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A Bolzano il funerale della matematica padovana, prima donna a dichiararsi omosessuale in Italia, pioniera del movimento femminista e LGBT, morta dopo una vita in strada.

Articolo pubblicato su Salto.bz il 17 novembre 2018

Una rosa bianca avvolta in una pagina di parole crociate. Si sono svolti oggi, 16 novembre, presso il cimitero comunale di Oltrisarco a Bolzano i funerali laici di Mariasilvia Spolato, insegnante di matematica e militante femminista che per prima in Italia fece pubblicamente coming-out, sfilando alle manifestazioni dell’8 marzo 1972 in piazza Navona a Roma con il cartello “Liberazione omosessuale”. L’immagine della attivista padovana – colonna portante del movimento delle donne e di emancipazione di gay e lesbiche, autrice di un manuale di matematica e del libro I movimenti omosessuali di liberazione – fu pubblicata da Panorama e le costerà il posto di insegnante, licenziata dalla scuola pubblica con la motivazione di essere “indegna” all’insegnamento. Si è spenta all’età di 83 anni in una casa di riposo di Bolzano, dopo una vita passata “ai margini”, senza fissa dimora, dormendo sui treni. Nel capoluogo altoatesino molte e molti ricordano Spolato “clochard”, in piazza Walther o in biblioteca, coi borsoni colmi di libri e riviste e la Settimana enigmistica. Ma in pochi conoscevano la sua storia, di lotte e sofferenze, di discriminazione e di scritti.

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Una rosa bianca tra le parole crociate: ultimo saluto a Mariasilvia Spolato. Foto di Chiara Rabini.

Tra i tanti che le hanno reso omaggio al funerale, fra musica e poesia, rappresentanti di Centaurus e Gaylib, del mondo sindacale e della sinistra bolzanina, le responsabili e operatrici della casa di riposo “Villa Armonia”, l’ex-assessora Mimma Battisti e la direttrice della ASSB Liliana Di Fede, il giornalista dell’Alto Adige Luca Fregona che ha scritto una delle pagine più belle del giornalismo altoatesino rivelando la storia (dimenticata) di Mariasilvia Spolato. Una storia che commuove l’Italia, ricordandoci – in tempi di stigmatizzazione e rifiuto della diversità – quanto sia facile finire nell’oblio, emarginati e isolati dalla società, e cadere nella spirale dell’abbandono.

La lezione di Spolato

Quando si perde una persona amata, un lavoro, la famiglia, una casa, quando si è vittime del pregiudizio e ci viene tolta la dignità – è facile lasciarsi andare, “abbandonarsi”: abbandonare il mondo e farsi abbandonare da esso. Non pensiamo sia qualcosa di lontano da noi: solitudine, fallimento, discriminazioni, povertà possono toccare chiunque, anche chi cerca di distogliere lo sguardo dalla povertà, eliminandola dalla vista, dalle piazze, dai parchi del “degrado”. Il capitalismo e il patriarcato combattuti da Spolato ci hanno abituato a un mondo diviso tra vincitori e perdenti, ma chi decide quanti “meritano” di stare tra i primi? La lezione di Mariasilvia, che pagò sulla sua pelle le conseguenze della “sconfitta”, insegna quanto sia labile (e stupido) il confine tra persone “normali” e non, il giudizio sulla base del nostro aspetto o di scelte “non convenzionali”, e perciò a sentirci libere e liberi di essere ciò che siamo e vogliamo, al di là di ogni ideologia omologante. È un’ultima e preziosa lezione, dalla insegnante di matematica che scelse la libertà.

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Mariasilvia Spolato, Padova, 25 giugno 1935 – Bolzano, 31 ottobre 2018 (Foto: Lorenzo Zambello/Wikipedia)

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Quando aprii questo blog, nel 2007, navigavo da un paio d’anni. Leggevo molto, scrivevo altrettanto, commentavo articoli altrui. Passavo da una piazza virtuale all’altra: piazze “arredate” in vario modo, dal nome all’estetica, che lasciavano spazio alla creatività e alla fantasia, a inclinazioni personali o collettive. Certi pomeriggi era come trovarsi a casa di amici, a discutere davanti a una fetta di torta. Uno di loro, di fronte ai lunghi dibattiti sotto ai suoi post, creò un tag per le “discussioni riuscite”. Perché i blog non dimenticano, ma archiviano, e la loro memoria non dura solo il tempo di uno “scroll” sul news feed. Oltre ad accorciare le distanze, la forza di internet è proprio quella di “stratificare” la conoscenza, attraverso il collegamento (ovvero i link) tra documenti di diversa provenienza. È così che mettiamo in rete idee, immagini, esperienze, racconti, luoghi.

L’avvento dei social network (e delle app) ha rivoluzionato le nostre abitudini, calamitando la nostra attenzione appena teniamo in mano uno smartphone o accendiamo il computer, e togliendo ossigeno ai blog come ad altri siti web. Passiamo ore online solo per “distrarci”, finendo per sciupare (tutto) il nostro tempo libero con un riflesso condizionato. Tale trasformazione ha generato in me un senso di frustrazione. Nel tempo mi sono dato varie spiegazioni sul perché di questo malessere, ma non sono mai riuscito a formulare una risposta compiuta e ragionevole, che non suonasse nostalgica. Sino a quando, all’Internet festival di Pisa, ho ascoltato le parole di Hossein Derakhshan.

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Cosa succede nel Kurdistan siriano? https://blaun.wordpress.com/2018/03/21/cosa-succede-nel-kurdistan-siriano/ https://blaun.wordpress.com/2018/03/21/cosa-succede-nel-kurdistan-siriano/#respond Wed, 21 Mar 2018 13:25:09 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4783 Leggi tutto Cosa succede nel Kurdistan siriano?]]> Articolo pubblicato su Salto.bz il 21 marzo 2018

Martino Seniga (inviato di Rai News 24) sulla conquista di Afrin da parte della Turchia, la repressione di Erdogan – e il “confederalismo democratico” in Rojava.

La notizia della presa di Afrin da parte delle milizie filo-turche siriane ha fatto velocemente il giro del mondo. Si calcola siano almeno 250mila i civili in fuga dalla città a maggioranza curda nel nord della Siria, lasciando sul terreno molte vittime, fra cui una combattente internazionalista inglese, la 26enne Anna Campbell. Campbell si era unita alle combattenti curde del YPJ (unità di difesa delle donne) nella battaglia per la liberazione di Raqqa dall’Isis, e poi aveva chiesto di partecipare alla difesa di Afrin. È stata colpita e uccisa, il 16 marzo 2018, da un bombardamento turco su un convoglio in uscita dalla città. Intanto si moltiplicano le mobilitazioni in difesa della “Rivoluzione del Rojava”. In molte piazze si terranno manifestazioni di solidarietà verso il popolo curdo: a Bolzano, l’appuntamento è alle 15 nel parco della Stazione. Ma cosa sta succedendo esattamente ad Afrin? Lo abbiamo chiesto al giornalista Martino Seniga, inviato di Rai News 24, che ha viaggiato a lungo nel Kurdistan, dove ha realizzato una serie di reportage per il web sul progetto “confederalista democratico” dei curdi in Siria e Turchia.

Salto.bz: La Turchia è presente in Siria sin dal 2016. Quali sono le ragioni di questa nuova offensiva turca nella confederazione del nord, in particolare dell’operazione in atto dal 20 gennaio, all’interno dell’intricato groviglio del conflitto siriano?

Martino Seniga: È la prosecuzione di una situazione geopolitica che si è venuta a creare nell’area intorno alla Siria e che vede chiaramente la Turchia sin dal 2014 temere fortemente la presenza di un’autonomia curda ai propri confini, in particolare un’autonomia che si rifà alle nuove posizioni del movimento curdo predominante – ed è quello che preoccupa lo stato turco. Sino al suo arresto nel 1999, Abdullah Öcalan abbracciava posizioni nazionaliste ed indipendentiste, ma con la sua adesione alle teorie di Murray Bookchin e la sua rinuncia alla lotta per l’indipendenza, ha progettato invece un’autonomia di tipo municipalista-libertario per tutto il Kurdistan. Tale posizione portò a una prima fase di tregua e di trattative tra lo stato turco, lo stesso Öcalan e i rappresentanti dei partiti curdi in Turchia. Dal 2014 la posizione del governo Erdogan è completamente cambiata: hanno visto in questa nuova politica curda un pericolo forse ancora maggiore di quello che era rappresentato in precedenza dal movimento più tradizionalmente di guerriglia del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ndr). Il pericolo di una nuova forza politica, culturale e sociale in tutto il Medio Oriente capace di scardinare determinati poteri statali, tra cui il progetto del governo fondamentalista – benché inizialmente moderato – di Erdogan.

In realtà, l’intervento militare per prendere il controllo di Afrin è sostenuto in Turchia sostanzialmente da tutte le forze politiche, anche dalle opposizioni – tranne la sinistra filo-curda del HDP, il partito democratico dei popoli.

L’opposizione democratica, di sinistra e filo-curda in Turchia si è espressa sostanzialmente all’interno dell’HDP: alle elezioni del luglio e del novembre 2015 ebbe circa il 10-11% dei voti non solo nelle zone curde. Ma gran parte dei deputati dell’HDP come dei sindaci eletti in tutto il Kurdistan turco – che fanno parte del partito locale collegato all’HDP – sono incarcerati ormai da parecchio tempo e perciò completamente fuori dai giochi. L’unico partito che resta all’opposizione è il partito repubblicano kemalista, che tradizionalmente ha sempre combattuto allo stesso modo qualsiasi tentativo di indipendenza curda. Pure l’opposizione kemalista non è in una situazione facile: alcuni kemalisti sono stati incarcerati, così come molti redattori dello stesso Cumhuriyet – quotidiano che si colloca non distante dalle posizioni kemaliste. Secondo alcuni esponenti curdi che ho intervistato, il genocidio di Afrin (come lo chiamano loro) è in qualche modo una continuazione – sebbene molto più concentrata e drammatica nel breve termine – della forte stretta effettuata nel corso dell’ultimo anno anche in molte città e municipi del Kurdistan turco.

Qual è stata la reazione curda? È vero che a un certo punto si sono ritirati da Afrin?

Sembra, ma non ho informazioni di prima mano.

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Rispetto al Rojava, qual è l’obiettivo della Turchia? Prendersi l’intera area?

La situazione è molto diversa nei vari cantoni. Il Rojava era composto da tre cantoni, di Cezire, Kobane e di Afrin. Dopodiché si è aggiunta una zona a ovest dell’Eufrate, intorno alla città di Manbij, una zona su cui i turchi rivendicano la possibilità di fare una nuova immediata offensiva, in quella che loro considerano la propria zona di influenza a ovest dell’Eufrate. Poi si sono aggiunti una serie di territori a sud, che le milizie popolari curde hanno liberato dall’Isis. Di fatto, mentre nei due cantoni orientali e a Manbij – nonché nelle zone liberate dall’Isis – c’è una presenza di militari prevalentemente americani o comunque della coalizione contro il terrorismo a guida statunitense, questo non avveniva ad Afrin. Oltre al controllo del potere locale, dei curdi e degli esponenti delle varie etnie, a loro volta collegati – seppure separati geograficamente da una zona intermedia controllata dai turchi – agli altri due cantoni del Rojava, ovvero la zona autonoma del Kurdistan siriano del nord, lì non c’è mai stata una presenza americana perché nel cantone di Afrin non c’è mai stato l’Isis. Probabilmente venivano tollerati alcuni rappresentanti siriani del governo di Assad e forse anche qualche russo, che prima dell’offensiva turca si sono ritirati, salvo inviare qualche settimana dopo un manipolo di combattenti filo-Assad che però hanno svolto un ruolo più che altro simbolico. Se si voleva veramente difendere il territorio andavano fatte altre azioni.

Qual è la posizione di Assad?

La mia impressione è che sia stato fatto un accordo sottobanco che prevedeva che il governo di Assad potesse riprendere il controllo di Ghouta: Afrin in cambio di Ghouta.

Com’è nata la politica dei curdi in quell’area, il cd. “confederalismo democratico”, emerso come forma di governo locale con caratteristiche assai peculiari e avanzate, se viste da qui, dall’ecologia al femminismo – con lo sviluppo di una “scienza delle donne” denominata jinealogia, dalla parola curda “jin”, donna – e sulla base del pensiero di Murray Bookchin?

Öcalan l’ha sviluppata in quello che lui ha definito “confederalismo democratico”, però di fatto parte da questa teoria che in nuce aggiunge il concetto di glocale, il governo locale che può organizzarsi anche a livello globale, in una confederazione. Che prevede nuove forme di gestione del territorio, della società, dei rapporti culturali all’interno della società e tra uomini e donne, una serie di idee e posizioni che sono dirompenti persino in Occidente, tanto più in un contesto culturalmente, socialmente, politicamente arretrato come il Medio Oriente.

La partita si giocherà tutta nel rapporto con gli Stati Uniti.

Il discorso dell’autodeterminazione, ovvero l’idea di riunire il Kurdistan, è passato in secondo piano oppure è parte di questo disegno di autogoverno curdo?

L’idea originaria di Öcalan era di proporre una trattativa per l’autonomia e rinunciare all’indipendenza: il territorio più importante e più grande è il Kurdistan turco, dove vive la stragrande maggioranza dei curdi. Anche nel Kurdistan turco erano stati sviluppati – all’inizio di questo secolo sino al 2014/15 – una serie di passi verso l’autogestione del territorio: in tutti i municipi e nei consigli di quartiere venivano eletti un uomo e una donna, si praticavano forme di democrazia diretta. Un progetto completamente bloccato: tutti quelli che gestivano politicamente tale processo sono finiti in galera. Il progetto di fatto metteva in secondo piano l’indipendenza rispetto a un’autonomia politica, culturale e sociale. In questo senso, credo che la partita si giocherà tutta nel rapporto con gli Stati Uniti. Che si fonda non sull’apprezzamento di queste teorie – anche se sono le teorie di un filosofo ecologista americano – ma sul fatto che militarmente il Pentagono considera estremamente affidabili i curdi. Bisogna capire se questa cosa reggerà, oppure no. Nei due cantoni non vedo interesse degli americani a lasciare quella zona, anche perché è l’unica dove possano esercitare una loro presenza strategica, “politica” oltre che militare.

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Mappa del nord-ovest della Siria. I verdi più scuri sono i soldati turchi e l’Esercito libero siriano; i verdi più chiari, a ovest di Aleppo, i ribelli (jihadisti ed Esercito libero siriano). I gialli sono i curdi, i rossi le forze di Assad e alleati. Afrin si trova nella zona sotto il controllo dell’Esercito libero siriano. (Fonte: Liveuamap/il Post/Salto.bz, 2018)

Dov’è la voce dell’Europa in tutto questo? La conquista e il saccheggio di Afrin a opera dell’esercito turco mentre Erdogan è accolto con tutti gli onori dalle cancellerie europee – ricorda, ha scritto Adriano Sofri, la Srebrenica del 1995.

L’Europa si sta comportando come l’Inghilterra di Chamberlain, fingendo di non vedere quello che sta accadendo. Poi c’è anche un’altra realtà “di fatto” da considerare: una forte presenza economica (e nei cda) in alcune grandi strutture d’informazione di esponenti collegabili al principale alleato della Turchia, ovvero il Qatar. Questo sta incidendo molto sull’informazione.

L’Europa si sta comportando come l’Inghilterra di Chamberlain, fingendo di non vedere quello che sta accadendo.

Lei ha curato un pubblicazione su Murray Bookchin, appena uscita per le edizioni BFS di Pisa. Come dicevamo, l’ecologista e libertario americano ha ispirato il “radicalismo democratico” dei curdi, che hanno abbandonato lo stato nazione per sviluppare degli strumenti di democrazia diretta. Ce ne può parlare brevemente?

Il libro è una selezione degli ultimi scritti, realizzata dalla figlia con un progetto politico: unire i testi nei quali il padre ha sviluppato in modo più concreto il proprio progetto politico per il futuro, innovativo rispetto a tutte le teorie tradizionali della sinistra – dal marxismo all’anarchismo. All’interno del municipalismo libertario e del comunalismo, Bookchin ha individuato gli strumenti per creare nuove forme di aggregazione politica e sociale nel contesto politico del XXI secolo. È d’altra parte il testamento di un grande pensatore politico ed ecologista del Novecento.

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5 cose sul “caso” Achammer https://blaun.wordpress.com/2017/11/06/5-cose-sul-caso-achammer/ https://blaun.wordpress.com/2017/11/06/5-cose-sul-caso-achammer/#respond Mon, 06 Nov 2017 14:12:12 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4556 Leggi tutto 5 cose sul “caso” Achammer]]> Mi sono venute in mente un paio di riflessioni, anzi, 5 cose (gli elenchi vanno di moda) riguardo al “caso patente” di Philipp Achammer.

  1. L’articolo su Salto.bz è stato il primo (e per moltissime ore l’unico) a riprendere l’inchiesta di ff in lingua italiana e online. In poco tempo si è generata un’ondata impressionante di condivisioni e visualizzazioni, che lo hanno reso il pezzo in italiano di Salto.bz in assoluto più letto del 2017. Per una duplice ragione: è stato condiviso da molti altoatesini di lingua italiana, ma ovviamente è stato letto anche da tantissimi naviganti di lingua tedesca che non trovavano altrove la “storia” di ff e non avevano alcun problema a leggersi il mio resoconto in italiano della vicenda. L’esclusiva online di Salto.bz ha fatto così leva sulla conoscenza dell’italiano dei sudtirolesi per poter “espandersi” sul mondo italiano. Due piccioni con una fava.
  2. Achammer è l’assessore alla cultura e scuola “tedesca” (e Obmann della SVP). Dal segretario SVP, i sudtirolesi (di lingua tedesca) pretendono onestà e trasparenza, com’è giusto che sia, ma dal canto loro pure “gli italiani” del Sudtirolo si indignano per il comportamento del giovane assessore. Di sicuro è presente una matrice “etnica” – quel “ecco, vedete?, pure i tedeschi sono disonesti!” cavalcato soprattutto dal centrodestra bolzanino – ma di questo dirò più avanti. Ciò non toglie che un esponente di spicco della giunta provinciale (e della Volkspartei) catalizzi l’attenzione di tutti i sudtirolesi, a prescindere dall’appartenenza linguistica. L’efficienza (vera o presunta) dell’amministrazione provinciale è un orgoglio anche per molte persone di lingua italiana che vivono in Alto Adige. Non dimentichiamolo.
  3. Questa dinamica insegna moltissimo a chi, come noi a Salto.bz, è impegnato a realizzare un media plurilingue. “Tradurre” la storia di ff in italiano significa portare all’attenzione di tutti gli abitanti del Sudtirolo un fatto accaduto a un esponente politico “tedesco” che solo all’apparenza può interessare unicamente ai “tedeschi”. Per me è scontato, ma non lo è per tutti – e non solo perché ff viene letto poco dagli italiani (sappiamo qual è la situazione delle competenze linguistiche). Tradurre agli italiani del Sudtirolo il mondo di lingua tedesca (o viceversa) è un impegno che sta a cuore a sempre meno persone. Ma se Salto avesse riportato la notizia solo in tedesco, sarebbe rimasta confinata per 24 ore a quel gruppo, lasciando un terzo della popolazione del tutto ignara dell’accaduto. Ed è solo un esempio tra tanti.
  4. È vero, i segni dell’intramontabile (quanto virtuale) conflitto etnico sono palpabili, tra gli italiani che additano Philipp Achammer. Altrettanto vera, però, è la trasversalità dell’indignazione, che valica i confini linguistici per unirsi in una rabbia comune. Il che generava un curioso fenomeno: tra i commenti sui social la rabbia “anti-politica” si alternava in lingua italiana e tedesca. Una rabbia inter-etnica che politicamente, in Sudtirolo, può essere incarnata da un’unica forza politica: il Movimento 5 Stelle, o meglio, il consigliere Paul Köllensperger. Da tempo i Verdi – sempre più “di governo” e sempre meno “italiani” – hanno perso il monopolio di oppositori interetnici, mentre sul lato tedesco i Freiheitliche sono ancora reduci dagli scandali (magari si riprendono). Teniamone conto, in vista delle elezioni provinciali del 2018.
  5. Dicevo della rabbia: a ben guardare, la vicenda di Achammer di per se non è nulla di così significativo rispetto ad altri scandali che hanno colpito la classe politica locale e nazionale. Il presunto favore è di poco conto, il ricorso forse era persino fondato. Aspettiamo la spiegazione ufficiale che certamente arriverà. Intanto però oltre un terzo dei “mi piace” su facebook sono “faccine incazzate”. La rabbia veicolata dai social è la più virale, irrazionale e inquietante cui ci capiti di assistere di questi tempi. Dobbiamo quindi fare attenzione a dosare la denuncia, a pesare le parole, ogni qual volta mettiamo in luce uno scandalo. È un compito fondamentale di noi addetti dell’informazione, non “aizzare le folle” né tantomeno cavalcarne l’indignazione. E mettere in luce i veri scandali, le vere ingiustizie – e anche le nostre incoerenze.
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https://blaun.wordpress.com/2017/11/06/5-cose-sul-caso-achammer/feed/ 0 4556 aktuelles_1_0-1 Val.
Ultima istantanea. https://blaun.wordpress.com/2017/11/04/ultima-istantanea/ https://blaun.wordpress.com/2017/11/04/ultima-istantanea/#comments Sat, 04 Nov 2017 18:37:53 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4507 Leggi tutto Ultima istantanea.]]> di Alice Ciccioli

Cosa vede il nostro accompagnatore guardando con i suoi occhi quello che fino ad allora aveva visto attraverso i nostri? Ogni cosa che ci appartiene o a cui siamo legati, una volta che viene mostrata ad altri, ci sfugge dalle dita. Nonostante per noi sia piena di vita, densa di significati, e nonostante siamo proprio noi a presentarla, la persona che stiamo accompagnando può, senza tanti complimenti, non vedere nulla di quello di cui stiamo parlando. Anzi, può addirittura vederci se stessa e riempirla a sua volta di vita e di significati che sono altro da noi.
Ci sono punti fermi, cose oggettivamente belle che lasciano poco spazio all’interpretazione: c’è il profilo del Conero che si tuffa nel mare a picco, sullo sfondo il cielo cangiante del tramonto; ci sono i Sibillini vicini ed imponenti, che man mano che il sole scende si fanno piatti e neri come ombre cinesi, prima di scomparire nella notte.
Ma ci sono anche le sfumature, sfuggenti e indescrivibili: i silenzi dei campi, il cielo ampio, le colline che non svettano ma riempiono lo spazio che c’è tra quel lontano mar e quei monti azzurri. Come fare ad imbrigliarle, domarle, per poterle presentare senza fraintendimenti a chi stiamo guidando? Come si fa a spiegare una terra che è semplice e trasparente, con posti pieni di storie ma sorvolati dalla Storia, luoghi e persone che non si sanno raccontare neanche quando sono costretti a farlo.

Non si può.

Se invece si lascia indietro la preoccupazione del riuscire a tradurre (senza tradire) le sensazioni, cercando per esempio le parole per descrivere il sorriso che nasce quando il vento sospinge nuvole bianche e grandi verso le montagne – che in prospettiva sembrano della stessa dimensione – nel cielo di mezzogiorno, quel sorriso lì e non un altro, se si abbandona la pretesa di trovare qualcosa da raccontare quando non c’è nulla da dire, allora si diventa esploratori.
Le cose già viste e conosciute non sono più le stesse, i significati non si svuotano ma si moltiplicano, ogni posto è un posto nuovo in un continuo arricchirsi. L’altro le vede ma sono sempre state lì, solo non ce ne accorgevamo – o non potevamo accorgercene.

Siamo appena arrivati a Loro, felici e un po’ provati dopo tre giorni di Montelago. Valentino esce sul terrazzo: «Dev’essere difficile andare via da qui», dice.
E non c’è molto altro da aggiungere.

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Istantanee marchigiane (3). https://blaun.wordpress.com/2017/11/04/istantanee-marchigiane-3/ https://blaun.wordpress.com/2017/11/04/istantanee-marchigiane-3/#comments Sat, 04 Nov 2017 18:28:49 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4517 Leggi tutto Istantanee marchigiane (3).]]> Prosegue da qui: Istantanee marchigiane (2). 

Legno & impalcature.

Ti porto a vedere da vicino i monti Sibilini”. Risaliamo in macchina, risaliamo le curve per San Ginesio, “il balcone sui Sibillini” da cui si gode una vista mozzafiato sulla catena montuosa che sovrasta le colline del maceratese e le domina da lontano, e più si avvicinano, più appaiono imponenti, più sembra di toccarle con mano. Avvolte da una coltre di nubi basse, le ammiriamo dalla terrazza panoramica sul Colle Ascarano – un grande parco poggiato su antichi bastioni. Qui troviamo il risultato del workshop di design e auto-costruzione promosso qualche settimana prima dall’associazione trentina “Camposaz” (cui ha contribuito anche l’azienda altoatesina Rothoblaas) che ha voluto ridare a San Ginesio uno spazio di aggregazione: un palco e alcune panche in legno. Il legno fresco del Primiero richiama i boschi alpini, l’odore del legname, le radici che affondano nella terra, i rami che crescono, l’impalcatura di alberi rigogliosi. Ma qui le impalcature sono altre: la struttura imponente che sorregge la facciata di una chiesa, il graticcio di travi in legno sugli edifici pericolanti del borgo. “Sono tempi cattivi / dicono gli uomini / Vivano bene ed i / Tempi saranno buoni” recita una scritta su un telo di juta, come altre affisse alle porte e finestre per le rievocazioni storiche del mese di agosto. Alcune vie sono transennate, riempite solo da detriti e calcinacci. Semi-deserta anche la piazza centrale, su cui si affaccia la bellissima Collegiata della Santissima Annunziata, anch’essa danneggiata. Sotto al loggiato le insegne di un grande evento, forse una mostra, non si capisce bene; le scritte sono fucsia, “Rinasco – le città creative per l’Appennino”. Il tempo si è fermato, la vita pure, il turismo è inesistente. Ci muoviamo verso Sarnano, le nubi si diradano, i Sibillini si lasciano ammirare sempre più vicini, illuminati dagli ultimi raggi di sole. Ed è tutta un’altra musica. Le case in pietra cotta arroccate sulla ripida collina del Castrum Sarnani hanno subìto pochissimi danni. Nel borgo c’è vita, e non c’è parcheggio. Pochi chilometri di distanza, due mondi paralleli.

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San Ginesio, la terrazza panoramica sui Sibillini con la struttura in legno di “Camposaz”, 7 agosto 2017.

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San Ginesio, la Collegiata della Santissima Annunziata danneggiata dal terremoto, 7 agosto 2017.

Catastrofe, letteratura e filosofia.

Eccoci di nuovo nella tenda Tolkien di Montelago. Cesare Catà introduce un’ospite illustre. È Loredana Lipperini, scrittrice, già autrice di romanzi fantasy, conduttrice radiofonica, instancabile megafono dei popoli sibillini colpiti dal terremoto: “Le Marche sono la mia Castle Rock, terra dell’anima, terra narrativa”. Ma cosa c’entrano letteratura, filosofia e terremoto? Catà prende le mosse dalla visione trascendentalista di Thoureau: “La realtà è più ampia rispetto a noi stessi. E quando il mondo non ha più senso, filosofia e letteratura cambiano il modo con cui guardiamo alla realtà, cercano di raccontare e ricucire il senso, di ricostruirne il filo sconquassato dal sisma”. Si tratta di ricomporre una comunità – spiega la filosofa Lucrezia Ercoli, direttrice artistica del festival “Popsophia” – di prendere la catastrofe nella sua etimologia greca, καταστροϕή, ossia capovolgimento, “come un aratro che prende la terra e la sovverte: l’aratro spezza e lacera la terra, ma la rende più fertile. È un cambiamento fertile”.

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Montelago Celtic Festival, (da destra) Lucrezia Ercoli, Loredana Lipperini e Cesare Catà, 5 agosto 2017.

Ercoli suggerisce un parallelismo con il terremoto che devastò Lisbona il primo novembre 1755: “La tragedia di Lisbona ispirò gli Scritti sul terremoto di Immanuel Kant, il quale alla spiegazione superstiziosa contrappose quella scientifica che inaugura l’odierna sismologia”. Il filosofo tedesco intuì come il mondo roccioso non esistesse più e fosse allora necessario fare i conti con tragedie e fragilità, empaticamente condivise, dove “la paura della morte, la disperazione per la perdita completa di tutti i beni e infine la vista di altri infelici abbattono anche gli animi più coraggiosi”. “La comunità marchigiana ha risposto come mai prima – conclude Ercoli – superando quel suo proverbiale atteggiamento di chiusura, riservatezza, a tratti egoismo. Oltre alla protesta, bisogna accorgersi dell’energia e della resistenza che si è illuminata, mantenuta con fatica”. “Nulla è sicuro, ma scrivi”. L’ultimo verso della poesia Traducendo Brecht di Franco Fortini ispira Loredana Lipperini: “Cosa possono fare i narratori di fronte a una tragedia non raccontata?”. Le Marche non hanno la vocazione di raccontarsi, non lo sanno fare – prosegue l’autrice originaria di Serravalle – perciò è indispensabile la funzione della scrittura come impegno: “La letteratura o è politica, o non è”. Occorre narrare un sogno che venga da qui, omaggiare queste terre, e “volare alti”.

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Sarnano, vista sui monti Sibillini, 7 agosto 2017

Squarci sulla verità.

Cosa intenda con quel “volare alti” lo spiega qualche giorno dopo, alla presentazione del suo nuovo romanzo “L’arrivo di Saturno” organizzata dalla libreria Il Nautilus tra i pini marittimi del cortile della Biblioteca Filelfica di Tolentino. È una calda sera d’estate ed è bello sedere all’aperto – non fosse che le sale interne della struttura restano chiuse sempre, per ragioni di sicurezza. “La chiusura di una biblioteca impoverisce una cittadina. Bisogna mantenere viva l’attenzione, difendere e raccontare quello che abbiamo perso – e imparare a sognare: senza un sogno nostro, rischiamo di cedere all’incubo altrui, come il centro commerciale sulla piana di Castelluccio. Ci si divide troppo, ma è il caso di unirsi, non solo tra scrittori e lettori, e volare alti, lasciando da parte le polemiche e senza inseguire la retorica dei giornali”. Loredana Lipperini parla del giornalismo: “Si diventa narratori per tramandare storie che altrimenti sarebbero dimenticate. Un tempo si sognava di poter raccontare la verità attraverso la scrittura. Ma ora i giornalisti sono ancorati coi piedi nel presente, ci raccontano il terremoto con impressioni del momento, sono impegnati in un selfie perpetuo. Giornaliste come Graziella De Palo – protagonista del nuovo romanzo di Lipperini – credevano nella verità per cui sono morte. La verità, la bellezza della verità, ci aiuta a costruire il futuro”. La scrittrice torna così sulla sua idea di letteratura: “Rappresenta il rapporto tra finzione e realtà, ovvero l’arte dell’inganno. L’illusione è tra le cose più belle che si sono state date in sorte. In Italia, i libri servono ad aprire squarci sulla verità, squarciano la menzogna e creano comunità: la narrazione dal basso non porta solo conforto, ma resistenza”.

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Tolentino, biblioteca comunale Filelfica, Loredana Lipperini presenta il suo romanzo, 10 agosto 2017.

Seduta tra il pubblico, una delle libraie de Il Nautilus si rivolge a Lipperini: “Lei auspica che qualcosa parta dal basso. Ma cosa possiamo fare, in concreto? Raccontare non basta, e ognuno ha il suo ruolo: le amministrazioni dovranno assumersi la responsabilità e rendere conto delle proprie azioni”. Eh sì, dov’è la politica?, dove sono la sinistra “degli ultimi” o il Movimento 5 Stelle?, ci domandiamo uscendo dal cortile della biblioteca, passeggiando nella piazza centrale di Tolentino con una birra e un gelato in mano, i palazzi puntellati, il municipio inagibile. La grande assente è lei, la politica: vista da qui, avrebbe bisogno di un aratro che spezzi le zolle di terra ribaltandole, come la frattura creata dal terremoto sul Monte Vettore. Un “cambiamento fertile” che aspetta soltanto la fase lunare giusta per germogliare. Con il cielo stellato sopra di noi, queste terre chiedono la luna.

Ultima istantanea.

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Loro Piceno, il cantiere per la nuova scuola, demolita per i danni subiti dal terremoto, 14 agosto 2017.

Come il rombo prima della scossa”

di Alice Ciccioli

Terremotato, aggettivo riferito a luoghi o persone colpite dal terremoto. Il terremotato, sostantivo, è diventato una nuova categoria con una propria caratterizzazione intrinseca: il terremotato è forte e resiste anche se non ha più niente, oppure no, è spezzato e piange perché non ha più niente. Il terremotato sceglie di ricominciare una nuova vita, oppure non accetta di dover rinunciare a quella che aveva prima. In ogni caso, il terremotato sembra uscirne bene: che vinca o che perda è sempre un eroe.

Le Marche, regione plurale, variopinta, silenziosa, riservata, luminosa: le Marche non si raccontano, ma offrono il fianco a chi vuole costruire un racconto. Molte iniziative nate dopo le scosse hanno l’ obiettivo di raccontare, far vivere, far rinascere un territorio colpito, traumatizzato. Le Marche si piegano al racconto degli altri, spesso grate dell’attenzione, ma il racconto può essere bugiardo, può promettere di mettere al centro proprio lui, il terremotato, e poi non voler dire niente del terremoto. La campagna elettorale si avvicina, con essa questi racconti arrivano alle orecchie di molti: come il rombo prima della scossa, si sente arrivare la battaglia sulla pelle delle persone. Il rombo ci avvisa: possiamo ancora scappare, possiamo ancora scegliere quale storia vogliamo ascoltare.

 

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https://blaun.wordpress.com/2017/11/04/istantanee-marchigiane-3/feed/ 1 4517 IMG_20170807_072451_131 Val. IMG_20170807_170653914_HDR.jpg P8077426.JPG IMG_20170805_160059756_HDR.jpg IMG_20170807_204154_899.jpg P8107469.JPG IMG_20170814_114540279_HDR.jpg
Cari uomini, che mondo vogliamo? https://blaun.wordpress.com/2017/10/21/cari-uomini-che-mondo-vogliamo/ https://blaun.wordpress.com/2017/10/21/cari-uomini-che-mondo-vogliamo/#respond Sat, 21 Oct 2017 07:55:35 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4861 Leggi tutto Cari uomini, che mondo vogliamo?]]> Anche se ci sentiamo inoffensivi veniamo visti come una minaccia, che siano strade deserte o luoghi affollati. Davvero non possiamo fare niente contro tutto questo?

Articolo pubblicato su Salto.bz il 21 ottobre 2017

Ci ho fatto caso proprio qualche giorno fa. Tornavo a casa verso l’una di notte, a passo svelto, dopo una serata in centro. Abito vicino alla stazione di Pisa Centrale e spesso percorro a piedi via San Martino e piazza Guerrazzi, per poi imboccare via Fratti. Il solito giro, insomma. Da Guerrazzi in poi, davanti a me, ho una giovane donna. La strada è deserta, e io non vedo l’ora di arrivare a casa e mettermi sotto le coperte. In breve tempo con il mio passo veloce quasi raggiungo la donna che mi precede sulla via del ritorno. In via Fratti salgo sul suo stesso marciapiede – il solito che faccio sempre – e noto uno strano comportamento da parte sua. Si volta appena, un paio di volte, e comincia a zigzagare sulla strada, accenna un passo accelerato. Dopo qualche istante, capisco la situazione. Rallento e un po’ e prendo in mano il cellulare (era pure spento, scarico) fingendo di leggere qualcosa. Dopo 50 metri le nostre strade si dividono: la donna sale le scale verso l’aeroporto e io volto a destra.

Quella persona aveva paura di me. Perché era l’una di notte, la strada era vuota e io apparentemente la stavo seguendo. Quella persona non si sentiva libera di camminare senza doversi guardare alle spalle, non si sentiva libera come posso sentirmi libero io. Quella persona è privata del senso di libertà, la libertà di girare indisturbata, perché è una donna. E quella persona mi temeva perché sono un uomo. La libertà di muoversi senza sentirsi minacciati nella propria fisicità appartiene solo a noi, cari uomini. E sì, siamo visti come lupi inferociti, anche quando siamo innocui. Questo è il mondo che vogliamo? Davvero per voi si parla troppo di queste cose, è un’esagerazione, “too much feminism“? No, non se ne parla mai abbastanza, e non ne parliamo abbastanza. Non ci guardiamo allo specchio, non ci assumiamo mai sufficienti responsabilità per questa società dove tutte le donne devono temere la nostra violenza e prevaricazione, non solo fisica, e sacrificare la propria libertà, quella di cui noi invece godiamo.

Quella persona è privata del senso di libertà, la libertà di girare indisturbata, perché è una donna. E quella persona mi temeva perché sono un uomo.

Ascoltiamo i racconti delle donne, leggiamo le testimonianze sotto gli hashtag #metoo #quellavoltache e rendiamoci conto una buona volta delle proporzioni immani di questo male. Ognuno di noi, nessuno escluso, può fare qualcosa affinché l’uguaglianza, il rispetto, la libertà non restino solo un’illusione a parole.

consigli-per-evitare-aggressioni

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Istantanee marchigiane (2). https://blaun.wordpress.com/2017/09/20/istantanee-marchigiane-2/ https://blaun.wordpress.com/2017/09/20/istantanee-marchigiane-2/#comments Wed, 20 Sep 2017 06:27:13 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4438 Leggi tutto Istantanee marchigiane (2).]]> Prosegue da qui: Istantanee marchigiane (1). 

Leopardi & Kaser a Montelago.

Serravalle (MC). Si alza il vento sui prati dell’altipiano di Colfiorito, “terra di mezzo” tra Marche e Umbria, portando un po’ di refrigerio nella tenda Tolkien stracolma di spettatori. Siamo al Montelago Celtic Festival: una grande festa popolare che ogni anno, ad agosto, accoglie quasi ventimila persone da tutto il Centro Italia. Un accampamento sconfinato nel quale per tre giorni “il popolo di Montelago” – come usa chiamarlo qui – si muove tra una distesa di tende e gli stand gastronomici delle “Pro Loco” della zona, birre alla spina e concerti di cornamuse nordiche, riti e matrimoni celtici. Sembra una fuga dalla realtà, in una realtà parallela fantasiosa, felice e un po’ folle, dove ognuno è libero di essere come vuole. Non fa eccezione l’eclettico filosofo e autore teatrale Cesare Catà, che dà vita a lezioni-spettacolo di letteratura molto seguite – tanto che la tenda Tolkien non basta ad accogliere tutti. Catà si muove per il festival a bordo di una bici verde, con un ombrellino eccentrico a proteggerlo dal sole cocente. “Tutti i marchigiani sognano di andarsene” esordisce Catà difronte al suo pubblico in silenzio. Anche Giacomo Leopardi, il poeta di Recanati, amava e odiava la sua terra, ma ne aveva assunto il nichilismo, “il nichilismo di Macerata” appunto. E anche quel suo infinito domandare nelle poesie, quel dare del “tu” alla luna e al mondo, lo prese proprio dall’accento maceratese. Nei borghi della terra che trema, quando si parla del politico di turno, non di raro si sente pronunciare “ma io dico, tu si lu sindaco!”, “ma io dico, tu si l’Europa!” – e perché non “tu si la luna”? Giacomo scappò dal natio borgo selvaggio, si lasciò alle spalle lo stormir tra le piante di queste colline, per cercare una vita altrove. Ma il mondo, fuori dalla Marche, si rivelò una più grande e sporca Recanati. “Il bisogno di poesia è il bisogno di una casa, quando non si ha più una casa. Casa-parola, che nomina le cose di cui abbiamo davvero bisogno”, per usare le parole di un amico.

Inseguo Cesare Catà per due o tre giorni, sotto il sole di Montelago. Ci diamo appuntamento varie volte, l’ultima al pub Mortimer; aspetto invano una mezz’ora. Sconsolato torno alla tenda backstage, dove lavora Alice. Lo trovo lì seduto, la bici al suo fianco, sorridente come nulla fosse. “Sin da piccolo frequento il Sudtirolo, in particolare Brunico, e tra le Dolomiti ho scoperto Dolasilla, la regina impavida dei Fanes che tanto ricorda le leggende della Sibilla Appenninica”. Catà è molto legato a due brunicensi in particolare: “Nicolò Cusano, cardinale genio del Rinascimento, astrologo e filosofo, sul quale ho fatto il dottorato. E il Dylan Thomas del Tirolo, Norbert Conrad Kaser. Il poeta scrisse pagine furenti sull’industria turistica, prevedeva quello che sarebbe accaduto”. Kaser tradusse in tedesco Montale, Quasimodo, Fortini, Francesco d’Assisi – e l’Infinito di Leopardi. Quando scende il sole, si alza il fumo delle grigliate tra le tende, e l’umidità dell’antico lago di Plestia, che copriva l’altipiano al tempo dei Romani. Si alza anche la luna (“luna in piena” scrisse n.c. kaser), la stessa che Leopardi osservava posarsi sulle sue colline: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai / Silenziosa luna?”.

Istantanee marchigiane (3).

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https://blaun.wordpress.com/2017/09/20/istantanee-marchigiane-2/feed/ 2 4438 Montelago-dallalto-Celtic-Festival Val.
Magris, Cortina e Trieste https://blaun.wordpress.com/2017/09/01/magris-cortina-e-trieste/ https://blaun.wordpress.com/2017/09/01/magris-cortina-e-trieste/#respond Fri, 01 Sep 2017 11:30:13 +0000 https://blaun.wordpress.com/2017/09/01/magris-cortina-e-trieste/ Leggi tutto Magris, Cortina e Trieste]]>

Sulla vicenda della cameriera in costume tirolese in un ristorante tipico a Cortina d’Ampezzo, nata in Guinea Bissau e perciò (secondo un esponente politico di destra) non conforme al “modello Heidi”.

​”(…) Qualche anno fa la scogliera (di Barcola, presso Trieste, ndr) era salita alla ribalta delle cronache grazie a un annega­to, il cui corpo riportato a riva e coperto da un lenzuolo era rimasto a lungo in mezzo ai bagnanti che avevano continua­to a prendere il sole accanto a lui, in quel­la familiare indifferenza della vita per la morte che la grande e rovente luce del­l’estate rende ancora più spietata. Pochi gli schiamazzi, rari i disturbi alla quiete pubblica.

Giorni fa, una madre ha redarguito il figlio, un bambino di quat­tro o cinque anni che giocava con un’in­cantevole coetanea — nera come l’eba­no, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si erano sistemati un po’ più lontano — sparando con una pi­stola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protestava, dicendo che allora bisognava rimproverare pure la bambi­na. «Quale bambina?», chiese la madre, che non la vedeva perché si era nascosta dietro un albero. «Quella che parla che non si capisce niente», rispose lui, evi­dentemente colpito dal fatto che la picco­la chiamasse le cose in modo per lui in­comprensibile, un po’ arrabbiato di sco­prire che esse potessero avere altri nomi.

Non gli era passato per la mente di iden­tificarla con il colore della sua pelle, che pure spiccava nettamente anche accanto all’abbronzatura dei bagnanti; quella diffe­renza di colore, che in altre situazioni ave­va provocato e potrebbe ancora provocare separazione e segregazione feroce, era irri­levante rispetto alla differenza tra l’italia­no e il tedesco. Neppure quest’ultima, pe­raltro, aveva il potere di separarli, perché, appena riapparsa la bambina nel frattem­po debitamente ammonita (in tedesco) dai suoi genitori, i due avevano ripreso su­bito a rincorrersi e a spruzzarsi, ignari di aver tenuto una bella lezione sulla diversi­tà e sull’identità, temi del resto cari anche ai convegni cultural-balneari così frequen­ti sulle spiagge estive, almeno quelle un po’ più eleganti della scogliera di Barcola.”

Claudio Magris, Corriere della Sera, 10 agosto 2009

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Istantanee marchigiane (1). https://blaun.wordpress.com/2017/08/30/istantanee-marchigiane-1/ https://blaun.wordpress.com/2017/08/30/istantanee-marchigiane-1/#comments Wed, 30 Aug 2017 19:31:27 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4394 Leggi tutto Istantanee marchigiane (1).]]> Sulla strada per “Borgofuturo”.

Arriviamo in cima alla collina, al borgo di Ripe San Ginesio, che il sole sta per volgere al tramonto. La luce è bella, il cielo sereno; solo una fila di nubi, perfettamente allineata all’orizzonte, copre il paese che si affaccia sul lato opposto della vallata, Loro Piceno, dal quale proveniamo. “La strada è ben asfaltata” ci siamo ripetuti una curva dopo l’altra. Qui tutte le strade portano a un borgo, da più direzioni, seguendo il profilo sinuoso delle colline. È come ondeggiare su un mare che si stende a perdita d’occhio, dove “il naufragar m’è dolce” scrisse Giacomo Leopardi. Meno dolce è guidare su queste strade, spesso dissestate e prive di segnaletica, ma non è il caso della salita a Ripe. Al poeta dell’Infinito è dedicata invece la via principale del centro: inizia appena dietro al minuscolo municipio, evidentemente proporzionato alle ridotte dimensioni del comune – che conta poco più di 800 anime. Eppure, proprio Ripe San Ginesio è l’anima di un evento di richiamo che valica i confini della provincia maceratese: il festival biennale “Borgofuturo”, che partendo dal recupero sostenibile del nucleo storico – nel tentativo di arginarne il progressivo abbandono – è diventato un punto di riferimento delle “buone pratiche” ecologiste.

Passeggiando, incontriamo molte vetrine contrassegnate dal logo del festival. Sono spazi in attesa di essere assegnati a nuove attività, capaci di animare per tutto l’anno un paese anch’esso segnato dal terremoto nelle Marche. La targa di “via Giacomo Leopardi” è affissa a un edificio completamente imbragato dopo le scosse dello scorso anno. C’è un gran silenzio, sembra tutto perfettamente in ordine. Le travi in legno sono allineate a regola d’arte, come la fila di nubi all’orizzonte che ci ha accolto al nostro arrivo. Su un altro edificio, un’antica scritta indica la distanza da Loro Piceno: 8,2 km. È arrivata l’ora di tornare, di scendere giù per la strada ben asfaltata, dove il naufragare è ancor più dolce.

Istantanee marchigiane (2).

La fila di nubi che sovrasta Loro Piceno, vista da Ripe San Ginesio

Colline in direzione di San Ginesio, il “balcone” sui monti Sibillini

Ripe San Ginesio, piazza Vittorio Emanuele II. Sulla destra, il municipio

Ripe San Ginesio, uno dei locali di “Borgo Futuro” in attesa di assegnazione

Ripe San Ginesio, via Giacomo Leopardi dopo il terremoto del 2016

Ripe San Ginesio, piazza Vittorio Emanuele. “Conta-chilometri” e municipio

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Noi, nella terra di mezzo https://blaun.wordpress.com/2017/07/03/noi-nella-terra-di-mezzo/ https://blaun.wordpress.com/2017/07/03/noi-nella-terra-di-mezzo/#respond Mon, 03 Jul 2017 16:00:09 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4357 Leggi tutto Noi, nella terra di mezzo]]> Ventidue anni ci separano dalla scomparsa di Alexander Langer, ma ancora oggi il suo saper “tradire” la propria appartenenza – qualsiasi essa fosse: linguistica, religiosa, ideologica – allo scopo di far incontrare e convergere opinioni tra loro apparentemente divergenti, e tradurle in una politica “non per il potere” (come titola una bella raccolta di suoi scritti) rappresenta un faro nel grigiore e nella mediocrità del dibattito pubblico contemporaneo. Basta aprire un social network al quale siamo iscritti, per assistere a un’incessante “guerra di posizione” alimentata a ogni ora del giorno da un’informazione frenetica, tra fake news, strumentalizzazioni – e innumerevoli semplificazioni. Non comunichiamo, non pensiamo assieme: assistiamo a un dibattito sul nulla, “muro contro muro”, fronti contrapposti (e disinformati) che litigano e si accusano a vicenda. Senza ascoltarsi un minuto.

Perciò la parola scritta e ragionata di Langer è per molti di noi così preziosa. Il suo porsi tra le barricate, avere la pazienza di ascoltare le ragioni dell’altro, senza mai partire da posizioni preconcette e irremovibili, attivando il dialogo: lo sforzo ecumenico di Langer è quello del mediatore di conflitti, del “costruttore di ponti, saltatore di muri, esploratore di frontiere”. Proprio su quegli argomenti di cui dibattiamo quotidianamente, che (come si suol dire) “spaccano” l’opinione pubblica, ci sarebbe un gran bisogno di simili figure mediatrici, che stiano in equilibrio su di una frontiera, in una “terra di mezzo” tra ignoranza e supponenza, dove nessuno ha torto o ragione, dove non esiste il nero o il bianco, dove non servono referendum tra il sì e il no, dove non ci sono vincitori né vinti. Porsi delle domande, avanzare dei dubbi, in un mondo in cui tutti hanno certezze: in ciò sta l’attualità del pensiero politico di Alexander Langer, la missione della sua ecologia esistenziale.

Lo impariamo dalle nostre relazioni quotidiane, con amici, persone care e amate, che a volte occorre rinunciare a qualcosa, fare un passo indietro per farne, insieme, due in avanti. Non cediamo alle generalizzazioni, non arrendiamoci al renzismo o al grillismo, piuttosto che ai “pro” o ai “no vax”: siamo stanchi, noi che stiamo lì in mezzo, senza riconoscerci in una parte o nell’altra, però proprio su di noi ricade la responsabilità maggiore. Se vogliamo prenderci cura del mondo e renderlo un posto un po’ migliore, non limitiamoci ad accusare le due parti di restare ferme, immobili. Dobbiamo muoverci in entrambe le direzioni, a piccoli passi, con pochi gesti e molte attenzioni. Impegnarsi a capire, spiegare, informare; riconoscere la complessità e al contempo renderla comprensibile a tutti. Occorre “tradurre tutto da tutti”, spiega Sofri ricordando Langer. È faticoso, ma in fondo si tratta solo di credere nell’umanità.

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La CIA spiava la SVP https://blaun.wordpress.com/2017/01/30/la-cia-spiava-la-svp-salto-bz/ https://blaun.wordpress.com/2017/01/30/la-cia-spiava-la-svp-salto-bz/#respond Mon, 30 Jan 2017 18:15:22 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4275 Leggi tutto La CIA spiava la SVP]]> Dai documenti declassificati dell’intelligence americana emerge il quadro di una Südtiroler Volkspartei “sorvegliata speciale”, che nel 1946 cercò il sostegno della Jugoslavia socialista alla causa del ritorno all’Austria, offrendo in cambio la zona industriale di Bolzano come riparazione di guerra dell’Italia.

Per via di una causa legale persa, la Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti ha reso disponibili online, dal novembre 2016 a oggi, ben 800mila file per un totale di 13 milioni di documenti declassificati, in ottemperanza al Freedom of Information Act (FOIA) che per volere di Clinton dal 1996 prevede un database accessibile al pubblico. Si tratta di rapporti sull’attività di spionaggio risalenti al periodo della Guerra fredda e sinora sottoposti al segreto di stato. Cercando nella “reading room” si trova di tutto – dai presunti avvistamenti UFO alle ingerenze degli 007 americani nell’industria e diplomazia internazionale. Una manna per storici e complottisti.

I documenti desecretati della CIA fanno luce però anche sui “main points” della questione altoatesina, dal 1946 agli albori del terrorismo. Ed emerge il quadro di un Sudtirolosorvegliato speciale” dagli USAtemevano una svolta in senso nazionalista per reazione alla politica di appeasement attuata a Roma dal gruppo dirigente fondatore della Südtiroler Volkspartei – malvisto a Innsbruck (dove si fantasticava uno “Stato del Tirolo”) né troppo considerato da Vienna e neppure dal Vaticano. Continua a leggere su Salto.bz >>

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Rive sconosciute https://blaun.wordpress.com/2016/12/17/rive-sconosciute/ https://blaun.wordpress.com/2016/12/17/rive-sconosciute/#respond Sat, 17 Dec 2016 10:01:22 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=4230 Leggi tutto Rive sconosciute]]> lob der flucht

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, o la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.
Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio.

Henri Laborit, Lob der Flucht / Elogio della fuga

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https://blaun.wordpress.com/2016/12/17/rive-sconosciute/feed/ 0 4230 Val. lob der flucht
Qualche modesto consiglio ad un giovane che si voglia dare al commercio verde. https://blaun.wordpress.com/2013/10/12/qualche-modesto-consiglio-ad-un-giovane-che-si-voglia-dare-al-commercio-verde/ https://blaun.wordpress.com/2013/10/12/qualche-modesto-consiglio-ad-un-giovane-che-si-voglia-dare-al-commercio-verde/#comments Sat, 12 Oct 2013 09:50:14 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=3938 Leggi tutto Qualche modesto consiglio ad un giovane che si voglia dare al commercio verde.]]>  

Alexander Langer, ‘Nuova Ecologia’, 14 settembre 1984

Non farti ossessionare dall’idea di dover comunque inventare liste verdi come conigli dal cilindro. Agisci se hai in mente una grande causa, condivisa da altri e ritenuta tale dalla gente; non serve “l’art pour l’art”.

Agire localmente, pensando globalmente: “localmente” in modo molto concreto. Non puntare all’1%, allora è meglio lasciar perdere. Guardati dai rottami politici, dagli intergruppi, dalla paura di dover competere con Democrazia Proletaria o altre listarelle. Anzi, guarda e passa. Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Non infognarti nella concorrenza tra associazioni ecologiste che si litigano intorno alla primogenitura dell’impegno verde. Mettiti d’accordo con i tuoi compagni di cordata su un programma chiaro, parziale e modesto. Non permettere niente. Ricordati che nel fare liste e scegliere candidature si scatenano sempre piccole e grandi invidie e gelosie. Cedi il passo alle donne. Cerca gente nuova, senza temere la loro ingenuità. Tieni presente che tra le persone nuove ci possono essere spesso dei vecchi, delle vecchie. Il vostro messaggio dovrà arrivare a tanta gente: si fa intendere meglio con azioni, anche spettacolari, che con parole stampate. Le azioni spettacolari devono anche essere viste dai moltiplicatori, dai mass-media, altrimenti non servono. Non fare campagna replicando ai partiti, facendo loro le pulci: scegli piuttosto i problemi sentiti dalla gente. Occorre il candore delle colombe, ma la furbizia dei serpenti: se vuoi buttarti in una campagna elettorale, devi usarne i mezzi (cercare di arrivare in TV, non fermarti al ciclostile). Ma non lasciarti soggiogare dalle leggi del mercato politico; bisogna sì muoversi nel mondo, ma senza essere del mondo. Un buon gruppo promotore, affiatato anche da amicizia, può fare molto. Nuoce invece, quando agli altri si presenti come gruppo chiuso e troppo omogeneo. Qualche vecchia volpe può dare dei buoni consigli, ma non molto di più; non lasciare che si travesta da orsetto panda. Un’immagine nuova non può essere la sommatoria di immagini vecchie, ne appaltata ad alcuno. Non dimenticare che il verde non si esaurisce nelle liste verdi. L’obiettivo – nel lungo periodo – è costruire un ponte verso un’altra sponda: le liste servono, se fanno crescere qualche primo pilastro, possibilmente già di là.
Non farti ossessionare dalle liste. Buon lavoro.

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https://blaun.wordpress.com/2013/10/12/qualche-modesto-consiglio-ad-un-giovane-che-si-voglia-dare-al-commercio-verde/feed/ 1 3938 wpid-alexander-langer-1.jpg Val.
Le tenebre linguistiche https://blaun.wordpress.com/2012/03/19/tenebre-linguistiche/ https://blaun.wordpress.com/2012/03/19/tenebre-linguistiche/#comments Mon, 19 Mar 2012 11:41:48 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=3440 Leggi tutto Le tenebre linguistiche]]> Del film di Denys Arcand L’Âge des ténèbres (“L’età barbarica”, 2007) colpisce molto l’atmosfera surreale (e inquietante) con cui il regista descrive il suo Québec: un’isola apparentemente felice diventa l’inferno della disumanità contemporanea, dove lo stato del benessere è intrappolato in un’agghiacciante freddezza burocratica. Nella provincia francofona del Canada lavora Jean-Marc, funzionario governativo presso l’Ufficio dei reclami, deputato a raccogliere lamentele di cittadini insoddisfatti dei servizi ministeriali. Negli uffici vige il divieto assoluto di fumare e circolano unità cinofile anti-fumo. L’ossessiva e persecutoria applicazione delle regole di politically-correctness si scontra con l’indifferenza verso i problemi di chi si rivolge per chiedere aiuto; per legge è vietato usare la parola “negro” e quando Jean-Marc dirà ad alta voce che il suo collega di colore “lavora come un negro”  (battuta apprezzata dall’interessato) subirà un processo ipocrita, che s’appella alla rigida legislazione linguistica del Québec. Il protagonista – con un passato di idealista – condurrà un’esistenza kafkiana, sprofondando in un mondo onirico di fantasie narcisistiche ed erotiche. Evasioni felliniane da un sistema di apparente tolleranza.

Dalla finzione torniamo alla realtà, in Europa, a casa nostra. Nel Belgio sono innumerevoli gli episodi di intolleranza toponomastica. Come racconta l’inviato della rivista GEOJörg-Uwe Albig,  gli attivisti fiamminghi del Taal Aktie Komitee (“Comitato d’azione linguistica”) sono “tormentati dai cartelli”: sommergono le Fiandre di lettere nelle quali chiedono di rinunciare a insegne solo in francese o bilingui. Contro il presunto dilagare del francese (verfransing), scarabocchiano sulla segnaletica bilingue che indica i nomi delle località, arrivano a gettare fiale puzzolenti nei consigli comunali se qualcuno prende la parola in francese, a iniettare colla nei chiavistelli delle scuole francofone o danneggiare i supermercati a clientela “francese”. Nei comuni fiamminghi a maggioranza di madrelingua francese è una lotta senza quartiere: sono istituiti sportelli comunali dove i cittadini più attenti possono denunciare ogni infrazione della monocultura linguistica e in alcune assemblee municipali un incaricato del governo regionale veglia affinché non si parli francese. Precise norme del Ministero degli interni obbligano a diffondere comunicazioni solo in olandese. Persino gli incendi possono essere spenti solo da pompieri fiamminghi anche quando la caserma dei colleghi di Bruxelles è più vicina. Sentendosi discriminati, i francofoni delle Fiandre propendono ora per l’annessione alla confinante regione bilingue di Bruxelles, la cui circoscrizione elettorale era al centro dei negoziati che per 535 giorni hanno paralizzato il paese prima della formazione del nuovo governo di Elio Di Rupo. Un tempo, a essere discriminati, erano i fiamminghi: l’olandese divenne lingua ufficiale nel 1898 (dopo 70 anni), il governo parlò francese sino al 1962. Nel frattempo, avvenne il riscatto economico delle Fiandre: la regione contadina si trasformò in moderna area commerciale, sorpassando la Vallonia del carbone in crisi. La lingua delle élite dal francese, oggi è passata al fiammingo. E scaricare la povera Vallonia al proprio destino è più che una tentazione.

Non vi ricorda qualcosa? Viene da domandarsi se l’ipotetica indipendenza da uno Stato (nazione, come l’Italia, o già plurinazionale come il Belgio) e il superamento del concetto di minoranza (nazionale e/o provinciale, portatore del valore di “tutela” delle diversità culturali sottoposte al rischio di assimilazione) possa avere un effetto benefico sullo sviluppo di un sano bi-plurilinguismo o piuttosto perpetuare e persino amplificare (magari per legge) rivalse e dispute linguistiche, ossessioni identitarie e fissazioni irrazionali. Al legislatore spetterebbe invece il dovere di tutelare chi è cresciuto in un contesto sostanzialmente pacifico dalle degenerazioni di quanti – anziché occuparsi di problemi reali – problematizzano ciò che in un mondo globalizzato e pluriculturale dovrebbe costituire la normalità: il coesistere, l’una a fianco all’altra, di più lingue e l’asimmetrica alternanza tra loro. Senza che l’una si senta minacciata dall’altra.

Update 5.4.2012: Brennerbasisdemokratie risponde qui.

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https://blaun.wordpress.com/2012/03/19/tenebre-linguistiche/feed/ 2 3440 Belgien, 2001. Val. Belgien, 2001.
Un’unica gabbia interetnica https://blaun.wordpress.com/2012/02/17/ombelico-del-mondo/ https://blaun.wordpress.com/2012/02/17/ombelico-del-mondo/#comments Fri, 17 Feb 2012 19:33:36 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=3374 Leggi tutto Un’unica gabbia interetnica]]> Gastkommentar Valentino Liberto.

[testo originale] In Sudtirolo ci sono ipotesi futuribili che nascondono verità sottese al dibattito pubblico: parlando di Selbstbestimmung o Freistaat si sceglie una tribuna, ma non si conosce la squadra per la quale si tifa né quella avversaria. I gruppi linguistici evadono sistematicamente dalla trattazione critica dei rispettivi patrimoni culturali d’appartenenza, benché a loro volta “sulla carta”. La mappa geografica vedrebbe gli uni al confine (o alle porte) del Kulturraum di lingua tedesca, gli altri come isola linguistica italiana ai margini estremi dell’Italia. In entrambi i casi, una periferia “cerniera” difficilmente al centro di qualcosa. Sarà per questa ragione che vogliamo essere l’ombelico di un mondo costruito a nostra immagine e somiglianza. Un confronto mediato tra divergenze tangibili è impossibile: il conflitto latente tarda a farsi risolutivo e definitivo perché basato su molteplici cliché, rappresentazione teatrale dell’italianità o del Tirolertum, mentre in realtà pensiamo tutti alla stessa maniera. Se apparentemente l’identificazione con la squadra del cuore è tanto chiara da osteggiarne una avversaria, è solo l’inalterabilità sudtirolese – variamente definita – ad essere sempre difesa a spada tratta. Il Sudtirolo è al centro dei pensieri, viene prima di ogni altro scrupolo. Quanti sudtirolesi, di lingua tedesca o italiana, sarebbero in grado di elencare proprie contaminazioni culturali provenienti dal retroterra mitteleuropeo e deutschsprachig oltre-Brennero oppure legate a una o più tradizioni regionali dell’Italia a sud di Salorno? Chi si tiene quotidianamente aggiornato di quanto accade a Vienna e Stoccarda piuttosto che a Venezia e Milano – se non nel vasto panorama europeo? Solo i ladini, quali superstiti retoromanzi tra le dolomie, paiono immuni all’autoreferenziale. I pochi a padroneggiare la materia d’altri sono trattati con diffidenza. Non è questione per acculturati: lo scambio culturale in campo intellettuale, letterario, politico, artistico, musicale o culinario avviene tramite piccoli gesti individuali.

In questi anni abbiamo speso fiumi d’inchiostro sulla “questione sudtirolese”, chiacchiera continua di per sé unificante e che appiana differenze. Basti pensare alla selva di libri annoverabile sotto la categoria «Tirolensien», esercizio stancante (o persino irritante) di convivenza passiva. In Sudtirolo parlano dell’Alto Adige mentre scrivono di Südtirol, vagheggiando una Heimat comune. Sarà forse un caso che i sudtirolesi di nascita più noti “all’estero” – Luis Trenker, Franz Tumler, Claus Gatterer, Hans Glauber, Alexander Langer, Anita Pichler, i giornalisti Lilli Gruber, Ulrich Ladurner e Gustav Hofer, il premio Nobel alternativo Monika Hauser – siano degli emigrati? Non è significativo il recente successo editoriale di Francesca Melandri e Sabine Gruber, scrittrici migranti dalle biografie incrociate?

I confini provinciali sono divenuti una «gabbia interetnica». Ognuno di noi ha contribuito in qualche modo a quest’ingabbiatura trasversale e comune a tutti. La scarsa attitudine dei sudtirolesi a guardare verso un orizzonte più ampio, identificandosi nell’Europa, si traduce persino nel rinnegare qualsivoglia legame con un ambiente allargato, non ristretto al Land tra i monti. Persino Tirolo storico, Trentino-Alto Adige o l’Euregio diventano oggigiorno una maglia troppo larga, addirittura la candidatura a Capitale Europea della Cultura col Nord-Est scontenta taluni. Meglio far da sé, produrre in proprio un’autarchia culturale e politica. Ma quanto potrà ancora resistere l’isolamento forzato nella fortezza? Sopravvivrà alla crisi del modello di autogoverno sinora autosufficiente? Staremo a vedere. Una cosa però oramai è certa: il «Gesamtsüdtirol» langeriano – aldilà degli Stati-nazione e senza rispettive madrepatrie tutrici – s’è realizzato. Ma anziché sommare i due mondi, il Südtirol autonomo e già sovrano è stato capace di formidabili reciproche sottrazioni. C’è di cui vantarsi.

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https://blaun.wordpress.com/2012/02/17/ombelico-del-mondo/feed/ 1 3374 Detail aus dem Bild "Walther von der Vogelweide - Codex Manesse | Kunst Cartoon" Val. Gastkommentar Valentino Liberto.
Protetto: La domenica delle salme. https://blaun.wordpress.com/2010/05/31/la-domenica-delle-salme/ https://blaun.wordpress.com/2010/05/31/la-domenica-delle-salme/#comments Mon, 31 May 2010 14:33:37 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=2749 Questo articolo è protetto da una password. Per continuare la lettura devi visitare il sito web ed inserire la password.

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https://blaun.wordpress.com/2010/05/31/la-domenica-delle-salme/feed/ 8 2749 Val.
Il volto plastico del Sudtirolo https://blaun.wordpress.com/2009/05/27/il-volto-plastico-del-sudtirolo/ https://blaun.wordpress.com/2009/05/27/il-volto-plastico-del-sudtirolo/#comments Wed, 27 May 2009 19:16:36 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=1213 Leggi tutto Il volto plastico del Sudtirolo]]> plastico

[…] Quando lo incrociai per la prima volta sul Forum dell’ff, non potei fare a meno di pensare: “Ecco un altro poveraccio che sta per inghiottire il confine!” Poi la cosa è accaduta e, post dopo post, sono trascorsi degli anni. Oggi Valentino ragiona da uomo politico “precocemente maturo”: il confine che cinge il Sudtirolo è davvero la sua seconda colonna vertebrale. C’è solo da augurarsi che la smetta di frequentare brutte compagnie. Loiny, commento su SegnaVia, “Sentire il confine”, giugno 2008

Dal 1997, nella mia camera, è appesa una carta del Sudtirolo. E’ una carta fisica molto particolare, di quelle con i rilievi montuosi messi in evidenza, appunto “in rilievo”, dove si distinguono nettamente le vallate dolomitiche che fendono l’arco alpino, ferite non rimarginabili in un corpo freddo e solido. Ricordo bene quando indicai la mappa, esposta in un negozio nella centralissima Via Alto Adige, a Bolzano. “Guarda che bella…”, dissi a mia madre, il cui volto rassicurante esprimeva anche in quella circostanza una perplessa approvazione, con quel sorriso difficilmente interpretabile che da sempre la contraddistingue. Ritrovai l’ingombrante plastico di ritorno a casa, impacchettato in modo tale da non danneggiarlo nel difficile trasporto sino al sesto piano di Viale Trieste. Guardai rallegrato i miei genitori, per l’inaspettato regalo. La sorpresa lasciò ben presto spazio alla fantasia irrefrenabile di un bambino. La mente si perdeva tra i punti neri stampati sulla carta, il tratto blu dei corsi d’acqua, le cime riprodotte goffamente dal materiale plastico, piegato in modo tale da riportare quasi fedelmente la morfologia del territorio sudtirolese. I nomi bilingui li conoscevo ormai a memoria. Un’altra carta geografica aveva accompagnato la mia infanzia: lo scatto panoramico, a volo d’uccello, era un apprezzabile disegno realizzato a mano, stampato dall’Athesia su una carta plastificata arrotolabile. Non mi disturbava la differente intitolazione delle due rappresentazioni: la prima – in ordine cronologico – recava la scritta “Panorama Südtirol”, coi toponimi in lingua italiana indicati al secondo posto, e la seconda, “Provincia di Bolzano”, con toponomastica tedesca riportata tra parentesi. Le ragioni di tale inversione linguistica restavano a me ignote e non mi interessava approfondirle. Sulla carta ritrovavo i luoghi della mia vita e ciò mi bastava. Indicavo con precisione millimetrica le vie percorse ogni weekend, misurate con l’ausilio di un righello; le distanze tra una meta e l’altra di periodiche gite fuori porta non superavano quasi mai i quaranta centimetri, sufficienti per dominare lo spazio ideale di un metro quadro in cartone. All’interno di quel contorno rettangolare bianco, che delimitava la porzione di globo riprodotta in scala, mi sentivo libero. Infinitamente libero.

Libertà o incastro? Parte del mio entusiasmo infantile scaturiva dalla piena padronanza di una modesta fetta di mondo. Mi sono chiesto spesso se negli anni sia riuscito a disincastrarmi da quell’immaginario del Sudtirolo morfologico per fare un salto in avanti e guardare dritto negli occhi la realtà che circondava una mera fotografia cartacea. Oppure se la liquida quotidianità tutt’attorno non fosse null’altro che la proiezione maligna del plastico tinta marrone, divenuto tanto familiare. Nel dubbio, l’alternarsi delle stagioni trasformò l’universo concentrato di un bambino – che scopriva il mondo in pillole cartografiche – in un labirinto impolverato adagiato alla parete, mentre il fastidio alla testa, prodotto dal chiodo fisso con sopra inciso “Panorama Südtirol / Provincia di Bolzano”, che negli anni ’90 trafisse irrimediabilmente la materia cerebrale, è lenito soltanto da poche divagazioni spazio-temporali. Il Sudtirolo mi osserva, sfregiato e sporco, inchiodato al muro. Io resto immobile al suo cospetto, incapace di distogliere lo sguardo. E per sopravvivere, non resta altra possibilità che convivere con l’eterno, nefasto fascino di quel volto oscuro e minaccioso.

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https://blaun.wordpress.com/2009/05/27/il-volto-plastico-del-sudtirolo/feed/ 18 1213 Val. plastico
L’ombra di Bruneck https://blaun.wordpress.com/2008/11/12/bruneck/ https://blaun.wordpress.com/2008/11/12/bruneck/#comments Wed, 12 Nov 2008 18:00:07 +0000 https://blaun.wordpress.com/?p=318 Leggi tutto L’ombra di Bruneck]]> Bruneck/Brunico.

Dedicato a Loiny, in un impeto compositivo senza troppe preteseIl conflitto interiore tra patrie indesiderate e desiderio di Heimat, tra confini rinnegati ed eterni confini: cronaca di una serata movimentata a Brunico, mentre a Bolzano si svolgeva la fiaccolata degli Schützen davanti al Monumento alla Vittoria.

Patria, Heimat. Marmo bianco, vetro-acciaio. Lumini accesi, neon accecanti. Cubi razionalisti, geometrie curve. «Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus», «alto adige / alto fragile / reiseland / durchgangsland / niemandsland», «terra di viaggio, terra di passaggio, terra di nessuno» scrisse n. c. kaser. Cappelli piumati versus fascisti in giacca nera, giovani ladini e sudtirolesi alternativi. Piazza della Vittoria, Rathausplatz. Bolzano italica, Bruneck interetnica.

La birreria è nuova e affollata. In una recensione, leggo: «Il “Rienzbräu” unisce tradizione e innovazione, l’ampia vetrata lato strada e l’illuminazione rendono meno tenebrosi gli ambienti interni tipicamente bavaresi». Al tavolo accanto si parla di Obama, come presso la tavolata di inglesi a centro sala. Negli USA i giovani incoronano il democratico, qui i Freiheitliche fanno proseliti tra i coscritti. Sfoglio nervoso l’Espresso, in attesa di un messaggio al cellulare. “E se vincesse McCain?”: Gott sei Dank, grazie a Dio non è accaduto. Mi guardo attorno perplesso. Surreale familiarità. Arriva un sms: «Perché non vieni?». Pago Radler e fusilli “alla siciliana” ed esco frettoloso dal locale.

All’UFO sbarco su un altro pianeta. Il moderno centro giovanile si erge in superficie ai margini del bosco, alle porte della città. «Un luogo dove i giovani possono sprigionare liberamente le proprie energie e suonare del buon rock», direbbe un noto albergatore di Corvara. Eppure persino qui domina il rigore da Tirolo borghese. Ragazze e ragazzi di buona famiglia, perlopiù ‘tedeschi’ o mistilingui, vestiti bene, con occhiali dalle montature importanti, sciarpe e cappelli, look anni ottanta, intellettuali o pseudo tali, trovano posto nel bar arredato con cura, ballano ordinati in pista, bevono con relativa moderazione. Seguo distratto il concerto “indie” di un gruppo tedesco rivelazione nel panorama musicale europeo. Tra le note risuonano i tamburi delle Kompanien, il loro ritmo scandisce le parole del cantante. Il pubblico segue estasiato, il cammino procede.

«Veneziano? Prego?» «Naja, a Aperol Spritz, donkschian» («Massì, un Aperolspriz, grazie mille»). Mentre gli Schützen marciano silenti sul capoluogo, Klaudia mi guarda divertita: «Bolzano è proprio un mondo a parte» «Certo – riprendo io – un mondo da oggi più avanzato». Osservo dall’ampia vetrata il quartiere scolastico della cittadina pusterese. Scorgo deboli riflessi sulle facciate trasparenti degli edifici circostanti: i fasci littori, le fiaccole, la marcia lenta e composta. «Andate in Austria!», «Freiheit für Tirol!» («Libertà per il Tirolo!») echeggiano lontani, tra le melodie rockeggianti della band. Dal cordone ombelicale che mi lega alla madre Bauzanum, è un continuo susseguirsi di voci e immagini. Si uniscono al frastuono tutt’attorno, trovano nella mia testa una cassa di risonanza. Mi ritrovo nel cuore della movida brunicense, da brissinese di nascita in conflitto col bolzanino d’adozione.

L’Alpino di Brunico, così “diverso” e poco tirolese, ha subito il rigetto del corpo nel quale era stato trapiantato. Frantumato dal contesto ostile, guarda i passanti dolorante e pentito. Non è parte integrante del tessuto urbano, bensì ne è protuberanza maligna da rimuovere. Come Bolzano e i simboli di un’italianità artificiale all’interno del Sudtirolo, opposto e speculare rispetto ad essi. O forse quanto me, qui a Brunico. Sono anch’io uno straniero agli occhi di Klaudia? «Dai! Credi davvero che per me sia importante il “dove”?» «Magari non in quella determinata forma. Ma il contenitore “territoriale” nel quale ci si immerge gioca sempre un ruolo centrale, ancora di più nelle piccole realtà di provincia. Quando vi è un travaso tra contenitori, ecco sorgere i primi problemi: di comunicazione, di linguaggio… per questo è più semplice rimanere tra simili.»

Le glosse di Norbert C. Kaser scolpite su ogni singolo cubetto del selciato, mi accompagnano idealmente al portone del Weinkeller. Prima di scendere nell’intimità della cantina, sulla sinistra, vi è una lavagna, di quelle usate a scuola, con tanto di gessi e spugnetta. E’ lì che un ragazzo bilingue e barbuto, sulla ventina o poco più, tiene ogni sabato sera i suoi pseudo-corsi di educazione sessuale. Spettacolo imperdibile. Una folla di adepti rigorosamente maschi pende eccitata dalle sue labbra, mentre il giovane si esibisce in una serie di sketch divertenti, sebbene volgari, disegnando sulla lavagnetta improbabili organi riproduttivi e contorte scene erotiche. Non mi scandalizzo.

Nei sotterranei di Brunico scorrono fiumi di alcool. Gironi dell’inferno alla discoteca “Puka Naka”. Corpi l’uno addosso all’altro. Spinte tra ignavi barcollanti. La musica ad altissimo volume, assordante, l’alto grado alcolico delle bevande e una strana nube bianca sparata sui clienti assopiscono i sensi, soffocano pensieri, spengono voci. Circondato da un mondo che non mi appartiene, cerco Klaudia. Ma tutt’a un tratto si accendono le luci. Dal tanto rumore alla desolazione di un campo di battaglia. Osservo frastornato, attonito, tormentato. Mi muovo per la piccola sala da ballo, evitando bicchieri rotti sparsi sul pavimento. Nel rimettermi la giacca, il libro (quasi un amuleto) cade dalla tasca bagnandosi nel liquame sparso per tutto il locale. Tuttora riporta i segni della caduta. Lo apro, leggo confuso: «Sarebbe ora che l’aquila tirolese venisse arrostita, mangiata e digerita una volta per tutte, senza più bisogno di sputare sui suoi ossi, così come sarebbe ora di scrollarsi di dosso la fissazione polemica del confine.»

Alba di una fredda giornata d’inizio novembre. Timido sole d’autunno fa capolino all’orizzonte. Brina si posa sul verde tardivo dei prati, nebbia stringe il paesaggio in un timido abbraccio. Avvolti nel candido manto, scompaiono boschi oscuri, silenti caseggiati e dolci declivi erbosi che costeggiano la vallata. Il treno supera la Mühlbacher Klause, confine percettibile di un’antica contea. Appena un’ora di viaggio mattiniero mi separa dalla Landeshauptstadt. Chiudo gli occhi e sprofondo nei pensieri. Buio. Rivedo l’ultima scena. La gioventù è spinta fuori, i taxi ne riportano a casa i resti, pulendo le strade dal loro dondolio. Anche Klaudia si dilegua, senza salutare. Resto solo in compagnia dell’Alpino di pietra. E il silenzio cala inesorabile su Brunico.

Bruneck/Brunico.

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https://blaun.wordpress.com/2008/11/12/bruneck/feed/ 1 318 Val. Bruneck/Brunico. Bruneck/Brunico.