La porta socchiusa – parte seconda

carview.php?tsp=

By pexels.com

La prima parte la trovate qui.

Una visita inattesa

Lara rimase senza parole con la porta semiaperta. Gli occhi sgranati osservavano quella figura che aveva suonato. Ne vedeva il viso e i capelli e quella mano senza una ruga sottile come quella di un pianista.

«Posso?» domandò con voce bassa e dolce attraverso quella fessura. «Può aiutarmi?»

Lei farfugliò qualcosa di incomprensibile prima di rispondere. La sorpresa era stata così intensa che per una frazione di tempo non era riuscita a coordinare mente e parole. «Certamente! Mi dica? Come posso aiutarla?» replicò con tono gentile, riprendendo il controllo dei suoi pensieri.

L’uomo era impacciato come se si vergognasse di aver chiesto aiuto. «Avrei bisogno di chiamare mio figlio ma ho solo il telefonino senza un centesimo di carica». Il viso bianco divenne rosa per l’imbarazzo di ammettere che non si poteva permettere una ricarica.

Lara aprì la porta completamente, osservando quella figura che pareva ingobbita per il disagio di quello che aveva detto. «Ma certamente!» affermò mettendosi di lato per farlo entrare. «Può usare il fisso oppure il mio iphone. Quello che le viene più comodo. Entri e non rimanga sulla porta».

L’uomo fece un passo avanti ma si fermò. «Sono un maleducato. Non mi sono presentato» recitò con aria contrita. «Giuseppe Mora».

Lara sorrise. Non voleva metterlo in imbarazzo ridendo su quelle parole che sapevano di antico. «Siamo pari!» affermò piegando il capo di lato. «Nemmeno io mi sono presentata! Lara Dalbuono. Sono la sua dirimpettaia da poche settimane e non ho ancora trovato il tempo di farmi conoscere come le buone maniere mi avrebbero imposto di fare!»

Giuseppe mosse qualche cauto passo, scrutando con attenzione quello che vedeva. Qualche scatolone ancora chiuso, altri aperti. Un paio di quadri appoggiati sul pavimento e accostati alla parete. Sorrise mettendo in mostra una dentatura per nulla perfetta ma bianca senza macchie.

«Non sono ancora riuscita a dare una parvenza di casa a tutto» spiegò con tono calmo, intuendo che il suo vicino aveva notato la confusione della stanza. «Quando ho traslocato, ho creduto che dopo una settimana tutto fosse in ordine. Invece…».

Giuseppe scosse il capo come per giustificarla, accennando a un sorriso sincero. «Ha ragione. Si crede sempre che in un attimo tutto vada a posto come per incanto». L’anziano mosse cauto qualche passo facendo attenzione di non calpestare qualcosa.

«Venga» fece Lara con un ampio gesto della mano, dirigendosi a sinistra. «Ci sistemiamo in cucina. Questa col bagno sono le uniche stanze non ingombre di oggetti o scatoloni da sistemare. Lì, staremo comodi a prendere un tè o un caffè oppure…».

Giuseppe la seguì docilmente sedendosi su una sedia impagliata attorno a un tavolo di faggio quadrato. «Non si disturbi. Non prendo nulla…».

La donna scosse il capo, insistendo, finché non accettò un succo di frutta all’ananas. Per lei si preparò un caffettiera di caffè. Dal frigo prese il cartone del succo e da uno sportello un bicchiere di cristallo. Mentre la caffettiera faceva il suo mestiere, riempì il calice di ananas. Visto che l’uomo sembrava a suo agio, pensò di chiedergli il motivo della porta socchiusa.

Giuseppe composto sulla sedia attese che Lara si versasse il caffè nero nella tazzina prima di sorseggiare il succo di ananas.

«Non vorrei essere indiscreta» cominciò con cautela la donna, mentre centellinava il caffè bollente. «Mi sono chiesta il motivo per cui lei lascia sempre la porta socchiusa, anche quando esce».

Giuseppe sorrise, perché immaginava che prima o poi glielo avrebbe chiesto. Si appoggiò allo schienale, ponendo il calice sul tavolo. Inspirò rumorosamente dell’aria e tentò di spiegare quella stranezza.

«Deve sapere» iniziò con voce titubante, perché non era certo che la donna ne avrebbe capito i motivi. «Vivo con mia moglie che è relegata su una poltrona. Ho sempre il timore di morire all’improvviso e se la porta è chiusa, nessuno può entrare per assisterla».

Lara aggrottò la fronte e strinse le labbra. C’era qualcosa che non tornava nella giustificazione. Devo insistere oppure mi accontento?

C’è chi dice è una strega, tanto lei se ne frega!!!

Così cantava Vasco Rossi nel 1979. Sarei nata l’anno dopo e ancora adesso canticchio questa canzone in macchina per darmi la carica.

Sei una strega, ti dicono in modo dispregiativo, ma a me non disturba molto anzi lo prendo come un complimento, adoro le streghe e sono fiera di esserlo!

Due settimane fa sono andata a vedere la mostra Stregherie. Dopo una prima edizione a Monza e poi a Bologna hanno deciso di ripeterla a Padova in una cornice pittoresca e pregna di sangue e lamenti: la Cattedrale ex Macello.

Sarà stato il freddo pungente o i ganci ad esse ancora in bella vista, ma la location era giusta per creare un clima spettrale e stregato.

carview.php?tsp=

Foto personale

La mostra si apre con Circe. Figura chiave nell’Odissea di Omero, incantatrice che trasformava gli uomini in animali. Grande conoscitrice di erbe e pozioni magiche dopo essere temuta fu amata da Ulisse che si fermò sulla sua isola per un anno per riprendere poi il suo cammino verso Itaca accompagnato dai suoi consigli e indicazioni. Una serie di riproduzioni e di quadri ci mostrano donne bellissime e forti ritratte sempre in atteggiamenti libertini, un po’ svestite e fiere. Si perché la donna era considerata una strega quando mostrava la propria nudità senza vergogna. In un altro padiglione si parla infatti del desiderio paragonandolo al demonio, al diavolo. La nudità mostrata senza vergogna era considerata lussuria o perversione. Una descrizione in entrata ci da un’altra visione invece della storia. Queste donne erano le prime vere femministe, le prime ad aver detto al mondo “possiamo e vogliamo essere libere a modo nostro, e poco importa se ci brucerete dopo averci sottoposto alle peggiori torture, non faremo un passo indietro”.

carview.php?tsp=

 Foto personale

E così fu, tante vennero bruciate in questo medioevo ecclesiastico dei diritti umani.

Passeggiando tra i padiglioni, tra carrucole e catene dell’ex macello, tra una bambola insanguinata e bambolotti rappresentanti primordiali streghe si arriva al padiglione dove si può rivivere il processo a una strega. Per circa dieci minuti sarete una strega sotto inquisizione e in una stanza buia vi immergerete in una atmosfera surreale dove, pur capendo poco perché si parla in latino e in italiano volgare, sentirete tutta la passione, il dolore e la paura di una donna interrogata dal tribunale dell’inquisizione.

A questa donna viene chiesto di rinnegare le sue credenze, le sue passioni, il demonio, il suo sapere.

Si perché proprio il sapere nelle donne non era visto di buon occhio. Fare entrare una donna nei salotti per soli uomini avrebbe creato dei precedenti che avrebbero minato l’ordine costituito. E allora parallelamente queste donne hanno custodito saperi antichi legati all’erboristeria, tossicologia e ostetricia, tramandandolo per via orale. Un padiglione è completamente dedicato a questo, un intreccio di magia e scienza, un sapere che fu fondamentale per lo sviluppo della medicina che conosciamo ora. Una sala che rende omaggio a queste donne che hanno trovato il loro spazio lontano dai luoghi ufficiali.

Il sapere spaventa e quindi bisogna creare un nemico e perseguitarlo. In un mio precedente articolo “Servitù volontaria” avevo parlato di un aspetto trattato nel libro libro di Etienne de La Boétie. Sempre in quest’opera lui ci parla di come la classe dirigente crei di sana pianta una minaccia e un pericolo per ottenere potere quando si ha l’impressione che la propria supremazia stia vacillando. Credo che anche per le povere streghe sia andata così. La donna sapiente come incantatrice e incarnazione del peccato e della ribellione. La donna che fa paura al potere ed entra nel mirino dell’inquisizione. Siamo nel XIII secolo, Etienne de La Boétie scriverà di questo modus operandi alla fine del 1500. Allora via alla narrazione di donne che volano libere nella notte  sopra delle scope spargendo  malefici sugli uomini ligi alle leggi e al ben pensare ecclesiastico. Ancora una volta si alimenta un pericolo utile al potere. Niente di diverso da quello che abbiamo vissuto e che vediamo attualmente sia in territorio nazionale che a livello internazionale. Caro Etienne de la Boétie niente è cambiato purtroppo.

Con l’affermarsi dell’illuminismo, l’inquisizione perde potere, ora è tempo di razionalità e l’attenzione su queste donne si dissolve. Ma loro restano e si reinventano in veste di ponte tra la realtà e l’invisibile. E’ il tempo delle Future teller. Sono ovunque, nelle piazze nelle fiere, sono medium, scrittrici, donne carismatiche con il potere di plasmare i salotti moderni ottocenteschi. Una sala è completamente dedicata ai tarocchi, vecchie tavole ouija, ritratti di famose veggenti e chiromanti, un’atmosfera che sa di antico e di magico.

carview.php?tsp=

 Foto personale

Tra alti e bassi, repressione e rinascita, figura positiva, consigliera di Ulisse, custode di segreti e medicamenti ed esseri da perseguitare come strumento politico di controllo. Da demone a simbolo di ribellione.

Uno specchio dove riflettersi per scegliere che streghe siamo noi, ogni volta che ci ribelliamo, ogni volta che cerchiamo di imporci o semplicemente ogni volta che decidiamo di essere ciò che vogliamo essere. Una mostra interessante che apre gli occhi sul percorso delle donne e della meta raggiunta. Sulle cause, quelle importanti davvero, non quelle che ci fanno apparire ridicole e sempre vittime di noi stesse.

Cos’è la strega oggi? Chi sono le streghe moderne?

Recentemente Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi, è stata accusata di essere una strega dall’ambasciatore Israeliano, asserendo che il suo rapporto fosse un’altra pagina del suo libro degli incantesimi. Nel 2025 tacciare una donna di essere una strega sa di medioevo, sa di arretratezza, sa di ignoranza, sa di povertà di argomenti.  Se fossimo nel XIII secolo probabilmente dopo un’affermazione del genere la povera dott.ssa Albanese sarebbe stata bruciata su pubblica piazza solo per aver detto la verità. Ai tempi moderni gli USA hanno imposto sanzioni personali e dopo averla inserita in una lista nera non le è permesso nemmeno di usare una carta di credito e sappiamo bene cosa significhi ai nostri giorni.

Ad ogni epoca la sua inquisizione.

E voi quale strega siete? Se siete indecisi vi consiglio di visitare la mostra per chiarirvi le idee. Aperta anche al sesso maschile sia mai che anche qualche maschietto si riveda in una strega o nel suo inquisitore!

carview.php?tsp=

 Foto personale

La porta socchiusa – prima parte

carview.php?tsp=

Immagine generata con IA

La porta socchiusa

Quando Lara si trasferì nel nuovo condominio, notò subito due cose.

La prima era il silenzio ovattato del pianerottolo, come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo. La seconda era la porta dell’appartamento di fronte al suo.

Sempre socchiusa. Non spalancata. Non chiusa. Solo quel margine incerto di pochi centimetri che non basta a vedere dentro, ma basta a farsi vedere.

All’inizio pensò a una svista. Magari una guarnizione rotta, un’abitudine bizzarra, una dimenticanza ripetuta. Ma ogni mattina, quando usciva per andare al lavoro, e ogni sera, quando rientrava, la porta era  esattamente nello stesso punto. Aperta quel tanto che basta per far uscire il profumo del caffè o far filtrare, la sera, voci basse che non diventavano mai parole.

Nei primi giorni Lara fece finta di niente. Salutava il vuoto con un cenno rapido. Una sera tossì apposta, più forte del solito, mentre passava. Nessuna risposta.

Aveva provato a sbirciare. Una volta sola. Una poltrona vicino alla porta, forse un tavolino, forse una luce accesa. Tutto troppo sfocato per dire qualcosa con certezza.

Poi, la domenica pomeriggio, mentre sistemava gli scatoloni nel corridoio, sentì un fruscio provenire da quella fessura. Si voltò. Una mano era appoggiata al bordo della porta. Lara rimase immobile. Un piede a terra, l’altro sospeso.  Il cuore accelerò appena …

Rimase in quella scomoda posizione il tempo necessario per vedere un signore anziano uscire di soppiatto da quella porta. Sembrava che volesse mimetizzarsi con l’ambiente circostante.

«Buon pomeriggio» farfugliò con tono incerto Lara, ricomponendosi.

L’uomo proseguì come se lei fosse trasparente e gli scatoloni non esistessero. Eppure ingombrano il corridoio! Lo vide inciampare pericolosamente in uno non accostato al muro. Poi si dileguò nelle scale che portavano al pianoterra.

Lara scosse la testa come se volesse negare quello che aveva visto. Continuò nel rompere gli scatoloni e mettere i pezzi in uno che già traboccava. Era il secondo viaggio che faceva quella domenica per sistemarli vicino alla raccolta carta.

Lara era una ragazza di venticinque anni, alta più della media con i suoi centosettantacinque centimetri. Si era trasferita nel condominio da appena due settimane ma l’appartamento era ancora poco praticabile. Quando aveva deciso di traslocare, credeva che in un paio di giorni la nuova abitazione fosse pronta per invitare le amiche a prendere un tè. Invece si rese conto che aveva accumulato una quantità esagerata di cose di cui non se ne era accorta. Era il numero di scatoloni che le fece capire quanto fosse stata ottimista.

Rientrata nel suo appartamento si sedette sul divano ingombro di vestiti e ripensò alla visione di quel personaggio che abitava l’appartamento di fronte al suo. Quanti anni avrà? I capelli sono bianchi ma la figura è eretta. I capelli non volevano dire nulla perché il fisico le sembrò ancora giovanile. Provò un disappunto misto a un pizzico di curiosità per quella apparizione. Era curiosa di conoscere la motivazione di quella porta socchiusa, anche adesso che era uscito. Però provò un piccolo disappunto perché nonostante lei l’avesse salutato con cortesia, lui l’aveva ignorata come se non esistesse. Ma vive da solo oppure…, si chiese perché era certa di aver udito anche un’altra voce uscire da quella fessura. Chi sarà? La moglie? La compagna? Scosse la testa e si alzò, prendendo alcuni vestiti per appenderli nell’armadio dell’ingresso.

Del misterioso vicino lentamente se ne scordò, tutta presa nella sistemazione degli abiti per liberare il divano, quando sentì il campanello dell’ingresso.

Chi sarà? Non sono nelle condizioni di ricevere nessuno. Si guardò intorno vedendo il caos della stanza.

Aprì la porta appena per scorgere chi fosse e restò di stucco.

Ritorno a Sitka Cap. 7

carview.php?tsp=

7.

Che diamine le era venuto in mente! Perché aveva deciso di punto in bianco di restare a Sitka? Eppure, era quello che desiderava. Almeno per il momento.
Raggiunse un grande magazzino sulla Lincoln dove sapeva che si vendevano abiti pratici, per tutti i giorni: felpe, maglioni, pantaloni comodi e giacconi pesanti. C’erano anche pratici scarponcini. In breve si munì di ciò che le serviva per una comoda permanenza.
«Ma tu sei Alexandra!».
Si girò a guardare la rubiconda donna che l’aveva apostrofata. Stentò a riconoscerla, ma il sorriso era inconfondibile. Era Joanna, con cui si era contesa il titolo di Miss all’ultimo anno di liceo e a vederla non si sarebbe detto, però aveva un’aria serena e soddisfatta.
«Ciao, Jo! Che piacere incontrarti dopo tanto tempo. Come te la passi?».
«Io bene! Ma tu, piuttosto. Dall’aspetto direi che stai splendidamente. Non ti ho visto più e i tuoi non hanno mai rivelato dove fossi! Dicevano solo che eri andata a Sud». Poi, il suo viso si rattristò. «Ho saputo che sono morti. Mi dispiace».
«È passato del tempo…».
«Beh, io devo andare. Ho i marmocchi da ritirare dalla scuola. Dobbiamo vederci uno di questi giorni. Resti, no?».
«Sì, resterò per un po’».
«Ci si vede».
Quell’incontro le aveva fatto molto piacere. Con Joanna non erano mai state amiche per la pelle, però avevano trascorso giornate piacevoli insieme a sua cugina Florence, a pattinare e a fare bagni. Avrebbe avuto tempo per recuperare le vecchie amicizie.

Tornò a casa, dove trovò George ad aspettarla.
«Scusa, Joe! Pensavo che saresti arrivato più tardi».
«Tranquilla. Ho fatto prima di quanto credessi. Hai fatto compere all’emporio?».
«Sì, ho preso altri abiti».
«Pensi di restare un po’ di più?».
«Sì».
«Perfetto! Avremo modo di passare un po’ di tempo insieme e recuperare i vecchi amici».
«Ho incontrato Joanna… Quasi non la riconoscevo!».
«Eh… Jo rimase incinta appena finito il liceo e sposò il suo Frank. Hanno due figli e sono felici».
«Buon per lei. Allora… ripariamo questa caldaia?».
«Ai suoi ordini, madame!».
La riparazione comportò qualche ora di lavoro, ma, alla fine, il riscaldamento fu acceso.
«Ecco fatto! Finalmente potrai toglierti tutti quegli strati di vestiti addosso».
«Grazie! Non vedevo l’ora».
«Il momento del pranzo è passato da un po’. Non hai fame?».
«In frigo c’è qualcosa, ma ancora devo fare la spesa per avere delle scorte. In effetti, avevo stabilito che non sarei restata a lungo e, solo qualche ora fa, ho deciso di prolungare la mia permanenza e non mi sono ancora organizzata».
«Se ti accontenti, ho in auto del salmone in scatola, pane e birra».
«Mangerei anche la lattina! Grazie».
Joe rimase qualche ora con lei a parlare del più e del meno. Era davvero piacevole e rilassante e Alexandra si trovò a sorridere più volte, durante i suoi racconti esagerati sugli orsi e i suoi incontri ravvicinati con le bestie del parco nazionale.
«Domani ti accompagno a fare spesa. Per stasera te la caverai con quello che passa il pub. Ti vengo a prendere alle otto di sera».
«D’accordo. Ti aspetto».

01/05

Le ripetute geometrie vergate su un taccuino,

lineamenti di schemi da inseguire,

battiti di ansia ed echi di paure,

cori rassicuranti di apparente tranquillità,

dubbi che rassomigliano a consuetudini

e fantasie come pupazzi di carta.

Dissimuli, disimpari, disilludi, dissolvi.

Il Vecchio sprimaccia già il cuscino

… e si stropiccia gli occhioni stanchi: ha vegliato per ottomilasettecentoquarantotto ore, gliene mancano giusto una dozzina prima di potersi adagiare e godersi il meritato riposo.
Ha lavorato più o meno come i suoi avi, e più o meno lo stesso farà il suo erede: il 2026

Mentre il Vecchio, lemme lemme, s’acquieta: odorosi vapori invadono cucine grandi e piccine; dentro saloni e salette, sui tavole vestite a festa, in un susseguirsi di golose portate, fan mostra di sé porcellane, cristalli e argenti lustrati; nell’aria aleggiano fruscii d’abiti, di note e risa.
Poi, non appena il Vecchio si eclissa, ecco entrare il tanto atteso Giovane Erede… è tutto un’esplosione di fuochi d’artificio, musica, stappar di bollicine e cori d’auguri in tutte le lingue del mondo. E c’è chi manda il Buon 2026 dal cellulare ai parenti lontani… chi si tuffa in un ballo sfrenato… chi si versa un’altra coppa di bollicine… chi ancora non si stacca da quel bacio appassionato carico di promesse… chi alza il calice davanti allo specchio sperando ancora una volta che qualcosa cambi… e…
e poi ci sono io che l’augurio di BUON ANNO te lo faccio prendendo in prestito le parole di una poetessa tedesca – Elli Michler (1923-2014) – che recitano così:

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.

Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti

e non soltanto per guadarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

***

BONNE NOUVELLE ANNÉE
HAPPY NEW YEAR

carview.php?tsp=

BUON NUOVO ANNO

cb



Quella volta che…

carview.php?tsp=
Photo by Gary Spears on Pexels.com

Sorrido ancora al pensiero di quell’incontro strano e …. Beh! Non anticipo nulla.

Sono un sagittario e amo le novità e viaggiare. In tutta la mia vita non mi sono mai smentito e non sono mai stato fermo un attimo, nemmeno quando ero nella pancia di mia madre.

Quando ho terminato il liceo ho frequentato l’università lontano da casa. Mi sentivo soffocare restare nelle vicinanze, quindi ho scelto un posto lontano anche se i miei genitori non erano d’accordo. Alla fine l’ho spuntata e sono partito con la mia valigia pieni di sogni. Sei anni di lontananza, interrotta solo sporadicamente per spillare soldi ai miei. Stare lontano da casa costa e io di denaro mio non ne ho mai avuto il quel periodo. Sei anni spensierati ma tutto sommato bellissimi e intensi. Ho sforato solo di un anno il mio piano di studi, semplicemente perché ho voluto strafare: preparare la tesi lontano dall’Italia. Dodici mesi di libertà e di nuove conoscenze. Però quell’anno ha fruttato, perché ho trovato subito lavoro che mi ha portato in giro per il mondo.

Così tra cambi di mansioni e di nazioni per un lustro non sono mai tornato al mio paese. Con i miei ci sentivamo prima con Skype, poi con l’avvento di Whatsapp su questa piattaforma.

Va da sé che non ho mai trovato l’anima gemella. Solo effimere relazioni che non mi hanno mai trafitto il cuore.

I miei genitori hanno sempre sperato di diventare nonni e di conoscere quella fanciulla che avrebbe saputo conquistare la mia anima di giramondo. Beh! Di sicuro ho deluso mia madre, che non avrà l’occasione di conoscerla, perché se ne è andata da qualche settimana.

Questa volta non potevo non tornare a casa e non salutarla per l’ultima volta. Così presi un paio di aerei sono tornato prima che morisse e mi sono fermato per i suoi funerali. Proprio durante le sue esequie è successa una cosa comica. Almeno questo dal mio punto di vista.

Sono partito da qui che avevo diciannove anni e adesso ne ho il doppio. Di sicuro la mia fisionomia sarà cambiata anche se a me non sembra. Forse perché mi vedo tutti i giorni allo specchio, mi pare di essere lo stesso ragazzino di diciannove anni prima. In effetti quella grisaglia nei capelli mi rende fascinoso come George Peppard a cui non assomiglio per nulla. La faccia cotta dal sole, non dagli abbronzanti ma per effetto della mia vita all’aria aperta, mette in risalto il colore dei miei occhi tra il grigio e l’azzurro. Il fisico tonico frutto di un’attenta vita regolare si nota subito sotto gli abiti. Comunque a parte occhi e fisico, che sono gli stessi di diciannove anni prima, il resto no.

Comunque procediamo con ordine. Visto che sono partito in fretta e furia, quando sono arrivato a casa, non avevo un abito adatto alla cerimonia funebre. Ne ho comprato uno, un completo grigio scuro che si adattava perfettamente a me. Sono sicuro che qualche fanciulla mi ha guardato con occhio cupido. Che vanitoso sono! Però non è di questo che voglio parlarvi.

Al termine della cerimonia in chiesa stavo sul sagrato a parlare con alcuni vecchi compagni di scuola, quando…

In tutta onesta non me l’aspettavo che due mani femminili mi coprissero gli occhi e mi sussurrasse nell’orecchio. «Sei affascinante Antonio!»

Sono rimasto allibito. Io non mi chiamo Antonio ma Federico, Fede per le amiche e gli amici più stretti. Inoltre visto che si era a un funerale non è sembrato opportuna la mossa di appoggiare con sensualità il suo corpo contro la mia schiena.

Ho sentito un morbido seno strusciare attraverso la giacca, mentre sentivo dei risolini ironici dai miei amici.

Ero imbarazzato e senza parole. Con delicatezza ho tolto le sue mani dai miei occhi e mi sono girato con lentezza e l’ho vista. Era di certo una ragazza di qualche anno più giovane di me, almeno questa è stata la prima impressione. Aveva un bel fisico con tutti gli attributi al posto giusto. Due occhi verdi risaltavano su un incarnato roseo a cui facevano corona una chioma ramata mossa. Io sono alto un metro e ottanta ma lei non era molto più bassa di me.

«Ciao» la salutai con voce calda, osservandola fisso negli occhi.

«Ma chi sei? Non sei Antonio!» farfugliò con tono incerto mentre imporporava il viso e i miei amici sghignazzavano.

«Federico. E tu?» Replicai sfoggiando il mio miglior sorriso a trentadue denti.

«Ilaria» E scappò via come una ladra.

L’antica processione

Sotto ad un cielo che di piombo grida,
sopra ad una terra che brucia e piange
una coppa d’oro ornata s’infrange
e ad un grigio suolo il sangue confida.

Marcia una rossa di festa falange,
marcian stesi marmi di Déi alla guida:
l’alta processione ogni cuore tange,
mentre al servo cibo ed alloro affida.

A quel vecchio e dimenticato saggio
s’alzan dei cori liberi e solenni
che tutto di bei fiori han colorato.

Chiedono che riporti il sacro raggio
che riempia il suolo di frutti abbondanti
e di disuguaglianze faccia bando.

Pace ☮️🙏

Aspettando 6

carview.php?tsp=

by pixabay

Per le puntate precedenti seleziona il numero 1 2 3 4 5

Sono sulla tomba di Gaetano, il mio grande amore, che il destino mi ha tolto troppo presto.

È avvenuto così in fretta che non ho potuto metabolizzare la sua perdita. Non abbiamo avuto il tempo per pensare di avere figli. A dire il vero forse egoisticamente abbiamo preferito essere liberi senza avere vincoli di crescerne uno. Non è stata lungimiranza come potrei pensare adesso, ma solo il caso che ha voluto che non rimanessi incinta.

Mi siedo di fianco alla sua tomba e comincio a parlare. È più giusto che non sono parole dette ad alta voce ma un fluire incessante di pensieri che trasmetto con la mente. So che non può rispondermi ma in realtà è come se lo facesse. Mi calma e mi fornisce le risposte ai dubbi.

Quando gli racconto di sua sorella, ha un sussulto perché conosce quanto lei sia superficiale e approfittatrice. Annuisco convinta, perché lo penso anch’io. Tuttavia aggiunge che forse dimostro la mia superiorità ospitandola. Certo, mi dimostrerei una gran signora ma avere in casa quella vipera non è un pensiero gradevole. Ricordo che l’ultima volta che ci fece visita ha criticato tutto. Da come gestivo la malattia di Gaetano alla disposizione della casa, dal mobilio a come cucinavo. In conclusione non c’era nulla che le andasse bene. È stata una settimana infernale e sono stata sull’orlo di aggredirla fisicamente per strangolarla. Poi per fortuna non ha potuto partecipare ai funerali di Gaetano. Meno male! Adesso mi devo armare di pazienza e buona volontà, sperando che levi le tende in fretta.

L’altro punto che voglio affrontare con Gaetano è il mio nuovo romanzo. Sono incerta se chiudere con l’attuale editore e cercarne un altro oppure pazientare ed eseguire le modifiche richieste. Lo ascolto e annuisco. Apportare gli aggiustamenti della storia vuol dire perdere un altro anno prima di vederlo pubblicato. I miei lettori sapranno aspettare? Convengo che sarebbe un azzardo. Visto il successo del primo non dovrei faticare a trovare un editore disposto a pubblicarlo così come è. Sorrido. So quale saranno le prossime mosse. Verificherò che sul contratto non ci siano clausole nascoste che mi legano a questa CE anche per i futuri libri. Poi lo spedirò in giro, in dettaglio a chi mi ha fatto delle proposte nel passato.

Sono soddisfatta. Gaetano mi ha illuminato su questi due problemi. Risponderò all’editore che devo riflettere sulle modifiche e che gli darò una risposta. Così imparerà a tenermi in sospeso per queste settimane. Poi comunicherò a mia cognata che potrà trattenersi solo per pochi giorni perché sono impegnata. Una bugia a fin di bene.

Mi alzo e mando un bacio a Gaetano.

L’attesa è finita.

FINE

ABBASSO I MASCHI!

Tempi duri per i nostri maschietti!

 A volte mi fanno veramente pena, circondati da noi donne isteriche e umorali e accusati dei peggiori mali del mondo.

Ultimamente se ne parla solo molto male.

Innumerevoli manifestazioni al grido “siete tutti uguali”.

Manifestazioni contro il patriarcato, parola molto inflazionata ultimamente, tutti classificati alla stregua dei peggiori delinquenti di questo mondo.

Bene io voglio difendervi! No non siete tutti uguali e poi cos’è questo patriarcato?

Il patriarcato ha origini molto lontane, la parola che deriva dal greco Pater- Padre, con la radice Pa come concetto di protettore e Arkhé- comando, dominio e forza. Quindi una figura che protegge, possente e autorevole.

In epoca romana il Pater familias era il capofamiglia maschio che esercitava un potere quasi assoluto sui discendenti, ne controllava il patrimonio e custodiva i valori della famiglia con diligenza, tant’è vero che tutt’ora quando redigiamo un contratto scriviamo “bonus pater familias” per indicare un comportamento di attenzione, cura e prudenza. Aveva poteri illimitati su figli mogli e schiavi, ma anche sui figli sposati, nipoti e nuore.

Una figura non necessariamente negativa, anzi una colonna portante della famiglia che supervisionava e dava sicurezza ai suoi membri.

Mi chiedo quindi cosa significhi manifestare contro il patriarcato che è una figura inesistente ai giorni d’oggi. Conoscete qualcuno che abbia questi poteri, questa autorevolezza e che vi dia questo dominio e sicurezza?

Io non direi.

Conosco invece un ambiente lavorativo costruito in base alle esigenze maschili, e il motivo è molto semplice: per migliaia di anni le donne stavano a casa e solo da un periodo relativamente recente hanno iniziato a lavorare. Il mondo del lavoro non contempla dover preparare il pranzo e la cena per la famiglia e non contempla nemmeno le faccende domestiche e la cura dei pargoli che per la maggior parte sono a carico del sesso femminile. Qualcosa sta cambiando però, soprattutto negli ultimi 20 anni. Non sono pochi gli uomini che seguono i figli, fanno lavatrici o cucinano. Ed è anche vero che vengono apostrofati negativamente con il nomignolo di “mammo”. Mi ricordo qualche anno fa, quando accompagnavo mio figlio alle elementari, c’era un papà che veniva preso in giro per questo motivo. Sua moglie aveva un lavoro più retribuito del suo e aveva fatto la scelta di accudire casa e bambini lasciando la compagna libera di avere il suo successo lavorativo. Sapete da chi veniva preso in giro? Da delle donne! In particolare dal gruppetto delle Desperate housewives che si piazzavano fuori dal cancello d’ingresso della scuola per almeno un’ora dopo il suono della prima campanella d’ingresso.

Conosco anche una disparità salariale a parità di mansioni, e non credo che neanche questo sia frutto del “patriarcato”. Credo invece sia il frutto di una società maschile predominante che può dare la propria vita al lavoro mentre noi donne se non abbiamo un compagno che ci sostiene riusciamo a fare le otto ore e poi correre a casa e farne altre otto. Un datore di lavoro con la situazione attuale tende, seppur erroneamente, ad investire più su un uomo che su una donna. Anche qui però le cose stanno cambiando e vedo e conosco molte donne che si stanno facendo largo nel mondo del lavoro grazie a degli uomini che le sostengono, anzi direi in un sostegno reciproco dove la famiglia non è solo sulle spalle di un genitore.

Conosco poi molti papà divorziati che per dare il mantenimento a moglie e figli non riescono ad arrivare a fine mese e non riescono a rifarsi una famiglia, perché a stento riescono a mangiare loro. La settimana scorsa sulla pagina Facebook “Cene povere e …” un papà chiedeva consigli su cosa mangiare non avendo la possibilità di cucinare con i restanti quindici euro che gli rimanevano per arrivare al giorno di paga. Era il sette del mese e presumo dovesse arrivare al dieci. Purtroppo ci sono tante situazioni come questa che molti uomini devono affrontare ed è vero che ci sono anche quelli che gli alimenti non li pagano e che i figli non li cercano e che alzano le mani in casa, ma non sono tutti uguali. Non facciamo di tutta l’erba un fascio.

Non sono tutti uguali, non sono tutti aggressivi, non fanno tutti cat calling, non sono tutti misogeni ne tutti assassini  così come noi donne non siamo tutte buone, oneste e vittime e sempre dalla parte giusta della storia.

E poi ci sono i femminicidi. Qualche settimana fa leggevo un articolo scritto da un uomo su LinkedIN che denuncava il fatto che quando muore una donna si parla subito di femminicidio, ma in realtà molti sono omicidi in quanto il femminicidio è un omicidio che porta in se ragioni di genere, dominio e possesso.

L’articolo diceva in buona sostanza che il dato del numero dei femminicidi fosse gonfiato per nascondere demagogicamente altri numeri molto più in crescita in Italia, come ad esempio le morti per tumore a causa delle ritardate cure per la pessima situazione del sistema sanitario o omicidi da persone disturbate non seguite dagli assistenti sociali e quindi non motivate dalle ragioni di cui sopra.

Vista la mia poca fiducia nelle istituzioni e nella stampa quest’articolo mi ha fatto pensare. Aizzare le masse per demagogia è una tattica retorica e politica che facendo appello sulle emozioni e sui pregiudizi fa ottenere un facile consenso e magari anche per sviarci ulteriormente da cose più significative e determinanti nella società di oggi.

Coraggio maschietti non siete poi così cattivi come vi dipingono!