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Nuvole (haiku)
Pubblicato su Frasi e Pensieri in liberta' | Tag:consapevolezza, futuro, haiku, nuvole, Uomo
“Sii dolce con me. Sii gentile” poesia di Mariangela Gualtieri
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“Sii dolce con me. Sii gentile“
Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile, tiepido. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.
Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951) è una tra le voci più significative della poesia e del teatro contemporaneo italiano,
Nel 1983 ha fondato a Cesena, insieme al regista Cesare Ronconi, la compagnia Teatro Valdoca. All’interno della compagnia, Gualtieri svolge il ruolo di drammaturga e poeta, scrivendo testi che prendono vita durante le prove e si fondono con la danza, le arti visive e la musica. La sua attività teatrale è nota per i “riti sonori”, performance in cui la lettura dei versi assume una dimensione rituale e sacrale.
Pubblicato su Frasi e Pensieri in liberta' | Tag:"Sii dolce con me. Sii gentile", Amore, dolcezza, Gentilezza, Mariangela Gualtieri, poesia
La parte giusta
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“La parte giusta“
Stare dalla parte giusta,
Fare la cosa giusta,
Non è detto sia semplice,
Talvolta la coscienza urla,
E non si può fare a meno d’ascoltare,
Talvolta le ambizioni, gli egoismi,
La vigliaccheria e la superbia,
Gridano più forte,
La mettono a tacere,
Anche sulle conseguenze,
Stare dalla parte del più forte,
Delle prepotenze, delle manie,
Del despota di turno,
Può essere comodo,
Ma quando costui cade,
Perché prima o poi succede,
Nella polvere ci finiscono anche i servi.
Studiare la storia è importante.
La storia insegna.
by dany
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Girovagando # 21 # – “Valle Imagna” 08/11/2025






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“Bella escursione tra sentieri, stradine ed antichi borghi della Valle Imagna partendo dal paese di Clanezzo situato all’imbocco della valle, per raggiungere il Santuario della Cornabusa.”




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“La Ghiacciaia di Amagno“
Situata a Strozza nel Borgo di Amagno all’interno di una piazzetta lastricata in pietra, sulla quale si affacciano storici edifici e la secentesca Cà del Maestro, protetta da una ringhiera, c’è la botola della ghiacciaia. Prima che “La Ghiacciaia” venisse aperta al pubblico, pochi conoscevano il segreto, che celava la Cà del Maestro: un condotto sotterraneo dipartiva da uno dei locali, posti sul lato strada, portava ad un vano di forma cilindrica con copertura a volta, adibito a ghiacciaia. E’ una splendida struttura rimasta intatta, nonostante abbia un paio di secoli o forse più. L’uso delle ghiacciaie risale a non più di cinquant’anni fa, ma oggi l’avanzare della tecnologia le fa sembrare lontanissime secoli dal nostro mondo attuale.
La ghiacciaia, serviva per conservare il freddo, elemento essenziale per la conservazione degli alimenti deperibili durante la stagione estiva, quando non esistevano i frigoriferi.
Questo avveniva grazie alla neve ed al ghiaccio accumulati al suo interno durante il periodo invernale che protetti dalla cupola interrata o ricoperta in terreno, mantenevano fresca la temperatura fino all’inverno successivo. Con l’avvento del ghiaccio artificiale, le ghiacciaie furono gradualmente accantonate, demolite o abbandonate.
Nei locali antistanti il cunicolo che porta alla ghiacciaia, si trova il Museo Etnografico Valdimagnino, che oggi, ospita tanti oggetti del passato.
(Fonte: turismovalleimagna.it)








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“Madonna della Cornabusa“
Il santuario della Madonna della Cornabusa conosciuto come santuario della Cornabusa è un luogo di culto cattolico della frazione Cepino del comune di Sant’Omobono Terme, in provincia di Bergamo, in Valle Imagna, ed è dedicato alla Madonna Addolorata. La chiesa ipogea è completamente ricavata da una grotta naturale da cui esce una sorgente d’acqua.
La storia della chiesa si farebbe risalire in un periodo tra il 1350 e il 1440, alla guerra che tormentava la valle da tempo tra i guelfi e i ghibellini. Gli abitanti la frazione di Cepino per sfuggire a questi scontri trovarono rifugio in una grotta buca (in dialetto büsa). Una grande grotta naturale formatasi tra due pareti montuose. Alcune donne avevano portato la statua lignea della Vergine Addolorata, e a questa statuetta i rifugiati volsero le loro preghiere. Tutti furono salvati e a ringraziamento lasciarono nella grotta l’immagine della Madonna trasformando quella grotta in un luogo di culto. Secondo la tradizione anni dopo una giovane sordo-muta pregando l’immagine della Vergine ottenne la guarigione dalla malattia riacquistando il senso dell’udito. La tradizione vorrebbe che la statuetta portata nella chiesa parrocchiale di Cepino, tornasse miracolosamente una notte a trovarsi nella grotta. Iniziò così la devozione alla Madonna della grotta. Tutto questo portò all’autorizzazione della devozione che fu ufficializzata il 4 febbraio 1510 con la concessione dell’uso della grotta per le celebrazioni eucaristiche.
La chiesa è stata anche luogo di preghiera e di ritiro spirituale per don (e successivamente cardinale) Angelo Roncalli prima che diventasse pontefice.
Nei primi anni del Novecento fu costruito un muro di consolidamento dello spazio antecedente la grotta, muro che però crollò dopo poco, venendo poi ricostruito con una nuova via di accesso. Il santuario, proprio per la sua posizione dislocata e per le perdite d’acqua piovana dal soffitto, è chiuso durante il periodo invernale con la riapertura ai pellegrini il lunedì dell’Angelo di ogni anno.
In ricordo del santuario, ogni secondo sabato di settembre in Valle Imagna, vengono recitate messe nel luogo sacro, fatta una fiaccolata che porta alla grotta e accessi falò nel paese sottostante.
(Fonte: Wikipedia)
Pubblicato su Appunti, Montagna | Tag:escursione, Girovagando, madonna della Cornabusa, Natura, storia, Valle Imagna
“La guerra”poesia di Giovanni Raboni
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“La guerra“
Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso, marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
cosí dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello piú grande, piú sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figli, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato fra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, cosí povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.
da “A tanto caro sangue”
Pubblicato su Frasi e Pensieri in liberta' | Tag:"La guerra", Amore, figli, Giovannni Raboni, padri, poesia, sacrifici
Rimembranze musicali: “Più ci penso” – Gianni Bella (1976)
“Testo“
I tuoi corti capelli come sono cambiati
No, non mi dire chi li ha accarezzati
Fossi un pittore brucerei il tuo ritratto
Ma sono solo un amante distratto
Io non posso ballare e non voglio
Mi lasciasti solo col mio orgoglio
La mia anima è in un labirinto
Dove ho spento il fuoco con le mani
Ma come vuoi che io ti dica, “Rimani”
Se ti sfioro, eppure siamo lontani?
Più ci penso e più mi viene voglia di lei
Anche se, nella mia mente, diversa tu sei
La mia sete cresce, finché l’acqua non c’è
E ora che ci sei
Io, più ci penso e più mi viene voglia di lei
Le mie forze di uomo sono poche, perdono
Io mi avvicino e riscopro il tuo seno
E il tuo profumo come un dolce veleno
Spezza il ricordo di pure emozioni
Lei aveva una paura dolce
Il tuo sguardo taglia come una falce
Io di te subisco la presenza
Ma di lei non posso fare senza
Sono qui, con te, il mio cuore consumo
Come lei non mi amerà nessuno
Più ci penso e più mi viene voglia di lei
Anche se, nella mia mente, più bella tu sei
La mia sete cresce, finché l’acqua non c’è
E ora che ci sei
Io, più ci penso e più mi viene voglia di lei
Ah-ah, più ci penso e più mi viene voglia di lei
Anche se, nella mia mente, diversa tu sei
La mia sete cresce, finché l’acqua non c’è
E ora che ci sei
Io, più ci penso e più mi viene voglia di lei
Ah-ah-ah-ah-ah
Ah-ah-ah-ah-ah-ah
(Fonte: LyricFind)
Compositori: Antonino Bella / Giancarlo Bigazzi / Giovanni Bella
Data di uscita: 1976
Album: Sogni di un robot
Pubblicato su Appunti | Tag:"Più ci penso", canzoni, Emozioni, Gianni Bella, passato, Ricordi, Rimembranze musicali
Immagini – “Mi serve…. la prendo io!”
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“La Vocazione di Perdersi”
Questo piccolo saggio non indaga solo come recuperare le capacità naturali di orientamento dei nostri antenati, ma anche la dimensione spirituale che nasce da questa straordinaria e dimenticata esperienza.
Cosa accade quando si lascia temporaneamente il mondo organizzato dall’uomo per affidarsi ai suggerimenti, visibili e invisibili, offerti dalla natura stessa?
La riflessione e i racconti di un esperto che nelle sue avventure ha cercato la via in territori selvaggi e solitari.
Perdersi, o deviare rispetto a un percorso sperimentato,è la tecnica utilizzata dalla natura per evolversi. Anche in campo culturale molte novità e scoperte avvengono perché deviando da una tradizione ci si imbatte per caso in qualcosa di nuovo che si rivela interessante. Cristoforo
Colombo ha trovato l’America mentre cercava l’Asia. Fin dalle sue prime traversate in montagna, Franco Michieli ha scoperto che accettare un mondo in cui ci si può perdere e dove si può finire su una strada imprevista e sconosciuta è un buon modo per rinnovarsi
Andare in natura è il modo più universale, a portata di mano, per distogliersi saltuariamente da troppe false sicurezze e vie prestabilite e mettere alla prova di persona il comportamento del mondo. In realtà, finché seguiamo itinerari preconfezionati o ben segnalati, non abbiamo modo di sapere cosa accadrebbe se la via la cercassimo leggendo la sola natura.
Tutto cambia se teniamo la rotta interpretando le forme del territorio così come ci si presentano, osservando i movimenti apparenti del sole e della luna, decifrando il reticolo fluviale, navigando nella nebbia secondo la direzione del vento, e molto altro.
La vocazione di perdersi
Franco Michieli
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Pentirsi
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“Non pentitevi troppo delle scelte che avete fatto in passato. Semplicemente, fate quelle giuste in futuro. Siamo sempre capaci di cambiare e di dare il meglio di noi stessi.”
Cassandra Clare
(Shadowhunters – Le origini)
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“Facciamo che l’America sia l’America ancora” poesia di Langston Hughes
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“Facciamo che l’America sia l’America ancora“
Facciamo che l’America sia l’America ancora.
Facciamo che torni ad essere il sogno ch’è stato.
Facciamo ch’essa ritrovi nella prateria il pioniere
in cerca d’una magione dove trovare la propria libertà.
(L’America non fu mai America per me.)
Facciamo che l’America torni ad essere il sogno sognato
da quei visionari — facciamo che sia questa immensa solida terra d’amore
laddove mai vi dovranno attecchire regimi o regni o tiranni corrotti
né più alcun uomo sarà schiacciato da qualcuno sopra di lui.
(Questa non è mai stata l’America per me)
Oh, facciamo che il nostro Paese sia la terra dove la Libertà
è onorata senza alcuna patriottica coccarda,
ma l’opportunità si riveli reale, e libera sia la vita,
e l’Uguaglianza sia nell’aria stessa che respiriamo.
(Non vi è mai stata uguaglianza per me,
né libertà, in questa Patria della Libertà.)
Dimmi, chi sei tu che mormori nel buio?
Chi sei tu che stendi il tuo velo di traverso alle stelle?
Io sono il Bianco nella miseria, ingannato ed emarginato.
Io sono il Negro che ancora reca gli sfregi della schiavitù.
Io sono il pellerossa strappato alle sue terra,
Io sono il migrante che stringe nel pugno la propria speranza —
e ritrova soltanto il consueto stupido schema
del cane che mangia cane, del piccolo divorato da chi è più grande.
Io sono la gioventù colma di energia e speranza,
impastoiata in questa antica perpetua catena
di profitto, potere, guadagno, occupazione di terre!
Di conquistar l’oro! Di cogliere ogni occasione per saziare i bisogni!
Dell’uomo al lavoro! Del giorno di paga!
Del possedere tutto per la brama di avere!
Io sono il mezzadro asservito alla terra.
Io sono l’operaio, asservito al congegno.
Io sono il negro, il servo d’ognuno di voi.
Io sono la gente, vile, umile, violata,
offesa ancor oggi, nonostante quel sogno.
Sconfitta, ancora oggi — Oh, Pionieri!
Io sono colui che non ha mai avanzato, il miserrimo
operaio sconfitto in perpetuo, anno dopo anno.
Eppure io sono colui che ha avuto il sogno originale,
mentre nel mondo passato era ancora servo di re,
colui che ebbe un sogno così ardito, così saldo, così vero,
che ancora oggi intona la sua immensa audacia
in ogni pietra o mattone, in ogni solco tracciato,
colui che ha fatto l’America la Nazione che è diventata.
Oh, io sono l’uomo che ha navigato quei primi oceani
in cerca di ciò che sarebbe divenuta sua patria —
perché io sono colui che ha lasciato le scure rive d’Irlanda,
e le pianure della Polonia, e le brughiere di Britannia,
e sono quell’uomo che è stato strappato dai lidi dell’Africa Nera
per venire a edificare questa “Patria della Libertà”.
La Libertà?
Chi ha parlato di Libertà? Non io?
Davvero non io? Tutti i milioni tra noi oggi licenziati?
I milioni tra noi abbattuti mentre manifestiamo?
I milioni di noi che non hanno alcuno stipendio?
Per tutti i sogni che abbiamo sognato
e tutti i canti che abbiamo cantato
e tutte le speranze che abbiamo abbracciato
e tutte le bandiere che abbiamo innalzato,
tutti i milioni di noi che non hanno alcun compenso —
se non quel sogno che è ormai quasi spento.
Oh, facciamo che l’America sia l’America ancora —
la terra che ancora non è mai stata —
e pure ha da essere infine — la terra dov’è libero ogni Uomo,
la mia terra, la terra del povero, dell’Indiano, del Negro, la MIA —
Chi ha fatto l’America
del suo sudore e del suo sangue, della sua fede e dolore,
delle sue braccia in fonderia, del suo aratro sotto la pioggia,
deve riportarci qui il nostro sogno, di nuovo.
Certo, chiamatemi pure con ogni epiteto vi pare —
l’acciaio della libertà non si macchia e non s’intacca.
Dalle mani di coloro che vivono come cimici sulla vita di altri,
dobbiamo riprenderci indietro la nostra terra,
l’America.
Oh, sì,
chiaro e forte lo dico,
l’America non è mai stata America per me,
eppure, lo giuro su Dio —
America sarà.
Via dalle mafie, e dalla vergogna della morte nostra criminale,
dallo stupro e marciume della corruzione, e dalla truffa, dalla
menzogna e dalla coazione, noi, la gente, dobbiamo riscattare
le terre, le miniere, e i campi, e i fiumi.
E le montagne e le sterminate pianure —
tutto; per tutto l’estendersi di questi Stati fecondi,
e fare l’America ancora, di nuovo!
Langston Hughes (1901-1967) fu un poeta, scrittore e drammaturgo afroamericano, figura centrale del Rinascimento di Harlem, celebre per aver dato voce all’esperienza nera americana con uno stile influenzato dal jazz e dal blues, utilizzando un linguaggio semplice e ritmi musicali per trattare temi come razzismo, giustizia sociale e vita quotidiana, con opere chiave come The Weary Blues (1926) e la poesia “Harlem”
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