Nel «deserto» di Ágota Kristóf

«Integrazione», «assimilazione», «deserto sociale, deserto culturale»: un brano dal libro di Ágota Kristóf L’Analfabeta. Racconto autobiografico (Edizioni Casagrande, 2005), messo in scena dall’attrice Federica Fracassi e dalla compagnia Fanny&Alexander. Dopo Roma, al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano fino al 2 novembre 2025.

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Federica Fracassi è Ágota Kristóf, la scrittrice ungherese naturalizzata svizzera «costretta dalla vita a esprimersi in una lingua sconosciuta» (foto © Masiar Pasquali)

di Ágota Kristóf

Dal centro profughi di Zurigo veniamo «distribuiti» un po’ ovunque in Svizzera. È in questo modo, del tutto casuale, che arriviamo a Neuchâtel, per l’esattezza a Valangin, dove ci aspetta un appartamento di due locali arredato dagli abitanti del paese. Qualche settimana dopo, comincio a lavorare in una fabbrica di orologi a Fontainemelon.

Mi alzo alle cinque e mezzo. Allatto e vesto la mia piccolina, mi vesto anch’io e vado a prendere l’autobus delle sei e mezzo, che mi condurrà alla fabbrica. Lascio la mia bambina all’asilo nido e entro nella fabbrica. Esco alle cinque di sera. Riprendo la mia bambina dal nido, riprendo la corriera, torno a casa. Faccio la spesa al negozietto del paese, accendo il fuoco (non c’è il riscaldamento centralizzato nell’appartamento), preparo la cena, metto a letto la bambina, pulisco i piatti, scrivo un po’ e poi vado a letto anch’io.

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Per scrivere poesie la fabbrica va benissimo, si può pensare ad altro, e le macchine hanno un ritmo regolare che scandisce i versi. Nel mio cassetto, ho un foglio e una matita. Quando la poesia prende forma, prendo nota. La sera metto tutto a bella in un quaderno.

Siamo una decina di ungheresi a lavorare nella fabbrica. Ci ritroviamo alla mensa durante la paura di mezzogiorno, ma il cibo è così diverso da quello a cui siamo abituati che non mangiamo quasi niente. Da parte mia, per almeno un anno a pranzo non prendo altro che un po’ di pane e caffelatte.

Nella fabbrica tutti ci trattano bene. Ci sorridono, ci parlano, ma noi non capiamo niente.

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Uccidere a Gaza solo per divertimento: Annie Lennox e le nuove parole di “Why?”

di Luca Bartolommei

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“Together for Palestine”, tra le manifestazioni internazionali per Gaza resterà nella memoria collettiva il concerto organizzato il 17 settembre scorso dal musicista inglese Brian Eno alla OVO Wembley Arena di Londra. Una serata per raccogliere fondi in favore della popolazione gazawi – il sito di Euronews parla di un risultato di oltre 1.7 milioni di euro donati – durante la quale Annie Lennox ha presentato la nuova versione della sua hit “Why?”. Foto da https://www.annielennox.com/

Annie Lennox (abbiamo bene in mente gli Eurythmics?) ha partecipato da par suo al concerto benefico-raccolta fondi organizzato da Brian Eno per Gaza. Sul palco della Wembley Arena artiste e artisti di livello internazionale hanno prestato i loro talenti alla causa palestinese. Da remoto Lennox ha cantato uno dei suoi più grandi successi, Why?, che ci ha regalato in versione minimalista, solo voce e pianoforte e con qualche significativa modifica nella parte finale del testo.

Una t-shirt e via andare, arrangiamento stringato, e su quella maglietta stampato c’è Let Gaza live: di un’intensità straordinaria il suo canto, minimalismo, sì,ma nella forma perché la sostanza è grandissima. Lennonx finisce di cantare ed è così concentrata ed emozionata che è solo con un filo di voce che pronuncia “Let Gaza live”, la sua emozione arriva alla mia e ho bisogno del fatidico fazzolettino di carta, confesso. Poi continuo a godermi in diretta su YouTube (qui) il concerto dalla Wembley Arena dove ho ascoltato tanti giovani artisti di grande qualità. Bellissime anche le riprese del pubblico che non ha smesso di cantare e ballare nemmeno un attimo per una serata di grande significato anche simbolico. Free Palestine!

Ecco il testo del nuovo finale di “Why?” (qui) con la relativa traduzione:

This is the sound of drones and guns
Watch the people run run run
Shoot to kill them just for fun
Bodies falling one by one.
Step back while they blow the fuse
Those who win and those who lose
Those who conquer and abuse
It’s just a game.
Everything which we have seen
Captured on your iPhone screen
Can’t conceal the howling screams.
Oblivion
Oblivion reigns
Oblivion reigns
Tell me
Why
Let Gaza live.

***

Questo è il suono dei droni e dei fucili

Guarda la gente che fugge, scappano, scappano

Sparano per ucciderli ed è solo per divertimento

Corpi che cadono uno ad uno.

Fai un passo indietro mentre esplodono di rabbia

Quelli che vincono e quelli che perdono

Quelli che conquistano e seviziano

È solo un gioco.

Tutte le cose che abbiamo visto

Fissate sullo schermo del tuo iPhone

non possono nascondere le urla e i lamenti.

Oblio

l’oblio regna

l’oblio regna.

Dimmi, perché?

Lasciate vivere Gaza.
 
La scenografia di “Together for Palestine” è stata curata da Malak Mattar, l’artista palestinese della quale quale Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati -intervenuta alla serata-evento alla Wembley Arena – ha scelto un’opera per la copertina del suo libro Quando il mondo dorme. Ne abbiamo proposto un estratto nel post: Malak Mattar, la pittrice che sveglia il mondo sulla Palestina 
 
#StopBombingGaza #donnedellarealtà
 
 
 
 

Ci fermiamo per Gaza

22 settembre 2025, sciopero generale

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Immagine dall’incontro del 26 luglio a Gravedona (Como) con Angelo Rusconi, già capo progetto di “Medici senza frontiere” a Gaza

 

“Fermate gli orologi, spegnete le stelle”: Venice4Palestine con i versi di Auden

Funeral Blues“, “Blues in memoria“: è ispirato alla poesia di Wystan Hugh Auden il titolo della lettera aperta – “Fermate gli orologi, spegnete le stelle” – che una larga parte del mondo del cinema italiano (e non solo) ha inviato ai vertici della Biennale e della Mostra del Cinema di Venezia affinché la 82esima edizione che si apre mercoledì 27 agosto 2025 non sia «impermeabile allo strazio di un genocidio compiuto in diretta dallo Stato di Israele in Palestina». Riunit* nella sigla Venice4Palestine, attrici, attori, registe e registi, produttrici e produttori, gionaliste specializzate e giornalisti, documentaristi, costumiste, montatori, sceneggiatrici e sceneggiatori… rivendicano «spazi di narrazione per la Palestina» e «una presa di posizione chiara e priva di ambiguità, in risposta alle dichiarazioni spesso tiepide, vaghe o, peggio, comode espresse dagli organi di potere, dell’informazione e della cultura» (qui).

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Di seguito, in italiano e nella versione originale inglese, la poesia di Auden alla quale la mobilitzione delle professioniste e dei professionisti del cinema si richiama. Nella traduzione di Gilberto Forti, è tratta dalla raccolta La verità, vi prego, sull’amore (Adelphi, 1994), introdotta da Iosif Aleksandrovič Brodskij. Ricordiamo che questi splendidi versi vengono letti in una scena particolarmente commovente del film Quattro matrimoni e un funerale di Mike Newell (video).

di W. H. Auden

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,

fate tacere il cane con un osso succulento,

chiudete i pianoforti, e tra un rullio smorzato

portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

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Malak Mattar, la pittrice che sveglia il mondo sulla Palestina

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Malak Mattar, “No Words” for Gaza, pannello di 5 x 2,3 metri, dipinto a olio nel 2024

«L’orrore di Gaza è senza precedenti». Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU sul territorio palestinese occupato, denuncia l’intenzione di annientamento dietro le operazioni mililtari israeliane. Nel libro Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina (Rizzoli, 2025) ricostruisce, attraverso i nomi di dieci persone, come è arrivata a scrivere il rapporto “Anatomia di un genocidio”, citando le studiose e gli studiosi – anche ebrei – che hanno dato supporto alla sua analisi.

Nella convinzione che il linguaggio dell’arte sia «il più potente contro tutte le forme di deumanizzazione», la giurista dedica un capitolo alla pittrice palestinese Malak Mattar, che con il dipinto When the world sleeps è l’autrice della copertina e l’ispiratrice del titolo di un libro che non si può non leggere.

Eccone di seguito un estratto:

di Francesca Albanese

Ma torniamo al 2010: per preparare il mio audit ho avuto occasione di visitare per la prima volta l’intera terra comunemente chiamata «Striscia di Gaza» e di tornarci diverse volte anche nei mesi successivi. Durante una di quelle visite, nell’atrio di una scuola era stata allestita una mostra con i dipinti realizzati dai bambini e, tra questi, ricordo che alcuni mi avevano colpita profondamente: non erano su carta, come quasi tutti gli altri, ma su tela e dimostravano una maestria e una bellezza che non mi sarei aspettata di trovare in quel contesto.

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Nadia Murad è la voce delle ragazze yazide che si sono suicidate per sfuggire agli stupri dell’ISIS

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Nadia Murad a Bergamo (le foto sono di Paola Ciccioli)

La ragazza yazida che voleva aprire un salone di bellezza a Kocho, un villaggio di gente povera e fiera nel nord dell’Iraq, è diventata la messaggera di verità che viaggia nel mondo perché si sappia cos’hanno fatto il 3 agosto del 2014 i militanti dell’ISIS alla sua gente, alla sua famiglia, alle loro radici, alla loro religione, a lei: genocidio. Insignita del Premio Nobel per la pace nel 2018 (video) per il suo impegno contro lo stupro come arma di guerra, Nadia Murad è intervenuta a Bergamo domenica 22 giugno all’incontro promosso da Fondazione Pesenti a corollario della mostra collettiva “DE BELLO. Notes on war and peace”, visitabile fino al 12 ottobre 2025 nello spazio gres art 671. Autrice del toccante libro autobiografico L’ultima ragazza. Storia della mia prigionia e della mia battaglia contro l’ISIS, a Paola Ciccioli, che è andata a salutarla, stringendole le mani ha detto: «Lo faccia conoscere». Ne pubblichiamo di seguito un estratto.

di Nadia Murad

Negli ultimi tre anni ho sentito tante storiedi donne yazide catturate e schiavizzate dall’ISIS. La maggior parte di noi è stata vittima della stessa violenza. Ci compravano al mercato oppure ci regalavano a una nuova recluta o a un comandante di alto rango che ci portava a casa sua per violentarci, umiliarci e quasi sempre picchiarci. A quel punto venivamo vendute o regalate di nuovo, e di nuovo violentate e picchiate, poi vendute o regalate a un altro militante che ci violentava e picchiava, e ancora vendute o regalate, violentate e picchiate, e andava avanti così finché eravamo abbastanza desiderabili e non ancora morte. Se tentavamo la fuga, ci punivano severamente. L’avvertimento di Hajji Salman era vero, l’ISIS appendeva le nostre fotografie ai posti di blocco e i residenti di Mosul ricevevano l’ordine di riconsegnare le schiave al più vicino centro dello Stato Islamico. Se lo avessero fatto, dicevano, avrebbero ottenuto in cambio una ricompensa di cinquemila dollari.

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Lisistrata e «la gloria di avere finito la guerra»

di Aristofane

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Lella Costa applaudita “Lisistrata” al Teatro greco di Siracusa fino a 27 giugno. La regia dell’opera di Aristofane, nella traduzione di Nicola Cadoni, è di Serena Sinigaglia, scena di Maria Spazzi, musiche di Filippo Del Corno (foto di Maria Pia Ballarino)

Una commedia andata in scena per la prima volta ad Atene 411anni prima di Cristo. E drammaticamente attuale. Leggiamone insieme un brano nella traduzione dal greco antico di Guido Paduano (Rizzoli Bur).

COMMISSARIO E che farete?

LISISTRATA E me lo chiedi? Lo amministreremo noi.

COMMISSARIO Voi amministrerete il denaro?

LISISTRATA Che c’è di strano?Non siamo noi ad amministrare tutto il bilancio di famiglia?

COMMISSARIO Non è la stessa cosa.

LISISTRATA Perché non è la stessa cosa?

COMMISSARIO Questo denaro serve per fare la guerra.

LISISTRATA Ma non c’è nessun bisogno di farla, la guerra.

COMMISSARIO E come ci salveremo, allora?

LISISTRATA Vi salveremo noi.

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Cantando l’Isola che c’è e non c’è

Sabato 7 giugno alle 17.30 nel giardino condiviso Isola Pepe Verde in via Guglielmo Pepe 10 – Milano – Isola Garibaldi, Luca Bartolommei presenterà un recital di brani originali (e non) dedicato al quartiere milanese.

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Parteciperà anche il giovane musicista milanese Jonathan Wolff per presentare una serie di canzoni dedicate al famoso quartiere, a diversi personaggi sia reali sia di fantasia che lo abitano o che lo hanno abitato. Ritratti a colori a volte decisi di un piccolo mondo che nel tempo, com’è purtroppo normale, è mutato molto. Il recital include oltre a brani originali anche un paio di citazioni di canzoni milanesi classiche di importanti autori (Giovanni D’Anzi e Luciano Beretta) che hanno dedicato la loro attenzione proprio a via Guglielmo Pepe e dintorni.

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Le donne dell’Assemblea Costituente

Il 2 giugno a Codevilla la consegna della Costituzione da parte del sindaco Marco Dapiaggi alle ragazze e ai ragazzi che hanno compiuto 18 anni assume un significato speciale. In questo paese in provincia di Pavia, infatti, il 29 settembre del 1906 nasceva Maria Maddalena Rossi, Madre Costituente, donna di Pace, organizzatrice nell’immediato dopoguerra dei “Treni della felicità” per sfamare, curare e dare speranza a migliaia di bambine e bambini. A lei lo studioso Francesco Di Giorgio ha dedicato il bel volume Il dopoguerra nel lazio Meridionale: la ricostruzione, i bimbi di Cassino e Maria Maddalena Rossi. Madre della Repubblica (Arte Stampa Editore 2020).

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Foto di Paola Ciccioli

Con il consenso dell’autore, che ringraziamo, riportiamo un brano del libro per festeggiare insieme la Repubblica italiana scelta con il referendum istituzionale anche dalle donne, per la prima volta al voto in una consultazione politica.

di Francesco Di Giorgio

Nell’ottobre del 1944 la Commissione dell’UDI per il voto alle donne, unitamente ad altre associazioni, presentò al Governo Bonomi un documento nel quale poneva il problema della inevitabilità di concedere tale diritto.

Il primo febbraio 1945 la data storica: on un decreto legislativo il Consiglio dei Ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, si riconosce non solo il voto, ma anche la eleggibilità delle donne. Il 2 giugno 1946 il grande appuntamento: le elezioni a suffragio universale per eleggere i rappresentanti all’Assemblea Costituente.

Nella mattinata il Corriere della sera esce in edicola con l’articolo intitolato “senza rossetto nella cabina elettorale” con il quale invita le donne a presentarsi presso il seggio senza rossetto sulle labbra. La motivazione è: “siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po’ di rossetto rendendo nullo il voto. Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio“. All’esito del voto risultarono elette 21 donne. Sono passate alla storia come “madri della Repubblica”. I loro nomi: Maria Maddalena Rossi, Adele Ciufoli Bei, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Nadia Gallico Spano tutte appartenenti al Partito Comunista Italiano; Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria Unterrichter Iervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra Verzotto, Vittoria Titomanlio tutte appartenenti al partito della Democrazia Cristiana; Bianca Bianchi, Lina Merlin, Angiola Minella Molinari del Partito Socialista Italiano e Ottavia Penna Buscemi del partito dell’Uomo Qualunque.

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Questa la rappresentazione delle ventuno elette da parte della Domenica del Corriere, settimanale popolare in quegli anni: “Se già durante la breve vita della Consulta nazionale apparvero a Montecitorio le rappresentanti femminili, a consacrare la partecipazione della donna alla vita pubblica – e diedero prova di preparazione e di una oratoria stringata ed efficace – queste deputatesse che siedono oggi fra i 556 componenti della Assemblea Costituente sono in realtà le prime rappresentanti elette dal suffragio popolare. Laureate o lavoratrici, tutte hanno cooperato con slancio al movimento femminile, alla Resistenza e alla lotta clandestina, e giungono in Parlamento con una esperienza dei problemi sociali che renderà particolarmente interessante la loro attività alla Costituente. Le impressioni del primo incontro con le deputatesse si possono così riassumere: non fumano, in genere, e in maggioranza non si truccano, e vestono con la più grande semplicità” (La Domenica del Corriere, 4 agosto 1946, Le 21 donne alla Costituente).

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Verdura insanguinata: Elisabetta Ambrosio dedica le sue foto a Satnam Singh

di Elisabetta Ambrosio

Chiude domani 31 maggio (ore 17) nel Palazzo Castiglioni di Milano la mostra “Io me ne food”, collettiva di 7 fotografe e 2 fotografi – curata da Marzia Rizzo – sull’inconsapevolezza che accompagna abitudini e consumi alimentari. Abbiamo chiesto a Elisabetta Ambrosio di spiegarci come sono nate le sue immagini che uniscono la forza della denuncia all’accuratezza ed eleganza della forma.

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Elisabetta Ambrosio davanti alle sue fotografie

Mentre stavo meditando sul tema “Io Me Ne Food”, ovvero come e se ci poniamo in modo
consapevole rispetto ai consumi relativi al cibo, le cronache riportavano un fatto del tutto
inaccettabile, accaduto nelle campagne di Borgo Santa Maria, vicino a Latina, che per la sua crudezza ha dell’osceno.


Satnam Singh 31 anni, il 17 giugno 2024, mentre manovrava un macchinario agricolo privo di
dispositivi di sicurezza, è rimasto impigliato con la camicia e trascinato all’interno dell’ingranaggio
. L’impatto gli ha amputato un braccio e provocato gravi lesioni a gambe e torace. Il datore di lavoro, invece di chiamare i soccorsi, lo ha caricato su un furgone, e l’ha abbandonato agonizzante davanti alla sua abitazione. Satnam è morto in ospedale due giorni dopo”.

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«A Gaza la speranza non può essere cancellata»

di Paola Ciccioli

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Un fermo immagine del documentario “Erasmus in Gaza” di Chiara Avesani e Matteo Delbò, girato nel 2019 e uscito nel 2021

“BE MY VOICE – un diario per Gaza” è il titolo della mostra allestita al Cinema Beltrade di Milano in concomitanza con la proiezione speciale, lunedì 26 maggio, del documentario Erasmus in Gaza (video) di Chiara Avesani e Matteo Delbò, che sono intervenuti in sala. Una serata davvero intensa, iniziata con una fila che si è allungata col passare dei minuti in via Oxilia, lasciando in paziente attesa le persone non prenotate. Uno spettacolo di partecipazione in sintonia con il valore del film che testimonia, in una Striscia che non c’è più, dell’esperienza vissuta nel 2019 da Riccardo Corradini (qui), il primo occidentale cui è stato consentito di fare l’Erasmus a Gaza, grazie al progetto di scambio gestito dalla Ong ACS, Associazione di cooperazione e solidarietà.

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Onorina Brambilla, la partigiana è tornata nella Camera del Lavoro

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La targa nella Camera del Lavoro di Milano

La Fiom Cgil il 9 maggio scorso ha intitolato i propri uffici nella Camera del Lavoro di Milano a Onorina Brambilla (Milano, 27 agosto 1923 – 6 novembre 2011). «Nori oltre ad essere stata partigiana è stata sindacalista in FIOM negli anni ’50 e ’60. Il suo impegno nato nella Resistenza e sfociato nell’attività sindacale in CGIL e in FIOM vive ancora nel nostro impegno quotidiano per la parità di genere sul posto di lavoro», ha scritto sui propri canali social l’organizzazione che rappresenta le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici.

Proproniamo un brano dal libro autobiografico Il pane bianco (Edizioni Arterigere, 2010) in cui la partigiana racconta tra l’altro le torture subite nel 1944 nella Casa del Balilla di Monza, trasformata in carcere dai nazisti. Scelte di vita esemplari come quelle di Onorina Brambilla, nome di battaglia Sandra, risplendono di valore in questi tempi in cui gli elementi fondativi dell’Italia democratica – come quello del diritto-dovere di voto – vengono vilipesi persino da alte cariche dello Stato.

di Onorina Brambilla Pesce

Dolorante, semisvenuta, credo di aver urlato molto. Quando mi accorsi di essere sola, doveva ormai essere notte inoltrata. Forse si erano stancati. Rimasi immobile sul tavolo, a faccia in giù, finché qualcuno entrò, mi mise in piedi e mi portò fuori dalla stanza sorreggendomi per un braccio. Era Rossi: “Te l’avevo detto che era meglio parlare”.

Mi scortò, insieme a un altro, al vicino carcere di Monza, in piazza Castello.

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A Dongo aprile di Memoria e Resistenza

di Paola Ciccioli

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La staffetta partigiana Vilma Conti in un fermo immagine del filmato che viene trasmesso nel Museo della fine della guerra di Dongo, in provincia di Como.

«Sono stata spinta a fare questa scelta dopo il 22 dicembre 1944, quando a Dongo arrestarono più di 44, 45 persone: le portarono a Como, le imprigionarono a San Donnino. Parecchie vennero torturate, compreso mio padre. Ecco perché ho scelto di fare la partigiana e di fare la spola o la staffetta, come volete, tra Como e Dongo: con la scusa di andare a trovare il papà in prigione riuscivo a portare messaggi e ordini».

Un breve passaggio della video testimonianza di Vilma Conti sul portale Noi, partigiani (qui).

Nata a Dongo il 10 febbraio 1929 e morta a Gravedona il 13 agosto del 2022, “la Vilma” fu testimone dell’arresto di Benito Mussolini e Claretta Petacci e ne colse gli sguardi mentre il dittatore in fuga e la sua amante venivano sorvegliati in due diverse stanze del palazzo in cui ha tra l’altro sede il Museo della fine della guerra dove l’estate scorsa ho scattato la foto di apertura del post.

L’ANPI Dongo, a lei intitolata, per gli 80 anni dalla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo ha organizzato tre giorni di “Memoria e Resistenza”: venerdì, sabato e domenica- 25, 26 e 27 aprile – tra ufficialità, convegni, cammini di pace, canzoni e poesia.

Importantisimo il presidio in piazza Paracchini, domenica mattina a partire dalle ore 8,30, per dire ancora una volta “no” – come Vilma Conti ha fatto fino all’ultimo respiro – alle parate macabre dei nostalgici del regime che qui si radunano annualmente per oltraggiare la Democrazia. Di seguito la locandina con tutti gli appuntamenti:

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Leggi anche:

Vilma Conti, la levatrice della Libertà

#donnedellaResistenza #donnedellarealtà

La guerra e il rammendo della pace: a Bergamo la mostra tra arte e giornalismo

di Paola Ciccioli

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Salvatore Garzillo, “L’ultimo treno dal Donbass”

“Questa donna del Donbass era in attesa di prendere l’ultimo treno dalla stazione di Sloviansk, l’ultimo treno per scappare dal Donbass che si preparava all’attacco finale dei russi. La signora Eleonor era sola, voleva raggiungere l’estremo ovest a Leopoli ma non aveva contatti. Quando le ho chiesto come avrebbe fatto ha risposto: «Il mondo non manca di persone gentili, in qualche modo me la caverò». Se la caverà, a 84 anni”.

11 aprile 2022 – Sloviansk

Un disegno, una didascalia. Sono gocce di compassione e portano la firma di Salvatore Garzillo, cronista di nera che è nato a Napoli e lavora per l’Agenzia Ansa a Milano, reporter di guerra, inviato in Ucraina subito dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022.

«Da cronista racconto ciò che vedo, con i disegni quel che sento». Il giornalista-illustratore pronuncia questa frase nell’atrio di gres art 671, il grande spazio espositivo – duemila metri quadrati – ricavato a Bergamo da quella che un tempo era una fabbrica e dove, dal 16 aprile al 12 ottobre 2025, è visitabile una mostra davvero importante, importante perché intreccia l’attualità con l’elaborazione artistica, l’artigianato che diventa denuncia con la tecnologia, i dipinti e la fotografia con raffinate installazioni.

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La lettera di Georges Simenon alla madre (e a noi)

di Georges Simenon

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Un’immagine della mostra della Cineteca di Bologna, foto Margherita Caprilli.

Georges Simenon. Otto viaggi di un romanziere è il titolo della mostra che la Cineteca di Bologna allestisce da oggi, 10 aprile 2025, fino all’8 febbraio 2026 negli spazi della Galleria Modernissimo, nel cuore della città, in Piazza Maggiore: una mostra che giunge dopo un lavoro decennale svolto sull’archivio custodito dal figlio dello scrittore, John Simenon. Una occasione imperdibile anche per ri-leggere Lettera a mia madre, il primo titolo di Simenon pubblicato da Adelphi, nel 1985 e con la traduzione di Giovanni Mariotti, come raccontiamo in coda a questo post. Prima, un breve estratto del libro.

(…)

Diciannove anni ho passato con te, quasi altrettanti con Désiré. Lavoravi molto, lui anche. La sorte vi ha riservato poche gioie.

Oggi capisco che una coppia con bambini non è solo una coppia. Qualche volta, dimentica persino di esserlo. Vicini nella casa, quasi sempre presenti, occhi infantili guardano e giudicano sul metro di una giovane intelligenza.

Si crede di essere semplicemente un padre e una madre.

Non è vero. Si è due individui, i cui gesti, parole, sguardi vengono spietatamente giudicati.

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