Perché


Piccola premessa: questa è la poesia con cui tutto è cominciato.
Avevo 14 anni, e non sapevo ancora che stavo iniziando qualcosa che mi avrebbe accompagnato per sempre.
La metto qui, in home page, come punto d’origine e promessa a me stesso.

perchè

Perché nel mondo ci sono ingiustizie e guerre?

Perché non siamo tutti fratelli e sorelle?

Perché quando i neri morivano facevano festa?

Perché agli ebrei veniva tagliata la testa?

Perché il mondo non è tutto uguale?

Perché non gira per tutti in senso normale?

Perché alcune morti hanno più senso di altre?

Perché il cielo non si dirada è c’è solo una coltre?

Perché esistono i soldati bambino?

Perché non possono avere i genitori vicino?

Perché anche se c’è il sole vedono pioggia?

Perché spesso su di loro la guerra poggia?

Perché esistono droga e inquinamento?

Perché la terra e a metà tra agonia e tormento?

Perché si nasce piangendo e si muore ridendo?

Perché spesso i buoni propositi vengono persi nel vento?

Perché le parole di Dio vengono travisate e sfruttate da chi è potente?

Perché se Dio esiste resta fermo come un deficiente?

E già perché…

Stelle taglienti


Di nuovo agosto.
Di nuovo il cielo che chiede di essere guardato
con il collo spezzato all’indietro
e l’umiltà di sentirsi piccoli.

La cometa passa
e lascia una scia
che non promette nulla
se non il tempo di un desiderio sbagliato.

Mi siedo accanto agli altri.
Poi mi sdraio.
Cerco occhi liberi.
Cerco labbra che non siano già occupate
a dimenticare qualcun altro.

Intorno a me
le bocche si incontrano,
si accendono,
si consumano in silenzio.

Per me
resta lo spettacolo del cielo
e una fame che assomiglia
a quella dei sedici anni
quando aspettavi qualcosa
che non arrivava mai.

Una stella mi entra nell’occhio.
Non brucia.
Taglia.

Resta lì
come un riflesso che non se ne va,
come un pensiero che graffia
anche a palpebre chiuse.

Sono stanco.
Sono pallido sotto questo nero enorme.
Ma non importa.

Il cielo non consola
e non promette.

Dopo questa notte
ci saranno altre labbra.
Forse anche le mie.

Stella Nera…


Sento
il tuo calore
fatto di ogni atomo del tuo essere.
Sento che scalda e nutre ogni creatura.

Vedo
anche l’altro lato,
quello che tieni solo per te,
solo per i tuoi pensieri,
solo per quegli attimi
in cui vuoi essere il tuo buio.

Sento
quei silenzi urlanti,
quel rialzarsi ogni giorno
nonostante la vita,
quegli attimi, ottimi.

Vedo
che sei talmente bella
da fare male agli occhi…
ma bene all’anima.

Sento
quel buio luminoso
e denso come il miele,
infinitamente più dolce.

Agisco
e ti riconosci
vera come sei.

Il pulibile


Ogni giorno
mi sporco le mani e l’anima.

Non importa se di terra
o di tristezza.
Mi sporco.

Cammino, tocco, vivo,
e qualcosa resta addosso
anche quando non lo voglio.

E forse l’unico modo per pulirmi
è un sapone fatto di inchiostro,
con cui strofino piano
quello che pesa
senza fare rumore.

Scrivo
non per cancellare,
ma per lasciare un ricordo
nel punto esatto
in cui fa male.

E quando evapora
non salva tutto,
non guarisce ogni cosa,
non mi rende migliore.

Ma pulisce il pulibile.
Il resto
imparo a portarlo.

Tabula rasa


Non so se l’ho visto arrivare
quel colpo forte e veloce.
Ho ricordi vaghi,
sono stordito.

Ma ora mi alzo.
È il momento in cui si va,
in cui ci si veste per apparire.
Il freddo è solo una scusa.

Mi muovo con fatica dopo il fatto.
Non so se sono pessimo
o il contrario.
Coerente,
quello sì.
Anche troppo,
e forse è un problema.

Perché sono qui, a metà
tra luce e oscurità.

Vai tranquilla.
Strappa pure i miei ideALI,
Volerò lo stesso.

Come dici?
No, non ti odio.
L’odio è comunque un sentimento.
Io non provo nulla.

Vedi?
Sono già altrove.
In quest’altra pagina.
Lontano.

Pronto a tutto.
Ho anche l’anima pronta.

E anche se non ero pronto a te,
non vuol dire
che non lo sarò
di nuovo.

Oltre quei numeri


In mezzo a mille parole
brutte,
ogni tanto succede.

Appare un
“te lo meriti”
mentre commentano risultati.

Visual?
Vendite?
Non lo so.

Non sono comunque
me.

Sono oltre quei numeri.
Sono già cinque poesie avanti,
come uno che gioca a scacchi
su parole crociate.

Mi giro come l’ennesima pagina
e vedo
quanto ho letto,
quanto ho studiato.

Zero tecnica.
Tutta verità.
Grezza,
sporca,
schifosa.

Verità.

E dentro la verità
ci sto dentro fino al collo.

Magari con la tecnica
ne sarei uscito.
Sarei stato elevato,
non si sa con quale titolo
né per quale motivo.

Ma preferisco
qualche miliardo di volte
una verità sporca
a un’asettica tecnica.

Un momento che vale la pena ricordare


Non scrivo spesso per parlare dei miei libri.
Preferisco che parlino da soli.

Ma ogni tanto è giusto fermarsi un attimo.
Momenti che diventano Parole sta trovando lettori,
e per qualche giorno è stato primo in tre categorie.

Non è un traguardo.
È un passaggio.

Le classifiche passano.
Le parole, quando arrivano a qualcuno, restano.

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Momenti che diventano parole… ora è disponibile in Kindle


Ci sono libri che nascono per essere spiegati.
E altri che nascono per essere sentiti.

Momenti che diventano parole… è una raccolta che attraversa il tempo,
le attese, le crepe, i passaggi silenziosi che spesso non sappiamo nominare.
Parole che non vogliono insegnare,
ma restare.

È un libro fatto di istanti:
alcuni leggeri, altri più pesanti,
tutti veri.

Non segue una trama,
segue un respiro.

Da oggi Momenti che diventano parole… è disponibile in versione Kindle,
per chi ama portare con sé le parole
e lasciarle tornare quando servono.

Momenti che diventano parole… di Giovanni Todini – disponibile su Amazon Kindle

Compromesso


Ok,
ho rifatto tutte le scale in discesa.

È freddo e umido qui.
In fondo è una cantina,
molto interrata.

In fondo questa umidità
darebbe corpo a un ottimo vino.

Ma io sono astemio.

E sono qui
per essere sceso a compromessi.

Compromesso.

Questa via di mezzo
tra due punti di vista
che accontenta e scontenta tutti,
sommando scontentezza
un po’ alla volta.

Finché non siamo pieni di buio.
Finché non è tutto
compromesso.

Compromesso,
questa volta,
come termine.

Termine
nel senso di parola.

E nel senso di fine.

Come qualcosa
da cui non si torna su.

Forse le bottiglie di vino di prima
possono ancora servire:
per brindare
o come oggetti contundenti.

Dipende
da quale compromesso
viene dopo.

Sintetico…


Questa etichetta non mi convince.
Non si capisce
Sembra una via di mezzo
tra geroglifici e ideogrammi.

Ci sono gradi messi a caso
e una parola inquietante:
sintetico.

Qui significa artificiale.
Altrove vuol dire di poche parole.
A volte persino finto.

Non so per quale senso la usi di più.
So solo che è un inganno della mente:
una coincidenza della lingua,
una forzatura che sembra naturale.

La nostra lingua è capricciosa,
“la più difficile del mondo”.
Forse è vero:
Dante e gli altri erano dei geni.

Neanche il più bravo trapper
riuscirebbe a tenere insieme
certe ambiguità.

Eppure sono passati secoli.
Avremmo dovuto migliorarla,
non peggiorarla.

Non usare la stessa parola
per due significati quasi opposti.

A volte mi sento truffato.
Da pigrizie antiche,
da copia e incolla fatti male.

Da persone
che sono state
troppo sintetiche.

Graziae…


Sembra sempre facile

Sembra

Come muovere le membra

Scavare con cura in un vocabolario mentale,
un foglio alla volta..

Mi volto

Volgo lo sguardo verso di te

E vedo che hai la mia stessa tela in mano

Su cui incidi un’opera di un solo colore

Nero

In fondo anche la scrittura è un disegno

E tu sei una magnifica musa

Magari spostati un po’, così vedo troppa tela

Il cavalletto è ingombrante

Lo so che stai facendo lo stesso verso di me

Ma fammi prima finire

Per una volta voglio curare anche l’estetica

E scrivere in modo chiaro e caldo

Poi… nessuna parola nell’universo ti descrive appieno

“Magnifica” non basta

Dentro e fuori

Come un fiume che si incunea sotto terra

e dà vita sia all’esterno

che all’interno del mondo

Io resto qui in piedi

Mezzo storto e mezzo no

Cerco di portare a casa l’opera

Magari non d’arte ma almeno di parte

È anche vero che con te, la penna va da sola

Io la devo solamente reggere

O leggere

In fondo basta il tuo viso

Per scrivere l’opera più bella del mondo

Anzi una sola parola:

il tuo nome Graziae…

Taglio fantasma…


Guardo l’interno delle palpebre
Tanto per
La vita è in pausa pubblicitaria

E l’on demand dei ricordi mi basta

Seleziono, da bravo telespettatore,
Qualcosa che mi faccia male e bene
Non necessariamente in quest’ordine

A volte scelgo ricordi con un “brutto fine”

Solo per ricordarmi di non tornarci

Per non ripetere cazzate come quelle

Ma tanto è più forte di me

E di noi

L’illusione dell’inizio

È sempre la stessa

Il film all’inizio

Sembra il più bello del mondo

Ma poi un taglio al budget

Rende tutto fumoso

Contorto

Ci sono tagli nel film

Fatti con l’accetta

In fondo il protagonista è quello che è

Non sono mai stato un grande attore

Cambio ricordo

Rivedo uno dei due/tre in cui ho vinto

Ma sono vittorie passate, lontane

Poi c’è una terza videoteca

Quasi infinita

Fatta di tutte le volte in cui ho pareggiato

E capisco alla fine

Che è tutto un film di compromessi
E io non so più dove ho tagliato io …

Sincronizzazioni errate


C’è chi ha tempo
per cercare,
per sbagliare,
per ripartire.

E c’è chi ha solo spazio
dentro,
ma nessuno fuori.

Io, a volte,
ho spazio fuori
e muri dentro.
Blocchi che non si vedono,
ma tengono fermi lo stesso.

Non è una colpa
avere alternative.
Non è una colpa
non averne.
Non è una colpa
fermarsi da soli
mentre il mondo sembra aperto.

La differenza
non chiede risarcimenti,
solo rispetto.

A volte
la forma più onesta di vicinanza
è non avvicinarsi troppo.

Lasciare l’altro
intero.
E lasciare sé stessi
inermi,
ma sinceri.

Non salvati.
Non sottratti.
Solo riconosciuti.

Guida…


Spengo tutto:
cuore, corpo e mente.

Chiudo gli occhi
e anche il gas,
che non si sa mai.

Voglio fare un reset del tempo,
ascoltare.

Lascio aperta solo l’anima,
così può ancora connettersi a te
quando tutto il resto è spento.

Ora che il rumore è finito
e ogni cosa è finalmente al suo posto,
grazie a te.

Il tuo nome
mi precede.

Arriva sempre un passo prima di me
e io lo seguo
senza più fare domande.

Sono diventato una tabula rasa.
Sono pronto a essere un tuo seguace:
“dimmi cosa devo fare
e io lo farò”.

Sperando solo
che tu mi chieda
di entrare nella tua vita,
e in ogni tuo sogno.

Ora del decesso: ignota


Le tue emozioni mi hanno aperto
come un corpo sul tavolo sbagliato.

Non c’era anestesia,
solo mani che sapevano dove strappare.

Ora mi osservano dall’alto,
con i guanti puliti,
e annotano il danno
come fosse una causa naturale.

La mia anima è uscita a forza,
ancora calda,
lasciata ovunque:
sui muri,
sul pavimento,
nell’aria che non riesco più a respirare.

Le lacrime non cadono,
filtrano,
mescolate alla delusione
che già sa di marcio.

Le emozioni, come le viscere,
non dovrebbero essere esposte.

Sembra una scena di Romero.

Ma il vero orrore
è che sto ancora respirando.

Quello che tiene…


Uso tutto il mio corpo,
ogni nervo, muscolo, osso, tendine,
per arrivare in cima a questo momento
e poter guardare
quello che porta il tuo nome.

Quella Luna immensa,
grande quasi quanto il nostro pianeta,
come una sorella più piccola
eppure indispensabile.

Non è luce.
Ma non è questo che resta.

Ci sono cose che non servono a brillare,
ma a tenere fermo il mondo
mentre tutto il resto corre.

Qualcuno rallenta il mare
senza farsi vedere,
dà un ritmo alle notti
e permette alla vita
di non scivolare via.

Non se ne accorge quasi nessuno,
di chi fa questo lavoro silenzioso.
Eppure, senza,
saremmo solo acqua che non impara,
stagioni senza memoria.

Non so quando ho iniziato a capirlo.
Forse quando ho smesso di cercare luce
e ho iniziato a cercare equilibrio.

Ci sono nomi
che non spiegano,
ma tengono.

Zucchero nero


Questo peso che non vuole cambiare.
Il mondo è sempre più obeso.

Assaggiamo tonnellate
di sangue e di fame
ma non siamo mai sazi.

Forse ci vorrebbe
uno zucchero amaro,
raffinato male
fino a diventare nero.

Qualcosa
che cambi il sapore del latte
e anche il suo colore,

abbastanza
da farci fermare un secondo.

Almeno
finché non riusciamo più a berlo.

Musa scrittrice…


Il mio passo è deciso e saldo

Questo sentiero montano non mi spaventa assolutamente

Anche se ci sono ponti tibetani e burroni

Perché posso vedere te

Che mi dici dove mettere i piedi

Posso leggere le infinite emozioni che scrivi

Potrei dormire sotto la copertina del tuo libro

Messa come una tenda canadese

Perché in quel libro ci sei tu

I tuoi sogni passati e futuri

Che parlano della tua magnifica anima

E poi posso anche leggerti mentre vado in cima

Mentre ogni passo mi rende diverso

Mentre affronto ogni pericolo sorridendo

Mentre arrivo in cima

Poggio a terra il libro e sei al mio fianco

In tutto il tuo magnifico essere

In modo che possa contemplarti e usarti come musa

Per farti stare dall’altra parte del foglio

Perché adesso tocca a me

Finire le pagine del tuo libro…

Elastici


Quando ci sei
non so dove mettermi.

Non perché fai male,
ma perché tiri
nel punto sbagliato,
nel momento sbagliato,
nel modo preciso
in cui non so difendermi.

Quando non ci sei
mi manchi.

E non è nostalgia,
è tensione residua,
è la pelle che ricorda
di essere stata tirata
verso qualcosa
che non c’è più.

Siamo elastici.
Non fatti per stare fermi,
non fatti per spezzarci.

Solo per tendere,
allontanarci,
tornare indietro
senza mai tornare uguali.

Quando sei vicino
stringo.
Quando ti allontani
resto teso.

E in mezzo
c’è questo spazio strano
che chiamiamo equilibrio
ma che in realtà
è solo paura
di lasciar andare
o di tirare troppo.

Abiti…


 

L’ho scritto in un altro tempo.
Rileggendolo oggi mi accorgo che mi veste ancora.
Alcuni abiti servono per mostrarsi, altri per proteggersi.
Questo, per me, resta necessario.

 

Abiti…

L’abito non fa il monaco
ma è un bell’abito
la pelle che abito.

Sarà il carnevale
ma mi sento trasformare
ogni giorno
in un personaggio diverso.

Forse alla fine
l’unico comune denominatore
sono io.

Le sfaccettature sono molte
ma sono come un abito
da cambiare ogni giorno.

Ma dentro…
…ci sono solo io.

Chi altri potrebbe sopportare
questo “peso leggero”
di questi abiti?

Non basta nemmeno il mio sorriso riflesso
in specchi fatti d’acqua
in mari fatti di specchio.

Questo cuore
fragile e riflettente:
se entra luce
restituirà luce,
se entra odio
mostrerà la sua fragilità
o indosserà l’abito giusto
per difendersi dal mondo,
coprirsi dal freddo.

Non serve coprire gli specchi,
non serve scaldare
ciò che non è scaldabile.

Servono quegli occhi profondi,
quegli specchi
in cui si riflette il mio cuore.

Non mi devo coprire,
né nascondere.

Posso regalarti la mia anima nuda,
senza fronzoli,
senza carnevale,
ma vestito
solo di te.

Il punto in cui si resta


Stavo fuggendo
e non so da cosa.
Forse da me,
forse da una stanza che continuava a chiamarmi casa.

Qualcuno mi ha preso per il polso.
Non con forza.
Con quella decisione gentile
che hanno solo i sogni quando non vogliono svegliarti.

La mano era fredda, poi calda.
Maschile, poi no.
Aveva dita lunghe, poi corte,
poi non aveva più dita
ma un’idea di presa
che bastava.

Mi sono voltato
e il volto non era lo stesso ogni volta che lo guardavo.
Cambiava sesso, età, pelle,
come se stesse provando a somigliarmi
senza riuscirci del tutto.

«Non correre così»,
ha detto senza muovere la bocca.
La voce mi arrivava dal polso,
dal punto esatto in cui il sangue decide se tornare indietro
o andare avanti.

Ho provato a liberarmi.
Non per paura.
Per abitudine.
Si fugge anche quando non serve.

La presa non si è chiusa di più.
È diventata più vera.

Allora ho capito:
non mi stava fermando.
Stava restando.

E io, che so solo andarmene,
non ho saputo fare altro
che svegliarmi
con il braccio ancora teso
e la sensazione precisa
di essere stato trattenuto
nel punto giusto.