Titolo acchiappa-click, ma spero che non me lo oscurino nei social…

Il padre del romanzo di Sandrone Dazieri, non è un padre biologico.
Dante Torre, da bambino, è rimasto rinchiuso undici anni in un silos senza vedere nessuno tranne che un uomo, camuffato da un passamontagna, che si faceva chiamare Il Padre e che lo chiamava Figlio. Quest’uomo gli ha insegnato a leggere e a scrivere, ma lo ha anche punito duramente ogni volta che Dante non rispettava le sue consegne.
Dante è riuscito a scappare.
Da adulto è diventato un consulente della polizia nei casi di rapimento e scomparsa di minori. Un consulente molto particolare, perché soffre di claustrofobia, non può entrare in un ascensore, è dipendente da nicotina e caffeina (anche se il caffè deve essere di alta qualità) è praticamente un carcerato nella propria casa, nella quale ha raccolto scatoloni e scatoloni di reperti che gli permettono di fare esperienza degli anni in cui è rimasto chiuso nel silos.
Il suo carceriere non è mai stato trovato. Il proprietario del silos si è suicidato ed è stato incolpato del rapimento ma Dante non ci ha mai creduto: non era lui Il Padre.
Ora, da adulto, viene coinvolto nella scomparsa di un altro ragazzo insieme all’agente Colomba.
Colomba però è reduce da un incidente in cui hanno perso la vita diversi innocenti e che ancora le provoca crisi di panico.
Dante accetta controvoglia di indagare sul caso solo quando vicino al luogo della scomparsa viene ritrovato il fischietto che lui aveva con sé quando è stato rapito.
Dunque Il Padre è tornato dopo venticinque anni? Nessuno gli crede. All’inizio neanche Colomba lo fa, ma cambierà idea.
Bisogna perdonare qualche banalità all’autore (Colomba è la solita bellona tormentata dai maschi che non fanno altro che fissarla e farle commenti non richiesti), ma la lettura procede fino alla fine.
Ma perché i thriller ci rilassano così tanto? E’ per il senso di controllo che proviamo tenendo il libro in mano? O per la falsa illusione che ci danno di sentirci competenti in situazioni simili? Boh. Ma se una cosa ci rilassa, approfittiamone.








