angela
È lunedì oggi, proprio com’era
nell’altro giorno di santa Maddalena
quando scendendo verso il mare
ti immergevi nell’ombra indefinita
da cui riemergi ora talvolta in sogno
o nell’alto silenzio della luna.
| CARVIEW |
È lunedì oggi, proprio com’era
nell’altro giorno di santa Maddalena
quando scendendo verso il mare
ti immergevi nell’ombra indefinita
da cui riemergi ora talvolta in sogno
o nell’alto silenzio della luna.
È morta nel sonno, accanto al gatto
suo compagno di cuccia, la cagnetta
Edy, che si fermava ad ogni canto
per annusare tracce, e si impuntava
per seguire le strade a lei più care,
salutata ai cancelli dei giardini
dai suoi simili, lieti od aggressivi.
Era timida come una fanciulletta,
e anche un po’ testarda, alla maniera
di certe buone vecchie madri o zie.
Nel suo umido sguardo bruno e mite
c’era la domanda che accomuna
tutti noi mortali poveri viventi.
Nella quasi insopportabile bellezza
delle note limpide ed esatte
delle Variazioni Goldberg,
nel loro instancabile rincorrersi
distinte ed assolute,
precipitose e lente, altissime
violente e poi tenui struggenti,
e nella cantilena che riprende
e inseguendole s’inabissa
e riemerge dai sospesi silenzi,
in un perpetuo rinnovarsi
e ritornare, senza inizio né fine,
ti ritrovo, vicina e irraggiungibile,
come al tempo del tuo lutto,
misteriosa presenza, viva
in un’alta e accorata lontananza.
Stanotte invece a te pensavo in sogno,
Angela cara. Mi rammaricavo
di non averti più telefonato
dopo che eri tornata rivelando
che non eri morta, come si credeva,
ma, come Agatha Christie – o come
in altri simili sogni anche mia madre
– eri andata in segreto a rifugiarti
in un luogo lontano, non so dove.
Ma ora mi mancava la tua voce,
mi mancava il pensiero fiducioso,
che m’era stato di conforto un tempo,
di saperti presente.
E l’urgenza di alzarmi per chiamarti
mi svegliava sul finire della notte
nella chiara solitudine dell’alba.
Ero con te stanotte, nella casa
di via Folengo, e mi stupivo
di rivedere uguale dopo anni
il portoncino e le vecchie stanze.
Tu giravi un po’ di malumore
– e in questo somigliavi a mio padre –
per mettere in ordine le cose
in vista della tua imminente morte.
Non eri infatti più l’adolescente
dei nostri primi incontri, avevi il viso
segnato, come negli ultimi tempi.
Inutilmente cercavo le parole
o i gesti per darti del sollievo.
A stento tolleravi la mia presenza.
E infine ti stendevi a riposare
avvolto nella coperta fino al mento
nel letto del piccolo stanzino
dei nostri primi baci. Ti guardavo
e appena un poco ti sfioravo,
piano, senza osare svegliarti.
Che noia! mi sfuggiva a volte,
o spesso: un’interiezione,
quasi un sospiro, che spezzava
un giro molesto di pensieri.
Tu lo notasti divertita,
e solo allora me ne resi conto.
Ora, se mai torno a tanta noia,
mi risolleva il tuo sguardo di allora,
e con te sorrido di me stessa.
Ti ho ritrovato.
Non in sogno, ma in questa luce
di un reale settembre
che riempie dorata queste stanze.
Ti ho ritrovato come eri prima
di ogni altra esperienza,
quando eri papà – parola
grande ed assoluta
che riempiva l’aurora di mia vita.
Ero nella tua casa di via Nizza, e come in un quadro di Matisse il sole pomeridiano disegnava strisce lungo le pareti in ombra fino al pianoforte chiuso. Taceva tua madre sorridendo tra i fiori della seta del divano. Con te entrava la luce, quando entravi - e quanto dolce ancora la tua luce nei miei pensieri. E pure, quanto senza rimedio era l'assenza del tuo corpo chiaro, dei capelli. In silenzio stavamo sul divano.
Quei nostri discorsi - Mai più tanta fantasia tanta bellezza e confidenza e scoperte e la dolcezza di quando scorrendo tra le dita i tuoi capelli ti ascoltavo.
C'è la guerra, miei cari, qui vicino - e non è detto che anche questa volta noi riusciamo a scamparla. Già arrivano torme di sfollati, donne con anziani e bambini e cani e gatti. Vengono in treno, in auto e anche a piedi tra ponti crollati e macerie e orrori, né manca tra le file dei fuggiaschi la vecchia, già vista in altre foto di disastri, trasportata in carriola, tutti i suoi averi chiusi in un sacchetto. Voi siete al sicuro, sottoterra, sordi a rumori e immuni da paure o da speranze. Ma noi - dove andremo, noi, a cercare asilo con o senza peluche e cani e gatti - ma senza voi - senza voi - a piedi o su camion o in carriola, quando anche l'Europa fosse in guerra come il resto del mondo a noi vicino?
Festa di Capodanno questa notte: non potevi mancare proprio tu, e infatti sei apparso alla mia porta con la tua bella giacca ed il sorriso. Da dove venissi non è chiaro, ma era del tutto naturale che fossi riuscito ad arrivare, nonostante la nebbia indovinando la giusta uscita tra i vicoli ciechi di questo labirinto degli inganni oltre il quale ti celi da tanti anni.
Sempre, quando incontro sulla scrivania la tua foto sorridente, ti sorrido. E ora - sarà anche per questo - mi scopro delle rughe d'espressione in viso, dopo tanto che ne vivevo indenne. Ben è vero che, pur se non ci credo, sono ormai quasi un'ottantenne. Tuttavia, se avessi ancora quella miracolosa crema - Alice si chiamava - che portavi da Cuba a grande richiesta per le amiche, sorriderei ancora impunemente.
Sono già sette gli anni, da quando te ne sei andato, e senza il calendario li direi uno o due soltanto. È una questione di proporzioni, come tu persuaso sostenevi: tanto più s'abbrevia ogni sezione del tempo quanto più lunga è l'intera estensione della vita. Eppure, tanto lenti questi giorni mano a mano che li ripercorro in questo pigro mese lacrimoso, ora per ora, sempre ripensando.
Sullo schermo Venezia, l’acqua
che lambisce tra i muschi le sue pietre,
il disfarsi lento nella pioggia
delle sue sagome lontane…
Guardando il suo fantasma
penso alla tua infanzia,
e mi fingo i tuoi ricordi,
cullata dalle voci in cantilena
miste ai passi rari nelle calli
e al liquido rumore dei cancelli.
Ho avuto il tuo nome sulle labbra
per tutto il giorno ieri, e in cuore
una specie di preghiera.
Poi la notte un gran pianto.
Questa notte ho sognato
uno con il tuo nome.
Osservavamo insieme
dietro la gran vetrata
di una stanza olandese
le nubi vorticose
di un temporale in corso.
È un tempo, tu dicevi,
questo “di transizione”,
col termine abusato
ironico alludendo
allo strano presente
oscuro alla ragione.
Che fossi tu era chiaro
perché era tua la giacca
e la forma del braccio
lieve sulla mia spalla,
ed era tuo l’accento
con cui mi ricordavi
che oggi cadeva il giorno
del nostro anniversario.
Le finestre aperte, il primo caldo,
le persiane un po’ abbassate
a filtrare la luce nelle stanze
e le voci e i rumori dalla strada
– e mi sento ai giorni in cui ragazza
vivevo a casa di mio padre,
che alla scrivania, tra le sue carte,
forse anche lui in quei pomeriggi
riviveva il senso delle perdute
estati sue meridionali
tra le voci dei vicoli ed i canti.
Coi profumi di maggio tu ritorni,
Elena, a invadermi i pensieri
– e forse non c’è più nessuno
tranne me e tuo fratello
che ricordi il dolcissimo passaggio
della tua struggente primavera.
Ce ne andremo entrambi tra non molto –
e tu sarai solo un profumo
senza nome che non trova
in alcuna memoria più il suo fiore.
Padre mio, sempre più diventi
simile a un coetaneo, o meglio
a un ex un tempo molto amato
che ritrovo simile a un fratello
umiliato dagli anni – e, spento
ogni rancore, ora comprendo
quanto non sapevo perdonarti
da figlia, quando, forse
scambiandoti per l’altro, quello
che è nei cieli, ti chiedevo invano
segni in parole o in gesti
che mi illuminassero la strada
– mentre tu eri pur sempre un figlio
come me, come i miei compagni,
e, con tutto il tuo ingegno, non andavi
che a tentoni similmente
tra gli abbagli e le ombre della vita.
Grigia e lagrimosa è la giornata
che fu viva di festa lungo gli anni
ed ora è desolata, come vuoto
è il tuo Trebbio. Siamo in tanti
cui oggi specialmente manchi
e il tuo nome torna sulle labbra
mentre, quasi fosse consolante
per la tua e la nostra preclusione,
ci diciamo che, in fondo, questo tempo
malsano e senza luce attenua
l’amarezza per questa festa estinta.