto cacciarono Prodi e misero al suo posto prima D’Alema e poi Giuliano Amato. Oggi la situazione è analoga: si dibatte sui capi (Bersani, Monti, Berlusconi, Grillo, Ingroia, Giannino ecc..) escludendo dai ragionamenti i programmi e soprattutto le centinaia di persone che, in Parlamento, potranno attuare o meno quei programmi con i loro voti.
L’ultimo punto, fose il più importante, riguarda l’informazione attiva sui candidati delle liste della propria circoscrizione (l’Italia è divisa in 26 circoscrizioni elettorali, in ciascuna delle quali si presentano per ogni lista e partito 20-30 candidati: il nostro voto contribuisce a far eleggere o meno loro e soltanto loro; non abbiamo alcun influenza sui candidati delle circoscrizioni diverse dalla nostra). Cliccando Qui potrete verificare in quale delle 26 zone vi trovate.

Per quanto mi riguarda, ho iniziato l’analisi andando per esclusione. Ecco dunque per chi ho deciso via via che non avrei votato nel 2013 e, brevemente, il perché:
Non voterò per la Lega Nord. Anche senza considerare il malaffare che ultimamente vi è emerso, e la propensione dei suoi candidati ad esprimersi ruttando piuttosto che ragionando, lo ritengo un partito che ha cessato di avere un senso quando l’Italia è entrata in Europa, 15 e rotti anni fa.
Non voterò per il Popolo della Libertà. E’ uno pseudo-partito di esclusiva proprietà di un signore con dei colossali interessi e con dei colossali problemi che, da quando è in politica, ha cercato in ogni modo (e con successo) di scaricare sulla collettività. Il PDL si è reso artefice delle peggiori leggi mai promulgate da quando è nata la Repubblica Italiana, ed ha imbottito le sue liste elettorali di inquisiti e pregiudicati. Non avrà il mio voto, MAI.
Nemmeno il partitino Fratelli d’Italia, che si è separato dal PDL per darsi un’aria un po’ più pulita, potrà avere la mia preferenza finché resterà alleato allo stesso partito dal quale si è scisso.
Non voterò per l’assembramento centrista dei montiani. Lo ritengo il caso emblematico della violazione della regola numero 2 sopra riportata. Mario Monti potrà essere la più elegante, preparata ed equilibrata persona sulla faccia della terra, ma finché si presenterà spalleggiato da persone legate pesantemente agli interessi dei grandi gruppi finanziari ed industriali, per non parlare dei candidati dei partitini che lo sostengono come l’UDC (quello che supportò a spada tratta Salvatore Cuffaro) o il FLI, non potrà avere il mio voto.
Non voterò per il Partito Democratico, né per i suoi alleati minori (SEL e microcentristi vari). Anche se di tanto in tanto emette qualche segnale di vita e qualche esempio di tentata democrazia, come le primarie, rimane un colosso litigioso e inamovibile, inchiodato sulla conservazione della propria classe dirigente, che perpetua se stessa da oltre 20 anni, e che si è dimostrata ugualmente incapace, a mio avviso, di mettere in atto le politiche necessarie al paese quando era maggioranza, o denunciare e dissociarsi dagli intenti dei governi berlusconiani, in quasi dieci anni di opposizione. Tutto, di questo partito, mi riporta ad uno slogan immaginario che ho sentito in rete in questi mesi: “Votami, ti spiegherò poi!“. Grazie, no.
Per farla breve, mi sono concentrato su due entità politiche, entrambe relativamente nuove, che potrebbero per la prima volta mettere piede in parlamento: il Movimento 5 Stelle e Rivoluzione Civile.
Il primo mi lascia tuttora perplesso per molti aspetti legati alla influenza del suo fondatore, Beppe Grillo, che non sembra ben disposto verso le voci fuori dal coro, e questo non è bene in un movimento che punta a riscattare un paese. Tuttavia, sono per la prima volta in condizione di votare una lista che rifiuta a priori di candidare degli indagati, che pone un limite di 2 mandati elettorali, e che candida persone scelte dal basso, pulite e volenterose. Il rischio che molte di esse, col passare degli anni, vengano “infettate” dalla sporcizia della politica esiste, ma a mio avviso meglio partire da una persona onesta rischiando che diventi disonesta in futuro piuttosto che affidarsi direttamente ad un ladro. Per conoscere almeno un po’ i candidati a cinque stelle della vostra circoscrizione, potete consultare questa sezione del sito. Il link rimanda alla circoscrizione 3 (Lombardia Uno, la mia), ma cambiando il numero nella barra dell’indirizzo potrete facilmente passare alla vostra.
Il secondo, pur essendo abbastanza distante dalla mia visione del mondo per quanto riguarda alcuni aspetti (si autodefinisce un partito della sinistra radicale, ideologia nella quale non mi riconosco), potrebbe ottenere il mio voto perché rappresenta, a mio avviso, la migliore garanzia di una opposizione seria. Quella, per intenderci, che non intavola dialoghi quando sono in gioco i diritti civili o il rispetto della legalità, ma difende questi valori a spada tratta. Quando gli interessi economici e politici tendono a convergere per deviare l’operato degli organi di garanzia (informazione e giustizia) affinché pensino a cosa conviene fare prima di pensare a cosa è giusto fare, si fa vivo più che mai il bisogno di avere questo tipo di opposizione feroce.
Questa, volendo, potrebbe diventare la 5a regola: non pensare soltanto a votare maggioranze, pensa anche a votare opposizioni. Se in Italia ci fosse stata una parvenza di opposizione decorosa, in questi 20 anni, ci saremmo già scordati da tempo di problemi quali conflitti d’interesse, spread e psiconani vari.
Qui finisce il sommarietto della mia analisi pre-voto. Se voterò soltanto per i giovani volenterosi del M5S o solo per gli agguerriti militanti di Riv.civile, o magari per entrambi con un voto dissociato tra Camera e Senato, lo deciderò in queste ultime settimane.
Per quanto riguarda il resto, spero che questa “riflession ad alta voce” possa esservi utile. Se avete domande non esitate a chiedere, vi risponderò (per quanto mi sarà possibile) più che volentieri!
Che cosa si intende, oggi, per essere super partes, ossia al di sopra delle parti?
Erroneamente si tende a ritenere che una figura imparziale si debba astenere dal giudicare, dall’avere opinioni o dal prendere posizione, dal far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra…rimanere terzi non nelle preferenze ma nella sostanza, ossia essere neutrali.
I due concetti sono invece molto diversi tra loro. Diamo uno sguardo al Treccani:
Imparziale: (agg.) di persona che nel giudicare e nel trattare si mostra obiettiva e spassionata, seguendo unicamente un criterio di giustizia, senza favorire per interesse o per simpatia più gli uni che gli altri.
Neutrale: (agg.) di persona o gruppo di persone che si astiene dal prendere posizione tra due parti contrapposte che discutono o comunque contendono.
Riflettiamoci un attimo pensando a qualche esempio. Un arbitro di gioco può essere definito “di parte” perchè fischia un fallo contro una squadra che lo ha commesso? Un giudice può essere definito “di parte” perché in un contenzioso giuridico dà ragione ad una parte e torto all’altra? Un giornalista può essere considerato parziale perché pubblica notizie scomode e scottanti per un politico o un imprenditore che, inevitabilmente, rischiano di avvantaggiarne gli avversari? Ovviamente no in ciascuno deii tre casi. Gli arbitri devono obbedire solo ai regolamenti di gioco, i giudici soltanto alla legge, ed i giornalisti (ancor prima che alla legge) alla verità.
Se avete mai visto trasmissioni televisive in cui si discute di attualità e politica (penso istintivamente a Ballarò) o letto alcuni tra i quotidiani cosiddetti cerchiobottisti, che danno cioè un colpo al cerchio ed uno alla botte (penso istintivamente al Corriere), credo riconoscerete al loro interno un’ottica che dovrebbe essere imparziale e che si rivela invece essere di fatto neutrale:
Il signore di destra afferma che il PIL è cresciuto, il signore di sinistra afferma che il PIL è diminuito..bene, ognuno ha la sua opinione ed io conduttore non posso comunicare al pubblico i dati reali sul PIL, perché finirebbero per dare ragione ad uno dei due, ed io verrei tacciato di essere parziale o, peggio, fazioso… E così nasce il regno dell’ignavia.
E’ il principio del contraddittorio perpetuo: se il programma manda in onda un servizio che dice che il tal politico o uomo d’affari è un delinquente o un incapace, poi deve mandarne uno analogo per dire che è una brava persona, altrimenti, beh..la trasmissione non è equilibrata! Quest’ultimo esempio parrebbe una battuta, ma è accaduto davvero nel 2010 alla trasmissione Report di MIlena Gabanelli, costretta ad una puntata riparatoria nei confronti dell’allora ministro Tremonti.
Per la stessa ragione sono stati sistematicamente cacciati dalla televisione pubblica conduttori e giornalisti non perché attaccassero politici per motivi oscuri, ma semplicemente per aver detto la verità. Fu il caso di Enzo Biagi e Daniele Luttazzi nel 2002, di Michele Santoro nel 2002 e nel 2011, di Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Massimo Fini e molti altri negli ultimi 10 anni..

Un trattamento ancora peggiore lo subisce la magistratura, “mi ha condannato quindi ce l’ha con me” , “i giudici sono tifosi” ecc… e più o meno ogni voce in rete che ancora tenta di costruire ragionamenti basati sui fatti e non sugli slogan. Inutile specificare che un giudice può venire descritto nello stesso telegiornale sia toga-rossa che toga-nera a distanza di qualche mese poiché ha seguito inchieste su politici dapprima della maggioranza e poi dell’opposizione.
Da parte mia, criticherò sempre quella che ritengo una violazione dei diritti umani o della legalità quando me la troverò di fronte, che venga perpetrata da gente di destra o di sinistra, del nord e del sud, atei o credenti, maschi o femmine, interisti o atalantini.
]]>Europa 7 è una rete televisiva, che nel lontano 1999 vinse la gara per le concessioni delle frequenze Tv nazionali, e che ancora oggi, dopo quasi 13 anni, non può trasmettere. Perché? Perchè le frequenze che le spettano erano occupate già allora da Rete 4, di proprietà di Berlusconi che di lì a poco sarebbe diventato Presidente del Consiglio, e che avrebbe perso parecchio denaro se una delle sue tre reti fosse stata spostata sul satellite.
Un breve sommario della vicenda:
1999: Europa7 vince la gara, il Ministero delle Comunicazioni decide di farla attendere.
2002: La Corte Costituzionale ribadisce, come già nel 1994, che nessun privato può possedere più del 20% delle reti televisive nazionali e che pertanto delle 3 reti Mediaset una (Rete4 appunto) va rimossa. La stessa Corte fissa un limite improrogabile entro il 31 dicembre 2003 per il passaggio esclusivo al satellite e/o al cavo.
2003: La Legge Gasparri blocca il riassegnamento delle frequenze in attesa dell’entrata in funzione del nuovo digitale terrestre, e nel frattempo il cosiddetto Decreto Salvareti (sempre ovviamente del Governo Berlusconi) assicura a Mediaset la continuità di trasmissioni.
2008: Sentenza della Corte di Giustizia Europea. Cito da Wikipedia: “affermava che il sistema televisivo in Italia non è conforme alla normativa europea che impone criteri obiettivi, trasparenti e non discriminatori nell’assegnazione delle frequenze. Un ritardo nell’applicazione della direttiva europea avrebbe comportato una pena pecuniaria a partire dal 1 gennaio 2009 (circa 350 000 euro al giorno), calcolata con effetto retroattivo fino al 1 gennaio 2006”
2008-2012: seguono varie vicende giudiziarie ed ammiistrative con cui non vi tedio…
2012: il TAR del Lazio sentenzia che il Ministero dello Sviluppo Economico dovrà versare 1.500 euro al giorno ad Europa 7 fin quando non riuscirà a trasmettere dove e come promesso.
Anche tralasciando le enormi spese che il proprietario e gli azionisti di Europa7 hanno sostenuto in questi anni per sviluppare una rete televisiva che ancora non può trasmettere come dovrebbe, non farebbe male considerare quanti soldi dovremo sborsare NOI come cittadini italiani per pagare le multe che i nostri Governi hanno preso per aver così palesemente calpestato il diritto di libero mercato.
In una sola frase: Silvio&soci non vogliono perdere milioni di euro per farli guadagnare ad un concorrente, quindi cambiano le leggi in modo illegittimo per continuare a guadagnare, e quando arrivano infine le multe da pagare per tali comportamenti illegittimi, a pagarle sono i cittadini. Bello vero? Chissà quando succederà che, a forza di fare i propri interessi, questi qua faranno anche i nostri…
]]>Premessa: cosa sarebbe questa famosa trattativa stato mafia di cui tanto si parla?
Per farla breve, nei primi anni ’90 Cosa Nostra, già duramente colpita dal MaxiProcesso organizzato da Falcone e Borsellino, vedendo i suoi referenti nel mondo della politica vacillare e poi cadere uno dopo l’altro per gli scandali giudiziari di Tangentopoli e affini, inizia una sanguinosa campagna di attentati piazzando bombe in vari punti d’Italia e causando decine di vittime innocenti. Sono le cosiddette stragi di mafia. Lo scopo è intuibile: farsi sentire, evocare con il sangue personalità nuove nella politica con cui poter accordarsi. E qualcosa probabilmente si muove davvero, dato che nella seconda metà degli anni ’90 la mafia, tutt’altro che sconfitta, cessa improvvisamente di compiere attentati di questo tipo e si “inabissa” rapidamente sotto la nuova guida di Bernardo Provenzano, che sostituisce il boss Totò Riina, ora ospite della patrie galere.
Tuttora la “trattativa” è oggetto di indagine di diverse procure, unitamente alle indagini sulle stragi di mafia che per la dislocazione georgafica ricadono sotto la giurisdizione di Milano, Firenze, Palermo, Caltanissetta ecc.. e proprio da qui nasce il caso che vedetra indagati o semplicemente “interessati” eccellenti Nicola Mancino, già Ministro dell’Interno negli anni delle stragi, Loris D’Ambrosio, consulente giuridico della Presidenza della Repubblica, Piero Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia, ed altri… Dalle intercettazioni telefoniche regolarmente ordinate dalla Procura di Palermo verso Mancino, che è attualmente indagato per falsa testimonianza, emergono una serie di conversazioni tra lui e gli altri di cui sopra riguardo alle indagini che le varie procure stanno svolgendo sulla trattativa stato-mafia, e si può facilmente intuire la preoccupazione e la costante richiesta di “interessamenti attivi” nei confronti dei procuratori, in aperto contrasto con il principio di indipendenza dei poteri… Per una analisi più approfondita rimando a questo articolo del Fatto.

Il caso volle che fra le varie persone che dialogavano al telefono con Mancino ci fosse anche il Presidente Napolitano. Cosa si siano detti non lo sappiamo, e proprio qui si gioca la partita! Per legge il Presidente della Repubblica non è intercettabile se non in casi di estrema gravità e mediante procedure ben definite dalle norme. Qui però la faccenda è diversa, poiché ad essere intercettato non è Napolitano ma Mancino, e il fatto che lui abbia parlato col presidente è una cosa che ovviamente non era prevedibile a priori..
La Procura di Palermo, dopo l’interessamento diretto di Napolitano, ha assicurato che ai fini dell’indagine le telefonate tra lui e Mancino erano ininfluenti e che quindi sarebbero rimaste secretate, non essendo di alcuna rilevanza penale. Tutto a posto? No.
Non soddisfatto di queste rassicurazioni, Napolitano ha espressamente richiesto alla Procura che le registrazioni delle telefonate in cui compare la sua voce vengano distrutte. Il Procuratore di Palermo, non avendo nulla da obiettare, ha preannunciato quindi che inoltrerà al GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) la richiesta di distruzione con il proprio parere favorevole. Il giudice disporrà poi se lo riterrà opportuno la loro distruzione ma non prima di un confronto con gli avvocati della difesa. Tutto ciò per una ragione molto semplice: nelle registrazioni, pur non essendoci nessun elemento utile all’accusa, potrebbe sempre essercene qualcuno utile alla difesa, e se la Procura le distruggesse di propria autorità commetterebbe un arbitrio inaccettabile. Anche qui sembrerebbe tutto a posto, invece, nuovamente…no!
Di fronte alla risposta ottenuta Napolitano ha sollevato ufficialmente un conflitto di attribuzione conto la Procura di Palermo di fronte alla Corte Costituzionale. Lo scopo? Sperare che la Corte sentenzi in suo favore ed ordini alla Procura di distruggere i nastri senza inoltrare richieste al GIP, per non rischiare che tali nastri, giunti davanti al contraddittorio con le difese, vengano inseriti in atti pubblici del processo e diventino quindi di dominio pubblico, finendo un istante dopo (e con tutte le ragioni) sulle pagine di tutti i quotidiani.
Se dal punto di vista giuridico non si può fare altro che attendere la decisione della Corte Costituzionale, i cui tempi di reazione sono solitamente secolari, dal punto di vista politico e storico ci si può domandare: Che cosa c’è, in quelle telefonate, che preoccupa tanto il presidente da spingerlo a giocarsi la carta dello scontro istituzionale pur di evitare il minimo rischio che vengano pubblicate?
E da tutto questo, come può non nascere il sospetto che dentro queste oscure trame ci sia anche la più alta carica del nostro stato?
Quoque tu ,Giorgio?
). Numerose le polemiche che quest’incontro ha fatto e farà nascere nella società milanese ed italiana in generale, anche dal punto di vista economico. Oggi voglio però concentrarmi su un argomento, quello delle unioni civili, che mi sono trovato più volte a discutere in privato con amici e conoscenti, e che torna certamente sotto i riflettori dopo le inevitabili dichiarazioni in senso opposto fatte dal pontefice durante la funzione, che ha ribadito l’unicità del concetto di famiglia intesa come unione di uomo e donna.
Dato l’argomento occorre una premessa:
Non intendo trattare il capitolo delle coppie di fatto da un punto di vista religioso. Altri (penso ad esempio a questo ottimo post di Gabriele) hanno già parlato di questi temi affrontandoli da una angolazione differente: chi da cattolico, chi dall’ottica psicologica, chi da quella antropologica. Per quanto mi riguarda lascio la psicologia agli psicologi, l’antropologia agli scienziati e la religione cattolica al Papa, che d’altronde fa anche il suo mestiere. E voi direte: cosa rimane?
Beh, rimane ciò che mi sta più a cuore: il dibattito sui diritti umani, la legalità e lo stato di diritto a cui dovrebbe naturalmente tendere il nostro paese. In parole povere, è ora di parlare un po’ di Unioni Civili dal punto di vista della Costituzione. L’Italia è una democrazia, e come tale deve vedere lo Stato farsi garante delle libertà individuali tramite la legiferazione. In questo senso la democrazia si fonda su un insieme di principi, i diritti fondamentali, che non possono e non devono essere negati neppure su pressione o per colpevole indifferenza della maggioranza dei cittadini.
Per dirla in modo semplice, ciò che fanno i cittadini non può essere soggetto a limitazioni fintanto che non viola i diritti di altri cittadini o quelli della comunità intera, e questo a prescindere da quanto ci piaccia ciò che i nostri concittadini fanno.
Partiamo dunque da due articoli della Costituzione Italiana:
Art. 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 29: La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio (…).
Vi sono quindi espressi due concetti diversi. Un riconoscimento diretto della famiglia come fondata sul matrimonio, ed un riconoscimento più ampio dei diritti dell’individuo all’interno delle formazioni sociali, quali potrebbero essere ad esempio le stesse Unioni Civili.
Scendendo nel pratico, troviamo le sentenze dei due massimi organi giuridici della Repubblica Italiana, la Corte Costituzionale e la Corte Suprema di Cassazione.
Corte costituzionale (Sentenza 138 del 2010)
Afferma e riconosce sostanzialmente due concetti:
1) La Costituzione così com’è scritta non obbliga il legislatore ad estendere alle coppie omosessuali la possibilità di accedere all’istituto del matrimonio. Allo stesso modo non impedisce di farlo; in sostanza l’estensione o meno del matrimonio alle coppie omosessuali è una scelta a discrezione del parlamento.
2) Al di la del concetto di matrimonio, esistono diritti che spettano anche alle coppie omosessuali e che al momento risultano negati. La Corte sentenzia infatti che
“per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione (…). In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.
Corte Suprema di Cassazione (sentenza 4184 del 2012)
Precisando che la differenza di sesso non è più da considerare quale elemento naturalistico del matrimonio, la Corte ha affermato e ribadito che, a prescindere dall’intervento del legislatore, le coppie omosessuali sono titolari del diritto alla vita familiare, del diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia e del diritto alla tutela giurisdizionale di specifiche situazioni, per le quali hanno il pieno diritto di rivolgersi al giudice per far valere il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata.
A queste inequivocabili sentenze aggiungerei la delibera del 13 Marzo 2012 del Parlamento Europeo secondo la quale gli Stati membri dell’Unione Europea non devono dare al concetto di famiglia “definizioni restrittive” allo scopo di negare protezione alle coppie omosessuali e ai loro figli.

]]>Quando vennero per gli ebrei e i neri, distolsi gli occhi
Quando vennero per gli scrittori e i pensatori e i radicali e i dimostranti, distolsi gli occhi
Quando vennero per gli omosessuali, per le minoranze, gli utopisti, i ballerini, distolsi gli occhi
E poi quando vennero per me mi voltai e mi guardai intorno, non era rimasto più nessuno…(Hue and Cry, Yellow Triangle )
Comincio il post di oggi con questa citazione di dubbia provenienza (alcuni la fanno ascendere all’antica Roma) ma di sicura validità in ogni luogo e tempo.
Lo faccio a causa di un breve testo che mi è capitato sottomano, e che da qualche settimana gironzola nel web tra social network e blog. Non ne ho afferrato l’autore originale, ma se ne cercate qualche parola su google troverete numerose riferimenti;
Ve lo riporto qui integralmente, perché l’ho trovato ottimo esempio delle vette alla quali può assurgere la stupidità umana:
“Quando un tipo di destra non è cacciatore e non gli piacciono le armi, non va a caccia e non compra armi. Quando un tipo di sinistra non è cacciatore e non gli piacciono le armi, chiede che sia proibita la caccia e la vendita di armi.
Quando un tipo di destra è vegetariano, non mangia carne. Quando un tipo di sinistra è vegetariano, fa una campagna contro gli alimenti di carne e gli piacerebbe che si proibisse di mangiare carne.
Quando un tipo di destra è omosessuale, cerca di fare una vita normale. Quando un un tipo di sinistra è omosessuale, fa apologia dell’omosessualità, va alle manifestazioni “gay pride” e accusa di “omofobia” tutti quelli che non la pensano come lui o usino la parola “culattone” o “frocio” al posto omosessuale.
Quando uno di destra perde il lavoro, pensa a come uscire dalla situazione e fa di tutto per trovare un nuovo lavoro. Quando uno di sinistra perde il lavoro, va a lamentarsi col sindacato, spende fino all’ultimo giorno e va a tutte le manifestazioni e scioperi contro la destra e contro gli imprenditori.
Quando a un tipo di destra non mi piace un programma televisivo, cambia canale o spegne il televisore. Quando a un tipo di sinistra non piace un programma televisivo, se ne lamenta coi giornali, lo denuncia sui quotidiani, alle radio, alle televisioni, ai partiti politici di sinistra e promuove un’associazione perché chiudano il canale televisivo che trasmette quel programma.
Quando un tipo di destra è ateo, non va in Chiesa.Quando uno di sinistra è ateo, perseguita tutti quelli che credono in Dio, denuncia la scuola o l’istituzione che esponga un crocifisso, protesta contro ogni segno di identità religiosa, chiede che si esproprino i beni della Chiesa, che si proibisca la settimana Santa e ogni processione o pellegrinaggio (contro l’Islam non fa niente perché non ne ha il coraggio).
Quando uno di destra ha problemi economici, cerca il modo di lavorare e di guadagnare di più o cerca di trovare un finanziamento per pagare i propri debiti, e, se può, risparmia. Quando un tipo di sinistra ha problemi economici ne dà la colpa alla destra, agli imprenditori, alla borghesia, al capitalismo, ai neoconservatori ecc. ecc., poi si mette in un sindacato sperando che lo infili poi in un partito politico o dove si riesca.”

Premetto che non mi interessa affatto in questa sede dibattere sul concetto di destra o di sinistra, che ha spesso significati diversi a seconda delle proprie vicende personali.
Mi riesce però difficile evitare di sorridere per la palese ignoranza (o, peggio, la malafede) di chi ha compilato questo testo quando parla di trasmissioni televisive nel paese in cui sono stati regolarmente cacciati dalla tv pubblica giornalisti e conduttori che infastidivano la maggioranza di governo, basti pensare ad Enzo Biagi, a Santoro o a Luttazzi.
E’ perlatro evidente che l’autore non ha mai conosciuto di persona un disoccupato, e intendo con questo un operaio o un impiegato licenziato in tronco, non il Megadirettore Globale che ha liquidato la propria azienda di recente.
Quello che ritengo intollerabile per una persona che si reputa intelligente nel 2012 è il concetto strisciante, ma nemmeno tanto, palesemente contrario allo Stato di Diritto, alla libertà di espressione e perfino al buon senso, che emerge da parte dell’autore che si autodefinisce “di destra” (scelta sua), e che io riassumerei così:
- Io faccio quello che voglio.
- Se qualcuno ha un problema che io non ho, affari suoi.
- Se a qualcuno non sta bene quello che faccio, affari suoi.
- Se a me non sta bene quello che fa qualcuno, protesto.
- Se a qualcuno non sta bene che io protesti, affari suoi.
Nei paragrafi che parlano di religione o di omosessualità la contraddizione è palese: chi protesta contro le idee dell’autore (omofobia, cristianesimo, ecc..) è uno che “accusa“, “perseguita“, ecc. Quando è l’autore a protestare contro idee altrui (omosessualità, islam, ecc..) è questione di “coraggio” e “libertà“..
Mah, io concludo qui, mi sembra superfluo andare oltre.
Voi cosa ne pensate?

Non sono bravo nella scrittura di lacrimosi ed accorati discorsi di commemorazione, quindi ho deciso di onorare non tanto le loro persone, che come tutti gli esseri umani, famosi o sconosciuti che fossero, hanno diritto ad essere ricordate, quanto al ruolo che hanno scelto di svolgere nella lotta alla criminalità organizzata.
Per farlo, trascrivo alcune citazioni sulla Mafia raccolte negli anni tra politici, magistrati e quant’altro…se li leggerete spero capirete subito il mio particolare criterio di suddivisione.
Capaci
- Abbiamo oggi una mafia più civile e una società più mafiosa. Una mafia sempre più in giacca e cravatta e una società che cambiandosi abito troppe volte al giorno sceglie il travestimento. Insomma, abbiamo interi pezzi di società che hanno ormai introiettato i modelli comportamentali dei mafiosi. E lo si vede in tutti i campi. (Antonio Ingroia)
- Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. (Paolo Borsellino)
- Non mi chiedete chi sono i politici compromessi con la mafia perché se rispondessi, potrei destabilizzare lo Stato. (Tommaso Buscetta, pentito di mafia, a Falcone)
- Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. […] I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo… Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante. È un problema di vertici e di gestione della nazione, è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale definitivo l’Italia” (Giuseppe Fava)
Incapaci
- Con mafia e camorra bisogna convivere e i problemi di criminalità ognuno li risolva come vuole. (Pietro Lunardi)
- La mafia non esiste. (Salvatore Cuffaro)
- Io non sto né con la mafia, né con l’antimafia. Almeno non con questa antimafia che complotta contro di me attraverso pentiti pilotati. (Marcello dell’Utri)
E infine, qualche post scriptum, per chi non sapesse già queste cose:
- l’on.Giulio Andreotti, senatore a vita, già 7 volte Presidente del Consiglio, è stato riconosciuto colpevole di Associazione per delinquere con Cosa Nostra nell’ottobre 2004 in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Non poté però essere condannato per intervenuta prescrizione. Nonostante ciò siede ancora in parlamento, e gran parte degli italiani ritiene tuttora che egli sia stato assolto in quanto innocente.
- Nel 2011 per la prima volta nella storia della Repubblica è stato nominato ministro un imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, l’on.Saverio Romano. Pur avendo il diritto e la sostanziale ragione per rifiutarsi, il Presidente della Repubblica Napolitano lo ha nominato ministro auspicando solo che venisse “fatta chiarezza”.
In seguito alle gravi accuse, alla Camera Pd,Idv e Fli presentano una mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti. Il 29 settembre 2011 la Camera respinge la sfiducia con 315 no (PdL, Lega, Pt, FdS,) 294 si (Pd, IdV, Udc, Fli, Api, Mpa, LD, Pri, Svp, Ald) e nessun astenuto.
Prima o poi intendo parlare in prima persona del Movimento 5 Stelle, che ha avuto il suo primo significativo exploit alle ultime elezioni amministrative e che, confido, ne avrà di maggiori alle prossime politiche..
Nel frattempo vi lascio l’editoriale di Marco Travaglio di ieri sera a Servizio Pubblico, sia perché dice cose interessanti, sia perché è uno dei giornalisti italiani di cui ho imparato a fidarmi abbastanza..
]]>Riforme passate (attuate o fallite):
Faccio notare come sia impossibile dare un colore politico a questi provvedimenti, dato che coprono quasi 20 anni di legislature e governi differenti.
- Decreto Salvaladri (Luglio ’94, gov. Berlusconi I). Nel pieno di Tangentopoli, vieta la custodia cautelare in carcere per i reati contro la pubblica amministrazione e i reati finanziari come corruzione e concussione. Le proteste inferocite dei cittadini indurranno il parlamento a far decadere il decreto, che in poche settimane ha già fatto uscire centinaia di “colletti bianchi” dalle patrie galere.
- Riforma dela custodia cautelare (Agosto ’95, gov. Dini) Anche detto Manette difficili, rende difficoltoso l’uso della custodia in carcere. Oltre ai reati finanziari e contro la pubblica amministrazione è abolito l’arresto obbligatorio per associazione mafiosa, accorciata la durata massima della custodia cautelare ed abrogato l’articolo 371bis (arresto in flagranza per falsa testimonianza) introdotto anni prima grazie alla strenua lotta di Giovanni Falcone.
- Articolo 513cpp (Luglio ’97, gov.Prodi I) impone la inutilizzabilità nei processi delle testimonianze rese dagli imputati davanti al procuratore nel caso in cui essi non si presentino a ripeterle al processo. Avete presente il Miranda Warning dei film americani? “Ha diritto di rimanere in silenzio, tutto quello che dirà potrà essere usato contro di lei in tribunale“. Ecco, in Italia non potrà essere usato. La norma, dopo 1 anno e mezzo di scempio e sterminio di processi in corso, viene dichiarata incostituzionale dala Consulta, e quindi cancellata.
- Articolo costituzionale 111 (Novembre ’99, gov.D’alema I) Chiamato, indegnamente, “Giusto Processo“. La norma 513cpp appena cancellata dalla Consulta viene reintrodotta dal parlamento con legge costituzionale a maggioranza di 2/3 (evitando così il referendum popolare confermativo), neutralizzando quindi la decisione della Corte.
- Riforma Castelli dell’ordinamento giudiziario (2004-2005, gov. Berlusconi II-III). Respinta dall’allora Presidente della Repubblica Ciampi per gravi profili di incostituzionalità e riapprovata subito dal parlamento con lievi modifiche. Resterà in parte inattuata per lo scadere della legislatura, ma molti aspetti saranno esaminati più avanti nel post tra le norme in gestazione.
- Legge ex-Cirielli (Novembre 2005, gov. Berlusconi III). Così chiamata a causa del disconoscimento da parte del suo stesso proponente, riduce drasticamente i tempi di prescrizione per gli incensurati. Come conseguenza, i reati annualmente prescritti salgono in media da 100mila a 135mila. A sette anni dall’entrata in vigore sta ancora mietendo vittime giorno per giorno tra decine di migliaia di processi in corso.
- Legge Pecorella (Gennaio 2006, gov.Berlusconi III). Abolisce l’appello quando a richiederlo è il Pubblico Ministero, contro assoluzioni o prescrizioni. Lo mantiene invece se è l’imputato a chiederlo in seguito ad una condanna in primo grado. Ciampi respinge la norma perché incostituzionale ma il governo allunga di un mese la scadenza della legislatura per riapprovarla, costringendo il Presidente della Repubblica a firmarla. Sarà poi bocciata dalla Consulta, proprio in quanto incostituzionale.
- Riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario (2007, gov.,Prodi II). Riprende buona parte della riforma Castelli, nonostante la promessa elettorale di cancellarla completamente. Tra le norme più devastanti quella che obbliga ciascun magistrato a frequentare ogni quattro anni una speciale Scuola della magistratura con relativi esami di professionalità. Inoltre, chi ricopre incarichi direttivi (procuratore capo, presidente di Tribunale o di Corte d’Appello) o semidirettivi (procuratore aggiunto) non può durare in carica più di 8 anni, poi è obbligato a cambiare sede. I procuratori dei “pool” specializzati (come quelli antimafia) dovranno cambiare ogni 10 anni, sprecando così l’enorme esperienza acquisita sul campo.

Ho deciso di separare queste norme dalle successive poiché quanto segue riguarda la legislatura ancora in corso e pertanto si tratta di materia soggetta a modifiche. Dall’elenco ho escluso comunque le leggi come il Lodo Alfano ed il Legittimo Impedimento che, pur essendo delle sane schifezze, erano più che altro destinate a salvare una persona sola dalle patrie galere. Ecco dunque i provvedimenti sulla Giustizia discussi o in discussione nel nostro attuale parlamento.
Riforme attuali:
- Legge sul Processo Breve (2010- gov.Berlusconi IV). Il nome è fuorviante. Tale norma pretende di accorciare “per legge” la durata dei processi a 6 anni e mezzo, così ripartiti: 3 anni per il primo grado, 2 per l’Appello e il restante per la Cassazione. Occhio: la legge non fa assolutamente nulla per rendere più rapidi i processi; si limita ad imporre che allo scadere del termine tutti i i processi ancora in corso vengano cancellati. Un po’ come se, per diminuire gli enormi tempi d’attesa degli esami ospedalieri, si facesse una legge che dichiara “guarito” un paziente che abbia aspettato in lista d’attesa per più di tot settimane, senza preoccuparsi di sveltire realmente le procedure. La legge è stata fermata dopo lunghi iter parlamentari anche grazie all’opposizione dei cosiddetti “finiani” in commissione.
- Legge sul Processo Lungo (2010- gov.Berlusconi IV). Impone al giudice di accettare senza discussioni tutti i testimoni presentati dalla difesa, togliendogli quindi la possibilità di eliminare i testi ritenuti superflui al dibattimento o inseriti soltanto per allungare i tempi ed arrivare a prescrizione. Ad esempio, in una causa per accoltellamento ad una partita di calcio, il difensore potrà chiamare a deporre tutti e 60.000 gli spettatori dello stadio senza che la corte possa aprire bocca a riguardo. La legge si è (almeno per il momento) arenata al Senato.
- Legge sulle intercettazioni (2009- in corso). Anche detta Legge Bavaglio. Oltre a limitare enormemente la possibilità per gli inquirenti di utilizzare questo strumento durante le indagini, imponendo ad esempio che per disporre una intercettazione siano necessari gravi indizi di colpevolezza (ossia, per fare indagini devi già sapere chi è il colpevole..) impedisce alla stampa di riportare in tutto, in parte o anche in riassunto le intercettazioni contenute negli atti fino all’inizio del processo di primo grado. Occhio: non si sta vietando di pubblicare atti segreti, che è già vietato da sempre, per evitare che un indagato possa approfittarne e depistare le indagini. Si sta vietando di pubblicare atti pubblici. Pubblico ma non pubblicabile. Una degli infiniti paradossi italiani…
- Riforma Alfano dell’ordinamento giudiziario (2011- in corso). Ebbene si, due riforme dell’ordinamento giudiziario negli ultimi 5 anni sembravano pochine, così qualcuno ha sentito l’esigenza di fare di più..ossia di fare peggio. La riforma Alfano, definita Epocale dal suo stesso firmatario, ha un solo scopo: eliminare una volta per tutte il pericolo che la magistratura disturbi il malaffare che regna sovrano nella nostra classe politica, portando di fatto l’azione penale, esercitata dal potere giudiziario (la Magistratura), sotto il controllo del potere esecutivo (il Governo) e di quello legislativo (il Parlamento).
Per concludere: La riforma Alfano contiene diverse norme differenti. Sia per motivi di spazio che per l’importanza enorme che questa legge rappresenta per il futuro della giustizia italiana, tornerò sull’argomento più avanti, magari in un post dedicato solo a quello.
Curiosità:
– La moda di approvare le leggi peggiori durante l’estate non è casuale, è una scelta deliberata che punta sulla distrazione estiva e sulla proverbiale smemoratezza degli italiani.
– L’alto numero di leggi sulla giustizia rivelatesi incostituzionali e le frequenti modifiche alla Costituzione stessa che il parlamento approva per reinfilarcele fanno venire nel cittadino onesto il forte sospetto che siano propri i nostri politici ad essere, loro, incostituzionali.
Per farlo, occorre capire per quale motivo è tanto importante avere un sistema giudiziario che funzioni bene. Innanzitutto prendiamo in considerazione quelle che sono le due tipologie principali di procedimenti: le cause civili e le cause penali.
La giustizia civile si occupa di risarcimenti: persone, aziende o società (e in qualche caso la pubblica amministrazione) fanno causa ad altre persone, società, ecc per ottenere il riconoscimento dei propri diritti economici. Quello che in gergo è detto “chiedere i danni”. Il funzionamento del ramo civile impatta molto sulla crescita economica di un paese: se il rapporto tra le aziende è serio ed onesto, l’economia ne trae giovamento. Teniamo presente che le sentenze dei tribunali civili sono immediatamente esecutive; ciò vuol dire che chi è condannato a pagare un risarcimento paga subito, anche nel caso in cui ricorra in appello (e se l’appello ribalta il verdetto il pagamento viene restituito). Se invece le aziende (o i privati) non pagano le merci acquistate e si comportano in modo disnoesto le une con le altre, e la giustizia non è in grado di funzionare abbastanza da farle rigare dritte, difficilmente si invoglierà l’investimento di capitali esteri o l’apertura di nuove attività.
La giustizia penale si occupa invece di giudicare i reati, ed è inutile spiegare che il suo buon funzionamento garantisce una minor criminalità ed una maggiore sicurezza per tutti i cittadini. Come nella maggior parte degli stati di diritto, il processo penale si fonda sulla presunzione d’innocenza: un imputato viene considerato innocente fino alla sua eventuale condanna definitiva. Data la delicatezza del concetto di libertà personale, il sistema giudiziario italiano è ultra-garantista. Le fasi di un procedimento penale sono grossomodo queste (mi perdonino i giuristi per eventuali grossolanerie):
- Indagini, svolte dalla magistratura inquirente (il procuratore) con la collaborazione della polizia giudiziaria, di solito sulla base di una notizia di reato.
- Decisione del GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) che anche sulla base della richiesta della procura dispone l’archiviazione del caso o il rinvio a giudizio dell’indagato.
- Udienza Preliminare di fronte al GUP (Giudice per l’Udienza Preliminare) che esamina le prove, sente le parti ed eventuali testimoni e decide anch’esso se archiviare il caso o rinviare a giudizio l’imputato.
- Processo di primo grado (è un giudizio di merito: la sentenza determina se l’imputato ha realmente commesso un reato) di fronte ad una corte di giudici. Termina con l’assoluzione o la condanna dell’imputato.
- Processo di appello (anch’esso giudizio di merito) davanti ad una corte differente da quella di primo grado. Termina con l’assoluzione o la condanna dell’imputato.
- Giudizio della Corte Suprema di Cassazione (giudizio di forma: giudica la correttezza formale del processo di appello). Può confermare la sentenza di appello, annullarla disponendo un nuovo appello, oppure annullarla “senza rinvio”. Nel primo e nell’ultimo caso, la sentenza passa in giudicato diventando definitiva.
E’ chiaro che un sistema del genere, anche senza contare tutte le procedure burocratiche annesse e connesse, richiede tempi molto lunghi. Se l’organico è ridotto a tal punto che un giudice deve presiedere in media 300 processi all’anno, vuol dire che, in media, tra un’udienza e la successiva del medesimo procedimento potrebbe passare quasi un anno, e una causa che si consuma in 5-6 udienze può arrivare ad occupare 4-5 anni di tempo.
A peggiorare le cose interviene la famigerata prescrizione. La prescrizione rappresenta il tempo massimo entro il quale lo stato ha interesse a perseguie un reato, e diventa utile quando, come dispone la Costituzione Italiana, il pubblico ministero (la procura) ha l’obbligo di esercitare l’azione penale. Cosa significa tutto ciò? Significa che la procura è obbligata a norma di legge a chiedere il rinvio a giudizio di un individuo che abbia commesso un reato. E’ chiaro che indagare e processare qualcuno per un reato commesso molti anni prima, specialmente se di poco conto, è per lo stato un notevole spreco di risorse. Per questo motivo ha senso porre un limite temporale adeguato, oltre il quale il reato si estingue.

Cosa si può fare, dunque, per dare respiro al sistema giudiziario e garantire che sia fatta giustizia (ossia condanna per i colpevoli ed assoluzione per gli innocenti)?
Diverse cose, ecco qualche esempio:
- Bloccare lo scorrere della prescrizione nel momento in cui l’imputato viene rinviato a giudizio, oppure quando inizia il processo di primo grado. In quel momento lo stato ha deciso che il reato va perseguito, dunque non ha senso che la prescrizione continui a scorrere scadendo magari a qualche giorno dalla sentenza definitiva causando il proscioglimento dell’imputato anche quando fosse stato riconosciuto colpevole. Allontanando lo spettro della prescrizione, chi sa di essere colpevole confesserà, patteggiando una pena intermedia, invece di tirarla in lungo per anni a forza di appelli e ricorsi, dovendo oltretutto pagare l’avvocato senza speranze di farla franca allo scadere dei termini.
- Limitare il numero delle impugnazioni, i ricorsi ai gradi di giudizio successivi, punendo le richieste infondate presentate al solo scopo di allungare i tempi del procedimento per raggiungere la prescrizione. Attualmente un condannato in primo grado può appellarsi a costo zero, dato che la sua pena non può essere aumentata (amenoché non si appelli anche la procura). Togliendo questo vincolo, se l’imputato sa di essere colpevole tenderà ad evitare di appellarsi, sapendo di rischiare un aggravamento della propria condanna.
- Dire basta una volta per tutte alla politica degli indulti e delle amnistie, che in Italia arrivano a cadenza quasi regolare da decenni. Per chi è sotto processo la speranza di perdere tempo nei vari gradi di giudizio in attesa dell’ennesima amnistia è ben riposta, dati i precedenti.
- Rifornire adeguatamente i tribunali del personale logistico (i cancellieri, i segretari ecc..) che sono per le aule di giustizia quello che gli infermieri sono per gli ospedali. Così come un ospedale non funziona senza infermieri, un tribunale non funziona senza cancellieri. Per alcuni tribunali il Ministero della Giustizia non assume nuovi cancellieri da 15 anni.
- Riformare la mappatura delle circoscrizioni giudiziarie, per equilibrare il carico di lavoro tra procure e tribunali sovraccarichi ed altri con afflusso di lavoro irrisorio.
La cosa potrebbe continuare a lungo, e ci sono fior di giuristi, magistrati professionisti ed esperti di legge che sarebbero ben felici di mettere a punto una sana e proficua riforma della giustizia. Per chi fosse interessato, questo è il link al video di un breve intervento di Piercamillo Davigo, giudice di Cassazione, sull’efficienza della giustizia italiana.
Eppure, direte voi, di riforme della giustizia ne abbiamo viste almeno una dozzina negli ultimi vent’anni…com’è possibile che il problema sia rimasto nonostante questi interventi? La realtà è che questi interventi e queste tanto decantate riforme sono servite solo a peggiorare la situazione, proprio perché studiate a questo scopo.
Essendo un tema altrettanto vasto di quello trattato qui, aggiungerò una terza parte all’articolo, nella quale approfondirò le cosiddette riforme passate ed i provvedimenti che sono attualmente in gestazione in parlamento.
Nel prossimo post: …la Puzza!
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