Per chi questo sabato capitasse a Cecina (LI), ha occasione di assaggiare street food e fare una chiacchierata con me al Circolo Culturale Il Fitto.
Buon appetito!

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Per chi questo sabato capitasse a Cecina (LI), ha occasione di assaggiare street food e fare una chiacchierata con me al Circolo Culturale Il Fitto.
Buon appetito!

Gitana dagli occhi rapaci
la notte breccia di sogni andalusi.
Nero e bianco
non trovano resistenza:
si annodano in turbini fino al midollo.
Spazi vuoti fatti di silenzi.
Negativo di cieli orme di stelle.
Il cuore non mette a fuoco
l’essenza dell’assenza.
È un controluce nel buio
frammenti persi nell’oscurità.
Gitana dagli occhi rapaci
hai rapito i miei sogni.
Neanche un bagliore d’addio.
Nell’avamposto tra la notte e il giorno
il sole ha perso un colpo
sui tuoi occhi.
Cielo e oceano
amplesso turchino.
Ai tropici la brezza è un brivido di carezza.
Ma non è la vacanza del momento.
Cime innevate
candido abbraccio, abbaglio di pupille.
Ma non è questa la vacanza del momento.
Trifore del buon augurio
architravi sentimentali, guglie archetipi d’arte.
Ma non è questa la vacanza del momento.
L’orgoglio taurino,
la nevrosi patriarcale
non si curano nell’acqua termale.
Occorre un bagaglio assai pesante,
più di un fardello, una pala
e un agnello sacrificale.
Il Ciclope è sul dirupo.
Questa è la vacanza del momento.
Lancia una mano,
un dito con gemma alata.
Un braccio, mezza gamba.
L’altra metà, ancora un’altra.
Viscere, viscere.
E ancora viscere.
Sangue, sangue.
E ancora sangue.
Budella con l’ultimo panino condiviso.
Vagina con il ciclo del Ciclope.
Viscere, viscere.
E ancora viscere.
Sangue, sangue.
E ancora sangue.
Il ciclope prontamente le palpebre
alla sua Medusa ha serrato.
Fili ramati riflettono il sole.
Acerrimi nemici finalmente annientati.
Questa è la vacanza del momento.
Non so parlare d’amore.
Soltanto i poeti,
hanno la loro Musa
tascabile a portata di mano
nel taccuino in riva al mare,
sulle spoglie dorsali,
sui seni collinari,
tra le anse del Reno,
sulle vette stellari.
Amori folli
turbolenze d’alta quota.
Amori impossibili.
Amori imprevedibili.
La Musa si distanzia
con una certa arroganza.
Troppo altera, con la bionda criniera.
Lassù sul piedistallo
si erge su scalini di cristallo.
Le campane suonano il vespro.
Il poeta la venera:
dea d’Oriente dalla bellezza sfuggente.
Io invece son sempre a portata di mano:
taccuino usurato di un adolescente sfigato.
La mia, una nenia che si ripete
ogni sera alle ventitré.
Troppo tardi per le campane.
D’estate sono quasi un tramonto.
Ma è sempre troppo tardi
per l’ultimo raggio di giornata.
Sono una ninna nanna per mio figlio.
E mi basta.
La Musa è Lei.
Nessun dorma
la voce del tenore alle immensità siderali.
Per Lei.
Ancora Lei.
Non provo invidia.
La mia natura acquatica non lo concede.
Il mio fluire è troppo fluido.
Nelle vene ho la perturbazione dell’ovest.
E mi basta.
L’amore lasciatelo a Lei.
Ne ha più bisogno.
Le dita conta il vecchio
abaco dal legno stinto.
Quanti anni?
Dieci, dodici o duecento.
Poco importa.
I minuti scivolano tra le dita.
Le dita gira il vecchio
tavolo intarsiato di ricordi
la memoria appassita
declino di petali senza vigore.
Le ore si perdono tra le dita.
Le dita guarda il vecchio
come lombrichi affamati di terra.
Tremano le dita
ballano una melodia che loro,
soltanto loro odono,
artefici di posture contro il buonsenso.
I giorni muoiono tra le dita.
Le dita intanto vibrano
una frequenza sconosciuta.
Incomprensibile.
Aliena.
Le dita prova a contare il vecchio.
Le dita vuole contare il vecchio.
Ma al suo grido restano sorde.
Le dita
padrone
di un corpo che un tempo era il suo.

Voi che vedete ragnatele sul mio volto
sapete leggere la mia anima?
Apotropaico
l’arciere sul mio petto.
Non lo devo (di)mostrare a nessuno.
L’eco per le scale è al contrario:
tu senti corda,
lui orda.
Ho solo detto RICORDA!
Possibile che il pane costi tanto?
Possibile che si debba scommettere
su chi vive e chi muore?
L’altro giorno la cassiera voleva leggere
il codice a barre della mia mano.
Non so se sia geniale o esaurita come tante.
Chilometri di filo spinato al confine.
Possibile che il pane costi tanto?
Separiamoci.
Mentiamoci.
Raccontiamoci che siamo diversi.
Troppo diversi.
Così possiamo aggiungere spine sui fili.
E croci per invasati.
Cantiamo ballate di balle.
Per illuderci di essere diversi.
Da una parte ossa,
d’altra carni.
Possibile che il pane costi tanto?
Siamo su Marte e il rosso ci abbaglia?
Raccontiamoci questa storia:
siamo diversi,
dobbiamo proteggere la nostra identità,
dobbiamo mettere ancora filo,
dobbiamo stringere bene le spine.
Ché non nascano spighe,
ché il grano sia solo da una parte,
ché il pane sia solo bianco,
ché i morti li contino loro,
ché la cassiera sia il sommo genio.
Perché sempre di notte?
Cosa non va nel giorno?
L’immagine tua sfugge lontana.
Solo la notte.
Ti avvolge indifferente.
Un bagliore dei tuoi occhi.
Come quel faro che appare e scompare
tra il sale quando ribolle la tua assenza.
È la lingua di terra a sfiorare il mare:
sensuale serpe, tentacolo ammaliatore.
Perché solo di notte?
Turbolenze marine.
Amplessi salmastri.
Le stelle inghiottite.
Il cielo naufragato.
Può la mia beffarda vagina
contenere tutto questo?
La mia risata ingannare la morte?
E la notte (da sola)
salvarmi da te?
Mi commisero
– straccio per pavimenti –
Madre reclusa
orfana di giovamenti.
Un tempo allegra giovenca
oggi vacca gravida di sofferenza.
Le mie mammelle sono nere
come l’Africa.
Non una goccia acre.
La reputazione nella credenza/e.
Un gioco ad ostacoli
rapire la notte.
Ho legato una fune al lamento
ma è lacera
ogni due ore scappa il tormento:
sono una cattiva madre
per la seconda volta.
Vogliono eredi di Cornelia e Madame Curie.
Ma ho scoperto solo favole.
Un’ape è regina oppure è fottuta.
Il resto è storia.
Un’onda ha strappato via
l’ultima spiaggia.
L’ultima donna si è ritirata
dal focolare.
Il viso contratto
non contraffatto.
Vogliono una giovane Elena (anche a settant’anni).
I lineamenti sulla scogliera infranti.
Marosi nervosi.
Una goccia acre.
Sono una cattiva madre
per la seconda volta.
Vogliono Penelope e Circe
in un cerchio senza fine.
Ma siamo cattive madri.
Per la seconda volta.
Vogliono serve e regine.
Ma siamo sempre cattive madri.
Il resto è storia.
Mi hanno insegnato che gli specchi per le allodole
sono appesi ovunque
ed è facile essere vittima di un abbaglio.
Mi hanno insegnato che quando il sole cade,
e l’ultimo raggio fende il mare,
giunge l’illusione che
un giorno migliore sorgerà.
Mi hanno insegnato a non arrendermi.
I ginocchi son fatti per essere rattoppati!
All’epoca, stizzita posavo la bacchetta
ed incantavo i misteriosi occhi plumbei
di un’ava troppo giovane e già così vecchia.
Mi hanno insegnato che quattro diviso due fa due,
ma che se siamo di più, si divide per tutti.
Ero una frana che frazionava a occhio e croce.
Anche se chi portava la croce mi ha sempre fatto senso.
Troppo.
Troppo dolore. Ma anche se piccina, dovevo capire.
Mi hanno insegnato a scansare la via più breve.
E allora non si capiva perché dover andare sulla retta via
se a loro parere quella tortuosa era da preferire.
Oggi mi pare di essere un’eccezione.
Ancora tante domande e nessuna risposta.
Son fatta così.
Piena di tare.
Anche se mi sento più lorda.
E ingorda.
Di questo mondo tutto vorrei scoprire, sapere.
Invece son qui a dibattere con due giovani
che mi insegnano la vita:
selfie, tutorial, video e Tik Tok.
Mi pare un orologio che perde colpi.
Ma no, bisogna assolutamente essere tiktoker.
Io son “tocca”, come si dice in Toscana.
A quanto pare è sufficiente. Anzi.
Più si è fuori di testa, meglio è.
Ci si esibisce. Si cucina (manco morta).
Si balla (ma non ci penso proprio).
Si canta in duetto con qualche malcapitato (neanche in playback).
Ci si traveste (ne ho abbastanza).
Mamma, guarda che ridere:
lei ti insegna a parlare in corsivo.
Non posso reggere, il mio cuore cede.
Mi sento Matusalemme.
Secoli e secoli si sono depositati
in un nanosecondo in tutte le fibre del mio essere.
Mamma, ma si guadagna un sacco di soldi!
Ah, ora ho capito.
Mi hanno insegnato ad essere povera.
Ma con dignità.
E con un’anima che è solo MIA.

Cercare l’amore
in un addio
un treno in partenza
un movimento fugace.
Come un segugio
senza timore
il fango tra le dita.
Chi resta.
Chi parte.
Sempre cercare, cercare.
Intrufolarsi nella vita altrui.
Prosciugare la linfa.
Libido mordi e fuggi.
La bocca sempre arsa.
Le labbra crepate per
una goccia che non c’è.
A Francoforte il cielo
è sempre grigio?
Nel traffico si perdono ore.
Il tempo che non torna.
Le rughe in un giorno di pioggia.
Uno tra mille.
Ma quando?
Quando è arrivata la ruga
che taglia la tua fronte
in giorno e notte?
Notte e giorno.
Le pieghe dei tuoi occhi
parlano d’altro.
Francoforte la notte si crede New York.
Ma il Meno è assopito.
Senza sale
senza mare a sussurrare.
Storie lontane.
Il materasso la tua forma
nel cuscino il tuo odore.
Chi parte.
Chi resta.
Un’auto in corsa.
Una tra mille in coda.
Il Meno sembra non scorrere:
le luci impassibili
non tremano se non piove.
Bisogna attendere la pioggia.
Per ricordarci.
E andare avanti.
Senza di noi.