| CARVIEW |
[Salvataggio assai rudimentale di un file “irraggiungibile” alla fonte; saremmo grati a chi volesse indicare una più degna alternativa. t.m.]
]]>Marino ha inviato il suo testo dall’Olanda, in qualità di redattore di La poesia e Lo Spirito.
Marino Magliani, nato a Dolcedo nel 1960, vive alcuni anni in Sud America e Spagna, prima di stabilirsi sulla costa olandese. Traduttore e narratore, i suoi romanzi sono L’estate dopo Marengo, Quattro giorni per non morire, Il collezionista di tempo, Quella notte a Dolcedo, La Tana degli Alberibelli e la graphic novel tradotta dal suo romanzo Quattro giorni per non morire. E’ redattore di La poesia e lo spirito, e collabora alla rivista di viaggi culturali Alibi per essere altrove.
Metamorfosi della narrazione: quando un romanzo – come è accaduto al tuo “Quattro giorni per non morire” nato dalla collaborazione con Marco D’Aponte – diventa graphic novel cosa accade alla narrazione? (stile, atmosfere, intento cambiano subendo la“traduzione” in immagini?)
Diciamo intanto che mi sono trovato subito bene con D’Aponte, avevo letto una sua cosa torinese, certe atmosfere noir di un commissario e appena mi ha mostrato le tavole dei 4 giorni ho rivisto i miei uomini in fuga tra Sud America e Liguria esattamente come li avevo raccontati a me stesso. Mi interessava che ci fosse la Liguria, molto importante, come un personaggio geografico, nel romanzo e la Liguria l’ho trovata.
Quattro giorni per non morire aveva nel suo plot un destino di graphic novel: é infatti la storia di due archeologi liguri che si trovano in Perù alla ricerca di un disegno che pare sia stato rinvenuto nelle tombe incaiche e in certi drappi di antiche civiltà guatemalteche. I due entreranno in contatto coi profanatori di tombe peruviani, e saranno inseguiti dall’esercito. Al ritorno in Italia, a Colibrì, uno dei due archeologi, saranno concessi quattro giorni e Colibrì li userà per non morire.
Quali parti della narrazione non possono essere sostituita da immagini?
Certi sguardi lirici credo, tutto ciò che ha solo bisogno della parola nuda per esistere.
Quali consigli daresti a uno scrittore e a un fumettista che decidono di lavorare insieme?
Intanto, nel caso di narratori come me che raccontano sempre e solo un paesaggio, occorre, sarebbe auspicabile che il fumettista conoscesse quel mondo. Nel mio caso é stato così: D’Aponte é torinese ma trascorre una parte del suo tempo in Liguria. Altri consigli non saprei, bisogna dire che io sono l’autore del romanzo tradotto poi in graphic novel, ma la sceneggiatura é stata scritta da Andrea B. Nardi.
Cosa ti ha spinto a partecipare a Blog&Nuvole?
L’entusiasmo del progetto, la grafica del blog, lessi di questa proposta su Nazione indiana e La poesia e lo spirito e poi sono stato contento di avervi partecipato quando ho visto le tavole di Antonio Vecchio.
Marco D’Aponte, specularmente, racconta la sua esperienza con la graphic novel.
Marco D’Aponte, torinese, insegna Discipline Pittoriche e tecnica del fumetto. Espone i suoi dipinti dal 1971. L’ultima mostra, “Ritratti di uomini e di macchine”, è dedicata alle imprese del grande pilota. E’ illustratore in campo pubblicitario ed editoriale e autore di fumetti. Dall’incontro con la scrittrice Gianna Baltaro è nata l’idea di fumettare i romanzi gialli che hanno per protagonista il Commissario Martini: Una certa sera d’inverno è la sua prima graphic novel. Collabora con riviste di settore e con La Stampa (la serie “La valigia del cantastorie” con testi di Guido Ceronetti, e il fumetto a puntate “C’era una volTAV”). Sta lavorando alla biografia romanzata ”NUVOLARI Compagno del Vento”
Le tue considerazioni circa la tua esperienza sulla graphic novel che stai realizzando con Marino Magliani.
Il lavoro in coppia nell’ambito del fumetto è frequentissimo. Non sempre chi disegna è anche un bravo scrittore e viceversa. Lo sceneggiatore è un professionista che conosce molto bene il media e scrive per ottenere, tra testo e disegni, il massimo risultato.
Ciò che fa la differenza con il prodotto graphic novel è che spesso, come nel caso di “Quattro giorni per non morire”, sono tratte da romanzi. Non è una novità e abbiamo avuto anche in Italia importanti esempi di “riduzione a fumetti” come si diceva un tempo, di celebri romanzi. In questi casi abbiamo a che fare con testi letterari certo non nati espressamente per il fumetto o per il cinema. Il nostro lavoro è complesso poiché occorre salvaguardare il tono generale dell’opera, sintetizzarne i contenuti, tener conto del linguaggio ed esaltare gli aspetti visivi, traducendo in immagini la suggestione delle parole.
Certo si perde molto dal punto di vista letterario, ma occorre essere coscienti che si crea un prodotto nuovo, che si esprime attraverso un diverso linguaggio e lo scrittore deve sapere e accettare questa trasformazione. I risultati di questa alchimia sono, in molti casi, interessanti. Lo scorso anno Marino Magliani ha proposto con entusiasmo di trasformare in immagini e parole il suo “Quattro giorni” a me e a Andrea B. Nardi che ne ha curato la sceneggiatura. Ci ha lasciato piena autonomia, guardando da lontano. Un romanzo non facile da adattare a fumetti che ha costituito una sfida anche per noi. Marino ha visionato le bozze a matita ed ha approvato.
Cosa suggeriresti a uno scrittore e a un disegnatore che decidono di collaborare insieme?
Il suggerimento che posso dare dall’esperienza che ho avuto collaborando con diversi scrittori (Guido Ceronetti, Gianna Baltaro, Pit Formento, Marino Magliani, Andrea Nardi, Dario Lanzardo) è di scambiarsi apertamente le impressioni via via che il lavoro procede fidandosi delle competenze di ciascuno. L’obiettivo come dicevo prima e di collaborare a creare un prodotto nuovo, autonomo che ha grandi possibilità sul piano espressivo e artistico.
]]>Massimo Carlotto – (Padova, 22 luglio 1956) è uno scrittore, drammaturgo e sceneggiatore italiano. È uno dei più famosi scrittori europei di libri noir. Vive e lavora a Cagliari. Ha iniziato la sua esperienza letteraria con Il fuggiasco (1995), autobiografia romanzata. Dal libro è stato tratto nel 2003 un film, diretto da Andrea Manni, con Daniele Liotti. Il personaggio più conosciuto della produzione letteraria di Carlotto è l’Alligatore, detective privato sopra le righe che, in modo non sempre legale, vive fino in fondo i casi in cui si ritrova coinvolto.
Massimo, qual è la tua esperienza con la graphic novel?
Con Giuseppe Palumbo in due tempi con la guerra di Spagna e con Igort alle prese con il mio Alligatore. Due esperienze intense dalle quali ho imparato molto. non solo perché ho lavorato con due grandi artisti ma anche perché mi sono state utili dal punto di vista tecnico. Sono convinto del valore della contaminazione tra stili narrativi differenti come momento di arricchimento.
La graphic novel può aiutare il fumetto italiano a crescere? (ad esempio nella direzione del noir, o affrontando temi reali con un certo spessore e lo strumento della narrativa di genere, svincolandosi dall’idea tutta italiana che il fumetto sia “cosa” per ragazzi)
Non solo il fumetto ma la letteratura di genere nel suo complesso. Ormai la g.n. si è affermata come uno strumento straordinario per raccontare certe storie o per completare progetti narrativi che hanno usato forme iniziali diverse (un romanzo ad esempio). Che il fumetto sia cosa per ragazzi è un pregiudizio duro a morire ma bisogna insistere e la g.n. può aiutare il pubblico più abituato alla forma romanzo ad avvicinarsi al fumetto. Ci vuole tempo e… buoni prodotti.
L’associazione parole – immagini rischia in alcuni casi di “togliere” invece di contribuire all’ intensità della narrazione?
Al contrario ma bisogna che sia chiaro che come è vero che non tutte le storie sono adatte a diventare un romanzo, è altrettanto vero che non sempre si possono associare efficacemente parole e immagini. Lo scrittore scrive per far immaginare, il disegno svela attraverso l’immagine. sono queste due forme che devono trovare un equilibrio e un’armonia narrativa.
Quali consigli daresti ad uno scrittore e a un fumettista che decidono di lavorare insieme?
Di conoscere non in modo superficiale il lavoro dell’altro e di parlare molto. anzi moltissimo. e non solo del progetto.
Stai pensando ad un’altra graphic novel, dopo le esperienze con Igort e Giuseppe Palumbo?
Giuseppe mi ha proposto una graphic novel davvero interessante. Mi piacerebbe…
]]>
]]>
]]>
]]>
Tutto era pronto: il rag. Ghiringhelli stringeva a sé, come un trofeo, il sacchetto dei punti fedeltà, Mero Kali, fasciata la testa in un turbante turchino, scalpitava sul posto e Jimpsy, il coniglio mannaro, arrotava d’impazienza i dentoni rosicatorii.
A un cenno solenne del rag. Ghiringhelli saltarono in auto come un sol uomo, e presto furono sulla strada per il Centro Commerciale le Magnolione. Arrivati nel piazzale del Centro Commerciale rimasero un minuto in auto a osservare: l’edifico rigurgitava famiglie del sabato inferocite. Ma Ghiringhelli, Mero Kali e Jimpsy erano pronti ad affrontare la prova, niente li avrebbe fermati. Niente.
Scesero dall’auto. Sentivano l’adrenalina scorrere nel sangue, i muscoli tesi, pronti allo scatto. Erano determinati. Erano concentrati.
Si avviarono all’ingresso, schivarono i primi carrelli falcati che ritornavano alle auto parcheggiate. Un bambino fece cadere il gelato sui piedi di Jimpsy che, con un fremito, soffocò l’istinto omicida e proseguì arrotando i dentoni. Guadagnarono l’ingresso.
Lo spettacolo fu subito orribile e fece arricciare i baffi ai tre: una bolgia, un girone infernale, più gironi infernali convergenti nell’atrio assirobabilonese.
La tensione dell’aria aveva odore d’ozono e zucchero filato.
Si lanciarono.
Colpi di carrello gomitate pestoni aliti pesanti danni fisici e morali vortice gorgo paura istinto di sopravvivenza.
Malconci arrivarono in fondo alla galleria. Si difesero da due hostess che volevano spruzzare sui loro corpi un nuovo profumo, Maelstrom, ma loro schivarono come splendidi atleti del rugby chiusi nelle loro armature. Galopparono in colonna verso l’Angolo Fedeltà.
Franarono contro il bancone. La commessa li guardò con commiserazione. Sapeva cosa avevano affrontato: lì le massaie ululavano alla luna davanti alle offerte 3 per 4, i bambini raggiungevano momenti di crudeltà cosmica. Il ragioniere depositò il sacchetto gonfio di punti fedeltà. Erano 15.003. Tre in più del previsto: li aveva contati indossando cuffie da metalmeccanico per non distrarsi. La commessa osservò con ammirazione il rag. Ghiringhelli, che le confidò d’aver comprato 50 kg di pesce persico per raggiungere la cifra prevista. E pronunciò parole che risuonarono come acqua nel deserto:
Complimenti, lei ha diritto a un Gazebo in Palissandro da Giardino della ditta Refola.
]]>Signore e signori. Ragazzi e militari metà prezzo.
Eccomi qui, su questa pubblica piazza. Tra nani del circo, saltimbanchi, giocolieri e artigiani del monile.
Ma io, il grande Abraxas, mi concedo a voi con la mia nuova illusione. L’incantesimo per i vostri occhi e il vostro cuore…bambino lasciami lavorare…E non vi chiedo danaro e non vi chiedo cibo. Ma cinque minuti del vostro tempo e del vostro silenzio. Perché qualunque rumore e l’incantesimo svanisce…bambino vai a prenderti lo zucchero filato ché questo non è posto per te…cinque minuti per sognare e per stupirvi.
Come si stupirono nel mercato di Zanzibar, nella casbah di Tunisi e nel parco comunale di Novi Ligure. Lì, col cuore in gola, tutti ad ammirare il grande Abraxas che oggi regala a voi la magia, il sogno e la follia…bambino hai finito lo zucchero? E vai alle frittelle, ché qui Abraxas ha da fare…e tornerete nelle vostre case con il grande Abraxas nelle pupille e nella testa. Un sogno che continuerà a farvi visita ogni notte. Perché solo ciò che sembra ma non è sa stupire più di ogni miracolo.E scalò lentamente il palazzo antico in muratura mattonata.
Raggiunta la ringhiera vi salì, allargò le braccia come per spiccare un volo d’angelo.
Io, il grande Abraxas! disse. E si lasciò andare rimanendo sospeso al nulla. Lui, parallelo al suolo, mentre chiunque si portava le mani sulle labbra e sugli occhi.
Ammirate, disse, il grande Abraxas. Cosa mi tiene così levitato? Non è la forza, non è il trucco, non è il padreterno. E’ l’arte del grande Abraxas e il vostro silenzio.
Due acrobati volteggiarono tra il pubblico con capriole e salti mortali. Applausi per loro. Uno scroscio frastornante…NO!, provò a supplicare Abraxas…NO!…bambino aiutami tu…NO!
Tra la folla festante e sorridente, piombò giù.
La testa esplosa sul porfido della piazza e un torrente di sangue fin sotto i piedi degli acrobati.
Il suo corpo scavalcato e oltrepassato da una fanfara in ghingheri. Meraviglioso Abraxas, dicevano tutti, stupefacente Abraxas. Dopo l’illusione dell’angelo sospeso anche l’incantesimo della morte.
Gelato per tutti, grande Abraxas. Quando ti sarai rialzato ti aspettiamo al chiosco.
]]>
Di suo padre ricordava l’assenza, anche nei rari momenti di presenza. Quell’essere altrove con la testa e il cuore. Di sua madre il pianto secco che sfumava in ostinata rassegnazione.
Tuo padre ha l’indole silenziosa e la coscienza muta, gli diceva contraendo la mascella.
Il bambino guardava i pesci che boccheggiavano. Mansueti.
In quelle domeniche in cui pescavano le trote, da grandi vasche dal fondo sudicio, mentre gli altri bambini sembravano divertirsi. Lui pativa invece il momento in cui bisognava afferrare quel corpo viscido che cercava di divincolarsi. Quelle fauci che potendo avrebbero gridato allo strazio.
Invece nessun suono. L’indole silenziosa e la coscienza muta.
Anche ora che era diventato un uomo e del padre portava il ricordo e la condanna dell’assenza. Della madre invece la trasfigurazione in moglie e il pianto secco e la rabbia feroce.
Il bambino, suo figlio, avrebbe voluto un fratello o un cane. Gli avevano invece comprato due pesci rossi, in una boule di plastica con un ciuffo di erbette e due conchiglie scheggiate.
Anche adesso l’uomo si incantava a guardarli, a spiarne il movimento.
E un giorno, finalmente, l’uomo aveva spiccato il salto, tuffandosi nella boule.
Lontano dalle scelte, dal peso dell’aria rabbiosa. Lo aveva saputo da sempre di essere un pesce.
Non di oceano né di fiume.
Un pesce da piccolo acquario, senza necessità di turbamento. Un’esistenza da condurre in circolo o in andirivieni, ovattata. La soddisfazione di portarsi avanti e indietro il lungo filamento di escrementi senza vergogna. Mostrare finalmente anche il peggio di sé, senza riprovazione.
Il figlio si era abituato dopo poco.
Del resto i bambini si abituano a tutto. Passava e richiamava la sua attenzione, tamburellando con le dita sottili sul bordo della vaschetta.
A volte quel rumore lo faceva impazzire.
Fermati, fermati, gli avrebbe gridato. Ma dalla bocca solo bolle.
Anche sua moglie, vista da lì appariva ormai come una bocca insonorizzata. Distingueva il labiale, di ingiurie note e recriminazione. Di violenta rassegnazione.
Nella sua nuova condizione restava solo un bisogno insoddisfatto: le palpebre. Rimpiangeva ancora certe oscurità rassicuranti, la possibilità di isolarsi definitivamente.
Il resto andava bene.
Ormai era un pesce rosso. Nessun tormento.
L’indole silenziosa e la coscienza muta.
]]>
La Bella entra.
Non tutti gli sguardi la vedono. Cammina già non come sul pavimento, ma sui pensieri. Felpatamente, la sua falcata scavalca i mondi e continenti.
Non tutti gli sguardi la vedono. Trova il suo posto in un angolo non troppo discreto, non troppo esposto.
Approda all’ormeggio della sedia con grazia marina. E vede tutto sotto il velluto delle ciglia, vede tutto ancor prima di guardare.
Ascolta. Il bandoneon le ha già detto la rotta, la tempesta, il porto, i marinai. Infila le scarpe mentre un vals la accoglie annunciando il crescere della marea.
La Bella sembra ferma. Seduta sul bordo della sedia, sta già danzando con Calò in persona; sul pizzicato dei violini, salgono vortici come scosse calde dalle gambe al cuore, dentro la sua cascata di ricci scendono brividi, a gocce, in volute, dal cuore alle gambe. Gli occhi navigano, s’inoltrano sicuri nella penombra densa, tra le nuche che ballano, senza paura, arditi a cercare il vento. Il suo. E, sotto la pioggia sferzante di violini, lo trova, fradicio di compas. Lui la stava già guardando. Mirada. Contromirada. Nel tempo eterno, nel “per sempre”.
La Bella dispiega le vele dalle curve del suo corpo e s’innalza come una certezza. L’uomo le è già davanti a indicarle il destino nella mano. L’abbraccio costruisce il luogo che non sono ancora stati, il luogo che sapevano di essere; il vento che gonfia la vela, la vela che accoglie il vento, il viaggio, l’approdo. La Bella non ha tacchi, ma falangi piumate per sussurrare al suolo. L’uomo non ha volto, trova la sua forma in lei, accolto e vivo come nuvola nel cielo delle sue braccia.
Il bandoneon semina stelle anche nel buio più nero, la Bella lo sa. Dal piccolo cuore della sua bocca si schiude appena un sorriso, segue le stelle… lì dove il dolore sale, si apre e sprigiona un calore buono, la Bella lascia una ciocca di sé, come un ex voto, da ritrovare alla prossima preghiera di marinai.
La musica sta per morire, l’incanto del terzo minuto, alla terza battuta… dell’ultimo rintocco. L’uomo ha paura di perdere l’incanto e stringe la Bella, a respirarla una mas, respiro nel respiro.
La Bella non ha paura, vede tutto sotto il velluto delle ciglia, sa che niente è finito, si lascia respirare una mas. La musica si ferma, il mondo tace. L’abbraccio si scioglie, cala il vento, dolci si dispiegano le vele.
La Bella s’adagia sull’approdo della sedia. Bella come un’Itaca.
]]>