«Un sindaco negro? Ma che hai in testa?». Nel film Ritorno al futuro c’è una scena in cui il protagonista, Marty, catapultato indietro nel tempo dal 1985 al 1955 annuncia per caso al cameriere nero di una tavola calda che sarebbe diventato il sindaco della città. Sembra una battuta, una realtà incomprensibile per chi siede a quei tavoli quando l’America è ancora dominata dalla discriminazione nei confronti degli afroamericani e gente incappucciata se ne va per le campagne a fare stragi razziste. Oggi gli Stati Uniti hanno un presidente nero, eppure quel razzismo strisciante non sembra essere stato del tutto superato. La strage di Dallas ha riportato alla luce il problema in tutta la sua grandezza perché la scelta di un folle di fare fuoco sui poliziotti bianchi durante una manifestazione non può essere considerata un fatto isolato e trova una sua parziale spiegazione proprio in quei conflitti sociali.
Quel presidente nero che pochi giorni fa si è trovato a condannare con forza l’atto di violenza nei confronti della polizia di Dallas è lo stesso che nella sua prima campagna elettorale nel 2008 si trovò a pronunciare quello che è stato definito poi il suo “discorso sulla razza“. In realtà, nonostante il valore simbolico che l’intero pianeta ha attribuito poi alla sua salita alla Casa Bianca, a ben guardare, Obama non ha mai scelto di fare della tematica razziale la più importante delle sue prese di posizione. Forse perché non era quello il suo obiettivo. Ma forse anche perché non si può ignorare che il percorso di Obama non sia assimilabile alla vita di una afroamericano medio: è cresciuto in una famiglia bianca e ha potuto vedere da vicino le potenzialità del Paese della libertà, frequentando le migliori scuole fino alla laurea a Harward. Quale nero del Bronx si sarebbe potuto identificare in un rappresentante politico che per quanto si sforzasse non sarebbe mai stato nero abbastanza? La sua ascesa sociale e politica può richiamare più la retorica del sogno americano che quella del riscatto razziale.
Il 18 marzo del 2008 Obama dovette, però, fare i conti con la comunità nera, con le sue difficoltà, con i suoi problemi. Dovette prendere le distanze dalle parole del reverendo Jeremiah Wright che era a capo della Trinity United Church, la chiesa che Obama aveva sempre frequentato. Il Reverendo Wright aveva più volte difeso la sua comunità da quello che considerava essere un razzismo imperante, una violenza che può solo generare violenza. Aveva cioè sostanzialmente giustificato la reazione dei neri nei confronti delle violenze dei bianchi. E così Obama nel suo discorso scelse di cominciare dalle origini: «Sono figlio di un uomo nero del Kenya e di una donna bianca del Kansas. Sono stato allevato con l’aiuto di un nonno bianco che è sopravvissuto alla Depressione e che ha servito l’esercito durante la seconda guerra mondiale e una nonna bianca che lavorava sulla catena di montaggio di un bombardiere mentre il marito era per mare». Dalla sua storia familiare è passato a quella della moglie Michelle: «Porta dentro di sé il sangue degli schiavi e dei padroni». Obama era convinto, però, che in nessuna altra nazione della terra la sua storia sarebbe stata possibile. Fu un discorso di unità quello del futuro presidente, un discorso di speranza nel tentativo di affermare un’idea: «Questa nazione è di più della somma delle sue parti. Da molti, noi siamo veramente uno».
Quanto di immaginifico ci fosse in quel discorso, quanto Barack Obama credesse davvero nelle sue parole nessuno è in grado di dirlo. Sta di fatto che quell’unità a lungo perseguita non è stata mai completamente raggiunta. Che il numero di afroamericani uccisi dalla polizia negli Stati Uniti – 123 nei primi 6 mesi del 2016 – è sproporzionato rispetto ai bianchi se si considera che i neri rappresentano il 14 per cento dei cittadini americani. Ed è una commistione di odio e violenza che trova il suo sfogo naturale nelle armi così familiari alla popolazione degli Usa a generare tutto questo.
Barack Obama non ha mai voluto che la sua vittoria fosse l’occasione per i bianchi per proclamare una «riconciliazione razziale a prezzo ridotto». E tanto meno che fosse un modo per loro per lavarsi la coscienza. In quel discorso di otto anni fa Obama condannò la violenza e le prese di posizione del reverendo Wright, ma non lo sconfessò. Anzi, ne ricordò i lati positivi, le azioni a sostegno di poveri e disagiati. Un po’ come se quelle frasi fossero state le esternazioni sbagliate di un uomo buono che nel bene e nel male guidava una comunità sottoposta ogni giorno al peso del razzismo: «Non posso rinnegare il reverendo Wright così come non posso rinnegare la mia nonna bianca che si è sacrificata per me, una donna che mi ama come qualsiasi altra cosa al mondo, ma una donna che un giorno confessò la sua paura degli uomini neri che le passavano accanto per strada e che in più di un’occasione ha espresso stereotipi razziali e etnici che mi hanno fatto raccapricciare».
Le contraddizioni sono al centro di quel famoso discorso di Obama. Le contraddizioni di una famiglia bianca che ha cresciuto un nipote nero, le contraddizioni di un popolo, le contraddizioni di una nazione. Obama diceva comunque di amarla quella nazione nel 2008. Chissà se oggi, a pochi mesi dalla fine del suo mandato, mentre combatte con le proteste dei neri e con il risentimento dei bianchi, direbbe lo stesso.


















