| CARVIEW |
” Permesso negαto! “, replicò l’ufficiαle,” Non voglio che lei rischi lα suα vitα per un uomo che probαbilmente è giα’ morto ” ..
Il soldαto, senzα prestαre αttenzione αl divieto, se ne αndò e un’orα dopo ritornò ferito mortαlmente, trαsportαndo il cαdαvere dell’αmico ..
L’ufficiαle erα furioso: ” Le αvevo detto che ormαi erα morto! Mi dicα se vαlevα lα penα αndαre fin lα’ per recuperαre un cαdαvere ?! ”
Il soldαto, moribondo, rispose: ” Certo, Signore! Quαndo l’ho trovαto erα αncora vivo e hα potuto dirmi:
– Ero sicuro che sαresti venuto .. Ti voglio bene – “
UN AMiCO E’ COLUi CHE ARRiVA SEMPRE ANCHE QUANDO TUTTi Ti HANNO GiA’ ABBANDONATO.
il mondo ti crolla addosso.
per quanto tu possa tentare
tenere insieme il tutto è difficile,
non c’è più nulla da fare,
non c’è colla abbastanza forte
per tenere insieme un legame
che credevi inossidabile e duraturo.
avevi scommesso tutto quello che avevi,
nella certezza che solo la morte
avrebbe chiuso il giro.
e invece hai perso
e niente più ti è rimasto.
e così rimani, con in mano
i pezzi di un’amicizia
che non potrai più rimettere insieme
si sa, l’amicizia si fa
tra due persone e non con una sola.
quando perdi un amico
è come se portassero via
un pezzo di te.
uno di quei pezzi senza il quale
non si può andare avanti.
ti senti mutilato,
ti senti frustrato,
ti senti arrabbiato
e la rabbia si fa sentire
ancora di più e di più,
quando le lacrime scorrono,
mentre ti senti dire
non abbiamo più nulla da dirci.
avevi scommesso tutto qullo che avevi,
nella certezza che solo la morte
avrebbe chiuso il giro.
e invece hai perso
niente più ti è rimasto.
e così rimani, fra le mani
solo i ricordi dei momenti passati,
delle discussioni fatte,
delle risate,
dei caffè e delle sigarette,
dei vani tentativi
di chiudere una zuccheriera.
poesie di Salvatore Quasimodo
Salvatore Quasimodo (1901 – 1968) è stato un poeta italiano esponente della corrente dell’ermetismo; ha inoltre ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1959.
La poesia di Quasimodo rivela il suo carattere pensoso e umano pur giungendo a soluzioni originali e ricche sul piano artistico ed intellettuale. Il suo ermetismo si sviluppò in modo originale; Quasimodo adottava infatti un linguaggio scarno ma non privo di sfumature musicali e contraddistinto da una nota di tristezza.
Tra le principali raccolte di poesie di Salvatore Quasimodo si ricordano Oboe sommerso, Ed è subito sera e Lirici greci.
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scuote l’aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.
Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d’improvviso un giorno.
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo. » – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater. »
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?
abbandonata più fanno la sera,
come indolente
è svanito l’ultimo tuo passo
che appare appena il fiore
sui tigli e insiste alla sua sorte.
Una ragione cerchi agli affetti,
provi il silenzio nella tua vita.
Altra ventura a me rivela
il tempo specchiato. Addolora
come la morte, bellezza ormai
in altri volti fulminea.
Perduto ho ogni cosa innocente,
anche in questa voce, superstite
a imitare la gioia.
ed una fresca rosa;
e la sua chioma
le ombrava lieve e gli omeri e le spalle….
verdi su mari immobili.
D’alghe arse, di fossili marini
le spiagge ove corrono in amore
cavalli di luna e di vulcani.
Nel tempo delle frane
le foglie, le gru assalgono l’aria:
in lume d’alluvione splendono
cieli densi aperti agli stellati;
le colombe volano
dalle spalle nude dei fanciulli.
Qui finita è la terra:
con fatica e con sangue
mi faccio una prigione.
Per te dovrò gettarmi
ai piedi dei potenti,
addolcire il mio cuore di predone.
Ma cacciato dagli uomini,
nel fulmine di luce ancora giaccio
infante a mani aperte,
a rive d’alberi e fiumi:
ivi la latomia d’arancio greco
feconda per gli imenei dei numi.
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.
Altro tempo: un telaio batteva nel cortile
e s’udiva nella notte un pianto
di cuccioli e bambini.
Vicolo: una croce di case
che si chiamano piano,
e non sanno ch’è paura
di restare sole nel buio.
povera mano, la città è morta.
È morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio: E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
gli anni sommersi taciti spogliarmi,
si che cangi la pene in moto aperto:
curva minore
del vivere m’avanza.
E fammi vento che naviga felice,
o seme d’orzo o lebbra
che sé esprima in pieno divenire.
E sta facile amarti
in erba che accima alla luce,
in piaga che buca la carne.
Io tento una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
Ancora mi lasci: son solo
nell’ombra che in sera si spande,
né valico s’apre al dolce
sfociare del sangue.
ch’io mi cerchi ancora
un volto d’anni sopito
che un cavo d’acque
riporti in trasparenza,
e ch’io pianga amore di me stesso.
Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d’astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto;
un incurvarsi d’orbite segrete
dove siamo fitti
coi macigni e l’erbe.
è nodo d’ombre.
Non altro ora consola
che il silenzio: e non ci sazia
volto mutevole d’aria e di colli,
giri la luce i suoi cieli cavi
a limite di buio.
Mobile d’astri e di quiete
ci getta notte nel veloce inganno:
pietre che l’acqua spolpa ad ogni foce.
Bambini dormono ancora nel tuo sonno;
io pure udivo un urlo talvolta
rompere e farsi carne;
e battere di mani ed una voce
dolcezze spalancarmi ignote.
a te consegno, Signore,
non sanata infermità,
i ginocchi spaccati dalla noia.
M’abbandono, m’abbandono:
ululo di primavera,
è una foresta
nata nei miei occhi di terra
Romba alta una notte
di caldi insetti;
il cordiglio mi slega
la tunica marcia d’orbace.
Mi cardo la carne
tarlata d’acaridi:
amore, mio scheletro.
Nascosto, profondo, un cadavere
mastica terra intrisa d’orina.
Mi pento
d’averti donato il mio sangue,
Signore, mio asilo:
misericordia!
Né amore accosta
silvani accordi felici
nell’ora sola con me:
paradiso e palude
dormono in cuore ai morti.
E un sepolto in me canta
che la pietraia forza
come radice, e tenta segni
dell’opposto cammino.
il mio cuore con essi.
Pietà di sé
nell’ultimo umore ha la terra.
Muove nei vetri dell’urna
una luce d’alberi lacustri;
mi devasta oscura mutazione,
santo ignoto: gemono al seme sparso
larve verdi:
il mio volto è loro primavera.
Nasce una memoria di buio
in fondo a pozzi murati,
un’eco di timpani sepolti:
sono la tua reliquia
patita.
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.
Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.
Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;
In me si fa sera:
l’acqua tramonta
sulle mie mani erbose.
Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,
e i giorni una maceria.
la neve cede chiari azzurri.
Sono memoria
d’ogni mia ora terrena,
angelo biancospino.
A te mi porgo trebbiato
senza seme; e duole dentro
pietà di magre foglie
che m’aiuta la morte.
Dalla fangaia affiora
roseo anellide
ermafrodito.
della notte consorte,
ora dissepolta
quasi tepore d’una nuova gioia,
grazia amara del viver senza foce.
Vergini strade oscillano
fresche di fiumi in sonno:
Ed è morte
uno spazio nel cuore.
e fu di pena deriva
ad ogni giorno
il tempo che rinnova
a fiato d’aspre resine.
In me un albero oscilla
da assonnata riva,
alata aria
amare fronde esala.
M’accori, dolente rinverdire,
odore dell’infanzia
che grama gioia accolse,
inferma già per un segreto amore
di narrarsi all’acque.
Isola mattutina:
riaffiora a mezza luce
la volpe d’oro
uccisa a una sorgiva.
pigre campane affondano.
Non dirmi parole: in me tace
amore di suoni, e l’ora è mia
come nel tempo dei colloqui
con l’aria e con le selve.
Verde deriva d’isole,
approdi di velieri,
la ciurma che seguiva mari e nuvole
in cantilena di remi e di cordami
mi lasciava la preda:
nuda e bianca, che a toccarla
si udivano in segreto
le voci dei fiumi e delle rocce.
Poi le terre posavano
su fondali d’acquario,
e ansia di noia e vita d’altri moti
cadeva in assorti firmamenti.
Averti è sgomento
che sazia d’ogni pianto,
dolcezza che l’isole richiami.
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano :
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.
Alle fronde dei salici
E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.
Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima
A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.
Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.
Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.
si rompono le gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul fosso.
E tutto sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
conchiglia del mio mare
e nel suono lontano udivo cuori
crescere con me, battere
uguale età. Di dèi o di bestie, timidi
o diavoli: favole avverse della
mente. Forse le attente
morse delle tagliole
cupe per volpi lupi
iene, sotto la luna a vela lacera,
scattarono per noi,
cuori di viole delicate, cuori
di fiori irti. O non dovevano crescere
e scendere dal suono: il tuono tetro
su dall’arcobaleno d’aria e pietra,
all’orecchio del mare rombava una
infanzia errata, eredità di sogni
a rovescio, alla terra di misure
astratte, ove ogni cosa
è più forte dell’uomo.
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.
Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
“Baciamu li mani”. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.
Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.
È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchi mura,
per restare solo a ricordarti.
Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre bette il piede dei cavalli!
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s’è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento
salga e altra ruggine fiorisca.
e più ritornano nel cuore dei poeti.
Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno
con le colline di cadaveri che bruciano
in nuvole di nafta, là i reticolati
per la quarantena d’Israele,
il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido,
le catene di poveri già morti da gran tempo
e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
là Buchenwald, la mite selva di faggi,
i suoi forni maledetti; là Stalingrado,
e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
Il mio paese è l’Italia, o nemico più straniero,
e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita
tu chiami una vita
che dentro, profonda, ha nomi
di cieli e giardini.
E fosse mia carne
che il dono di male trasforma
sta intento ed ascolta l’abisso
col fusto piegato a balestra.
Rifugio d’uccelli notturni,
nell’ora più alta risuona
d’un battere d’ali veloce.
Ha pure un suo nido il mio cuore
Sospeso nel buio, una voce;
sta pure in ascolto, la notte.
Trascrivo la poesia In questo buio gridare che bene mostra le zone d’ombra dell’anima che cerca, con un carico di nostalgia, la rimarginazione delle di oggi con cerotti di memoria atavica, alimentata dall’immaginazione. Così l’autore attualizza la visione della città che ha avuto una storia gloriosa, che oggi manca e di cui resta una memoria i cui contorni si sfaldano e non si colgono con chiarezza.
In questo buio gridare
In questo buio gridare
sopra i comignoli imbrattati d’inchiostro,
guardiamo i gatti
di Piazza del Carmine
ferocemente attraversare
il sagrato.
Mi sanguina il cuore
andare oltre,
all’imbrunire stridulo,
nelle stradicciole vacillanti.
Alla fine, la letteratura e il gioco intertestuale assumono un ruolo di primo piano, affermato sin dal primo verso della raccolta: “con gli occhi di brace”. Il Caronte di Virgilio e poi di Dante traghetta il lettore a Pandosia, ancora una volta in uno spazio intermedio fra immaginazione, realtà e storia, proprio perché l’Acheronte del mito è anche il fiume dell’infanzia calabrese di Senatore, richiamato dalla prima pagina. Un fiume da attraversare per crescere, per conoscere il mondo e la realtà. E dall’altra parte del fiume c’è l’oggi, il tempo e la spazio dedicati agli eroi che hanno combattuto la mafia, quelli della perenne precarietà, dela subalternità come cittadini misconosciuti, come capacità intellettuale denigrata e talvolta derisa, dei sentimenti più vivi e forti. Dal passato, dunque, al presente, e nello scontro o confronto fra i due piani Senatore crea poesia e accostamenti semantici nuovi e ad effetto.
Inespresso universo
Sempre il domani
richiama la solitudine:
frammenti di ginestre, decapitati.
Il vento si consuma
nel supremo arrivo;
il silenzio tenero e complice
dell’inespresso universo.
Una rifrangenza tra desideri e delusioni, mai chiaramente declamati, offuscati da un pudore che non riconosce gli inganni della storia, e attribuisce volontà di riscatto a un racconto velato sempre di malinconia, di ingiustizie, di sopraffazioni. Una narrazione che il lettore deve cercare nelle pieghe del sipario che sventola strappato, ma si apre mai del tutto.
Due agosto
Nel girone autostradale
che dal Brennero
si innerva nel cuore dell’Appennino.
Una notte di suoni violenti e ingorghi.
Lo smog annebbiava la vista sul greto del Reno.
Giunse una voce di salvezza nello stridio dei camion in frenata.
Si dipanavano le mete
degli emigrati e i miraggi
delle piazzole indicavano
un chilometro finale.
Un secolo trascorse: grato a coloro
i quali dispensarono un viaggio,
viandanti pietosi del mio malessere.
Protessero il percorso sino all’arrivo
con la corda dell’animo.
Varcarono la vita proiettando
nel cielo progetti di stelle.
Filippo Senatore
Da Pandosia (Manni, 2009)
Il “girone autostradale”, tra aldilà e moderni spostamenti, rende la peculiarità di questa poesia apparentemente proiettata soltanto nel sogno di un’epoca magica trascorsa e perduta, che riemerge nella memoria, ma che in certi passaggi attualizza il sentimento del tempo mettendo a fuoco le lacune sofferte del presente”. Valeria Riboli
Caro Beppe, sto guardando le foto di Amma, «the hugging saint», la sacerdotessa indiana che è in tour mondiale per abbracciare la gente, e sono un po’ perplessa. Ho letto di persone che fanno la fila per ore per essere solamente abbracciate. Non voglio denigrare questa santa donna, che è una mahatma come lo era Gandhi, ma mi sto chiedendo quanta fame di affetto, di gesti così semplici e normali ci sia oggi nel mondo occidentale perché, se nella mentalità indiana non si usa toccare gli altri, da noi invece è, o meglio dovrebbe essere, una consuetudine. Ma perché allora andare da questa sconosciuta solo per farsi … abbracciare? Abbiamo così tante persone vicine da stringere a noi per dimostrare e darci affetto, per parlarci, per stare insieme. Chi aspetta il suo turno ed è ritornato da Amma anche per la terza volta, dice che si respira una bella aria da lei, un’aria di pace. Non è che forse sia più facile andare da persone così che sono comunque degli estranei, lontani da noi, per cercare aria serena piuttosto che viverla nelle nostre case o ricreare la pace nelle nostre famiglie? Penso ai nostri vecchi troppo spesso da soli davanti alla tele e ai nostri bambini invece che vengono viziati da troppe cose fredde e colorate che di veri e semplici abbracci di affetto non hanno nemmeno l’ombra. E tutti siamo sempre di corsa, non abbiamo mai tempo, però siamo capaci di metterci in fila per ore aspettando l’abbraccio di una sconosciuta. Che strano paradosso. In fondo siamo tutti degli «hugging saints», se solo ce ne rendessimo conto.
Maria Ghiraldo, maria_ghiraldo@libero.it
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| Romano Battaglia, Frasi Dai Suoi Libri!Nella vita ci sono giorni pieni di vento e pieni di rabbia, ci sono giorni pieni di pioggia e pieni di dolore, ci sono giorni pieni di lacrime; ma poi ci sono giorni pieni d’amore che ci danno il coraggio di andare avanti per tutti gli altri giorni. ~ Romano Battaglia da Notte infinita ~
Il segreto che permette all’uomo di non invecchiare è quello di rimanere semplice
Dietro ogni essere umano c’è un paradiso piccolo o grande
Quando la felicità ci viene incontro non è mai vestita come pensavamo.
Le parole di quei bambini, i loro sogni, i loro pensieri sono messaggi di verità:
La notte non è mai così nera come prima dell’alba
Anche se cio’ che puoi fare è soltanto una piccola goccia nel mare,
Il tempo è come un fiocco di neve,
Quando al mattino il sole si leva dietro le montagne
Trascorriamo la vita sperando in un domani diverso che non verrà mai.
Il mare spesso parla con parole lontane, dice cose che nessuno sa. |
i colori sbiaditi di
questa giornata d’autunno
alimentano la mia malinconia,
ma le tue parole arrivano
come gocce di rugiada,
come lacrime
sul mio cuore rattrappito.
tu mi accarezzi l’anima..
dolce amica mia
Caro Beppe,
noi adulti di tutto ci preoccupiamo nella vita dei nostri figli: che siano vestiti bene, che mangino a sufficienza e in modo sano, che possano avere una buona educazione, che sappiano coltivare giuste amicizie, che sappiano muoversi nel mondo con disinvoltura, tra sport, lingue, musica e tecnologie, per poter poi dispiegare al meglio tutte le loro potenzialità. Ma quando arriviamo alla religione ci scopriamo molto corretti: non vogliamo prevaricare e influenzare, auspichiamo che i nostri bambini si accostino alla religione in modo autonomo, magari in età adulta. Ma per tutto il resto che riteniamo importante li lasciamo nudi, senza educazione, senza relazioni e senza affetti per renderli autonomi?
Se mia figlia mi rivolgesse la bellissima domanda che la sua bambina ha posto a Luca («Papà, vedi Dio?», 8 ottobre), le direi che anche in lei io vedo Dio, perché è Dio che con amore l’ha creata a Sua immagine e l’ha affidata alla mamma e al papà. Il mio Dio non è certo grande come la statua di Lincoln: ha l’aspetto indifeso di un neonato a Natale, fragile e sofferente sulla Croce, ma è certamente potente, al punto da colmare tutti i limiti e gli errori (anche i miei di mamma) per toccare i cuori dei nostri figli con la Grazia del Suo amore.
Quando vado a passeggio con la mia bambina, se passiamo davanti alla casa dei nonni, subito vuole entrare a salutarli; se passiamo davanti a una chiesa, vuole entrare a salutare Gesù. Se anche quando sarà grande si sentirà a casa sua nella casa di Dio, potrò essere serena: avrà nel cuore, prima ancora che nella mente, una bussola che la guiderà nella vita e la aiuterà a scegliere il vero meglio.
Per inciso, alla base di tutti questi miei ragionamenti sta il fatto che io credo che Gesù Dio si sia incarnato, sia vissuto, sia morto e sia risorto, e che quindi non sia vera l’affermazione che «nessuno sia mai tornato a raccontarci com’è»
Paola Albertoni, albertoni.broker@alice.it
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